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NUOVA SERIE
ARCHIVIO VENETO
ANNO XIV
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ARCHIVIO
ENETO
PUBBLICAZIONE PERIODICA
TOMO XXVII
0
VENEZIA
STAB'LIMBNTO TIPOGRAFICO fratelli VISENTISI
1884
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LA VITA DEI VENEZIANI NEL 1300
Antichità veneziane - Venezia preistorica — Dossi, bari, polesini, tombe,
velme ecc. Interrimenti, censi, antenati dei Bellini, Giudecca nuova —
Case, coperti, camini alla francese, torrette, pozzi, — « cani » e « re-
veteni », gorne, altane, portici, córti — Il terraneo e il casatico,
valore della proprietà — Stima della città di Venezia nel 1367 e nel
1425 — Fondamente, calli — I cavalli — Strade, impedimenti stradali,
« salizzate > — Campi, rughe, ponti — Definizioni lagunari — Rivi e
rive, escavo di canali, traghetti — Ingegneri — Calce, pietre cotte ed
embrici, nórme e prezzi — Case dei procuratori di S. Marco — Ter-
ranuova — Serraglio di fiere e parto di una leonessa — Sala nuova
del Gran Consiglio, chiesa di S. Nicolò di palazzo, il pittore Guarienti e
l'azzurro di oltremare e di Alemagna «— Rialto, sua denominazione —
ampliamento e lavori nel 1322 e nel 1341 — la colonna dei maleflzio —
I poliamoli e Rialto nuovo — la panateria e i pistori — ufficiali sopra
Rialto — botteghe, tavole — campana e orologio — giuochi, sicurezza
pubblica e lumi — Incendi, folgori, terremoto — L'ufficio sopra canali,
rivi e piscine, gli ufficiali al Piovevo — Incolumità delia laguna, fiumi,
porti, il Lido, i maranl — Chi era Filippo Calendario — Difese lito-
ranee — impeto del mare, alte maree, I ricordi di messer Marco Ca-
pello « il maggio* » — Impossibilità di delineare una mappa della città
quale era nel secolo XIV; la mappa illustrata dal Temanza, e quella
posseduta dall'Archivio ai Frart — Capicontrada e capisestieri — Sulla
popolazione di Venezia o sugli elementi di essa — Chioggia spopolata,
nomi di donne — Appunti sulle isole dell'estuario di Venezia — Con-
clusione.
Se dei primi otto secoli di Venezia, le fonti non fossero cosi
povere e scarse quanto cominciano e divengono copiose quelle dei
tempi posteriori, la storia politica e civile della consociazione delle
isole, e della Repubblica, non sarebbe sì oscura, e ristretta alle
vicende guerresche e ai fatti più memorabili. E sapremmo anche i
particolari interessanti dei costumi, delle consuetudini, della vita
intima, delle industrie, dei primi incerti tentativi a far rivivere
I. La Città, la Laguna.
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l'arte, della quale s'erano imbarbarito il gusto e dimenticati
gì' ingegni.
In prece lenti scritture ho raccolto qualche raro ricordo di ■
quella vita, che può far imaginare, risalendo di secoli, quale fosse
Venezia dopo l'immigrazione dei fuggiaschi della Terraferma, e il
trasferimento, nel più sicuro asilo delle sue interne isolette, della
sede dei do Q à. Ma che cosa sono, dinanzi la somma della vita
pubblica, quelle memorie spremute da povere carte di modeste
ragioni private, che l' abitudine del conservare ha raccolto e cu-
stodito con cura negli archivi monastici ?
Ben più larga messe ci forniscono gli archivi nei secoli suc-
cessivi, e nel XIV, intorno al quale siamo per offrire molti e
curiosi particolari. Poiché la istituzione di nuovi magistrati; il
riordino delle leggi ; le ultime tavole in buon numero superstiti
a molteplici incendi ; le diligenti trascrizioni in registri, degli atti
pubblici ; concedono di spinger V occhio nel buio di quella vita,
nella quale stanno forse le cause principali dei fatti più notevoli
che ci ha tramandato la storia.
Io non mi lusingo di dir cose nuove; citerò bensì moltissime
fonti, e forse molti particolari nuovi lumeggieranno il racconto
della esistenza fisica della città, e delle occupazioni intellettuali dei
veneziani antichi.
Sebbene si riferisca a tempi tanto più lontani da quelli dei
quali stiamo per trattare, non vogliamo qui tacere quanta im-
portanza potrebbero aver le scoperte annunziate nel Bullettino
$ arti, industrie e curiosità veneziane (Venezia, 1881, pag. 132)
redatto dal cav. G. M. Urbani de Gheltof, in una memoria « Ve-
nezia preistorica », dove narra risultati di alcuni scavi eseguiti
negli anni 1874 e 1875 per la ricostruzione del Fondaco dei
Turchi, ora Museo Civico (le cui fondazioni secondo egli dice,
dovettero esser state poste fra il 1230 e il 1309), e del palazzo
Tiepolo a S. Apollinare, proprietà questo dei conti Papadopoli. Da-
gli avanzi (dell' epoca preromana e dei secoli V e VI) di anfore,
oggetti di bronzo, di ossa di cinghiali e di capre, in numero straor-
dinario, ed, a metri 4, di oggetti dell' epoca romana in terra cotta
e in vetro ; a m. 4.50 in uno strato torboso, di strumenti di pietra
ecc., con qualche oggetto di terra cotta e bronzo ; e dalle consi-
mili reliquie nella fondazione del palazzo Tiepolo, l' A. (che ne dà
1' elenco) conchiuse : che le isole di Luprio e di Rialto furono abi-
tate nel!' epoca preromana e precisamente nella prima età del
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ferro, come pure in quella romana ; e che i primi abitatori delle
due isole dovevano esser dediti alla pesca ed alla caccia. Quegli
oggetti furono poi illustrati, assieme ad altri trovati a Torcello e
ad Eraclea , dal prof. Domenico Lovisato (1), il quale rilevò la
rarità litologic i di alcuni di essi, ma espresse qualche dubbio sulla
loro origine e non divise le conclusioni alle quali venne il cav. Ur-
bani de Gheltof.
Fino però che a queste scoperte,, precedute da quelle di alcuni
frammenti di antichi oggetti fittili nelle fondazioni della facciata della
Basilica prospiciente la piazzetta, si aggiungano altre più sicure me-
morie, noi ci permetteremo di ritardar quel giudizio che venne chia-
ramente formulato dal sig. cav. Urbani. E per tacere di altre ragioni
ci pare importante V osservare che nelle terebrazioni artesiane (2),
come gentilmente ci affermò l'egregio comra. ing. Manzini, non si
è mai rinvenuto alcuno di quegli oggetti di si alta antichità, il quale
pure avrebbe dovuto ragionevolmente trovarsi a molta profondità
dal soprasuolo ; e che nessuna memoria si ha negli autori antichi
delle condizioni locali e degli abitanti di queste isole, ai quali si
attribuirebbero quelle memorie preistoriche, e quelle storiche, ma
precedenti alla Venezia del secolo V. Non è pertanto senza buon
fondamento la ipotesi che quegli oggetti derivino da altri luoghi,
e siano stati qui recati coi materiali per le fondazioni.
Pur fatta ragione del progresso in cui, durante sì lunga serie
di tempi erano venute, da quelle età remotissime, al 1300, indu-
strie, edilizia, costumanze ; viene in appoggio al nostro asserto,
lo stato fisico della città quale pur era in uno dei secoli più lumi-
nosi della potenza e del commercio di Venezia. Quali dovevano
mai essere le condizioni delle isole tanto prima !
(1) Adunanza dell'Istituto Veneto del 14 Agosto 1883. (Nota sopra alcuni
oggetti litici del Museo di Torcello. Atti dell' Istituto, serie VI, tomo I, c. 1519) ;
Gazzetta di Venezia, 18 Settembre, n. 219 — Nella Gazzetta di Venezia dei 22
Arrosto 1882, n. 222, si legge che il cav. G. B. Sardagna donò al Museo di Tor-
cello una spada di ferro con lama a doppio taglio, del sec. XI o XII ; una picca
pure di ferro; una lucerna ed un vaso In terra cotta; altro con ossa cremate, ed
un teschio completo con una bolla plumbea del secolo VII mirabilmente con-
servata. Porta essa da un lato, in caratteri greci, un monogramma originale, e
dall'altro il nome del trapassato che suona Signore aiuta - Anastasio Patrizio,
oggetti quasi tutti trovati nei poderi dello stesso cav. Sardagna presso Eraclea,
e, noi aggiungiamo, circa trent'anni fa.
(2) Sul suolo, sul fondo lagunare e sul sottosuolo di Venezia, veggasi la
grandiosa monografia raccolta e ordinata dal conte Luigi Sorniani-Moretti, in-
titolata: La provincia di Venezia. Venezia, Antonelli, 1880-81, pag. 8*7.
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Parecchi: anni fa un bravo ed operoso ingegnere, il cav. Pie*
tro Marsich, ci aveva proposto di raccogliere materiali per descri-
vere il graduale sviluppo della città, e poterne delineare la pianta ;
e giustamente ci osservava che le corporazioni religiose furono
le prime a dissodare (per dir così) il terreno, sid qual sorse
Venezia. Doversi quindi rintracciare, nella storia di esse, le me-
morie dei mutamenti fisici della città. Alla Esposizione Geogra-
fica del 1881 egli ripresentò una pianta (già messa altra volta in
pubblico) nella quale, con diversi colori, intese dimostrare quali
sestieri o punti di Venezia furono successivamente abitati. Lo-
dando, con desiderio di più. sicuri risultati, gli studi del cav. Mar-
sich, noi non abbiamo ormai dinanzi un campo così incerto, ma la
città già formata ed abitata da ben oltre cinque secoli, ricca di
quegli stessi monumenti che furono V ammirazione di ogni età ci-
vile, fra ! quali la Basilica di S. Marco e il Palazzo ducale. Ab-
bandoniamo adunque, per ora, indagini alle quali fa difetto la base
dei documenti.
Prima però di accingerci alla minuta illustrazione della « Vita
dei Veneziani nel 1300 », noi sentiamo Y obbligo di fare una
dichiarazione.
Altri importanti e cari doveri ci hanno tolto, in ogni tempo,
di far studi speciali e profondi, con animo tranquillo e con quella
larghezza di tempo che ad altri, in diverse condizioni, sorride. Pos-
siamo tuttavia affermare di aver molto veduto di quanto serbano
gli Archivi. Ma anche dopo la quotidiana lettura di un numero di
documenti che divenne certo, col correr degli anni, grandissimo,
ci siamo più volte domandato, se le fonti consultate, anzi tutte
quelle per certe epoche esistenti, fossero poi in tal copia da poter
fornire materiali sicuri, convinzioni generali ; e non piuttosto noti-
zie casuali, e — rispetto a questo lavoro, da considerarsi sempre
come un semplice « Saggio » — gli accidenti • della vita, non le
sue consuetudini. Perchè, circa i tempi remoti da noi, le indagini
quanto più si approfondiscono, se recano cognizioni più larga-
mente documentate, inspirano a chi studia sempre nuovi e mag-
giori dubbi. Vorremmo poter fare lavoro sì finito quale, per tempi
tanto più difficili, ha compiuto F egregio prof. Giambattista Monti-
colo e di cui diede anche saggio in queste stesse pagine (1). Spe-
li) 8 reggasi il suo bel lavoro del quale crediamo egli stia preparando la
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riamo però almeno di aver raccolto materia di nuove ricerche e di
rettifiche, e che di questo schietto desiderio ci sia tenuto conto,
perdonando ad inesattezze, e forse al difetto di ordine, di questi
modesti ricordi.
Il sen. comm. Pietro Manfrin, nel suo scritto « L' avvenire di
Venezia » (l), del quale non dividiamo parecchie opinioni, mentre
asserisce che « le lagune al quinto secolo doveano presentare un
robusto aspetto di futura grandezza » ; per dimostrare i danni .
delF isolamento nel quale, secondo lui, si erano chiusi i Veneti, af-
ferma che essi cercarono un luogo isolato ed inospite, in cui non
potessero esser colti dai persecutori « Lo lagune » (egli
continua) <c non erano spopolate, come taluni supposero, e quindi
un nucleo di popolazione vi deve sempre esser stato — (Qua non
erano) non bontà di aria, nè agevoli comunicazioni, non vie di
commercio prossime, nè facile modo di costruire abitazioni ».
Per noi però è di molta importanza il modo con cui si ampliò
T abitato di Venezia, nel sec- XIV, nel quale, e nei tempi ante-
riori, non si trovano mai traccie, nè pur lontane, di un elemento
locale e per così dire autoctono. « Venezia, nel suo sorgere »
(dice il sen. Manfrin) « rappresenta una specie di atavismo, per
il quale i fuggiaschi ricorsero al sistema delle città lacustri (!) usato *
dalle popolazioni preistoriche ».
Certamente se tutto questo non ha altra base che semplici ipo-
tesi, gli esempi frequentissimi che incontriamo nel 1300, di nuove
abitazioni, le quali non fanno che approfittare dell'opera d'interri-
mento già portato innanzi nella laguna, dai fiumi, o compierla, ci
rappresentano ciò che hanno fatto i primi immigrati nell'isole di
Venezia. Dossi, scanni, bari, barene, polesini, tombe « ore »
(spiaggie) (2), velme, fanghi, sono denominazioni ( late anche ad
isole intere) (3) di poco diverse sporgenze dal fondo lagunare, ai-
ristampa, intitolato: La Cronaca del diacono Giovanni, e la storia politica di Ve-
nezia sino al 1009. Pistoia, tip. Bracali, 1882, in 8.°
(1) Treviso, bongo, 1877, pag. 14, 15.
(2) 1074, Maggio, Chioggia; arch. S. Giorgio magg. Scamno. — In docu-
mento del sec. XIII del dogado di Pietro Ziani (arch. di S. Zaccaria) : « et oram
sancti Johannis Baptiste » ; 1224, hora S. Simeonis prophttae. — 1075, Aprile,
Rialto, arch. S. Gregorio : vendita di un pezzo di <• luto aqua superlabente »; —
1060, Maggio, Rialto : Tumba beati Johannis confessoris.
(3) 1341, 13 Agosto. Avogaria di Comun, Raspe reg. 11, c. XI : Tomba de
Popilia (Poveglia). 1330, 31 Maggio, Commem. Ili 73 (79): Velina verso S.
Giorgio.
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lo
meno riguardo al significato che vi davano i veneziani, i quali
non pensarono mai, entro la città, a farne oggetto di coltivazione
fruttifera, se non in eccezionali estensioni. Solidificate, esse- furono
base della città, anzi la città stessa.
Ciò che diciamo del sec. XIV, potremmo asserire, con poche
differenze, di tre o quattro secoli prima, se ce ne restassero, come
di quella età, meno scarsi documenti. L* opera non ha altro di-
vario che nelle proporzioni; la città va sorgendo gradualmente.
Onde gli specchi cT acqua, piscine e laghi, residui della laguna
cacciata dalle sabbie e dal luto dei fiumi, si trovano nelle più anti-
che, come nelle carte di queir età splendida nella politica e nelle
armi che fu per Venezia il 1309, alla quale non risponderà certa-
mente la descrizione edilizia che ne verremo facendo.
A San Salvatore, la piscina della chiesa (1); a San Zulian
nel 1 166, una piscina, poi « est terra elevata (2) ; circa due se-
coli dopo altre a San Silvestro (3), a San Cassiano (4), a San
Basso (5), ai Frari (6), a San Pantaleone (7), a San Barnaba (8),
a San Baseggio (9), a San Giacomo di Luprio (10), a Sant' Er-
magora (11), a San Samuele (12), a San Matteo (13), a Santa Fo-
sca (14).
(1) 1078, Luglio R.
(2) 1166, Nov. Rialto. Atti Giuliano Damiano. — 1172, Die. Rialto, archivio
S. Giorgio magg : pissci nache va fino a S. Zulian ; e prima, 1 148, Marzo, Rialto,
arch. S. Andrea de iirada.
(3) 1339, 7 Dicembre, Grazie Vili, 44.
(4) 1185, Sett. Rialto, Proc. S. Marco; ~ 1332, 14 Giugno, Gr. IV, 32.
(5) 1329, 12 Giugno, Gr. Ili, 3. — Strada a S. Basso dove un tempo fu una
piscina; — 1364, 25 Maggio, Sign. di notte al Crim., reg. IX, c. 17. Ad inter-
rare le piscine di S. Giuliano e di S. Basso (questa che mette capo nel rivo di
canonica) si pensò soltanto nel 1310 (V. decr. del M. C. del 10 Settembre, Pre-
sbiter, c. 25).
(6) 1330, 13 Luglio, Gr. Ili, 55.
(7) 1330, 4 Settembre, Gr. Ili, 59.
(8) 1366, Gr. XVI, 58 t.
(9) Lago e piscina « que firmat in lacu ipsius contrate », 1329, 20 Agosto,
Gr. Ili, 6 t.; - e 1332, 24 Marzo, Gr. IV, 19.
(10) 1215, Luglio, Chioggia: « super lacum Sancti Jacobi de luprio ».
(11) 1369, 13 Aprile, Quarantia crim., reg. 1347-75, c. 75 t.
(12) Requinam seu pissinam, 1335, 6 Marzo, Gr. VI, 52.
(13) 1257, 14 Giugno, capitolare degli ufficiali sopra Rialto, Collezione codici
ex Brera n. 264, c. 25 t.
(14) 1349, 5 Luglio, Gr. XII, 48 t.
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. A San Giorgio un pantano (1). Un pezzo di fango con acqua
si dà a livello per una libbra e mezza d' olio ali* anno (2).
* Il diritto di tale proprietà del fondo, esercitato dal Governo,
da corpi morali e da privati, è rappresentato, come si vede da
censi, perpetui sì, ma tenui.
GÌ' interrimenti nel sec. XIV sono assai numerosi.
Il Maggior Consiglio nel 1301 (3) affida ad una commissione
di sei, uno per sestiere, di esaminare e proporre quali rivi e pi-
scine sieno da scavarsi, quali da atterrare, « vel revolvi » ; sen-
tito il voto della maggioranza dei vicini. Tale parere è chiesto, in
ogni caso di ingrandimento o cT interrimento ; ma se gli ufficiali
al piovego (super piìblicis), magistrato edile e giudiziario, rico-
noscevano che la domanda poteva venir assentita senza danno,
non si dava ascolto alle opposizioni private.
Così, svolgendo i documenti, assistiamo al successivo ingran-
dimento della città, ed alla formazione di buona parte dell' isola
della Giurtecca, detta per ciò « Giudecca nuova ».
A Sant' Antonio (1) e a S. Pietro di Castello (5), in Barba-
ria (6), dove anche nel sec. XIV v f erano i « terreni da legname » ;
ai Ss. Giov. e Paolo (7), a S. Marina (S), a S. Baseggio (9), a S.
(1) 1065, Nov. arch. di S Giorgio magg. ; — 1093, Dicem. Rialto, arch.
di S. Zaccaria; — 1152, Maggio, Torcello, acqua detta fondacio, nel Lido
bianco; — 1179, Marzo, arch. di S. Maria degli angeli di Murano, pantano
fra Ammiana e Costanziaca.
(«) 1152, Agosto R.
(3) 6 Luglio, Magniti, c. 16.
(4) 1364, Gr. XVI, c. 8 t. Quel convento prenda 25 passi delia palude
vicina, difendendoli con una palata di tavole e pali.
(5) 1334, 25 Giugno, Gr. VI, e. 25.
(6) 1351, 10 Febbraio m. v., Gr. XII, c. 115 t. Concedesi a Pietro Tre-
visan di interrarvi un tratto di palude, come il fu ser Marco da Mosto per
averne un terreno da asciugare il suo legname; — 1373, Gr. XVII, 5>6 t.
Similmente ai nobili Giovanni Barbo e Giacopino Badoer, i quali posseggono
colà un arsenatu a Ugnami ne.
(7) 1360, 3 Die. M. C. Saturnus, c. 48 t.
(8) 1386, Gr. XVII, c. 231 t. — Si concede alla Scuola di S. Marina, per-
chè vi costruisca un luogo acconcio a serbare i propri arredi, un terreno vuoto
presso la chiesa, « in modura cujusdam sache, si ve anguli inter utrumque latus
diete ecclesie, situm prope campum, diete contrate », verso la rieognizione di
mezzo ducato air anno.
(9) 1334, Gr. VI, c. 41. È conceduta parte della palude dietro la chiesa per
costruirvi una caia, lasciandovi una calle larga 4 passi, a condizione di non
afrvi uno squero (squadrum), il quale impedirebbe gli uffici divini.
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Pantaleone (1), a S- Margherita (2), a S. Marta (3) v'hanno vaste
paludi che gli « officiales publicorum » si recano ad ispezionare,
all'uopo disegnano (4), e propongono al Governo di concedere
che divengano terreni sodi e case, riconosciuto che ciò non nuoce
ai «vicini», anzi giova a togliere cause d'immondizia, fetore e
interrimento dei rivi. Perchè le paludi « super quas labitur
aqua » (5), aggiunte alle condizioni stradali non certo le migliori
prima che la città fosse coperta di mattoni e selciata ; le piscine,
le sacche, anche nel cuore della città, non potevano che nuocere
alle condizioni igieniche di essa, ed al corso dei rivi.
Si stabilisce il periodo (anche breve, ma d' ordinario di due,
tre e cinque anni) del lavoro, trascorso il quale, della parte che
fu compiuta, divenga proprietario il Governo (6)'.
A S. Nicolò dei mendicoli, un'occasione di cotali interrimenti
ci scopre gli antenati probabilmente di Jacopo, Gentile e Giovanni
Bellini (7), consorti con altri, di quella povera contrada.
(1) 1339, 23 Maggio, Gr Vili, c. 20.
(2) 1314, 20 Aprile M. C, Presbiter, c. 121. Si concede ai frati di S.
M. dei Carmini di avanzarsi con una costruzione nella palude del Comune. —
1329, 19 Nov , Gr III, c. 14. Allagamento di una proprietà a S. Margherita
in una palude verso Bottenigo. — 1310, 15 Nov., Gr. Vili, c. 81 t. A Roberto
Sanudo si permette d'interrare ed inalzare una « costruzione »> snlla palude a S.
Margherita, tra il convento di S. Andrea de zirada, e S. Nicolò dei mendi-
coli, come altri due. — 1341, 3 Giugno, Gr. IX, c. 6. Interramento nella pa-
lude di S. Margherita, di possi 30 in lunghezza e 5 in larghezza — 1367, Gr.
XVI, c. 74. Concesso ad Ugolino pellicciaio di estendersi nella detta palude,
cornei vicini. Egli si oppone poi a simile ampliamento di un vicino (Nicoletta
Verro; 1378, 13 Maggio, Gr. XVII, 96), ma è respinta la sua opposizione. —
Altro: 1370, Gr. XVI, 121 t; — 1385, Gr. XVII, c. 210 t., 211 ; similmente
a Nicoletto Gritti ed a Bartolomeo Pisani, per 4 passi in lunghezza e larghezza
li primo, «facendo fieri bonam panificatane, e per 3 in lungh. l'altro.
(3) 1374, Gr. XVII, c. 45. Tofolo da Monte possa interrare sulla palude a
8. Marta per 5 passi in lunghezza e 3 in larghezza.
(4) Oppure giudicavano « viso loco, ad oculum »; 1331, 18 Luglio, Gr.
Ili, c. 34. — Altre volte designano la forma di un pezzo di palude doman-
data, «ad modum clipei »; 1329, 25 Febbr. m. v. Gr. Ili, 41 t.
(5) 1369, Gr. XVI, c. 103 t.
(6) 1310, 15 Nov., Gr. Vili, c. 81. Dal Novembre 1340 ai 29 Settembre
1341. — 1367, Gr. XVI, c. 74 ; per un altro interrimento, due anni. — M. C,
Spiritus, c. 110. 1340, 1 Giugno; si eccitano quelli che avevano avuto con-
cessioni d'interrimenti a S. Ermagora e a S. Marziale di compiere il lavoro
pel S. Michele prossimo.
(7) 1340, 23 Luglio, Gr. Vili, c. 68. A Tommaso e fratelli, figli ed eredi
del fu Giovanni Bellini, della contrada di S. Nicolò (rappresentati da Angelo
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Eretta una casa sopra la palude, si chiedeva di estender-
ai (1), e grado grado render questa tutta interrata ed abi-
tabile.
Altre paludi all' Angelo Rafaele (2), a S. Canciano (3), a S.
Sofia (4), a S. Caterina (5).
A S. Marziale è concesso di ampliarsi allo Spedale di S. Maria
<c domus misericordiae » (6), verso S. Secondo, per un orto e cimi-
tero, e a molti altri nella palude dietro S. Marziale, fra il 1314 e il
Balbi), è concesso ÓV innalzare un loro terreno vuoto verso la strada comune,
per 11 piedi, restando la via pubblica. — 1340, 12 Settembre, Gr. Vili, c. 75.
A Bellino fu Giambellino (« Bellino fìlio quondam Jobanni Bellini ») di 6. Ni-
colò, similmente, di eseguire una colmata verso certa palude collaterale ad un
Simeone Barbuza. — 1353, 31 Ottobre, Gr. XIII, c. 31 t. Le monache di 8.
Marta, Andrea e Marino Balbi, Nicolò Ferro, Tommaso e Rafaele Bell'in, a
nome di tutti i consorti e vicini di S. Nicolò, chieggono ed ottengono d'in-
terrare le rive verso il canale, per 16 piedi, per motivi d' igiene e ad agevolar
r approdo delle barche. - 1357, Giugno, Gr. XIV, 21 t. - 1364, Gr. XVI,
c. 15. A Dardi Valier di S. Nicolò è concesso di estendersi 10 piedi, poi 18
passi in lunghezza, 4 in larghezza, come i vicini.
Circa i Bellini, il Tassini [Curiosità veneziane, ediz. 1863, II, 325) so-
spetta che i famosi pittori di tal cognome fossero d'altra famiglia che quella
dell 1 Angelo Rafaele, di ceto pescatoria. Osserviamo però l'eguaglianza del
nome Giovanni, sebbene Andrea, Tomaso e Rafaele Belin, fossero infatti pe-
scatori : 1345, 14 Febbraio m. v. Gr. XI, 61 t. — Troviamo anche nel 1418,
31 Maggio, un Marco Bellini nominato capitano di Castelnuovo di Mestre (Gr.
21, c. 22), e un Tonino de Bellinis abitante a Casalmaggiore (1424, 18 Maggio,
Gr. 22).
(1) 1378, 11 Settembre, Gr. XVII, c. 102. Per bellezza del sito, ài per-
mette ad Andrea Formento, che ha una casa sulla palude, presso la quale vi
ha un terreno molto « amonitum », d'interrarlo per tre passi in lungh., 9 in*
largh., onde aver una via migliore a quella casa.
(2) Interrimenti colà: 1330, 13 Luglio, Gr. Ili, c. 56 t.; — 1331, 18 Luglio,
Gr. Ili, c. 34; — 1333, 4 Genn. m. v., Gr. IV; - 1334, 10 Aprile, Gr. VI;
— 1334, 2 Ottobre, Gr. VI, c. 36; — 1342, 1 Luglio, Gr. X, c. 53: - 1343,
Gr. X, c. 97 t. ; - 1344, 28 Settembre, Gr. X, 60; - 1359, 29 Luglio, Gr.
XIV, 83 1.: palude di S. Nicolò dei meudicoli; — 1364, Gr. XVI, c. 3: concesso
un interrimento a Francesco da Canal, come i di lui vicini ; — 1392, Gr. XVIII,
similmente a Lena Caldiera.
(3) 1343, 24 Agosto, Gr. X, c. 3 t.; - 1356, 12 Maggio, Gr. XVII; — .
1369, Gr. XVI, c. 112.
(4) 1375, 17 Maggio, M. C, Saturnus, c. 95. Palude presso le chiovere :
« ad clolderias prope paludem »..
(5) 1402, 4 Agosto, Av. di Com. Raspe V 44 : palude dietro il monastero
di S. Caterina de sacis.
(6) Essendo priore prete Giovanni Donado, 1314, 27 Agosto, M. C, Prc*
9biter 9 c. 130 t.
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1385 (1) per dar bellezza alla contrada (2). Così al monastero di
S. Angelo de contorta (3) e ai frati di S. Antonio 100 passi (circa
175 inetri) arginati (aggerali) sul gran canale, e trasversalmente
80 (m. 140) verso il monastero di S. Anna, di certa acqua e palude
o velina del Comune (4), a condizione clie lascino, nel luogo con-
cesso ad interrare, una strada larga 10 piedi, pubblica, tenendola in
acconcio a proprie spese, costruendo le rive e le palate e mante-
nendole. Acquistando altre strade divengano del pari pubbliche.
L'interrimento sia compiuto in 5 anni. Debbano riconoscere i dogi
prò tempore, come patroni del convento, e questi provveggano
al governo ed alla conservazione dell* Ospitale. Ed, oltre gli altri
obblighi verso i patroni, diano al doge ciascun anno nel giorno di
S. Antonio, un maiale del peso di libbre 100.
Gli interrimenti continuarono anche nel secolo XV.
Nel palude dietro il monastero di S. Caterina (5), in quello
nel « lago » di S. Andrea (6;, a S. Croce (7), a S. Rafaeb (8), a S.
Lucia (9), a S. Pietro di Castello (10), a S. Cristoforo o presso i Cro-
(1) 1317, 12 Marzo, M. C, Civicus, c. 85 t. : tre o quattro passi verso la
palude, a Tommaso sarte; — altri: 1332, 24 Marzo, 10 Giugno e 23 Settembre,
Gr. IV, c. 19 t., 31 e 38 t.; — 1332, 14 Giugno, Gr. IV, c. 32 t., passi 25
in largh., 40 in lungh., - 1333, 27 Gennaio m. v., Gr. VI, c. 12, passi 25
in largh., 40 in lungh , ma si lasci però un rivo; — 1337, 12 Settembre, Gr.
VII, passi 25 in largh., 20 in luugh.;. — 1338, 8 Marzo, Gr. VII, passi 20 in
largh., 20 in lungh.; — 13ò5, Gr. XVII, 206 t. : Masino Tommasino tintore,
ha una casa con terreno, e una bottega verso la palude nella parrocchia di
S. Marziale, presso il lago di S Cristo/uro, e vi tiene una tintoria. Gli è con-
cesso di interrare a sue spese nella palude per 30 passi in lunghezza.
(2) 1335, 31 Agosto, Gr. VI, c. 72 t.
(3) 1310, 10 Dicembre, M. C, Presbiter, c. 32: « S. Angelo de Concordia »
possa innalzare, nella palude di esso monastero, per 25 passi in lunghezza e
33 in larghezza.
(4) 1349, 5 Luglio, Gr. XII, c. 51.
(5) 1402, 11 Sett., Av. di Comun, Raspe V 44: concessione a ser Giusto
Contarmi.
(6) 1411, 10 e 12 Maggio, Gr. XX, 58: a Bertuccio Tagliapietra q. Luca
e le monache di S. Andrea de strada; — 1425, 4 Marzo, Gr. XXII.
(7) 1411, 18 Giugno, Gr. XX, 59; a Biagio Bevilacqua ed altri; — 1421,
9 Nov., Gr. XXI, 55.
(8) Gr. XX, 59 t. a Margherita di Rigeto ved. Micheletto; — 1415, 21 Sett.
id., 113, a Giovanni Orsini e fratelli ; — 1423, Sett., Gr. XXI, 89 t. a Francesco
da Molin q. Delfln.
(9) 1416, 9 Giugno, Gr. XX, 122; ad Antonio Bocheto.
(10; 1416, 18 Ottobre, Gr. XX, c. penultima: Maffio Bartolomeo verso il
monastero di S. Antonio; - • 1418, 31 Maggio, Grazie XXI, 22; Andrea di Cartura.
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ciferi (1), a S. Vitale (2), a S. dimoiamo (3), a S. Canziano (4), a S. Cro-
ce (5), a S. Biagio e Cataldo della Giudecca (6) e a S. Spirito (7).
I terreni così rivendicati alla malsania, dicevansi nuovi (« ter-
rena nova s. Marciliani ») (8). Le fondamenta erano per consueto,
di pali ; ma talvolta si prescrivevano di pietra (9), perchè il terreno
molle, cedeva (10).
Nelle questioni, che facilmente nascevano, per diritti di pro-
prietà, intervenivano i « pioveghi », coi maestri dell' arte, e face-
vano misurare e giudicavano essere o no, certo lavoro, in danno
del Comune o dei privati (11). Già di questa regolarità edilizia si
ha saggio nelle attestazioni di lavori sospesi, fatte dai ministeriali
(quasi i moderni uscieri) nel 1100. Intatti però i rivi ! (12), e que-
sto valga di primo cenno al di più che ne avremo a dire circa T in-
columità della laguna, per coloro che ne sognerebbero F interri-
(1) 1418, 21 Sett., Gr. XXI, 25: Antonia Pino ved. di Antonio, la quale
possedè parte di una casa « que dicitur Sanctus Christoforus de Muriamo » poco
distante dal monastero dei Crociferi, possa interrare cinque passi della palude
Terso Venezia per proprio comodo e « prò meliori purificatone aeris ».
(2) 1419, li Aprile, id. 32: il pievano, il capitolo e la fabbricerìa di S, Vi-
tale possano allargare la chiesa con certo terreno largo 3 passi.
(3) 1419, 11 Aprile, id. 32 t. : Antonio de la colonna, tintore a S. Giro-
lamo; e 1420, 2 Aprile, id. 41; — 1423, 23 Genn. m. v., Gr. XXII, c. . . :
Stefano Bianco e Giacomo di Enrico.
(4) 1420, 27 Ottobre, Gr. XXI, 43: Girolamo Coppo q. Nicolò, il quale
possedè una « proprietatem positam in conflnio Sancti Canciani in Bieri supra
palludem, que est partim de muro et partim de lignamine ...».— Anche nel
1402, 11 Sett. Collegio, uot. XI, 89 t., è ricordata la <« palude della misericordia ».
(5) 1424, 31 Die, Gr. XXII.
(6) 1424, 15 Ottobre, Gr. XXII.
(7) 1424, 18 Maggio, Gr. XXII.
(8) 1356, Gr. XIII, c. 81 t. ; — 1365, 31 Maggio, Sign. di notte al crim.,
reg. IX, c. 48 t. : « qui moratur ad terrena nova 8. Marcialis ».
(9; 1342, 30 Maggio, Gr. IX, c. 48; — 1385, Gr. XVII, c. 206 t. citato.
(10) 1355, Nov., Gr. XIII, 68 t
(11) Documento succitato, ed altro 1343, 22 Giugno, Gr. IX, c. 97: An-
dreolo tagliapietra a S. Croce, vuole, coi fratelli, innalzare la punta di una
sua proprietà per due passi nella palude. Convocati i vicini, certa donna op-
pone che quel lavoro le tolga il sole. Ma non è vero, e si respinge 1' oppo-
sizione.
(12) 1335, 31 Agosto, Gr. VI, c. 72: Concesso a vari di S. Marziale di esten-
dersi verso S. Secondo, non toccando il rivo, il quale conservi la sua lar-
ghezza di otto passi ; - 1331, 12 Settembre, M. C , Spirititi, c. 55 t. : Essendo
nocevole l'interrare il rivo che è fra le possessioni di S. M. dei crociferi e di
altri vicini, ai Ss. Apostoli, si escavi e non s'interri.
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mento o la « colmata » ! Altro è il toglier la putredine, altro ii
vivo moto del sangue ! (1).
Tributo od onoranza (honori/ìcentia) consueta per la conces-
sione cT interrare qualche tratto di palude, era il censo* di un paio
di bei guanti di camoscio, al doge (2). Il quale ne doveva racco-
gliere, per tal modo, ben più delle quindici paia che fu obbligata
poscia a contribuirgli V àrte dei guantai (3). Ma anche qualche
moneta (4), una libbra di pepe (5), e frutte (6), mentre non era in-
solito, come simbolo di tributo ad altre signorie, perfino un aran-
cio (7), ed era antica la onoranza delle oselle (8). E il nobile
Andrea Valier che rifiuta di riconoscere il dominio del signor di
Padova su cèlli molini « prò una narancia, ne honori et iuridic-
tioni nostri dominii in aliquo preiudicaretur », ne soffre gran
danno. Ad aumentare il terreno, o a compiere un interrimento, si
rivolgevano 1& materie cavate dai rivi (9) che si radunavano an-
che entro palrte come ai di nostri (10). Ve ne erano a S. Elena ed
alla Trinità, lo quali alla lor volta divenivano fondamento di altre
costrutture (11).
(1) 1330, 13 Luglio, Gr. Ili, c. 55 t. : Il convento di S. Marta si estenda
nella palude di S. Giorgio d'alga, per formarsi un orto lungo 20 passi, ad
tnodum clipei, e quanto largo giudicheranno gli ufficiali al piovego; purché
ciò non nuoccia ad alcuua comenzera o canale. — 1419, 11 Aprile, Gr. XXI,
30: Le zattere di legname non vengano legate fra loro nei canali, nè vi si fer-
mino, onde non siano cagione di interrimento.
(2) 1329, 10 Ottobre, Gr. Ili, c, 10 t. ; - 1334, 11 Aprile, Gr. VI, c. 18 t.
(3) Cecchetti, II Doge di Venezia. Venezia, Naratovich, 1864, p. 234.
(4) 1349, 5 Luglio, Gr. XII, c. 48 t., p. es. un ducato.
(5) 1364, Gr. XVI, c. 16 t.
(6) 1325, 5 Giugno; cento poponi. Procur. di S. Marco de citra, testam.
n. 710.
(7) 1366, Gr. XVI, c. 60 t.
(8) 1386, 13 Luglio. Proc. S. M. de supra, ex Fabbric. di S. Marco, b. 135:
Per fitto, fra altro, dell'isola di Ronco, il conduttore doveva all'abate del con-
vento di S. Felice di Ammiana, oltre denaro, « unum par uzellarum magna-
rum et grassarum in festo nativitatis domini ».
(9) Così: 1306, 29 Maggio, M. C, Capricomus, c. 13 t., è concesso ai frati
minori; — 1310, 10 Settembre, M. C, Presbiter, c. 25, per interrare le pi-
acine di S. Zulian e di S. Basso.
(10) 1305, 3 Sett, M. C, Magnus, c 96: tutta la terra che si cava dai rivi
si porti alla palata di S. Elena; — 1307, 22 Giugno, M. C, Capricorni, 46;
id. alla palata della Trinità.
(11) 1334, 11 Aprile, Gr. VI, o. 18 1. Coucesaa parte della velma della punta
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Una palude a S. Geremia, verso S. Lucia, forniva spazio a
nuovi edifizi (1), e se ne avvantaggiava lo spedale di S. Giobbe (2).
Cominciata 1' opera, la si terminava per toglier la « deformità »
del tratto interrato (3). Altra (nè sembra la stessa), o più paludi
stendevansi a S. Lucia, dicendosi colà « le paludi » esser ridotto
di uomini malvagi. Ivi chiedevano di costruire un monastero (4)
cinque donne assai ricche, dell' età di 45 anni, e intitolarlo al
« Corpo di Cristo », recando ad esempio le monache di s. Andrea
de zi rada (5).
Numerose concessioni risguardano Y ultimo tratto della Giu-
decca più prossimo all' isola di S. Giorgio maggiore denominato •
perciò Qiudecca nuova (6).
di S. Elena, della quale altra porzione ebbe maestro Gualtieri; — 1335, 15
Febbraio m. v.. Gr. VII; similmente altri passi 25 in largh. e 50 in lungh.
(1) 1366, Marzo, Gr. XVI, c. 45.
(2) 1383, Gr. XVII, c. 178 t. : Concesso d'interrare presso quello Spedale,
per 47 passi in lunghezza e 25 in larghezza, fofmando un orto. — Altro am-
pliamento con un terreno vuoto, per far una via bella e diritta allo Spedale:
1385, 21 Dicembre, M. C , Leena, c. 9.
(3) 1366, Gr. XVI, c. 60 t. — 1370, id., c. 122 t.
(4) 1372, Gr. XVII, c. 3 t.
(5) 1315, 3 Luglio, M. C, Civicus, c. 7 t. : Enrico di S. Lucia, mereiaio,
possa estendere una sua proprietà verso la palude ecc. Altre concessioni: 1329,
12 Nov., Gr. Ili, c. 13, sulla palude presso S. Lucia, verso Mestre, interri-
mento che sarà « pulcritudo terre et sanitas vicinorum »; 1331, 10 Maggio,
Gr. Ili, c. 26; — 1360, Luglio, Gr. XIV, c. 141 t. ; - 1384, Gr. XVII, c. 194 t.
(6) 1329, 10 Ottobre, Gr. III. c. 10 t. : Alle monache di S. Croce della Giu-
decca una velma larga passi 20, verso il monastero di S. Giorgio « usque su-
per comenzarolam que est de versus Judecham ». II solito paio di guanti di
camoscio (« par unum cirotecarum de camoza ») all'anno, al doge. Lascino al
pubblico una strada larga 10 piedi. Ad altro, altro tratto largo 10, lungo 40
passi. — Entro due anni debbano averla chiusa di pietre e legname ed argi-
nata; fra tre interrata del tutto.
1329, 10 Ottobre, Gr. Ili, c. 11, passi 15 in larghezza, 40 in lunghezza
della velma presso il monastero di S. Croce. — 1329, 19 Novembre, Gr. Ili,
c 14, similmente p. 12 in larghezza 40 in lungh. verso Poveglia; — id., altri
20 passi .... — 1329, 3 Gennaio m. v , Gr. Ili, c. 16 t. ; similmente p. 25 in
largh. 40 in lungh. verso Poveglia. - J329, 16 Genn. m. v., Gr. Ili, c. 16 t. ;
similm. p. 25 in largh. 40 in lungh. verso Poveglia. — 1329, 15 Febbr. m. v.,
Gr. Ili, c. 40 t. ; similm. p. 50 in largh. sopra il canale, 50 in lungh. verso
Poveglia — id. ib. similm. p. 25 in largh. 50 in lungh ; ~ id. ib. 25 in largh.,
40 in lunghezza. — 1330, 4 Settembre, Gr. Ili, c. 59 t. similm. passi 20 in
Jargh. 40 in lungh. verso Poveglia 1331, 10 Settembre, Gr. IV; passi 25
in largh. 40 in lungh. - 1331, 14 Genn. im.v., Gr. IV, p. \i> t. - 1331, 27
Genn. oj. v., Gr. IV, 14, meta del resto della velma. — 1333 (?), 19 Luglio e 25
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L' ampliamento di parte di queir i^ola colle paludi del Co-
mune verso oriente, era stato però decretato un secol » prima, e il
Temanza {Antica pianta di Venezia, p. 50) reca un decreto del
Maggior Consiglio 8 Settembre 1232, col quale si dava facoltà al
doge e alla Serenissima Signoria di concederne a chi ne avesse fatto
domanda « ad ellevandum et ad faciendum domos », a condizione
che fra la Giudecca ed il terreno bonificato « debeat permanere
et esse rivus sive Canale latus centum pedibus et quoti fieri
debeat pons a terra Ecclesie de Judeca usque ad illam terram que
ellevabitur ».
« Judechae novae et veteris » sono indicate le due isole con-
giunte da un ponte, in un decreto del 10 Gennaio 1341 (Spiritus,
c. 113 t.) pubblicato dal Temanza stesso (op. cit., c. 59).
Si vegliava che non si eccedesse nelle misure concedute ; e
piccole porzioni sorpassate, si davano al vicino o « consor-
te » (1).
Settem., Gr. IV, c. 62 t. e 1334, 10 Aprile, Gr. VI, c. 17 t. p. 20 dell'acqua
della Yelma fra i conventi di S. Giorgio Maggiore e di S. Croce; — 1335
Gr. VI, c. 52 t , altri passi 25; - 1338, 20 Dicembre, Gr. Vili, c. 3, passi 15; —
1339, 16 Aprile, Gr. Vili, c. 15 t.; — 1339, 2 Maggio, M. C, Spiritus, c. 95.
Sono autorizzati i Procuratori di S. Marco ad estendersi nella costruzione di
una chiesa e' di un convento sui terreni di Giudecca nuota, in esecuzione del
testamento di Marsilio da Carrara; — 1339, 25 Agosto, Gr. Vili, c. 30; — 1339,
16 Nov , Gr. Vili, c. 38 t. 10 passi; - 1339, 3 D.eembre, Gr. Vili, c. 40 ; -
13 13, 18 Maggio, Gr. IX, c 91 t. Vi abitano (nella Giudecca nuora] gli ere-
mitani di S. Matteo di Murano, i quali vi eressero uno spedale di S. Giovanni
battista pei poveri; la chiesa ne era stata consacrata: 1311, 14 Sett, Gr. IX,
c. 19 t — 1359, 10 Marzo, Gr. XIV, c. 60 t. - 1359, 17 Marzo, Gr. XV, c. 61 t. —
1359, Febb , Gr. XIV, c. 117 t. ; 1369, Gr XVI, c. 105 — 2 passi e mezzo in
largii, e 6 in lungh. ad Antonio de vigna, gastaldo delle scuole di S. Croce
(« Gastaldioni scolarum Saucte Crucis », di un terreno vuoto presso il mona-
stero di S. Croce, per costruirvi un luogo per le adunanze, e collocarvi le robe
di quei sodalizi (« ipsarum scolarum »); — 1370, Gr. XVI, o. 118, passi 5 ih
larghezza, 6 in lunghezza a Bartolomeo Verro, « supra p.i liniera ubi sunt
pontilia fìlacaniporum » ecc. ecc.
(1) 1342, 15 Luglio, Gr. IX, c. 55. Marco Polo di S. Giov. Grisostomo
aveva ottenuto d'innalzare 25 passi d.lle paludi ed acque della Giudecca. Ne
innalzò invece 27; e il di più si concedette a Nicolò Soranzo di S. Angelo, la-
sciato fra lui e il suo consorte un calle largo 10 piedi, e sul canale una via di
eguale larghezza.
1341, 6 Dicembre, Gr. IX, c. 29 Marco Zane possa interrare un'acqua
vuota esistente al di dietro di S. Marziale, larga passi fc;,, lunga 30, la-
sciando tra la propria e la possessione di Ber Pietro da Molin, un rivo largo
passi 5 «/»•
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Diceva*! di cotali interrimenti, far una presa, voce rimasta
nel linguaggio dei Consorzii moderni (1).
Da queste parziali bonifiche di brevi specchi d' acqua infrut-
tuosi al moto lagunare, e tanto prossimi alla città, ò dentro di
essa, o di estesi depositi di detriti e di fango, sorgeva il bisogno
di riunire gli spazi interrati, di alzare alcune possessioni (2), di
regolare le fondamente, per la bellezza della contrada e pel corso
più diritto del canale (3).
Curiose condizioni : alcune case non avevano altra via che
d' acqua (4); altre ne erano per tre lati circondate ,(5). Ma non si
creda che coteste « proprietà » intersecate dall' acqua*, di viabilità
si artificiale (e d'altra parte tanto numerose) non allettassero acqui-
renti (G), e il Governo non si trovasse costretto a far eccezione
per gli stranieri, mentre obbligava altri a quegli acquisti o ad in-
vestir certe somme alla Camera degl' imprestidi (7). Le questioni *
per la proprietà, si definivano esattamente e rafferma vano col
vigore di scritture notarili (<S).
Come nelle campagne, s' aveano colonne o termini, a distin-
guere T una proprietà dall' altra (0).
(1) 1239,29 Dicembre. Cod. del Piovego, esemplare dell'Archivio di Stato,
c. 125.
(2) 1330, 3 Giugno, Gr. Ili, c. 51 t. Tre delle sei barche che raccolgono
le spazzature della città. le portino alle possessioni dei nobili Nicoletto, Za-
nino e fratelli di ca 1 Badoer, che sono tutte piene d'acqua, per l'interrimento
di certa piscina a S. Giacomo da Lorio.
(3; 1330, 10 Giugno, Gr. VII, c. 29.
(4) 1343, 22 Giugno, c. 97 t. Tre oasc a S. Rafacle, unite, hanno un capo
nella Tia comune, l'altro nel lago, « unde habent » l'entrata, l'uscita, l'ap-
prodo e lo smaltitoio.
i5j 1342, 3 Marzo, Gr. IX, c. 37 t.
. (6) 1343, 8 Gennaio m. v , Grr. X, c. 18. Si propone di concedere a Gozio
cardinale di S. Prisca (facendo eccezione a leggi che a ciò Si opponessero) di
acquistare in Venezia possessioni per 5000 ducati, le quali soggiacciano però
agli ordini e statuti reali e personali delle altre.
i7) I conti di Veglia per la concessione loro fatta dal Governo della con-
tea, erano obbligati a comperare a Venezia possessioni, o metter in Procuratia
10,000 lire.
(8) Definita una lite fra il Comune e il nob. Giacomo Gradenigo di S. Polo,
per certa calle e corte e portico di una propriela a S. Giovanni confess., « ad
perpetuam rei memoriam et conservacionem juriirm utriusque partis, de pre-
dictU possint et d'beant fieri carte et instrumenta per cancellarios ambabus
partibus ». 1310, 31 Luglio, M. C, Civicus, c. 50.
$j 1095, Maggio, Rialto « Secundum quod termini Inter nos defili de*
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Poche città, còme Venezia, dove 1* abitazione diveniva una
piccola conquista, potevano più giustamente denominarsi ogni casa
e ogni luogo, e vie, e rughe, e rivi, dal cognome della famiglia
che vi piantava domicilio, spesso durevole per lunga serie di anni,
o per secoli.
A ca Tonisto, a ca' Grimani, a ca' Erizzo, a ca Gradenigo,
a ca Foscarini, a ca' Tiepolo, a ca Dente, a ca! Masser, a ca'
Celsi, a ca* Corner, a ca* da Pesaro, a ca Sanudo, a ca 9 Antelmi,
a ca' Rampani, a ca' Ghezzi, a ca' de la Dina ecc. (1), non indica-
vano soltanto persone o attinenti per parentela o per aderenze o
servigio a famiglie di tal cognome ; ma abitazione in luoghi ai
quali aveva dato nome la casa di quei maggiorenti, stabilmente,
od anqhe solo per qualche tempo (2).
Altra volta abbiamo offerto alcuni minuti particolari 'sulle
case in Venezia di legno e di pietra (3). Erano, come le famiglie,
signant». — 1333 > ig g e tt., Gr. VI, c. 3: « a cantone de ca Boldu usque ad
colopnam proprietatis, de ca Michael »; — 13*72, 2 Febbraio no. y., Sign. di
notte, r. 10, c. 83, sul ponte di S. Canciano, « penes cha lauredano ad colump-
nas .... subtus columnas versus cha lauredano ».
(1) 1290, 15 Sett , Sign. di notte al crim. reg. 5, ad ca Tonisto; — 1291,
23 Maggio id. ib., presso S. Bartolomeo a ca* Grimani; — 1348, 30 Dicem.,
Sig. di n., reg. 6, c. 53 t. Victor claudus barcharolus de K*. (canareglo) a ca
erizo; — 1358, 14 Nov., Sig. di n., r. 7, c. 49 t. Antonio di Bologna, tintore a
S. Polo, a ca Gradenigo; Francesco di Vicenza a filatorio S. Canciani a ca
Fuscareno; — 1358, 11 Genn. m. v.. Sign. di n., r. 7, c. 59, Martino calzolaio
tedesco, abit. ai Ss. Apostoli, a ca Tiepoìo (tepolo); — 1359, 23 Sett., id., c. 55 t.
Marco Scacco di Cannareggio, a S. Geremia, a ca Dente; — 1360, 18 Aprile,
id., c. 80 t. vòlte di ca Gradenigo a S. Apollinare; — 1364, 23 Settembre, id.,
reg. 9, c. 36 t. Francesco sartore a S. Ermagora, a ca Masser; — 1368, 22
Febbr. m. v., id., reg. 10, c. 10, S. Apollinare a ca Corner; — 1372, 9 Febbr.
ra. v., id., reg. 10, c. 76 t. « eaxaroii S. Felicis a ca da pexaro apud pontem
8. Catarine ; — 1373, 23 Marzo, id., c. 80 t. Sancti appolinaris a ca Sa-
nudo; — 1374, 20 Settembre, id Venturina moglie di m. Pietro chi-
rurgo di S. Matteo di Rialto a ca de antelmis; — 1391, 21 Nov., Av. di Com.
Raspe IV, c. 86 t. ca Rampani a S. Apollinare ecc.; — 1349, 25 Agosto, S.
di notte, r. 6, c. 15 t. ca della dina un Leonardo Dela Dina testava nel 1351
(Procur. di S. Marco de citra, testamenti, 979).
(2) 1315, 18 Marzo, M. C, Presbiter, c. 141, casa che fu da ca navazoso
(Navager?).
(3) V. Archivio Veneto, tomo li, pag. 72.
1325, 20 Dicembre. Commem II, 176 t. (175;. Cessione, da parte del convento
di S. Daniele al Comune, di un lago nei circondario di S. Pietru di Castello, con
argine, terra e fondamenta, su cui una casa di legno e due molini . . .
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tnaiores (1) e minores, e v'erano, anche nel sec. XII, palazzi.
Coperte di Beandole o tavolette di legno, e di paglia ; e il Te-
manza riferisce, dalla nota cronaca del convento di S. Salva-
tore (2), che fino al 1365 era coperto di paglia anche quel tempio.
Nella cronaca si parla però soltanto della cupola e del coperto
della chiesa, e si dice che il priore, Tanno successivo, « fecit coo-
perire totam «^clesiam de tabulis, et cuppis et mutare primo trabes
et biscanteria, ac asportare ruderi que erant super chuvas eccle-
sie in tanta quantitate quod ellevatum fuit ciraiterium septera pe-
dibus et ultra » ! Tuttavia, per eccezione, a chi non avesse
avuto modo di coprir le case di embrici, permettevasi, anche nel
sec. XIV, di coprirle di canne (3); ed anche nel successivo v'erano
e si costruivano botteghe di tavole (4).
Dei camini — da non confondersi colle cantinate o a Venezia
portici (5), ma qui usitati anche nel sec. XI — citeremo, come ab-
(1) 1145, M?trzo, Rialto, arch S. Giorgio magg. Marino Roybolo di Pietro,
di S. Zulian, cappellano di S Marco, per 3000 lire venete avute a prestito, per
30 giorni, da Widpto, Domenico e Giovanni Roybolo di S. M. Zobenigo, dà in
pegno una casa maggiore di pietra, con pozzo ed altri edijlzi di pietra.
(2) Tbmanz*, Antica pianta di Venezia, p. 55. — Cronaca di Francesco de
Grazia, arch. del conv. di S. Salvatore, b. 3, nella quale si legge « MCCCLXV
.... de mensibus septembris, octobris, novembri* et decembris, prenominata
prior fecit elle vare chuvam ecclesie prout aparet et cooperire eam cuppis, cum
primo esset coperta palleis.
(3) 1130, Aprile, Chioggia, areb. del convento di S. Zaccaria: casa co-
perta di canne. — 1353, 11 Ottobre, Gr. XIII, c. 25: una casupola a S. Ge-
remia possa coprirsi di canna.
(4) 1419, 11 Aprile, Gr. XXr, 30.
(5) Infatti: 1285, 23 Aprile, M. C, Luna, Zaneta, Pilosus, c. 60, « quando
est consilium electionum teneantur claudere caminuìn cum clavi » (Lorenzi,
Monumenti per servire alla storia del palazzo ducale, documento numero 8). —
1306, 23 Marzo, Cotnmem. I, 66 t. : Camino del doge, « in quo dictus dominus
dux cónsuevit jacere » per stanza. Similmente 1313, 28 Febbr. m. v. id. c. 195.
— 1322, 21 Gennaio m. v., Cotnmem. II, 114 : « Actum Veneciie in ducali
palacio in Camino domini ducis, inferiori » {Lor , n. 43). Il Lorenzi, al doc.
75, rettifica il camino in camerino, ma deve leggersi propriamente camino. —
1336, 3 Maggio, Proc. di S. Marco de citra, testamenti, n. 197: Pietro Dolfin
di S. Giustina lascia alla moglie « duas caminatas superiores, quarum una est
supra ortum et altera est il li conjuncta, cum qui bus caminatis ha beat b ospiti a
inferius ». — 1339, 27 Settembre. Comm III, 165 e 169; Lor. 75: « Actum iu
felici urbe Venetiarura in camino inferiori ducalis palacii ». — 1347, 14 Febbr.
m. v. Av. di Comun, Raspe II, 23: « Existente super ponticello quo itur ad
carni num domini ducis ». — 1351, 19 Genn. m. v. Sign. di notte al criminal,
reg. 2, c. 27: Caterina di Capodistria, trovate le chiavi dei cofani della pa-
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bastanza antico, l'uso di quelli, per quanto ci pare, alla francese.
Nel l' ) >82, conr.edevasi a fra' Bartolomeo di Pieve (l), lettore dogli
eremitani di S. Agostino, presso il quale convenivano alcuni fi-
gliuoli di patrizi « ad adiscendum », di far costruire « unam nap-
pam ramini franciseam, supra rivum, que se extendat extra mu-
ru:n per unum pe lem » (2).
A ve rno le case piccole torri, e non solo gli edifici principali,
come il palazzo dei dogi, i fondachi dei tedeschi e dei turchi ;
e servivano di abitazione (3), e forse a stender il bucato (4). Ed
alle torricelle del palazzo durale, pare fosse libero V accesso (5).
Orti comuni e. di piante medicinali s'incontrano spesso nei docu-
menti del 1300 ; ma soltanto un secolo dopo vi si accenna colla
denomiiiazione meno democratica, di giardini (0).
drona, le quali erano <« in amino, dicti sui domini ». — Venerasi « cauiinato »
passim in documento dei Badoer, 10:J8, 20 Aprile, pubblicato nella Rareulta
Veneta diretta dal dott. Nicolò Barozzi. — 1354, 20 Novom., Leorgi e processi
criminali antichi, specialmente contro ecclesiastici. Estratto da Marin R;mudo,
dal libro 25 della Quarantia. Misceli. Cjdici n. G78: Si delibera di procedere
contro Michieletto Steno fu Giovanni, « qui in camino domini ducis scripsit
multa enormia verba loquentia in vituperium domini ducis et ejus nepotis ».
- 1360, 3 Maggio, M. C, Novella, 72 t. Lorenzi doc. n. 100; * quia ordinatimi
est de refficiendo pontem qui est apud palacium nostrum ».
Nel voi. II a pag. 2 e segg. degli Scrìtti storici e letterari del comm. Fe-
dele Lampertico, alla voce cantinata si dà per Venezia il giusto significato di
portico e sala, e per Vicenza più frequentemente di una abitazione attinente alla
chiesa, e forse l'abitazione del parroco.
(1) 1382, Gr. XVII. E del 1414 (18 Nov., Gr. XX, 99 t ): « quedam napa
francisca », fatta costruire da Giovanni Orsini e fratelli in certa loro casa a S.
Agostino, <« que exit extra murum proprium circa pedem et quartam ... ».
(2) V. anche 1300, 17 S ttembre, M. C, Sattirnns, c. 48: Si concede a
Franceschino e Nicoletto *Nani, zio e nipote. « quod ad quondam suam pro-
prietatem positam in confinio S. Johannis novi supra canale, que proprietas
habet calem comunem, unum caminam possit cum modilionibus ponendis in
muro camare venire supra viam Comunis» ....
(3) Cosi anche nei secoli XV e XVI; 1458, 28 Acrosto, Senato Terra, reg.
IV, c. 81 t., a quei due che quando la casa Tallenti sic, fu bruciata, liberarono
« illos qui erant super turreta ipsius domus », si dia una casa a ciascuno, di
quelle che dispensario i procuratori di S. Marco.
(4) Nel libro n. 88 delle Stride e chiamori dei quattro ministeriali, a c. '^20 t.
— 1513, 30 Aprile « In S. Aponal ... pozo conimi et toresela da destender drapi »»...
(5) 1399, 5 Luglio, Sign. di n , b 12: Martino di Romano . . . nella scorsa
festa di S. Vito, con due fanciulli <« ivit iu turieelam palacii S. Marci •>.
(6; U22, 2 Agosto, Gr. XXI, 08. Agostino ingegnerei cho ha una casa a
S. Girolamo, di fronte alla chiesa ila quale al di dietro guarda verso Murauo,,
possa interrare per cinque passi e far un giardino (zardinum).
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In una città in cui i pozzi, di sì speciale costruzione, sono tanto
antichi, dovevasi provvedere, per tempo, a raccoglier l'acqua del
cielo. Tuttavia ciò non fa certamente nei primi secoli* di Venezia,
se ancora nel XIV molta pioggia andava perduta, e piuttosto del
benefizio che ne ridondava, consideravasi il danno che recava alle
strade se vi fosse scesa direttamente dai tetti.
Qui incontriamo due accessori delle case, il cane e il be-
vetene, mal definiti dagli scrittori e confusi nei documenti, i quali
non ci lasciano intorno ad essi senza qualche dubbio. Il Muli-
nelli (1), rierendosi al Gallicciolli, li vuole, come i barbacani
(dal sassone bargekcnning), contrafforti e speroni, o scarpe, a so-
stener le muraglie ; e sinonimo di reveteni,*i quali da rcverlor in-
dicherebbero un ostacolo al passeggero, ché lo obbligasse a retro-
cedere o schivarsi. Ma di tali barbacani gli esempi sono rari fca
noi, e sono sostegni a muraglie che racchiudono terreni aperti o
e«lifizì cadenti. In tal senso, di speroni, li leggiamo citati in un
Breve dei Corsoli di Pisa del 1162, del quale fu unito un fac si-
mile al voi. I degli Statuti inediti di quella città (2), nel quale si
legge : . . . . « et in muris et Barbacanis Castelli Ripefractae, soli-
dos mille, expendam ». I nostri barbacani invece sono ordini di
travi su cui poggiano le facciate delle case, per occupare il meno
possibile del fondo, lasciando libero il corso alle calli, o a rivi,
ora in gran parte interrati. Ne resta monumento litterato indub-
bio, in una pietra che ne raffigura uno, sulla quale, forse nel se-
colo XVI, si scolpirono le parole :
PER LA IVRIDICIOM DI
BARBACANI
a dinotare il diritto di rimetterli dove già esistevano (3). I cani non
erano però sempre cotesti speroni, ma forse i conduttori delle
gronde. Vero è che con questo uso non armonizzano tutti i docu-
menti. Proicere canes ad una possessione non è un diritto ; anzi
un decreto del Maggior Consiglio del 1335 (4) vieta il farlo se le
(1) Lessico veneto, c. 87 e 347.
(2) Firenze, 1854, voi. I, tav. I.
(3) A Rialto, in calle della Madonna, presso la casa n. 574 rosso.
(4) 1334, 11 Febbr. m. v., Spirttùs, c. 76 t. : Item non possit concedi alicul
proiciendi canes in gurnis ad suas possessiones super stratis, callibus vel ri-
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strade non siano larghe 30 piedi. Ma aggiunge che le ^ase che
s' innalzeranno, o ristaureranno, debbano farsi compiere (senza
distinzione nella larghezza delle calli) in gorne e cani. V'ha però
contraddizione colla proibizione anteriore dello stesso decreto. E
se i conduttori dovevano desiderarsi o prescriversi per render
immuni dall'acqua le vie, perchè la facoltà di applicarli alle case,
dipendeva (1), non solo da una tassa di 100 soldi, ma da una ve-
ra concessione? E perchè* sarebbe occorso tale permesso quando
quei conduttori (se tali sono veramente i canes) si gettavano sul
canale ? E se non si aggiungevano alle gorne, per qual via scor-
reva T acqua piovana ? E di qual guisa potevansi mettere ad
una casa i conduttori (2), e non le gorne? La sola parola di un
contemporaneo varrebbe a far cadere tutti questi dubbi e queste
divagazioni (3).
Lo spazio d' aria che si concedeva ai « canes » era di
vis., nisi diete strate tales seu rivi sint late pedes • XXX • vel inde supra sub
pena librarura * XXV • prò quolibet consiliario concedente de hec licencia con-
tra predicta et advocatores communis exigere teneanflir dictam penam et quod
omnes domus que ad presens vel de cetero fient vel refllcerentur vel elleva-
rentur que sint super stratis comunibus aut specialium personarum per quas
est iter solitum vel erit, debeant fieri, compleri in gurnis sive canibus, sub
pena librarum • XXV • prò quolibet contrafaciente. Et officiales de publicis
teneantur videre vel videri facere quando laborabuntur diete domus si facte
erunt vel fient in gurnis sive canibus, ut est dictura, et a contrafacientibus
exigere dictam penam de qua babeant partem quam babent de penis sui of-
flcii, et soluta dieta pena nichilominus teneantur facere reduci ipsas donrios in
gurhis sive canibus ut superius continetur et super tiiis possint imponere pe-
nam et penas et personas ad sacramentum, et cas exigere a contrafacientibus,
et partem de eis habere ut de alia dictum est, inteliigendo quod iura omnium
sint salva qui per noticiam vel longam possessionem vel gratiam ius haberent
tenendi canes in suis possessioni bus quas tamen si laborarent teneantur po-
nere in gurnis, et si consili um »> etc.
(1) 1301, 2 Settembre, M. C, Magnus, c. 18: Ser Pantaleone Emo « possit
protei facere canes », sul canale, in una « possessione » che fa costruire ; —
2 e 7 Dicembre, id,, c. 20. Similmente Dalismano Donato e Daniele Zotto. V.
anche 1314, 22 Giugno, M. C, Presbiter, c. 125 t.
(2) 1342, 14 Aprile, Gr. IX, c. 43. Pietro Michiel di S. Samuele è multato
perchè non pose le gorne (come è prescritto) a tutta una casa fatta costruire
a S. Giovanni nuovo, ma « dimisit cum canibus tantum ».
(3) Nel linguaggio tecnico moderno, cani sono alcune lamine di ferro con
due branchie, usate neir interno dei coperti ; a tale senso non corrispondereb-
bero i cani antichi, se pure si volesse allargarlo alle piccole braccia ricurve, so-
stegno delle grondaie.
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piedi i V* a 2 l / 2 (1) ; condizione principale « quod teneantur fa-»
cere et ponere gornas, in ipsa possessione, taliter quod pluvia
non descendat in stratis » (2). Le concessioni, sebbene, si trattasse
di una piccola cosa edilizia, erano riservate al Maggior Consi-
glio (3). Non sembrano poi esatti i documenti quando uniscono
nel significato i « canes » alle gorne: « in gurnis si ve canibus » (4),
o li scambiano coi reveteni } (5), i quali crediamo, esser coperti
sopra i balconi, e a difesa di merci e d* altro (6).
Nel 1305 in fatto si decretava (7) che « omnes revetini ipsa-
rum stacionum (a Riaito) removeantur et destruantur in totum
(1) 1317, 19 Magprio, M. C, Civicus, c. 92 t.; - 1317, 31 etesso, id., c. 95 t.
Marmo Mantovano possa « proicere canes > ad una possessione che ha in con-
trada di Castello, per piedi 1 «/« « cum lista », nella prima calle che è stretta;
e in quella che è più larga, per 2 piedi colla lista.
Altri casi: 1316, 7 Marzo, M. C, Civicus, c. 35; — 1318, 4 Apr., id., c. 144.
(2) 1319, 7 Luglio, M. C, Fronesis, c. 20 t.; - 1329, 28 Aprile, M. C,
Spiritus, c. 15 t. È concesso a Giovanni Begla, di S. Simeone profeta, « po-
nendi canes ad quandam suam possessionem positam in contrata s. Jacobi de
luprio, extra parietein, seu mururn diete possessionis, duobus pedibus et di-
midio longos, versus stratain publicam, ponendo eos in gurnis taliter quod plu-
via non descendat in stratam, salva ratione Comunis de solidis C ». Similmente,
1294, 27 Settembre, Miscellanea codici, n. 133, c 1*29 t. : Si concede al nob. Pie-
tro Savonario, che fece costruire certo « lavoro » sul canale, e vuole « proicere
canes extra » di due piedi e mezzo; « et. visus sit quod non est defectus canalis,
ymo pulcritudo canalis »> (!), paghi 100 soldi, e così quelli che hanno costrutto
da 30 anni addietro « canes vel revetenes ».
(3) 1327, 9 Agosto, -M. C, Spiritus, c. 22.
'4) 1334, li Febbr. m. v., M. C, Spiritus, c. 76 t. — Un documento chiaro
sui cani, però nel senso di barbacani, è questo -1424, 29 Giugno, Gr. 22) : Bar-
tolomeo di Jacopo, padrone di nave, possedè io contrada di S. Agnese una casa
« qui respicit ab una parte super quadam pissìna seu calli multum lato, a xne-
dietate cuius domus supra, seu a parte superiori ipsius sunt aliqui cani, se extra
extendentes per pedes duos cum dimidio, super quibns est murus. superior do-
mus, propter quod optaret murum in feri us edificare et reparare tantum extra
quantum capiunt ipsi cani, ita quod murus inferior cum parte superiori, evuU
sis et extirpatis dictis canis, equaliter conjungatur et sit totus murus ».
(5) 1336, 10 Febbr. m. v., Gr. Vili, revetene ; .— 1376, 19 Giugno. Procur.
di S. Marco, ex casa di ricovero, serie Misti, b 292: « Ex parte superiori,
cum dicto suo Revetene sive canibus •>, sebbene dicasi più sopra « cum suo
Bevetene et canibus ».
(6) 1339, 4 Aprile, Gr. Vili, c. 14 t : Revetene largo 3 piedi, conceduto
sopra un balcone, a difesa di tele ed altre merci dalla pioggia e dal vento; —
1316, 18 Marzo, M. C, Civicus, c. 36 t. : Costruzione di una scala sotto un
revetene.
(7) 30 Ottobre, M. C, Capricorni, c. 101.
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usque ad scalam tuscianorum, et debeant poni ipso staciones cum
gornis, aicut stat ruga pelip:morum de opera varia » (di -vai).
Non tutte le case avevano grondaie, e le vie, in gran parte
non selciate nè ammattonate, divenivano, per la pioggia, pozzan-
ghere ; onde si proscriveva « omn?s domus super viam currentem
existentes, ponantur in gurnis » (t) : probivasi scaricassero nei
rivi (2). J .
Quale aspetto doveano aver le strade quando vi colavano
gl'immondi lavacri delle cucine o i rifiuti della vita !.. . Eppure,
malgrado ordini e multe ripetute per mezzo secolo (e sebbene
conlotti sotterranei che mettevano in canale, si trovino nelle
carte assai antiche relative a case) (3), quella bruttura continuò,
e la stessa legge (1315, Marzo) faceva eccezione per qualche
strada « que sunt tantum unius persone » (4), nò le « fonda-
mente » erano dalla legge rese immuni da quelle brutture. I rivi
dovevano rispettarsi, come e più» delle stesse vie (5).
In più spirabil aere ci trasportano i litigò (6) e le aliane.
Se l'antico sentimento di associare le forze e gl'interessi, e
la brevità dello spazio, spingevano gli abitanti ad unirsi, a co-
ti) 1334, 1 Giugno, Gr. VI, c. 22 t, gorne di pietra; ~ 1345, 17 Luglio,
Gr. XI, c. 29 t ; — 13^9, Ottobre, Gr. XIV, c. 105.
(2) 1344.. 27 Febbr. m, v., Gr. X.
(3) 1134, Giugno, Rialto « Latrina sotterranea ». — In sentenza del doge
Pietro Ziani (1205-1229; si legge: « subter qunm viam monasterium idem sub-
teraneos conductus debeat facere tantos et tales potestative, quatìtos et quales
voluerit de petra, ut conditeti ipsi per «lieta foramina, vel per ea que fue . . .
in ipso fundamento expeditum ex.lum habeant in canalem ». Nel capitolare
degli Officiali sopra Rialto (Codici ex Brera, 264, cap. CXL111I), 1257, 14 Giugno,
si legge: « Presa fo parte in Mazor Conscio che ogni homini et ogni persone
li quali e le quale ano conducti de le lor proprietadi sovra piscina in Riolto
in la contra de Sen Maflo, quelli debiono far mettere dentro du li soi muri de
le diete proprietadi a soe spese sotto péna de libre L per zascuna dele diete
persone, e debiano la dieta piscina salizare, et in cavo de quella sovra canale
debiano far fare una gradata si come bene fìra vezudo . \ . ».
{4) 1315, Ma.-zo, M. C, Presbiter, c 140 t. Si prescrive agli ufficiali al Pio-
rego di dar un termine pena soldi 10 agi' inosservanti) dì ridur i condotti entro
i muri, o costruir i di legname, in modo che gettino sulle fondamenta, e le scofe
che fossero sulla via pubblica facciano mette r capo in fosse coperte. Si riconosce
tuttavia che tale < rdine, ora ripetuto, ò dijpeile ad osservarsi.
(5) 1344, 18 Luglio e 1 Agosto, Gr. X, c. 51, 53 e 50 t. : Dieci scafe che get-
tano sui rivi ; — 1300, Genn. m. v., Gr. XIV, c. 164 t: scafa in una calle; altra,
1329, 3 Genn. m. v., Gr III, c. 16.
(6) 1134, Giugno, Rialto, atti Orso prete; copia: 1230, Luglio, atti Pietro
prete di S. Pantaleone. — 1215, Luglio, Chioggia, « liagò •>.
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struir compatte, l'una presso l'altra, le case, ciò non poteva non es-
sere che con iscapito dell'aria e della luce. A somiglianza del Uagò,
si erano adunque cominciate a costruire e a moltiplicare le alta-
ne (1), di legno e di pietra davanti le case, con danno dello spazio
e con pericolo ; onde vietavansi (2). Alle ammende inflitte si op-
pone l'ignoranza degli ordini banditi con un proclama (3) ; le al-
tane si fanno distruggere (4). Del pari i ballatoi e i poggiuoli (5),
non eccettuatene le case stesse dei procuratori, onde, considerata
una parte del 1232 (rect. 1272, 27 Maggio), sulla distruzione dei
poggiuoli (« de puzolis ») e dei revetcni, che sono sulla strada che
va da S. Marco a Rialto, e fatte esaminar le case da muratori e
carpentieri (6\ fu confermato che si rimovessero quegli ingombri,
e le case si munissero di cjornc, « sicut sunt ille Sancti Georgii ».
Alla ingiunzione dei savi a ciò delegati, non obbedirono alcuni
ecclesiastici, onde il Maggior Consiglio commise (7) agli ufficiali
al Cattaver che, se non avranno eseguito quel lavoro al tempo fis-
sato, si facciano dar cauzione, e col denaro ricevuto ne curino il
compimento, affinchè « da tutti la volontà del paese sia obbedita ».
A Rialto i Savi esaminino le vie e si accordino all' uopo stesso coi
proprietari (8).
Importanti ed urgenti provvedimenti richiedeva il bisogno
d'acqua, che non fu sempre tratta dal Brenta, poiché nel 1318 si
(1) D<m primi esempi di tale denominazione è certo quello di una che
Matteo Barbarti di S. Polo preparavasi a costruire su quel rio. — 1224, Sett. 27,
Liber plegiorum, c. '35: « gita inotlgloni [modiglioni o pinoli) III (tre) per far
atana supra rivo ».
(2) 1316, 16 Agosto, M. C , Civicus, c. 54 : « Cnm multe altane sint supra
Canale, rivos, pisinaa et vias publicas, tam lapidee quam lignee, que inferunt
magnum defectura Comuni et periculum speeialibus personis siauo distrutte;
e v. 1316, 22 Febbr. m. v., id., c. 80.
(3; 13-29, 11 Sett, Gr. Ili, c. 8 - 12 Giugno, id., c. 3 ~ 1331, 28 Maggia,
id., c. 28 t. e 35.
(4) 1340. Gr. Vili, c. 68 t. : A S. M. Formosa altanella con due poggiuoli;
— 1341,-17 Giugno, Gr. IX, c. 8 t. : a S. Salvatore altanelle di pietra, dinanzi i
balconi di vari, sul rivo, « altanellas conm suis balchionibus in lapidibus vivis
supra rivum prò suo piacere » rimosse: — 1344, Gr. X,*e. 40; - 1346, Luglio,
òr. XI, c. 86 t ; - 1350, 10 Agosto, Gr. XII, c 84.
(5) 1314, 20 Marzo, M. C, Presbiter, 118 t. : « vias tollatur balìatorium fa-
ctum olim per dictum dominum •> Guido da Canai (<v el grando da San Polo »).
(6) 1340, 10 Aprile, M. C, Spiritus, e. 110.
(7) 1340, 10 Agosto, M. C, Spiritus, c. Ili t.
(8) 1340, 27 Genn. ni. v./M. €., Spiriti*, c. 114.
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assegnavano 200 ducati d'oro -a fare, secondo la proposta dei giu-
stizieri vecchi, una cava o seriola, poiché « aque'potabiles, que
adducuntur Veneciam, accipiuntur de malis locis, quod est ma-
gnum periculum corporibus » (1).
Pel gran difetto che si aveva di acqua dolce, decretavasi la
costruzione di cinquanta pozzi in altrettanti luoghi diversi, e se ne
dava incarico ai capisestieri, potendovi spendere circa L. 6000 (2);
di quelli in cortè di palazzo (3), e di altri in vari sHi della cit-
tà (4); e nella riparazione di alcuni che, « propter aquam magnani,
que pridie fuit, sunt devastati », si spendevano, nel 1342 (5) dieci
ducati d' oro per sestiere ; ai cui capi il Maggior Consiglio affidava
(1364, 13 Ottobre, Saturnus, c. 59) un provvedimento, « cum fre-
quenter contingat et in hierae, et in .estate maxime, quod pauperes
persone habeant maximam penuriam et necessitatelo aque ... ».
Antico bisogno che non doveva esser adempiuto nè pure coi 157
pozzi pubblici che contava Venezia nel secolo scorso (6), nè coi 180
pubblici e circa 6000 privati che conta nel nostro (7). V ebbe an-
che qualche testatore benefico che lasciò denaro per costruirne (8).
Vi faceano lunga sosta, come ai dì nostri, le fantesche. Una Col-
leta, moglie di Zanoto di Loreo (1373), va ad attinger acqua in
una corte presso la sua casa, e si ferma a sentir cantare una can-
zone sui padovani (9) (« dum ivisset ad putheum prò auriendo
guaiti in curia apud domum suam et stetisset ibi per unum pe-
cium ad audiendum canere unam cancionem factam de novo
de paduanis »).
Si curava la pulitezza dei pozzi, nei quali gettavansi, come
*
(1) 1318, 1 Ottobre, M. C, Fronesis, c 6. — V. anche sull'acqua per l'ap-
provigionamento della città: Savii ed esecutori alle acque, 13$2, 29 Maggio, ca-
pitolare I, c. 14.
(2) 1322, 30 Ottobre, M. C, Fronesis, c. 100 t. ; - 1324, 24 Agosto e 21
Febbraio m. v., id., c. 142 t. e 154 t.
(3) 1332, 4 Giugno, M. C, Spiritus, c. 47.
(4) 1333, 5 Agosto, Gr. IV, c. 63 t. : L. 15 di grossi per due pozzi a Castello,
verso le Vergini.
(5) 1342, 10 Marzo, M. C , Spiritus, c 119 t.
(6) Pianta iconografica di Venezia, Arch. di Stato, Sala diplomatica « Re-
gina Margherita ».
(7) Bembo, // Comune di Venezia nel triennio 1860-62. Venezia, tip. Nara-
tovich, 1863, pag. 226.
(8) 1242, Maggio, Rialto: Marco Alduino di S. Agostino lascia L 25 per far
pozzi.
(9) 1373, 7 Dicembre, Avog. di Comun, Raspe III, c. 41.
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talvolta ai dì nostri, « turpitudines, scovadulia » ed immondizie ;
« et extendantur etiam in aliquibus » (cioè nei campi dove erano
i pozzi) « pelles de multitio et alie pelles turpes et immunde, que
omnia vituperant spungias putheorum, ex quo etiam aque fiunt
minus sane » (1), cioè quel filtro di sabbia (cassoni o purgatoi) pel
quale dalla pilèla (pila) l'acqua passa nella canni (o gola) del
pozzo.
Ai balconi si per le condizioni di sicurezza, specialmente nella
notte, sia pel difetto di lastre sino alla diffusione, dei « rui » o rulli
vitrei, erano infisse inferriate (2).
Portici avevano le case (3), nè qui accenniamo a quelli che
erano e sono locali di passaggio ad altre stanze, ma molte chie-
se (4), e le vie (5), e le piazze di Rialto e di S. Marco.
Rialto (del quale diremo particolarmente) aveva portici at-
ti) 1325, 29 Agosto, M. C , Fronesis, c. 156,
(2) 1208, 24 Giugno, Rialto, Proc. di S. Marco -.finestre ferrate; — 1389, 28
Ott., M. C , Leoni, c. 34 t. id. : in casa di un procuratore. — 1355, 8 Genn. ni. v.,
Gr. XIII, 63 t. : Giacobello Galliua [Galine) ha la sua possessione a S. Felice,
sulla calle che va verso S. Caterina, ed una camera « unum hospicium, iuxta
quod vellet fieri Tacere unatn fenestrata ferratam cum una plana lapidea de
subtus, que fenestra sit extra per unum pedem cum dimidio ». Altri particolari
sulle finestre ci serbarono altri documenti, meuo però interessanti, perchè meno
antichi, nei registri dHle Grazie (1413, 18 Aprile, Gr. XX, 77; 1419, 1 Luglio,
id. XXI, 34 t. ; 1422, 11 Giugno, id. 65; 1423, 30 Marzo, id. 77 t), nei quali è
già cenno dell'aspetto estetico delle case.
(3) 1095, Maggio, Rialto, archivio S. Zaccaria; — e 1134, Giugno, Rialto:
f andedo ».
(4) 1343, 23 Marzo, Gr. IX, c. 84 t. : portico della chiesa dì S. Maria di Ma-
lamocco ; — 1358, 2 Maggio, Sign. di notte al crim., reg. 8, c. 33: porticale di
S. Giorgio magg.; — 1364, 9 Gemi. m. v., id., reg. 9, c. 42 : portico e porticale
della chiesa di S. Nicolò dei mendicoli ; — 1373, 5 Aprile, id , reg. 10, c. 86 : « in
hora coraplectorii ipse erat sub porticale ecclesie Sancti Steni, et multi pueri
qui erant super campo proiciebant lapides ad dormitorium novum fratrum 8.
Marie » ; — 1373, 1 Febbraio m. v., Signori di notte, reg. 10: porticale della
chiesa di S. Patemiano; — 1375, 15 Gennaio m. v. Collegio, notatorio IX, c.
63 t : « subtus porticum ecclesie S. M. Jubanico, eundo ad contratam S. Mauri-
ci »; — 1391, 19 Giugno, Avog. di Comun, Raspe IV, 74: Portico del cimitero
di S Giustina.
(5; 1290, 28 Aprile, Sign. di n., Processi, reg. 5: « versus porticali S. Bar-
tolomei ». — 1355, 11 Luglio, S. di n., reg. 6, c. 87 t. : « curendo subtus per por-
ticum versus S. Antoninum supra per fundamentum S. Zacharie »; — 1355, 17
giio, id., c. 87: « porticale S. Proculi »; — 1395, 20 Aprile, Signori di notte,
reg. Il : porticale di S. Giov. Grisostomo; — 1395, 6, Agosto, id.: porticale di
8. Canziano.
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torno la chiesa di S. Giacomo (1), e nel 1322 si stabiliva di co-
struirvi intorno una loggia, altra e ben più ampia essendo desti-
nata ai mercanti, ed altre esistendone di minori (2).
Poiché i portici <$ella piazza di Rialto (dice una parte del 7
Settembre 1395) (3), « considerata quantitate nobilium mercato-
rum et aliarum personarum et forensium ibidem conversantium
nedum quando pluit et est malum tempus non sint capaces nec
sufficientes, ita quod omnes possint stare ad cohoppertum et fa-
cere facta sua, et esset honor nostri domimi et civitatis que per
dei gratiam est tantum famosa, quod talis locus esset pulcer, ma-
gnus, ornatus, et expeditus; vadit pars quod murus cainpanilis ec-
clesie qui est in medio Rivoalti, debeat dirui et remo veri usque
ad fundamentum, et similiter locus ubi est offìcium ponderis expe-
diri, et ab inde removeri, et eciam cambium quod est super alio
ahgulo ab illa parte et ibidem ab uno angulo usque ad aliud fieri
debeat una cohopertura ornata et suilìciens cuni banchis et alio
prout est circa plateam Rivoalti in aliis locis, ita quod dictus locus
sit expeditus usque murum diete Ecclesie sicut sunt alii portici
et loca cohoperta ». — Gli ufficiali sopra Rialto possano spendere
in tal lavoro,, duca ti 250.
Delle procuralie ci serbano forse uno dei primi ricordi un
documento del 1333 (4), ed altri (5).
La corte, spazio interno per dar luce e comodo alla casa, non
era sempre il risultato necessario della costruzione di essa, ma
anche formavasi a tal uopo. Pur questa prende nome volgare da
famiglie: da ca' ffadal, da ca' Morosini (0) ecc., ma anche da al-
(1^ 1322, 26 Dicembre, Commemor. II, c. 129 t. : « terrenum porticuum seu
portigalium diete ecclesie . . . Debeat fieri circa ipsam ecclesiam logia in coìttrn-
pnts cura bordonali bus » etc. ; — 1328. 6-Nov., M. C, Spiritus, c. 31 t.: NYssun
famiglio o scudiere possa stare sotto la loggia, o sedersi sui banchi intorno alla
chiesa.
(2) 1329, 8 Marzo, Avog. di comun, Haspe, reg. 1, c. 14, p. e. loggia dei
notai.
(3) M. C, Leona, c. 81 l.
(4) -1333, 27 Dicembre, Procurat. di S. Marco. Misti, b. 291 : « Actum Ve-
neciis. sub porticu Cumunis Venecie » ; - o piuttosto del palazzo ducale?
(5) 1309, 9 Marzo, Sign. di n., reg. 7, c. 108: « Casarollus Sancti Marci sub
porticalibus circa procuratias »>. — V. anche lòG6, 17 Luglio, id., reg. 8, c. 73:
« in platea sancii Marci sub porticu hospicii de cavaleto ».
(tìj 1291, 11 Maqrgio, S. di n., reg. 1 : S. Bartolomeo, corte da ca' Canal; —
' 1300, 9 Die, id., reg. 7 : « ad voltura de curie da cha maureceno *.
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tro (l), e molte, come ai di nostri, sono pubbliche. Assunto un
nome, lo serbanor a lunjo (2) o per sempre.
A S. Silvestro v'aveva una corte degli schiavi (3), dei quali
era pure colà un fontico (1); forse a & Marina ma corte delta
Regina (5).
Molte proprietà aveva il Comune (G), come i i orpi morali, e
le chiese) e da loro si denominavano nelle scritture (7). In bisogno
di denaro, e per altri molivi, il Comune le vendeva (S) ; invigilava
che per trascurarla dei proprietari non cadessero in rovina quelle
private; all' uopo affidando a « savii » il proporre provvedi-
menti (9).
Nel secolo XII per le case si pagava al proprietario del fondo
il terraticum, e al possessore del fabbricato il asettico, « pensio »
pigione ; le vendite erano fatte anche mediante censi perpetui. Il
1201, le monache di S. Zaccaria affittano una casa di pietra per 10
anni, verso la pigione di soldi 10 all'anno, da pagarsi nel giorno di
(1) 1358 ,?), 28 Aprile, S. di n. r. 7, c. 38: a S. Marino, corte de la grega ;
— 1395, ult. Febbr., S. di n., reg. 11 : a S. Bartolomeo, a ca* Gradcnigo, in corte
* vocata vulguriter le cha bruxiade».
& t 1341, 13 Marzo, M. C, Spirititi*, 114 t. ■ Corte de lya a S Moisè ; - 1387,
10 Gemi. m. v , Qaarantia crini., reg. III, c. 87 t.. iti. : V/i curia de helia ; 1391, 4
Maggio, Sign. di n., reg. 11 — corte de Ha.
(3) l:>97, 4 Ap., S di n . b. 12 : « in contrata S. Silvestri, in curia Sclarorum ».
(4; 1366, 4 Marzo, id., r. 8, c, 65 t. : « quod ipse furtive accessit de quadam
domo in fontico sclatoruvi, in contrata S. Silvestri ».
\o) 1327, 21 Ottobre, Av. di Comun, lìaspe I 50. - 1354, 26 Febbr. in. v.,
S di il., r. 6, c. 78: Corte delle schiavine a S. Luca « ivit, ad curiam sclavinarum ».
;6j Per es. 1318, 25 Aprile, M. C, Civicus, c. 146 t. : Casa « capitimi contrate
5. Johannis novi » ; — 1320, 30 Agosto, M C. Frunesis, c. 48 t. : casa del Co-
muue a Rialto dove dimoravano i giustizieri ; — 1355, 29 Agosto, S. eli n., reg.
6, c. 87 t : Casone del sestiere di Cannareggio, dove dormivano le guardie \custo-
des) dei capi sestieri ecc. ecc.
;7) 1353, 20 Febbr. m. v., Sign. di n., reg. 6, c. 62 t.: « Super campo S. Pauli
in domibus S. L'ipriani — 1363, 28 Agosto, id., r. 9, c. 8 t. : <« S. Silvestri, in
domibus pathriarcatus e prima, 1183, Febbr., Rialto, S. Zaccaria : una nave
si lavora sul fondo del fontico.
(8/ 1313, 30 Agosto, M. C, Presbiter, c. 103 t.: Si vendano all'incanto tutte
le case ebe comperò un tempo il Comune, post** a Rialto, escluse quelle dei tra-
ditori^ quelle che si volessero riservare pel sale o pel frumento, cominciando la
vendita dal S. Michele prossimo, e ricevendo in pagamento danari ed impre-
ndi. ♦
v 9) 1375, 23 Settembre, M. C, Satarnus, c. 97 t. : Eletti cinque Savii che
propongano provvedimenti circa molte possessioni nella città — che « cecide-
runt io magnani deformationem civitatis ».
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S. Pancrazio (1). Al convento di S. Anna il Governo dona certa
casa con terreno che' non potevasi vendere nò farne cimitero;
fosse pure una catapecchia, ma non se ne ritraevano di fitto che
sei grossi all' anno o circaf 00 centesimi di lira italiana (2) !
Termine dei contratti di affittanza era il San Michele (3) ;
gY inquilini dicevansi sergenles (4). Pietro de gratta affitta una
casa a Ss* Apostoli, ad pedani planimi (5) a ser Zero e a quat-
tro -di lui fratelli, che fanno V arte dei panni di seta, per ducati
XXXV (T oro all'anno ; V inquilino la farà levare in solaio (co-
struirvi un piano), sostenendo la spesa di L. 52 di grossi (520 du-
cati d'oro) somma che riavrà a ducati 9 Tanno, onde la pigione
gli sarà ridotta per altri 57 anni (!) a 20 ducati (0).
Pare che la proprietà in Venezia non fornisse quella pingue
rendita che il denaro e il commercio.
Il 1310 (7) dovendosi dare al marchese Fresco di Ferrara L.
200 di grossi, da investire in possessioni a Venezia, nò trovan-
dosi il Comune in buone condizioni economiche, .si assegnano alla
marchesa : una possessione che fu di Leonardo de Emselmo a S.
Basso, che costò L. 1000 di grossi, e ne rende soldi 50 l / 2 ; una
che fu di Angelo Leucari posta a S. Fantino, costò L. 400 di pic-
coli, rende soldi Ile 9 di grossi ; altra di Ugone di Elia a S. Moi-
sè, costò L. 2500 di grossi, e ne rende lire 4, soldi 18 di gr. ;
altra che fu di Fiore, vedova di Bartolomeo Pellegrini, a S. Ba-
seggio, costò L. 880 di gr. e ne rende soldi 20 ; in tutto rappre-
sentano un capitale di L. 5340 di grossi, o ducati d'oro 53,400,
ne rendono nove e 3 grossi, o ducati d' oro 90 ; l' uno e 3 quarti
per mille (! ?)
Stime di case e terreni in Venezia furono fatte nel secolo XIII,
e i periti prestavano speciale giuramento (8).
(1) 1201, Luglio, Rialto, S. Zaccaria, b 114.
(2) 1308, 16 Marzo, M. C, Capricornus, c. 66.
(3) 1340, 15 Ott , Gr. Vili, c. 79 t.
(4) 1282, M. C , Avog. di Comun, Cerberus, 8: « aliquis sergentus alicuius
domusseu stationis non possit neo debeat dinjittere domum seu stationem, nisi
primo soiverit pensionem domus, patrono ». — Anche a Cipro'(1312, 17 Agosto,
M. C, Presbite r, c. 76) e a Candia, dove le « sergentarie ».
(5) 1361, 23 Giugno, S. di n , reg. 8, c. 2: « Camara que est a pepìano ».
(6) 1360, Genn., Gr. XIV, 161.«
(7) M. C, Presbiter, c. 17 t.
(8: Nel Liber plegiorum, c. 21 t, troviamo il 1223, 16 Novembre (?) la stima
di alcune « proprietà» lungo la sponda orieùtale dtl rivo dell'Arsenale: « la
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Se ne fecero parzialmente più volte. Il 1319 fu commesso ai
procuratori di S. Marco di far stimar le case, le taverne e le oste-
rie della Procuratia ; e notificare « sergentibus habitantibus in
eis, quantum fuerint estimate » (1). Tale stima, affidata a « sex
nostros nobiles sufficientes prò quolibet sexterio » (e le loro pro-
prietà, stimavansì dagli ufficiali alle cazude), si eseguiva per ra-
gione dei prestiti pubblici. Nei contratti di compravendita pagavasi
il dazio all' uffizio delle niesseteria (messeta-sens&le) (2).
Del secolo XIV e del principio del XV le cronache ci conser-
varono quattro stime generali delle case della città, delle quali qui
riferiamo le' conclusioni (pubblicandole per esteso nei Documenti)
perchè possono far conoscere il progresso edile, pur tenuto conto
di qualche maggior diligenza nella stima, e dell' aumento graduale
del valore degf immobili, come di ogni cosa, sebbene fosse ancor
lontana la scoperta del nuovo mondo, e il conseguente scadimento
del prezzo del metallo nobile.
Accennai altra volta che si hanno ricordi nei documenti, di
proprietà e di catastico del Comune, fino dal secolo XII. Le crona-
che Magno (3) e Morosini (4) recano, divisa per sestieri e con-
trade, la « estimacion de tuta la citade de Veniexia, la stima ve-
» chia in prima e la nuova in lo tempo del principo nostro miser
» Franzescho Foscary, chomo le posesion son stade stimade per
casa et la tera de lo ponte de Àlbrigeto et cognato eius. libre CCCC minus XXV;
— la casa et la terra de tomao ferrano, libre C. XII ; — la casa et la terra de
Rainerio marco. libre LXXXXIII; — la terra de Gisla. libre XXVI; — la terra
de Tomao fabro. libre LI1 ; — la casa et la terra de Marco paulin. libre XXII ;
— la terra de laurencio sovranzo, libre CVII1 ; — la terra de pietro copario. li-
bre XXII; — la casa et la terra de viota. libre C. XXV; — la casa et la terra de
frogerio, libre XLM » — somma L. 1001.
(1) 1319, 15 Dicembre, M. C , Fronests, c. 28 t.
(2) 1381, 11 Febbraio m. v., M. C, Novella, 169. — 1357, Giugno, Gr. XIV
27: Marino, mereiaio di S. Salvatore, comperò nel 1351 certa possessione in con-
trada a S. Leonardo, dal nob. ser Benedetto Emo, e per qualche differenza insorta
tra loro dinanzi i Consoli dei mercanti, quella possessione fu stimata L. 92, soldi
10 di grossi. Egli non pagò messeteria, perchè i consoli non ne lo avvertirono.
Si assolve della multa inflittagli, purché paghi.
(3) Biblioteca Marciana, Classe VII it., tomo V, pag. 150. L'estimo delle
case di Venezia nel 1367 tratto da quella cronaca, fu pubblicato dal Romanin,
Storia documentata di Venezia, voi. Ili, pag. 384, avvertendo egli che le somme
parziali non sono esatte, come è vero.
(4) Cronaca del nob. uomo Antonio Moro3Ìni q. Marco, parte II, c. 430, cu-
stodita nella Collezione dei codici Foscarini, nella Imp. R. Biblioteca di Corte e
Stato in Vienna.
S
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» tuti VI Sestieri de Veniexia de qua da chànal e de la da canal
» p^r VI nobel homeny del gran Conseio uno per chaxada, abian-
» do chon loro marangoni de caxe et maistri de inurery do per
» mestier per parte » Tali stime furono eseguite negli anni
1367 e 1425, (Ottobre). In un codice dell' Archivio di Stato ai
Frari (1) sono annotate le cifre dell'estimo 1425, con differenze
in meno di alcune migliaia di lire. Il computo è fatto in lire di
grossi (ciascuna di dieci ducati d* oro) ; fra i due anni v' ha V au-
mento di ducati 739868. Le operazioni della seconda stima co-
starono 317 ducati e dieci grossi (L. it. 816.37); non vi furono
compresi i fabbricati delle chiese, dei monasteri e dei granai del
Comune, e forse altri edifizì di esso, i quali, come negli estimi po-
steriori, erano allibrati in Serenissima Signoria od esenti da
imposte.
Ecco i risultati delle stime :
0 Sestieri al di qua del Canal grande:
stima
stima 1367 (« vecchia »....) stima 1425
I. S. Marco, due. 799,180 770,630 956,420 j
II. Castello, » 456,960 476,860 691,450 > 2,261,920.
III. Cannareggio, » 485,230 482,270 614,050 \
Sestieri al di là del Canal grande:
stima
stima 1367 (« vecchia» ...) stima 1425
IV. S. Polo, ducati 490,270 430,270 573,410 J
V. S. Croce, » 281,280 310,160 387,145 £ 1,374,118.
VI. Dorsoduro, » 369,890 370,980 413,563)
Le somme — non corrispondenti esattamente agi' importi par-
ziali (2) — sono :
(1) Codice ex Brera, n. 51, p. 338.
(2) Rettificando infatti le somme degl'importi parziali, si avrebbero:
1367, più esposti nella cronaca Magno ducati 241,006
meno esposti nella cronaca Morosini » 109,536
1425, più esposti nella Cronaca Morosini » 106,915
ma debbono esser sfuggiti all'amanuense antico parecchi errori nella copia
delle cifre.
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pel 1367 di ducati 2,880,818 (L, it. 5,041,431.50) (1)
» .... » 2,806,170
» 1425 » 3,030,038 ( » 9,314,717.63)
A distanza di 50 anni si hi un aumento di ducati 755,220, o
di lire italiana 1.3 ) i,2S6. Confrontando colf antico il valore capi-
tale dei fabbricali della città di Venezia nel 1883, che è rappre-
sentato dalla somma approssimativa di L. 88,839,165:98 (2), ri-
sulta che in 458 anni la cifra esprimente il valore del fabbricato
di Venezia crebbe di 79,494,118 lire
e in 516 anni » » 83,797,731 »
cioè in quattro secoli e mezzo aumentò di circa 9 volte e x j v e in
cinque secoli, di 17 volte e 2 / 3 -
Ma poiché è dato calcolare sopra una moneta (il ducato d'oro
o zecchino), rimasta dal suo primo conio (1285) sempre la stessa ;
possiamo anche andar più dappresso al vero nel confronto fra le
due stime 1357 e 1425, e il valore del fabbricato di Venezia
nel 1883.
Col valore odierno dello zecchino (L. 13), i ducati 2,880,818
divengono Lire 37,450,634; — e i ducati 3,636.038 divengono
L. 47,268,498.
Tra la « casa » e il « rivo », la fondamenta. Ne troviamo ri-
cordate con qualche denominazione tino dal 1100, sebbene indi-
chino più generalmente un fondo (3), o le basi ad archi, a zatte-
[\] Dal 1361 al 1370, secondo diligenti computi favoritici dal valente nu-
mismatico, nostro nmico, sig. Vincenzo Padovan, il ducato d'oro aveva il valore
di lire veneto 3.10, pari ad italiane 1. 7ó; - e da! 1421 al 1429. di lire venete
5 03, o lire ital. 2.57 l/ t .
(2) La rendita reale imponibile dei fabbricati della città di Venezia nel
1883, secondo V accertamento 18^8, è di L. 9.871 ,018 : 44, cifra che moltipli-
cata per nove rendite, dà il valore capitale di L. 88,839,105:96. Si ommette
il calcolo dei terreni (valore capitale di L 186,707:36), perchè non sembrano
compresi nelle stime antiche surriferite.
(3) 10(55, Marzo, Chioggia: Fondamenta dananti ripa ; 1157, Agosto, arch.
S. Giorgio magg. : « Suprascripto aurio venit placitato vel supra eum aliqua
reclamacio facta venerit da compagnia etconsortes de fondamento piculo iohan-
ni sanno de ilio rivo quia predicto ricolfo facere voluit da secunda de illa sa-
lina que sibi datam habet »; — 1177, Febbr. Chioggia: Fondamento denominato
« en gamia compatre »: — 1193, Luglio, Rialto, S. Zaccaria: Facoltà <' iaglandi
et arcns volutos subteraneos prò gestatoria necessitate, et portas et gradata»
faciendi et supra fundamentum collunipnas et pilonos facere » per non meno di
10 piedi in lungh. e 6 in larg. ; 1211, Luglio, Rialto, arch. S. Zacc: Fondamenta
fatta sopra il canale, nella proprietà di Giovanni Badoer di 8. M. Maddalena.
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rone, a pali, delle case. Dapprima furono rozzamente difese da pa-
la'c (1) (voce che passò poi a dinotar sacche o depositi di materia
scavata, e luoghi dove si pagavano i dazi), indi costrutte di pie-
tra (2), anche a spese di privati (3). Molte avevano nomi forse
ora perduti (4).
Oltre queste strette liste che riunivano le contrade, tre altre
specie di vie risultavano fra una casa e l'altra, e lungo le facciate
di esse : le calli; le strade, le rughe.
A Chioggia un documento del 1081 (5) ci ricorda una calle de
vendico; uno del 1297 la Cai de mez; uno del 1167 (6), la calle
(1) 1317, 26 Sett. Cod. del piovego, p. 480: palata del Bottenigo; — 1325, 7
Agosto, Cons. dei Dieci, Misti 111, 4 t. : Le chiavi delle palate del Bottenigo siano
tenute dai custodi delle paludi; — 1328, 27 Nov., id., 41 : palate di S. Giuliano,
Visignone, Sile e Piave; - id. 31 Genn. m. v. id. 54 t. : palate e bocche di Tor-
cello, e Lido chiuse, siano aperte; — 1370, 19 Febbr. m. v. Collegio notatorio 9.°
52 t. : gli ufficiali al cattaver facciano riparare le pubbliche palate per evitare i
contrabbandi; — 1385, 6 Marzo, Avog. Raspe, IV, 72: palata del Lemene.
(2) 1078, Luglio, Rialto, arch. S. Salvatore : « Calle predicta nostre aecclesie
lato pedes tres juxta rivum ubi est aliqnantum de fondamenta » ; — 1312, 1 Set-
tembre, M. C, Presbiter, c. 77 t. : Andrea Cavaza di Castello possa far costruire
una gradinata ad una sua proprietà, con due gradini fuori del fondamento
della strada comune; — 1324, 5 Aprile, M. C, Fronesis, c. 134, t. : Si costruisca,
alla punta della Trinità, una fondamenta di pietre, a spese del Comune; — 1329,
2(5 Giugno, Gr. Ili, c. 5 : Fondamenta e chiusura del terreno dietro lo Spedale di
S. M. della misericordia, dove accadevano cose turpi ; — 1330, 8 Agosto, Gr. Ili,
c 56 t. : Fondamenta (fondamenti?) di una casa a S. Eufemia della Giudecca, che
è di legno, si faccia di pietra; — 1333, 19 Giugno, M. C. Spintus, c. 65, t. : Si
costruisca un fondamento di pietra in Terra nuova (ora Giardinetto Reale a S.
Marco), dalla parte del canale; — 1333, 5 Sett., Gr. VI, c. 1 : fondamenta di p.
30 (ra. 52 i/s) che fanno costruire le monache di S. Marta; ~ 1338, 6 Luglio,
Gr. VII : regolazione della fondamenta di S Caterina-, — 1371, 17 Giugno, Sig.
di notte al crim., reg. 10, c. 40: « Cura esset super fondamenta rivi Saneti Leo-
nardi »; — 1383, Gr. XVII, c. 178: Gli eremitani di Murano possano far costruire
una fondamenta larga passi 4 «/* (m. 7.87) per miglior approdo di chi vjsita il
convento; — 1414, 3 Aprile, Gr. XX, 92: Pietro de Vianello di S.Gregorio,
acquistò colà una proprietà che fu del qu. Giov. Buffo, e desidera « reduci
facere in voltis cum columnis et palestratis usque super fondamento rivi S.
Gregorii a parte anteriori diete domus ... ».
(3) 1331, 20 Marzo, Gr. Ili, c. 23 t.: In capo ad una calle, fra S. Margherita e
S. Barnaba, è da costruire, a spese dei privati, una fondamenta, per motivi
d' igiene.
(4) 1393, 7 Febbraio m. v. Sign. di notte, reg. Il : « Per canale magnum
Rivoalti ex opposito fondamenti lignorum ».
(5) 1081, Marzo, Rialto, archivio S. Giorgio magg. ; - 1297, 5 Novemb.
Proc. di S. Marco de citra : a contrada de cai de mez ».
(6) 1167, 29 Aprile, R. arch. 8. michele.
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maliazu; altre erano publiche o comuni (l). Cominciano, nel 1200
e nel secolo successivo, più determinate le denominazioni. Nel
1289 calle loifja a S. M. Formosa (2) ; poi calle di ca Greco a
S. Barnaba (3), di ci Ferro a S. Luca (4); calle de la bissa a
S. Bartolomeo (5), dei becca' a S. Marco (6) ; calle da ca de la
stopa a S. Bnseggio (7), da cha Zeno a S. Giov. Crisostomo (8),
dei cerchieri a S. Gervasio (9); calle della cerva a Rialto (10) ;
calle lunga a S. Barnaba (il); calle del ponte dei fuseri (12);
(I) Alcune vt-nnn fino in canale : doc. 1167 sudd.: — 1168, Marzo, R. : calle
comuni: — 1185, Settembre, R. procuratori di S. Marco: due calli a S. Cas-
siano. una ebe vi- fli.o in canale, l'altra dalla calle maggiore fino in piscina.
.2i 1289, 21 Gennaio m. v., Sign. di notte, processi, reg. 5, c. 8; — 1291,
23 Maggio, id.: « iverunt per viam de stipa »> (presso S. Bartolomeo).
(3, 1291, 10 Giugno, id.
14' 1354. 20 Febbraio m. v., id., reg. 6, e. 76 t. : « calli de cha ferro . . .
in contrata S. Luce in calli apud domos da cha dotto et da cha ferro ».
:5) 1310, 19 Dicembre, M. C, Spiritus, c. 113; e V. anche Signori di
notte, r. 7, c. 89, 1355. 4 Settembre; — 1370, Or. XVI, c. 117: « in calli
biste in cnnite pontis per quem itur ad Sanctum Johanem Crisostomum ; —
1401, 30 Gennaio m. v., Avogadori di comun, Raspe, V, c. 31 t : « in cali
a bissa ». — Il d^tto documento del 1340 ci narra dell'apertura di una calle
per agevolar V andata al fontego dei tedeschi. Moretto e Luca Zusto, e con-
sorti, hanno certa possessione in calle de la bissa <» per quam viam itur in fon-
ticum theutonicorum, et introitus per quem itur in dictum fonticum non sit
pulcer ncque aptus, unde . . . prò meliorando dictam viam et illam faciendo
pulcrior m et doxtram, sunt contenti, piacendo Pominationi, quod per medium
diete eorum possessionis fiat unus alter callis, respondens per meiium porte
fontici. Cumque sit quidam fllus muri comunis diete sue possessioni contiguus
impeliens dictam viam flendam, supplicant quod de dicto muro Comunis, tan-
tum aperiatur quantum snfficiat ad faciendum unam portam tara longam et
latam quod adequetur dicto calli, ut via pulcrior sit et magis dextra ad in-
trandum fonticum, cum ipsa taraen condicione quod dieta porta, vel porta fon-
tici unde intrabitur per illam viam, claudi unquam nequeant, nisi boris con-
suetis, sicut alie porte fontici faciuut ».
(6) 1365, 3 Sett., Sign. di n., r. 9 c. 51 t.
(7> 1355, 11 Die, Sign. di n., reg. 7, c. 23 t.
(8) 1357, 16 Agosto, id., ib., c. 10 t.
(9; 1363, 25 Maggio, id., reg. 9, c. 5: — 1363, 28 Agosto, id., reg. 9,
c. 8 t. : <• per calem S. Silvestri versus campum S. Apolenaris » ; — 1391, 25
Giugno, id , ib. b. 12: verso il borgo di S. Gervasio « faciendo v,iam per subtus
porticina de cha moro .... per super pontem ab uno trabe, super angulo callis
circulariorum ».
(10i 1370, 5 Sett , Sign. di n., reg. 10. c. 29: « in cali a cerva ».
(II) 1393, 22 Fcbb., m. v., Sign. di n., reg. 7.
(12j 1394, 6 Aprile, id., b 12: « versus Sanctum Lucam per calem pon-
tis fuxariorum ». *
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calle di ca Ramparti ecc. (1). Molte tuttavia si nominavano dal
palazzo o cosa magnatizia (2), altre non aveano alcun nome (3).
La cura del ristauro delle strade era affidata anticamente ai
Signori di notte al criminal, o polizia della Repubblica, i quali, in
occasione della custodia della città, quando vedessero ponti o
strade rovinosi, dovevano ingiungere ai capi contrada di farli riat-
tare in un periodo non più lungo di un mese (4). Per questi lavori
si faceva un gèttito sugli abitanti della contrada, e ciò dicevasi
proicere gentes, dando poi per caduti in pena, ai Signori di notte,
quelli che non avessero pagato entro otto giorni.
Alcune strade erano cosi basse, piene d' acqua e d' immondi-
zie, che, quando pioveva, non era possibile passarvi. I Signori di
notte dovevano curarne il riatto, fossero dei privati o del Go-
verno (5). Pagavano i possessori delle case da ambi i lati della
strada (6) ; per una strada stessa, anche due contrade, dividendo
equamente la spesa (7). Nel 1339 fu tolta ai Signori di notte, e
data ai capi sestieri, l' ingerenza nel riatto dei ponti, dei pozzi,
delle fondamente e delle strade (8). Se ne trova menzionato qual-
che allargamento ; per es., di quella che da S. Bartolomeo verso il
fontico dei tedeschi va a S. Giov. Grisostomo, troppo stretta « et
sinistra omnibus transeuntibus ». Eleggevansi air uopo tre savi,
i quali dovessero anche proporre il compenso da darsi ai proprie-
(1) 1399, 21 Marzo, id., ib.
(2) 1372, 13 Nov., id., r. 10, c. 78: « in cali domorum de cha Fuschari »;
— 1369, 5 Agosto, Signori di notte, r. 10, c. 9 ; — a S. Luca: calle da ca
rizio; — 1363, 29 Genn., m. v.; id., ib., c. 18 t. : « calli da ca Mudacio et
da ca de Molino qua venitur de versus S. Paternianum ».
(3; 1347, 20 Febbraio, m. v., Signori di notte, reg. 6. c. 76 t. : « fugiendo
per calecclam qua itur a ca Afaureceno versus S. Paternianum »; — 1355, 17
Marzo, c. 77 t. : <» super viam magistrato apud angui am calicelle por quam itur
ad S. Paternianum »; — 1356, 4 Gennaio m. v. ; Signori di notte, r. 7, c. 4:
« et ivit versus S. Marinara et quando fuit prope pontem Sanctorum Jolianis
et Pauli in quadam calli strida »; — 1372, 13 Nov., Sig di n., r. 10, c. 78: « in
contrata S. Siraeonis apostoli ad domum unius francischini .... qui moratur
in ilio cali ubi est pons quo itur versus S. Simeonem prophetara ».
(4j 1300, 14 Luglio, M. C, Magnus, c. 9.
(5) 1315, 20 Settembre, M. C, Civicus, 18.
(6) 1317, 15 Ottobre, id., c. 121 t.
(7) 1320, 9 Nov., M C, Fronesis, c. 54 t. : Cosi una strada a S. Samuele,
il cui stipendio spettava a quella contrada ; ed altra a carico di S. Samuele
e di S. Angelo, per metà, essendo * multum inepte .... cura multa aqua et
luto continue .... », piovesse o no, propUr quod male pote^t indo transire ».
($) 1339, 5 Novembre, M. C, Spirita, c. 105.
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tari (1). Per quella citata, da S. Bartolameo a S. Giovanni Griso-
stomo, a cari:o del sestiere di Cannareggio, il tasso era, per ogni
1000 lire di valore delle case da S. Sofia a tutta la contrada di
S. Giov. Crisostomo, 2 soldi e G denari di grossi ; da S. Felice a
tutta la contrada di S. Ermagora, 1 soldo e G denari di grossi ; da
S. Leonardo a tutta la contrada di S. Lucia 1 soldo di grossi.
Non è chiaro se questa differente ripartizione della spesa di-
pendesse dal diverso valore delle case, o dalla varia utilità che
ricevevano dall'allargamento Le strade che conducevano soltanto
a qualche luo^o determinato, davansi talvolta in affitto. Maestro
Luciano chirurgo, nipote del fu m. Gualtieri, offriva a pigione
alla Scuola di S. Antonio di Castello « viam pontis per quam itur
ad locum S. Antonii », per ducati 15 all'anno, e per cinque anni,
« secundum ordinein terre » (2). Diversissime, come al presente,
erano le larghezze delle strade (3).
Strano contrasto col severo aspetto della città dovevano pre-
sentare, più che gli alberi sparsi per le vie (che ora si fanno rivi-
vere, a toglierci la vista di qualche elegante facciata o di qualche
abside monumentale) i frequenti cavalli. Ripetiamo, ma con mag-
giori e curiosi particolari, cose ben note.
(1) 1341, 19 Aprile, M. C, Spiritus, c. 115; - 1342, 11 Agosto, M. C,
Av. di Corti., Philippicus, 73 t. : Consilium et protisio sapientum super facto
strote S. Iohanis Crisostomi prò calli de la Bixa. I savii proposero di ampliar
quella strada a 10 piedi, cominciando « a strata magistra que est per oppo-
situm eba quirino qua itur versus pontem Rivoalti, et veniendo recto tramite
per possessionem da cha polani, per possessionem de cha Justo, et per domum
Coraunis in qua moratur massarius Fontichi Theotonicorum, et per possessio-
nem da cha Justo usque ad pontem da cha boldu » etc. E indicavano minu-
tamente quanti piedi dovessero prendersi delle varie possessioni di ca' Poloni,
Quirini, Giusto, Moro, Dolfin ; di una grande dei procuratori, dì una casa p'c-
cola al di là del campmile di S. Giov. Grisostomo verso il ponte di ca' Boldù.
Si demolisca il campanile e si ricostruisca altrove. Cinque savi (nessuno di
Cannareggio o che vi abbia possessioni) esaminino lo stato delle proprietà e i
danni che ne verranno ai padroni; — 1341, 29 Luglio, Gr. IX, c. 14: Piccolo
ampliamento della via fino al ponte sul rivo a S. M Zobenigo, concesso alla
nob. donua Loica Morosini, e ai nobili Marco Premarino, Dardi Morosini e Mi-
cheletto Duodo, come fu allargata la via che va a Castello.
<2) 1360, Gr. XVI, c. 59 t. Nel 1331, 6 Fobb., m. v. f Spiritus, c 58,
si trova menzionato il riatto della strada di Barbnria [Barbarie).
.[3] A S. Samuele vie larghe piedi 13, ed altre 4. 1336, 16 Giugno. Gr.
VII. — Hrmbo // Comune di Venezia nel triennio 1860 62, dice benissimo (a
pag. 211) che delle 2094 calli iu Venezia ve ne aveano allora di larghe 80
centim. ed altre 15 metri.
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Dalla mula che conduceva i consiglieri di Venezia al palazzo
ducale, e, coinè le cavalcature di altri magistrati, legavasi alla
ficaia di S. Salvatore, o al sambuco di S. Zulian, vuole il Sanso-
vino derivasse il nome di muleila al salario che si corrispondeva a
quei magistrati (1), il che non abbiamo potuto però constatare, mal-
grado lunghe ricerche. Mezz'ora prima di terza (9 ant.) suonava la
trottòra, che avvertiva gli ufficiali di affrettarsi al loro dovere (2),
e sebbene il Tassini dimostri coi documenti (3) che al ponte della
paglia non venne tal nome dalla paglia per le « mussete » che si la-
sciassero riposar colà, durante le adunanze del Maggior Consiglio,
ma da barche cariche di paglia che colà facevano stazio ; tuttavia
è certo che se ne usava pei cavalli e per gli asini. E noi anzi ag-
giungeremo che il nome al ponte venne dai venditori di paglia che
vi dimoravano fino al 1308, nel qual anno ne furono allonta-
nati (4). V'erano però là presso, stalle di cavalli (5). Nel 1315
alcuni di ca' Contarini accumulavano quantità di fieno ai ss. Apo-
stoli presso la loro casa (« a ca Contareno ») ; il Maggior Consi-
glio, certo preoccupandosi del pericolo d' incendio, autorizzava i
Signori di notte ad impor loro pene, se non lo togliessero ; e il
doge e il suo Consiglio a dar loro tale facoltà in altri casi, pel
fieno e per la paglia (6). Ma più chiaramente ci parlano di cavalli
due decreti del 1323, il primo dei quali vieta il passar a cavallo o
condurne nella quaresima pel ponte di s. Biagio, e V altro conce-
deva di caricarli sulle navi nel campo di tal nome (7).
(1) Rezasco, Dizionario del linguaggio italiano, storico ed amministrativo.
Firenze, Le Mounier, 1881, p. 675.
(2) Muti nelli, Lessico veneto, p. 81.
(3) 1365, 14 Marzo, Sign. di n., reg. 8, c. 54 : « pontem a paleis ». — 1367,
24 Febb., id., reg. 9, c. 89 t. : ponte della paglia. V. Tassini, Curiosità veneziane
alla voce Ponte della Paglia.
(4) 1308, 5 Luglio, M. C, Capricornus, c. 73 t : « Cura vcnditores palea-
rum consueverint stare ad vendeudum ipsas paleas ad pontem qui vocatur
pons de palea», avendo gli ufficiali al piovego vietato tal vendita colà; sup-
plicarono, ma invano, di poter continuarvi ; — V. anche, 1371, 21 Aprile, Sign.
di n., r. 10, c. 39: « juxta pontem magnum a paleis ».
(5) 1365, 3 Marzo, Sign. di n., reg. 9, c. 46 t. : « Dum esset in hospicio Io-
hanis henglesis (« de Anglia »), hospitis a serpa, apud pontem pallearum, et
foret in stabullo equorum prò videndo de suis equis ».
(6) 1315, 27 Novembre, M. C, Ciricus, c. 24.
(7) 1322, 20 Febbr., m. v., M. C, Fronesis, c. 104; - 1323, 12 Marzo,
id., c. 105.
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Proibivasi V andare a cavallo per la Merceria e a Rialto (1) ; il
correre con cavalli o guidarne correndo per la piazza di S. Marco,
«c salvo quod in astiludo publico », e con cavalli « habentibus so-
naios vel alia instruraenta », onde i passeggeri fossero avvertiti
del loro passaggio (2) ; ma questa parte si revocava e dicevasi li-
bero T andar a cavallo per Rialto, non però a corsa, e il tenervi
cavalli (3). Poscia nuovamente si vietava il correr a cavallo in
piazza nelle feste, pena 25 sferzate (scuriate) (4). Ser Stefano Ma-
nolesso, correndo a cavallo in piazza uccideva un fanciullo (5). Se
ne scaricavano in Cannareggio « apud pontem quo discaricantur
equi, in capite canaregli » (fi.) ; se ne custodivano in Barbarla (7).
I mercanti, venendo a Venezia, recavano seco i cavalli (8).
Alle feste nell' avvenimento dei dogi e in altre occasioni, anche le
arti più umili non solo adornavano barche, ma si univano in ca-
valcata. Zanino trombettiere, precedeva a cavallo gli stracciamoli
(strazaroli) che festeggiavano il doge (Lorenzo Gelsi) nel 1361 :
€ facerent festum suum, domino nostro, domino duci». Mentre egli
andava « honorando et solennizando festum », il cavallo gli cadde,
ed egli ne riportò fratturato il braccio sinistro (9). Erano queste
cavalcate d'onore, un obbligo per le fraglie delle arti; chè Nico-
letta e Giovanni de Armano, coltrai, i quali non intervennero ad
onorare il doge, sono perciò multati. Ma essi oppongono che ave-
vano all'uopo preparato ben trtntaquattro cavalli; e, ornatili, li
mandarono con un loro fratello maggiore e l'unico suo figlio, e coi
'1) 1292, 4 Sett., M. C, Pilosus 23 t. In luogo di L. 25, la multa è ridotta
a soldi 20 {sic).
(2) 1350, 11 Aprile, M. C, Saturnus, c. 5.
(3) 1359, 4 Luglio, M. C, Saturnus, c. 44 t.
\±) 1392, 29 Agosto, M. C, Leona, c. 60.
(5) 1349, 25 Settembre e 12 Ottobre, Collegio notatorio IX, c. 9 e 9 ; Com*
tnemor. IV, c. 153 (158).
(6) 1372, 14 Gennaio, in. v., Sign. di n., reg. 10, c. 79 t.
(7) 1373, 2 Marzo, Sig. di notte, r. 10, c. 84 t : « Ad hospicium stelle, de
ultra pontem palearum prò accipiendo unam sclavinam prò portando secum ad
dormiendum in barbcria, ubi custodiebat equos ».
(8) 1391, 29 Luglio, Av. di com., Raspe IV, c. 75: Paolo fu Antonio, ma-
niscalco (« marascalchi »), ai SS. Apostoli, è multato dai giustizieri nuovi in
L. 700, percbò accolse in sua casa alcuni mercanti coi loro cavalli, « ut sui
moris est ».
(9) 1361, Febbr., m. v., Gr. XV, c. 35. — Forse alla difficoltà di caval-
care in città così angusta, vanno attribuite quelle ernie, delle quali si trovano
frequenti menzioni ne' documenti veneziani del sec. XIV.
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maestri dell'arte, e se non gli accadeva un contrattempo, Giovanni
«personaliter ascendisset equum»; nè avrebbero fatto quelle spese,
se non avessero voluto render onore al doge (1). Sebbene anche
nel secolo XV si usassero, in grandi feste, i cavalli — e basti V e-
serapio delle solenni nozze di Jacopo Foscari (2) — ; tuttavia V uso
dovette esserne divenuto più raro, quando si cominciarono a co-
prire le strade di pietre cotte e di selci da Monselice.
« Salizzata », come altrove « selciato », voce che fa ricorrere
ad una condizione anteriore della strada, non significava sempre a
Venezia una copertura di macigni, ma spesso di terra cotta. Nel
1272 si dice della strada da S. Marco a Rialto per S. Salvatore
che è « salisata de petra cocta » (3); « super salisatam apud eccle-
siam sanctorum apostolorum », reca altro documento del 1290 (4).
Anche queste prendevano nome dalle case dei maggiorenti ad esse
contigue (5), o che vi sorgevano, e si costruivano aderendo alle
domande dei viandanti. Così quella da S. Marco a Castello nel
1324 (6) ed altra a S. M. Zobenigo. Per riverenza a S. Vito e
ad onor del paese, si faccia una strada di sotto il portico della
chiesa di S. M. Zobenigo, andando alla contrada di S. Maurizio
« que via fiat per partem unius doraus empte a nobili viro fru-
golino de Scrovignis milite, qui ob reverentiam domimi, de ipsa
complacuit libenter dominio ». E quella casa gli si paghi L. lo di
grossi. La spesa sia a carico della contrada di S. Maurizio, e la
(1) 1362, SeUembre. Gr. XV, c. 70: - « prò honorando dominum ducera
paraverint XXXIIII or equos et ipsos furniverunt honorifice, mittentes cuin
ipsis fratrem suum maiorem cum unico Alio quera babet, et suos magistros
et nisi fuisset aliquis casus occursus dicto Johani personaliter ascendissent
equum » . . . .
(2) Nel 1441. Romanin, Storia documentata di Venezia, IV, 266.
(3j 1272, 27 Maggio, M. C, Av. di Com., Bifrons, c. 38 cit.
(4) 31 Luglio, Sign. di n. al criminal, reg. 5.
(5) 1351, 9 Dicem., Sign. di n., r. 7, c. 39: S. Marina .... « per salizatam
da cha Emo » ; — 1362, 20 Maggio, id., r. 8, c. 24 t : S. M. Formosa, « salizata
da cha Contareno »>; - 1364, 12 Giugno, r. 9, c. 19: « super salizata S. Benedicti »;
— 1368, 28 Marzo, id., ib., c. 95: salizzata di S. Marziale; — 1372, 9 Sett., id.,
reg. 10, c. 76 t. : « S. Felicis a ca da pexaro apud pontem S. Catarine ....
et curendo versus pontem misericordie ipse cecidit supra salizatam et obmu-
tuit » ; — 1373, 13 Aprile, id., ib., c. 87: « supra salizatam barbarie eundo
versus S. Iobanem et paulum » ; — 1373, 9 Die, id. : A S. Giacomo da Lorio
salizzada da ca Pesaro. — La piazza di S. Marco fu ammattonata, secondo scrive
il Tassisi {Curiosità Veneziane, voce S. Marco), nel 1265.
(6) 1324, 20 Marzo, M. C , Fronesis, c. 134.
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straJa resti sempre del Governo. Si costruiscano due buoni ponti
« cum perthegetis et aliis oportunis, quam de salizatis et aliis » (1).
Le spese pel riatto delle strade erano sostenute, come abbiamo
detto, dagli abitanti della contrada (2). In tanta angustia di spa-
zio, nella quale pure volevansi giustamente conservate le vie di
acqua, dovevasi provvedere a togliere gì' impedimenti stradali,
le pertiche che sporgessero dai balconi (3), e dalle porte, per un
piede; vietare l'attraversar le strade con stanghe (4), e il coprirle
con tende (5); ondo nel 1340 il Maggior Consiglio ripoteva che sulla
strada da S. Marco a Rialto nessuno tenesse assi, tavole, tende, ne
alcun « lavoriero » (0) ; prescrivendosi anche talvolta di ridurre
le dimensioni delle case (7).
Malgrado queste cure, sono frequenti i decreti che deplorano
la immondezza della città (8), e parzialmente vi provveggono. La
(1) 1375, 15 Genn. m. v , Collegio, notatorio IX, c. 63 t.
;2j 11 Gemi. m. v\, M. C , Fronesis, 57.
;3) 1303, 17 Agosto, M. C, Magnus, c. 53
(4) 1311, 23 Novembre, M. C, Presbiteri. 56. Sugi' impedimenti stradali
proibiti, v. anche 1338. 30 Luglio, Gr. VII c. 101 t.
(5) 1345, 22 Maggio, Gr. XI, c. 15 t. : È multato un Ivano calzolaio, perchè
teneva una tenda sulla via dei mereiai ; — 13 lf», Giugno, id., ib., c. 83: simil-
mente Enrico correzario, mereiaio, ed altri colleghi per tende tenute sopra le
loro botteghe nella via maestra che da S. Marco va a Rialto, nella vigilia e nel
giorno dell 1 Ascensione ; — 1349, 9 Dicembre, Grazie XII, c. 65 t. : similmente
altri mereiai che tengono « assides et tendas extra eorum balchiones in dieta
via, prò mercibus vendendis ».
(6) 1-272, 27 Maggio, M. C, Av. di Com , Bifrons, 38: Debbano distrug-
gersi, fra due mesi, i rereteni e i poggiuoli che sono sulle case nella strada
da S. Marco a Rialto, per S. Salvatore, que est salisata de petra coda, e le case
acconciarsi colle gorne, come quelle di S. Giorgio ; — 1292, 27 Sett., M. C,
Libro d'uro II, 129 t : Chi ha botteghe in affitto dal Comune, non tenga alcuna
cosa fuori di esse; — 1340, 10 Aprile, M. C , Spirita* , c. 110. — Per eccezione
concedevasi di costruir un poggiuulo sul rivo che da S. Pietro di Castello mette
a S. Daniele (1330, 4 Sett , Gr. Ili, c. 60; ; ed a Marco della Stoppa, di S. Gre-
gorio, di far bruscare (calafatare) sotto certa tettoia coperta di tegole posta in
quella contrada, isolata.
<7) 1288, 28 Ott., M. C, Av di Cora., Cerberas, c. 31 t. : Poiché la casa di ser
Giacomo Querini a S. M. Formosa sporge troppo dalle altre, onde la calle ne rie-
sce più stretta di circa due piedi, e <« quando Maria et Angelus et quando domi-
nus dux vadit ad vesperas ad S. M. Formosam cura sua umbrella * è necessario
che * Angelus et Maria, et Umbrella leventur usque supra tectum ....»; si
prescrive al Querini che debba demolire a sue spese quel muro, onde la calle
divenga anche là della stessa larghezza che altrove, et Maria et Angelus ac
Umbrella possint deferri, et habeat propterea a nostro Comuni Libras 150 ».
(8; Dal 1318, 28 Agosto, M. C, Front***, c. 3 t.
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polizia stradale era fatta da sei barche (scaufe, delle quali parlere-
mo quando avremo da accennare alle varie foggie di barche), una
per sestiere ; dapprima affidata agli ufficiali al frumento, con poca
armonia al loro incarico, poi a quelli al piovego (1). Infine l'ingrato
mestiere di soprastanti alle « scopatoras et burchos colligentes
immundicias », che si abolivano, fu assegnato a due guardie (cu-
slodes) per sestiere (2). Se ne raccoglievano però in luoghi presso
le chiese (3) e nella ruga dei milanesi a Rialto, « in qua conver-
santur nobiles mercato res continue », e altrove, cosi da esser chiesto
da privati di interrare o di chiuder terreni, ad impedir queir ac-
cumularsi di materie d'infezioni. Chi era incaricato di asportarle,
talvolta le gettava nei canali e nei rivi (4).
Nel brago di queste strade trovavano da razzolar i maiali, i
quali « sub specie et reverentia sancti Antonii vadunt per Civita-
tem nostram », e commettono « plurima et diversa mala, tam
contra pueros quam in stratis et fondamentis propter suum ru-
mare » Onde, riuscite vane altre disposizioni, si bandisce
che il priore di s. Antonio tenga quei suoi porci al di là del ponte
dalla parte della chiesa, in modo che non vadano più per la città,
e gli ufficiali tutti che li trovassero altrove, possano confiscarli e
dividerseli tra loro (5). Bene ad alcune di cotali contrade potevasi
dar il nome, conservato sino ai dì nostri, di borgo (6) ; ed esiliare
(1) V. 1311, 23 Ottobre, M. C, Presbiter, c. 56.
(2) 1335, 19 Novembre, M. C, Spiritus, c. 83.
(3) 1319, 14 Agosto, M. C, Fronesis, c. 23 t.: Presso alla chiesa di S. Ago-
stino si gettavano del continuo immondizie; il pievano si offre di chiudere
certo luogo; concedesi, ma non vi acquisti alcun diritto. — 1335, 24 Sett.,
M. C, Spiritus, c. 82 : I capisestieri provveggano che non si raccolgano im-
mondizie in capo alla ruga dei milanesi a Rialto. — 1369, Gr. XVI, c. 101 t. :
Si concede a Giovanni a verixelis di interrare per sei passi presso il rivo di
amale (anche Avonal) a S. Felice un sito, sede d'immondizie, « ubi dicitur
puncta a verixelis, prope Misericordiam » verso il censo di due grossi all'anno.
— 1389, 19 Agosto, Avog. dì com., Raspe IV, 47 t : Casa-rotta e piena d'im-
mondizie a S. Cassiano.
(4) 1407, 11 Sett., M. C, Leona, 166: « Rodenam et Scopatias »; multa
di L. 50.
(5) 1409, 10 Ottobre, id. ib., c. 188.
(6) Il Tassisi, Curiosità Veneziane, voce borgoloco, accenna al borgoloco di
S. 3f. Formosa ed a quello di S. Lorenzo, riferendo dal Cicogna un senso di-
verso dato a tale denominazione, cioè da alberghi che vi fossero in quei luoghi
e dal tener quindi gli ospitati a loco e foco. Come vedremo però, v'aveano a
Venezia molti altri luoghi pieni di osterie, i quali pure non ebbero tal nome.
— Borgo dicevasi anche a S. Qervasio: 1T57, 5 Marzo, Av. di corn., Raspe,
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da qualcuna di esse i « precettati », loro assegnando un vero do-
micilio coatto (i).
Delle piazze minori, o campi, o campicelli sono antichi i
nomi (2).
Un ritaglio di terra dicevasi requina (3).
La voce « ruga » nelle carte veneziane s' incontra fino dal
secolo IX, sebbene non nel senso di una via fiancheggiata da case,
alla quale diedero nome parecchie botteghe di esercenti un arte
stessa, o di commercianti (4), o di altri. Ruga di ca Nadal a S.
Rafaele (5); ruga dei milanesi (6); dei varoteri (7); dei calzolai e
reg. 11, c. 63 t, e « Sancii Severi in burgotocho », 1367, 29 Die, Sig. di n.,
reg. 9, c. 84 t.
(1) 1389, 24 Marzo, Avog , Raspe IV, 39: Marino de quarteriis, trovandosi
alle nozze del nob. ser Donato Michiel a S. Canciano, celebrale pubblicamele
lo scorso Febbraio, presenti signore in gran numero, ingiuriò la nob. donna
Chiara, moglie del nob. Marco Salamon, la quale uscendo dal ballo incespicò
« dicendo eidem el colo » con altre parole turpi. È condannato in contumacia a
tre mesi nelle carceri inferiori ; e a non poter entrar in chiesa di S. M. Formosa,
nè sotto i portici di essa, nè sul Campetto di ca' Morosini, nò passare il ponte di
pietra a S. M. Formosa nè quello di ca' de mezo per venire verso casa Salamon,
nè il ponte di ca 1 Soranzo a S. Giov. nuovo, nè entrar nella chiesa di S. Giov.
nuovo per venir verso casa da Lezze, nè entrar nella calle di dietro ca* Soranzo
per la quale si va a ca' Faraun, non potendo oltrepassare quei confini per terra
o per acqua per 10 anni, vivente la detta signora Chiara moglie di ser Marco
Salamon.
;2) 1291, 23 Maggio, Sign. di n., reg. 5: « In campo S. Bartolomei, et
quando ipsi fuerunt per medium anguli ubi fiunt infule .... ». — 1355, 29 Ago-
sto, id., r. 6, c. 87 t.: « campedello » di S. Procolo; — 1350, 4 Gennaio, m. v., id.,
r. 7, c. 4 : « super campo dale gatte »... ; — 1370, 28 Marzo, id., r. 10, c. 21 t. :
« campo ruxolo»; — 1389, 24 Marzo, Av. di Coin., Raspe IV, 39: campedello
di ca' Morosini a S. M. Formosa; — 1389, 14 Dicembre, Sign. di n. b. 12: « qui
respicit versus carnpum S. Salvatoris penes pasatoria de ferro»; — 1401, 16
Maggio, id. : « in campo S. Trinitatis, ludens in sabulo ».
(3; V. fino dal 1152, areh. S. Giorgio magg.: Permuta fra Giovanni Grisuni
di S. Zulian, e Guidone e Domenico di S. M. Zjbenigo, di una requina di terra
presso la proprietà Ruibulo, lunga 25 piedi meno un palmo, larga 11 l/$ meno
un dito; — per una calle.
(4) V. nel testamento di Giustiniano Partecipazio, Poeta I, c. 39 t.
(5j 1291, 1 Ottobre, Sig. di n., reg. 5.
(6/ 1342, 27 Ottobre, Gr. IX, c. 65 t. ; — e v. anche 1352, 2 Luglio, Sign.
di notte, reg. 6, c. 36 : ruga postribolorum.
(7> 1358, 3 Agosto, Sign. di n., reg. 3, c. 42: Rialto «ad caput ruge $7-
lorum de varotit».
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dei sarti (1), ruga grande degli orefici (2), delle bnrile (3) ; /•iyrtf
dell oglio a S. Matteo, re^a dei boiler i; tutte a Rialto (1). A S.
Marco e in altri sestieri :« rugam magnam Merzarie » (5); ruga della
scodellarla in capo della piazza (6) ; ruga di S. Zulian (7) ; a S.
Antonino, ruga di S. Giovanni del tempio (8); a S. M. Formosa,
ruga dei casseVeri (9) ; e « rugam gaiufifam » (10); a S. Sofìa,
ruga dei preti (11), dei due pozzi (12) e delle vele (13). Od anche
denominavasi tutto un tratto di strada continua « ruga mae-
stra » (14), o berrcltcria (15), spaderia (1G), « strazaria » (17),
« bancaria » (18), panai cria (19), pelliccieria (20), « Castel-
forte » (21), Spezie ria (22), Merceria (23), Paradiso (24), Ci-
il) 1303, 21 Luglio, id., rpg. 8, c. 31 t. : « Ruga ccrdonum »; — 1393, 29
Marzo, id., b. 12: « in Ricoatto in ruga sartorum ex opposito ecclesie S. Iuhan-
nis ». — Era a Rialto nuovo presso la Camera degli ufficiali al sai : 1371, 8 Lu-
glio, id., reg. 10, c. 41 t.
(2) 1396, 8 Sett., id.
(3) 1399, 5 Luglio, Sign. di n., b. 12 : A S. Silvestro in ruga a barili*.
(4) 1389, 26 Gennaio, m. v., Sign. di n., b. 12.
(5) 1368, 13 Sett. Avog. di com., Raspe III, c. 111.
(6; 1367, 29 Dicembre, Sign. di n., reg. 9, c. 84 t : u per Rugam scute-
larie in capite platee ».
(7) 1343, 4 Febbraio, m. v., Gr. X, c. 23: c< in domibus S. Georgii in Ruga
S. Juliani ».
(8) 1367, 4 Febbr., m. v., Sign. di n., reg. 9, c. 87.
(9) 1343, 14 Settembre, Gr. X, c. 6.
(10) 1369, 8 Maggio, Sign. di n., reg. 8, c. 95.
(11) 1357, 9 Febbr., m. v., id , reg. 7, c. 34.
(12) 1395, 20 Apr., id., reg. 11 ; - 1396, 23 Agosto, Avog. di com., Raspe V,
c. 54: « ruga dai do poci » a S. Sofia.
(13) 1367, 18 Febb , m. v., Sig. di n., reg. 9, c. 88 : S. Sofia a a ca Michaele,
in ruga a vellis ».
(14) 1370, 19 Agosto, Sig. di n., reg. 10, c. 27: « in ruga mngistra qua veni-
tur de Rivoalto versus S. Apolenarem ».
(15) 1366, 21 Gennaio, m. v., Sign. di n., reg. 8, c. 76.
(16) 1364, 23 Dicembre, Avog. di com., Raspe III, c. 67 t.
(17) 1360, 14 Genn. rn. v\, Sign. di n., reg. 7, c. 90.
(18) 1389, 14, Marzo, id., b. 12.
(19) 1397, 1 Giugno, id., b. 12
(20) 1366, 12 Genn., m v., id , reg. 8, c. 75: A Rialto « in piliparia ».
(21) A S. Pantaleone, 1378, 6 Genn. m. v\, test. Proc. di S. M. de ultra, n. 161,
(22) 1409, 1 1 Die, Gr. XX, 39. t : «... IUam appotecham quam prosentuliter te-
nent in spiciaria, in coutrata S. Bartholomei per oppositurti fontici teutonicorura ».
(23 1368, 13 Sett., Av. di com., Raspe III, 111 : « rugam magnam Merzarie».
[2-k) 1368,23 Febbr. m. v. Avog. Raspe ili, 117: In Paradiso, contrada di
8. Leone.
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maria a Rialto (1). Vandali, come ai di nostri, nè pur allora man-
cavano. Un Leonardo di Veglia battioro detto Rate con Francesco
Grasso calafato, Giacobello detto galeda, Vitto furiano e Giaco-
bello Ungaro, andavano nottetempo per la città rompendo « per-
teghelas pontium, destruendo salizatas, proiciendo bottas in aquam
et frangendo caratelo, et elevando verras puteorum », e le pietre
dalle fondamente (2). E quesf ultimo diletto prendevansi molti
ancora nel secolo XV, onde il Senato prometteva a chi accusasse
i colpevoli, secondo il profitto che ne avrebbe tratto la giustizia,
mille a millecinquecento lire di premio (3).
Le tante isolette furono congiunte, ben anticamente, da ponti;
sebbene anche nel secolo XII, nel quale n%troviamo parecchi ri-
cordi (4), qualche casa non avesse altra via che d'acqua, nè al-
tro veicolo che la barchetta. Per costruire questi bracci di unione
alla « riva » o al « campo » era necessaria la licenza del magi-
strato. Onde ponticelli ed ale di ponti si trovano concessi in molti
luoghi della città (5). Prendevano nome dalla contrada, e dalla ca-
(1) 1360, 27 Maggio, Sign. di n., r. 7, c. 84.
(2) 1378, 21 Giugno, Avog. di com , Raspe, III, 113 t.
(3) 1435, 21 Aprile, Senato, Prow. di com., capitolare magg. y b. 1, c. 290.
(4) 1134, Giugno ft., qui usato per tavole dell'armatura; — 1170, Febbr.,
Pellestrina, arch. S. Giorgio maggiore: a Pellestrina rivo de ponte; — 1193, Lu-
glio, Rialto, Archivio S. Zaccaria : ponte di S. Zaccaria.
(5) 1330, Gr. Ili: . .-. . Permesso di unire le case colle rive, mediante pon-
ticelli; — 1310, 21 Aprile, M. C, Presbiter, c. 18: È concesso a Tommaso Tron
di costruire un ponte sul piccolo rivo di S. Agata, onde aver un ingresso alla
propria casa, più ampio e migliore; — 1310, 22 Die, id., c. 33 : Il nob. Andrea
Zane possa far costruire un ponte nel rivo di S. Agostino, e porne il principio
sulla terra vuota, che fu un tempo (notisi che erano scorsi soli sei mesi dal 14-15
Giugno dell'anno stesso, giorno della congiura Tiepolo-Quirini) del traditore
Baiamonte Tiepolo; e lo faccia tanto alto quanto è il ponte di S. Agostino, po-
tendo anche « proicere canes ad ipsas possessiones »; — 1330, 20 Marzo, Gr. Ili,
c. 45 1. : I nobili Giovanni e Nicoletto Sanudo possano costruire unnm alani pontis,
larga sino a sei piedi, ad una loro possessione a S. Apollinare; — 1333, 16 Sett.,
Gr. VI, c. 3: Si permette di costruire un ponte, da un orto di ser Nicoletto Venier
di S. Giov. decollato alla strada a S. Simeone. — 1339, 28 Giugno, Gr. Vili,
c. 24 t. : Similmente un'ala ad un ponte privato a S. Canciano ; — 1340, 7 No-
vembre, id., c. 81 : Donato Querini possa costruire un ponte alla sua possessione
posta in contrada a S. Angelo sulla via per la quale si va a S. Maurizio; —
1342, 10 Marzo, Gr. IX, c. 39: A Marco Savoncr è concessa la costruzione di un
ponte tra due possessioni, a S M. mater domini, e a S. Stae, da una riva all'al-
tra, alto come è quello pel quale si va a S. Stae, mantenendolo a proprie spese j
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sa (1). I nomi stessi, che alcuni hanno ai di nostri, si trovano anche
nel sec. XIV. Ponte « beretariorum », dove le case del convento
di S. Giorgio fino dal 1315 (2), dalle quali nessuno certo pensava,
circa sei secoli fa, che gente per la quale ogni affetto si unifica
nel lucro, avrebbe nei crepuscoli del giorno, e quasi di soppiatto,
tolto le pietre che recano scolpite accuratamente la figura del
Santo, e gli stemmi Ziani (3).
Ponte delle àncore a S. Luca (4), altro pur delle àncore da ca
Zen eaS. Biagio (5) ; dei fuseri (6) ; « de mal passo », a S. Mar-
co (7), detto anche dei dài (dalli), voce tradotta nelle carte latine
in « taxillorum » (8) ; degli armeni, in capo della Merceria (9) ;
del Paradiso, a S. Maria Formosa (10). Poi ponti : ai confini della
piazza di S. Marco (1J) ; di S. Martino (12) ; alle Vergini (13) ; di
— 134:3. 21 Settembre, Gr. X, 7 t. : Si costruisce una casa la quale ha lMngrfsso
a piè del ponte clfè sopra il rivo fra S. Giovanni Nuovo e S. Severo; ingrandito
il ponte a spese di un privato.
(1) 1291, 26 Aprile, Sig. di n., reg. 5: ponte di S. Ennagora; - 1289, 30
Agosto, id. c. 4 t : poi, te de ca « Sezogollo », forse a S. Gincomo da Lorio; — . .
. . . . prope pontein de domo de ca de Vicenzia, id. ib. ; — 1338, 15 Nov., Gr. VII :
ponte di ca' Cornar; — 1388, 1 1 Giugno, Avog. di com., Easpe IV, c. 27 t.: ponte
de cha de bockolis, a S. Teruita; U01, 12 Maggio, Sig. di n , reg. 12: «super
campo S. Trinitatis, per oppositum ecclesie, versus pontem de ca de le bochole ».
(2) 1314, Genn., m. v., M. C, Presbiter, c. 137:«juxta pontem berata-
riorum; — 1368, 31 Luglio, Quarantia, 1347-75, c. 60 t.
(3) Le tre pietre scolpite, storicamente interessanti, ma non di quel grandis-
simo pregio coi quale si vorrebbe spacciarle, furono comperate, ci vien detto, da
un A. Gav. falegname, negoziante di anticaglie, in società con certi Zan. e Mor.
pel prezzo, affermasi, di L. 1200, e se ne chiederebbero 4000.
(4) 1317, 17 Marzo, M. C, Civicus, c. 88 t.
(5) 1345, 8 Maggio, Gr. XI, c. 13; - 1359, 2 Sett., Sign. di n., r. 7, c. 73 t.
Ponte delle àncore a S. Biagio.
(6) 1354, 21 Febbr m. v., Sign. di n., reg. 6, c. 77: « ad curtem sclavina-
rum apud pontem fuseriorum ».
(7) 1346, Gr. XI, c. 90.
(8j 1359, 15 Marzo, Sign. di notte, r. 7, c. 64; — 1366, 30 Aprile, id., r. 8,
c. 68.
(9/ 1357,11 Sett., id., r. 7, c. 19; — 1389, 6 Dicembre: «super angulo Sancti
Juliani prope pontem arminiorum », id., b. 12.
(10) 13j1, 28 Agosto, Avog. di com., Raspe IV, c. .81.
(11) 1340, 14 Maggio, Gr. Vili, c. 59 t. : « intra pontes conflnium platee S.
Marci ».
(12) 1349, 13 Febb , m. v., Sig. di n.,xeg. 6, c. 3 t. : e di ca' Zanasi 1338, 3
Ottobre, Gr. VII, c 107 t.
\YÒ) 1341, 21 Ottobre, Gr. IX, c. 23.
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S. Zulian (1); delle Beccane (2) ; di & Biagio (3); di ca' Pisani, di •
ca' Corner a S. Apollinare, della Misericordia, di S. Domenico di
Castello (4); di S. Maria maler domini (5); di S. Polo (6); ed ivi, del
tinto r (7) ; dei ss. Filippo e Giacomo, non compreso neir isola !i
s. Marco (8) ; di s. Giovarmi Grisoslomo (9) ; dei Santi Apo-
stoli (10); dei crociferi (11)'; della pec'e sul canale di Rialto (12); di
ca Faraone a S. M. Formosa (13). Erano in gran parte di legno (14),
o di legno e pietra (15), o tutti di pietra (l(i). Nella costruzione e
nel ristauro di essi, sorgevano questioni per la spesa, che, come
quelle pel mantenimento delle strade, si addossava ai cittadini-pro-
di 1359, 4 Agosto, Gr. XIV, c. 88.
v2) 1367, Gr. XVI, c. 70.
(3; 1368.. 1 Marzo, Sigli, di n., reg. 9, è. 93.
(4) 1369, Gr XVI, c. 106 t.; - 1369 ; 2 Gemi, m v., Sig. di n., r. 10, c. 14;
— 1341, 5 Giugno, Gr. IX, c. 7; proposta di dar L. 10 al priore di S. M. della
Misericordia, ppr ristauro dell 1 'antico ponte , pel quale accorre a quel luogo tanta
moltitudine di persone. — 1349, 2 Sett., Gr. XII, c. 56 t. Avendo le monache di
S. Catterina dei Sacchi, avuto in dono da ser Leonardo de la dina, un calle
verso S. M. della Misericordia, chieggono, e loro si concede, di poter costruire
un ponte che vada a S. Maria, per comodo dei visitanti le due chiese.
(5; 1391, 6 Agosto, Sign. di n., r. 11.
(ti) 1396, 12 Luglio, Avog. di com., Raspe V, c. 51.
(7; 1366, 15 Luglio, Sign. di n., r. 9, c. 55 t. : « per contractam S. Pauli, ul-
tra pontem tinctoris .... retinuit se super pontem fratrum minorimi ».
(8) 1341, 3 Giugno, Gr. IX, c. 6.
(9j 1373, 28 Aprile, Sign. di n., reg. 10, c. 88: « transeundo pontem S.
Jokanis {G risostomi] prò eundo ad Sanctum Cancianum ».
(10) 1362, 2 Aprile, Sign. di n., reg. 8, c. 17 t. : «in conflnio sanctorura apo-
stolorum de citra pontem gavarate ».
(11) 1354, 24 Marzo, Sign. di n., reg. 6, e: 85 t : ponte del monastero dei cro-
ciferi ai Ss. Apostoli.
(12) 1389, 6 Dicembre, Sign. di n., b. 12.
(13) « Dum esset super campo S. M. Formose, de retro ecclesie, versus pon-
ticellos de cha' Pharaono ».
(14) 1315.. 12 Febbraio m. v., M. C, Civicus, c. 29 t. : Tre ponti di legno nella
contrada di S. Rafaele. — 1391, 25 Giugno, Sign. di n., reg. 12: «super pontem
ab uno trabe ».
(15) 1356, 4 Gennaio m. v., id., r. 7, c. 4: « super ponte medio lapidis, et me-
dio lignaminis ».
(16} 1333, 10 Nov., Gr. VI, c. 5: Ponte di pietra a S. Procolo. — 1369,8Genn.
m. Sign. di n , reg. 10, c. 14: A S. Apollinare « aput pontem lapideum •». —
1378, 4 Ott., Avog. di com. Raspe IV, c 7 t. : nell-a Procurala. — 1392, 24 Apr.,
id., 92: a S Barnaba. - Altri, 1389, 24 Marzo, Avog. di com., Raspe IV, 39:
ponte di ca' Sommo a S. Giovanni novo e poute de cha de mtzo a S. M. For-
mosa. — 1221, 21 Dicembre, Cod. del Piovego c. 393: ponte di S. Toma. — 1336,
23 Geni), m. v. Id., c. 772: ponte tra S. Lio, S. Bartolomeo e 8. Salvatore.
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prietari. Così pel ponte a s. Giovanni in bragora (1318) (1), e
neir anno stesso per quello di s. Zaccaria (2). I Signori di notte
erano incaricati di costringer i privati con multe a sostenerne le
spese della riparazione (3), facendosi il solito gèttito (4). Doven-
dosi riattare il ponte della bissa (« j-ons bixe », 1320), ricerchino
a chi ne spetta V obbligo ; non trovando alcuno, lo addossino alla
contrada di s. Giov. Grisostomo (5). Giovanni Zorzi e Nicolò Que-
rini procuratori di S. Marco, dichiarano (1301) che faranno co-
struire e manterranno a proprie spese, in seguito a convegno con
26 comparocchiani di S. M. Formosa, il ponte di ca Battioro, pur-
ché siano tenuti esenti da ogni gravezza ed angheria per ogni altro
ponte nella stessa contrada « per domum da ca batiauro » (G). Le
spese pel riatto e mantenimento del ponte di S. Biagio siano soste-
nute per metà dai patroni all' Arsenal, per Y altra dagli abitanti
delle parrocchie di S. Biagio e S. Pietro di Castello (7). Concede-
vasi ai privati di costruirne per comodo della città (8). Se ne fa-
cevano di provvisori nelle feste pubbliche (9). Così nella solenne
andata del doge il giorno di S. Vito (15 Giugno), a memoria della
congiura Tiepolo Quirini disfatta (10).
Talvolta il progetto di qualche ponte veniva respinto, p, es.
di uno in Cannareggio, dove altri non ne trovai accennati, nel
1282 (11). Ma erano spesso gli abitanti ad implorare quei mezzi
(1) 1318, 9 Nov., M. C. Fronesis, c. 7 t,
(2) 1318, 12 Marzo, M. C, Civicus, c. 138 t. : Fra i possessori abitanti a. S.
Giov. battista e quelli di S. Procolo.
(3) 1331, 29 Agosto, M. C, Spiritus, c. 52 t.
(4) 1398, 20 Settembre, Avog. di com., Raspe V, c. 81 t.
(5) 1320, 3 Geno. m. v., M. C, Fronesis, c. 56 t.
(6) Commemor., 1, 20 t.
(7) 1381, 9 Genn. m v. Collegio notatorio, IX, 95 t.
(8) 1409, 8 Aprile, Gr. XX, 32. Così al nob. Domenico Dolfin q. Marino di
S. Salvatore, il quale aveva una casa grande da stazio in quella contrada sul
canal grande di contro alla casa del nob. ser Bianco Bembo.
(9) Notiamo anche i pontili. 1389, 26 Genn. m. v., Sign. di n., b. 12: « et
transiret per contratam S. Canciani, de ca' Lauredano ad pontillos eundo in
bieri ».
(10) 1354, 3 Giugno, M. C, Saturnus, c. 23 t. : Si comperino da ser Pietro ta-
gliapietra certe possessioni a S. Vito, onde la festa possa farsi con minor spesa:
« Cum apud ecclesiam S. Viti supra canale, sint alique possessiones ser Petri
tajapetra, quas si Comune baberet, festum esset pulcrius, et pons Jteret ornni
anno cum tercio expense » .... V. per la festa, p. e: Protogiornale per Tanno
bisestile MDCCLXIV a p. 11, od altri.
(11) 1282, 5 Dicembre, M. C, Avog. di com., CerberU9 4 c. 8. ^
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di congiunzione e di viabilità. Avvenuto grado grado V interri-
mento della gran velma della Giudecca, per comodo dei dimo-
ranti nella parte della Giudecca nuova e in quella del monastero
di S. Croce, si concedeva che a spese di entrambi venisse costruito
un ponte ; ma quelli di Giudecca nuova non fossero per ciò esone-
rati dalle spese per gli altri ponti dell' isola ; e nella ricostruzione
del ponte stesso pagassero poi tutti indistintamente « secundum
consuetudinem terre » (1).
Nemici naturali della « salizzade » e dei « ponti » erano i ca-
valli e le barche. Si doveva dunque calcolare l'altezza dei ponti; in
ciò dipendendo dagli ufficiali del Piovegò (2). In certa questione agi-
tatasi nel sec. XIII, fra gli abitanti presso il rivo tra il monastero
di S. Zaccaria, « et orara Sancti Johannis Baptiste usque Castel-
» lum, cenobiumque ipsum .... de via et fundamento quodam
» que viri ultra rivum residentes contra ipsius monasterii
> libitum, hoc est ex ista parte versum nostrum palacium, usque
» ad ripam eiusdem cenobii positam super canalem, facere vole-
» bant fieri », il doge Pietro Ziani (1205-1229) scelto ad arbitro,
decise fra altro che « eisdem viris liceat facere poniem per quem
» de via ipsa in via memoratam suprascripti Sancti Zacarie posita
» super canalem, qui voluerint, ire et redire possint. Verumtamen
» pons ipse sit tantum altus quod de subtus piatì grogno storti ire
» et redire ad ipsam gradatam valeant » Al convento dei
Servi si concedeva gettasse un ponte al di là del rivo, ma così
alto che non impedisse i natanti (3).
Maggior ponte, « quello di Rialto », detto « de la riva de
moneta », forse dal locale ad antico uso di Zecca, presso a S. Bar-
tolomeo. E risuscitiamo questo dubbio, considerando che quel
terreno « ubi antiquitus usque modo nuper nostra fuit et labora-
batur moneta » (4), fu venduto nel 1112, e che qui riferiamo una
denominazione volgare del sec. XIII o del successivo (5). Gli uffi-
(1) 1330, 30 Agosto, M. C, Brutus, c. 1 19. — 1341, 29 Apr., Gr. IX, c. 1 t. :
ponte da costruirsi perchè si possa passare dalla Giudecca al convento di S. Croce
del scopo1o,i\ quale non è murato, ma circondato di assi fracide.
(2) 1297, 7 Seti, M. C, Av. di com , Cerberus, 55.
(3) 1341, 28 Novembre, Gr. IX, c 27: « faciendo ipsum pontem cum gara-
Tata (sic) et alium ut non impediat aliquos transeuntes ».
(4) Padova n Vincenzo, Le monete della Repubblica Veneta dal sec. IX al
XVUL Venezia, tip. Visentini, 1879, pag. VII.
(5) Capitolare degli officiali sopra Rialto. Codici ew Brera, n. 264.
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ciali sopra Rialto giuravano di averne cara e « procurar lo fatto »
di esso ; lo tengano chiuso a chiave, nè concedano che si levi sen-
za averne avuto cauzione: «Capitolo LXVII. MilleCCLXXXXII.
VI. Inditione die XXV Julii. Piada fo la parte rhe fosse azonto in
lo capitolar de li officiali de sovra lo Riolto che elli debia tegnire
lo ponte de Riolto serado cum clave si chel no possa fir le vado
senza la voluntade dessi e se algun vora quello far levare torra a
colui bon pegno zoe pegno de soldi . X . de grossi si che quello fi-
desse vastado faza quello reconzar ale spensarie de quello lo qual
avesse facto quello levar » (1).
Là presso però (e sembrerebbe a sinistra di chi discenda dal
ponte di Rialto) se ne univa uno dei Gradenigo (2). Vietavasi ad
alcun legno carico di- vino di oltrepassarlo (3), o di occuparlo, per
vendervi commestibili (4).
Nel 1363 Zanino della vigna, falegname, ne appaltò la costru-
zione per certo prezzo al quale nessun altro maestro di Venezia
lo avrebbe fatto. Ma cominciatolo, malò, onde la Signoria ne in-
caricò altro artiere. Chiede ottanta ducati d' oro a prestito, per le
spese, dandone cauzione ; gli è concesso (5). Essendo di legno
non durava naturalmente molto tempo, anche per la grande fre-
quenza di popolo. Nel 1400 (6) era « valde devastatus et putri-
dus », e poteva esser pericoloso il passarvi. Gli ufficiali di Rialto
lo facciano ricostruire. Un secolo dopo (1507) si pensava a farlo
di pietra (7).
(1) Codice suddetto, c. 8 t. Il ponte di Rialto sarebbe stato dapprima collo-
cato su barche; nel 1255 costrutto su assi; e dieci anni dopo con gelosie e
chiuso a chiave.
(2) 1305, 18 Luglio, M. C, Magnus et Capricornus, c. 90 t : « Qui flrmet
suum capud super pontem Rivoalti, et pedem in possessione sua extra domum ».
Resti però aperto e libero a disposizione del doge e del suo Consiglio.
(3) 1313, 23 Dicembre, M. C, Presbiter, c. 109 t., 114 t.; — 1314, 5 Marzo,
Commemor. I, c. 210 1 Ma poi eoncedevasi, e di stare colle barche alle rive da ca'
Pollani fino a ca' Zen; 1314, 27 Marzo e 4 Giugno, M. C , Presbiter, c. 119 t. e
123 t. E nel 1328, 12 Apr., M. C, Spiritus, c. 27 t. : nessuna barca stia ad alcuna
riva del canale di Rialto, da ambe le parti, se non una ad una.
(4) 1340, 18 Giugno, Gr. Vili, c. 61 t. Non si vendano in capo del ponte di
Rialto formelle di cacio.
(5) 1363 m. v., Gr. XV, c. 127. - 1370, 18 Maggio, Sign. di n., reg. 10,
c. 23 t. : Nicolò Rizzo pestapeverada era . . . « super pontem Rivoalti stando apo-
giatus ad pertegetas pontis ».
(6) 1400, 14 Marzo, M. C, Leona, c. 105.
(7) 1507, 22 Ottobre, Cons. dei X, Mi$ti 9 reg. 31, c. 158 t.
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Il 1360 progettavasi il ponte di S. Marco di pietra, in di-
mensioni poi diminuite nel costruirlo (1).
Alcuni valligiani, il 12 Gennaio 1782 (2), così giura tamente
spiegavano il vero significato di alcune denominazioni relative
alla Laguna di Venezia. Cominciamo da esse questi brevi cenni
sulle nostre acque nel secolo XIV.
Valle, « quella estesa di terreno sempre coperta dall' acqua,
inserviente alla pesca ». — Pallido, « quella estensione di terreno
che ora è coperta dalle acque, ed alcune volte scoperta ; e questo
suole produrre grotti, strame o canna ». — Ramo (3), « significa
quello che, in termine comune, si chiama col nome di canale »
pubblico. — Gorgo, « il sito più profondo dei spechi d'acqua
delle valli, ed alcune profonde bucche ripiene d'acqua che si ritro-
vano sparse nel mezzo dei paludi ». — Ghebbo, « picciolo canaletto
internato nei Palludi, inserviente allo scolo dei medemi ». — Pan-
iera, « quelle isolette solite star quasi sempre scoperte, che si
ritrovano comprese nel circondario di quei specchi d' acqua che
formano le valli » (4).
(1) 1360, Febbraio m. v., Gr. XIV, c. 165: Cenno di patto fra Betta vedova
di Francesco Tagliapietra, Zanino di lei genero, - e gli ufficiali sopra Rialto,
per la fornitura di pietre vive per la costruzione del ponte di S. Marco, per la
quale la prima ebbe in acconto ducati 500, ondo Zanino incaparrò quasi tutte
le pietre d'Istria. Ma poiché le proporzioni di quel ponte vennero dulia Si-
gnoria ridotte, furono invitati a restituir il denaro, cioè L. 19 e soldi 11 di
grossi ducati 195 «/«) Ottengono una proroga alla restituzione, perchè, per la
graDde epidemia che fu in Istria, morirono parecchi di coloro che ricevettero de-
naro di quella ragione.
(2j Misceli, manoscritti, f. 145, n. 18; Patto fu presentato T8 Marzo 1782 al
magistrato del Hovego.
(3) Fino dal 1190 « in ramo de medio ». Documento fatto a Cavarzere, arch.
S. Angelo di contorta. — Cod. del Piovego c 210: « Ramo si ve canale de brancha-
rio [alias branchuario) usque ad luvignum »; - c. 304: « canale de canareglo
et ramum riride ».
(4) In una bella carta di Fvgolana e luoghi vicini, nella laguna di Chiog-
gia (9 Settembre 1542, Savii ed esecutori alle acque, disegni laguna, n. 6;, sono
delineate e colorite pantiere, canneti, coi nomi di malarolta, de lo inferno ; pa-
late .pala de Siocho^, dossi (dosso de lagier), cogolère {cogolera de 7 morti), laghi
[Ingo dito el mar de le pene) ; il castello di Chioggia, casoni da oseladvr ecc.
V acqua dei sette morti pare denominazione antica: 1199, Gennaio m. v.,
Rialto: « aqua s^ptem mortis ppr cona de vnlpe ». E v. Procur. di S. Marco, ex
Oisa di ricovero, b 283. - 1420, 3 Marzo, Gr. XXI, 38 t. : Valle Gombaij (Bom-
bai? ; - 1421, 22 Die, id., 58 t. : valle de becho.
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Nelle più antiche carte private, se fossero giunte fino a noi
quelle delle prime immigrazioni dei veneti nelle isole Reaitine, tro-
veremmo menzione dei rivi, vie naturali di commercio e tra-
sporto (1). I più erano antichi ; taluno di nuovo escavo (2) ; tutti
dovevano restar liberi (3).
(Continua.) B. Cecchetti.
(1) 1081, Marzo, R. arch. di S. Giorgio m. Forse a Chioggia: rivo sicatorio.
(2) Ecco alcuni nomi di antichi rivi e canali : 997, Luglio, Codice del Pio-
vego, esemplare dell'Archivio p. 81 : rivo stortulo ; poi 1162, p. 83: lacum sapona-
rium, rivum de serpe; id. p. 108: canale de orcuìis. — 1202 (?), R., Proc. di S.
Marco: rivo di Rialto e certo rivo nuovo. — 1100 (?), Luglio, S. Giorgio: in dor-
soduro, rivo bonaldo ; — 1013, Febbr., Rialto: « in dorsoduro, iuxta rivo busi-
niaco »; - 1087, Febbr. m. v. : Rialto, rivo tnenolario ; — 1116, Marzo, Rialto,
S. Zaccaria: rivo businiaco (Dorsoduro); — 1116, Agosto, R., Proc. di S. Marco
de supra: in rivo di S. Cassiano; — 1131, Maggio, R., S. Zaccaria: rivo suri-
gnago; — 1160, Giugno, R. : rivo bntario; — 1166, Agosto, R. : rivo perario e
lago Badoer; — 1172, Dicembre: canale timonario ; — 1179, Marzo, R., S. Maria
degli angeli: aqua de sucaleo, rivo jovardo ; — 1 194, 24 Maggio, R., Proc. di S.
Marco: rivo sayno ; — 1193, Luglio, S. Zaccaria: rivo tornarico al ponte di S.
Zaccaria; — 1198, Nov , Murano, Cod. del Piovego, c. 407: « a capite rivi aurei,
quod capud respicit versus S. Herasmum, quod discurit in Lamala »; — 1209,
Dicembre, Proc. di S. Marco, Misti, b. 291 : rivo calessesso e rivo dei Ss. Apo-
stoli, sul quale, fino da allora, avevano casa i Falier; — 1251, Dicembre, Proc.
di S. Marco de citra, testamenti, n. 305: « a campo suprascripto sancti Bartola-
mei usque ad rivum canonice »; — 1221, Marzo: rivo de stropo, a S. Ermagora;
— 1284, 21 Agosto, Cod. del Piovego, c. 183: canale pubblico de Spignone; —
id., c. 450: « rivo spurcile ». — Ed anche le acque in laguna, assai anticamente
avevano nomi : 1064, Sett., R. : <« aqua que nominatur maurotarolesso ».
(3) 1331, 18 Aprile, Gr. Ili, c. 25: Concedesi al monastero delle Vergini di
ampliarsi per 100 passi (metri 175); i rivi però siano pubblici; — 1367, Gr. XVI,
c. 77 t. : similmente a Nicoletto e Giorgio Sappa, a S. Rafaele, « non occupando
Rivulum ».
V ADIGE
E LA SUA ROTTA (XVIII SETTEMBRE MDCCCLXXXII)
AD ANGIAR1 - LEGNAGO
NOTIZIE STORICO - ECONOMICHE COMPARATIVE
RACCOLTE
DAL PROF. F. DOTT. BOCCHI
(Continuazione e fine. Vedi T. XXVI, pag. 271)
VII. Apprezzamenti.
104. Le vittime del disastro ingiustamente accusate d' im-
pazienza. — Molti apprezzamenti mi avvenne di emettere nel
corso del lavoro, ma riassumo qui i più importanti, quelli che
toccano a più spinose questioni. Tener dietro a tutte le opinioni
emesse in questo periodo, a tutte le accuse di tardanza e peggio,
a t itte le sollecitazioni a far presto, a tutti i rimedi che da varie
parti si suggerirono, sarebbe opera impossibile ; non posso però
dispensarmi dal presentare qualche mio avviso su quanto si fece,
e sul come si fece. È doloroso, è fomite d' indignazione il contrasto
tra l'impazienza di chi si sente l'acqua alla gola e grida: aiuto! e
T indugiare di chi o dissimula il male o non lo pesa abbastanza, e
tituba sulle provvidenze da porre in opera. Chi siede in alto, fuori
del pericolo d' essere soverchiato dalle onde, non comprende ab-
bastanza che al tempo non va sempre data una misura uniforme.
Ricordo un detto solenne, bellissimo, del Colletta il quale, narrato
dei terremoti del 1783, che per molte scosse, ciascuna di pochi se-
condi, nel corso di sette mesi sconvolsero Calabria e Sicilia, ne
chiude la paurosa pittura dicendo : tempo infinito perchè misurato
per secondi (Storia del reame di Napoli, II, xxvii). Così, se nella
prospettiva d'una possibile durata dell'inondazione, cominciata in
principio d'autunno, per tutta la primavera successiva, e de' fondi
inseminati e delle case crollanti, e de' contagi facili a svilupparsi
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nella decomposizione di tante sostanze organiche putrefatte, le vit-
time del disastro paiono impazienti, inquiete, sdegnose, si voglia
pensare die anche per loro il tempo, se non viene numerato per
secondi, non lo viene nemmeno per anni o per mesi, ma per giorni
e per ore, e ben a ragione.
105. Imperizia pratica in affari di acque. — D' altra parte,
quando si dice che alle rapide mutazioni de' nostri fiumi non tiene
dietro abbastanza la scienza, che ai grandi bisogni fluviali non
soccorrono condegnamente gli uomini, e che anzi gli uomini man-
cano, bisogna aver presente che un fatto come quello del Settem-
bre 1882 ha pochi e forse nessuno riscontro storico, tranne forse
nel diluvio del 589 (v. s.); e che dinanzi a catastrofi sì improv-
vise, estese, immani, come la recente, anche i più grandi scien-
ziati si troverebbero a disagio. Perchè natura si piega, o sembra
piegarsi a lungo, e subire il giogo della scienza, ma di tanto in
tanto si rialza vigorosa, quasi a protestare contro 1* audacia u-
mana — Audax Japeti genus — che vuol farle violenza ; ed i mo-
menti di sua rivincita sono veramente terribili.
Ciò spiega in parte, ma non iscusa del tutto, le indecisioni nei
provvedimenti, le contraddizioni negli ordini, le lentezze nell* ope-
rato ; in parte, dico, perchè è anche troppo vero non essere sempre
presente a chi amministra gli affari delle acque, che non basta pre-
porvi valenti idraulici, se non siano anche ben fondati. nella storia
locale delle acque. A siffatti pratici non sarebbe caduto in mente
mai, p. es., che l'apertura della Botte Pignattin sottopassante (v. s.)
Fossa Polesella, potesse sollevare gli inondati del bacino padano,
e non piuttosto produrre un rovinoso squarcio in ambedue quegli
argini ; essi avrebbero preveduto con sicurezza la via che terreb-
bero le acque d' inondazione (senza bisogno di domandare, ad
inondazione già avvenuta, quanta sia la larghezza media di quel
bacino) e misurato un po' meglio gli effetti del taglio di Fossa Po-
lesella.
106. Molta ignoranza in fatto d'acque. — E viceversa, troppi
sono coloro che in simili casi vogliono farla da maestri. A parlare
delle acque è necessario un corredo di notizie e storiche e topo-
grafiche non comune, e V ignoranza dei più, congiunta al dolore di
vedersi vittime dell' immane disastro, fece si che molti nel censu-
rare l'operato degli idraulici e delle autorità, nel proporre rimedi
al più facile smaltimento delle acque, dessero in sì colossali sva-
rioni da destare, in tutt' altro momento, le più grasse risa. Era in-
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vece da deplorare, col danno immenso, la non minore sicumera
nei falsi giudizi, tanto più presuntuosa quanto più ignorante ; di
che malaugurati risentimenti verso paesi e persone imputati di
aver voluto salvare sè medesimi, rovinando altrui, e cercare in
qualche cittadino de' più onorevoli il capro emissario, non dico del-
T altrui colpe ed imperizie, ma di quei fatti, di cui sono imputabili
soltanto le forze della natura,
107. De! taglio di Fossa Polesella. — Il taglio del 1 Ottobre
di Fossa Polesella, segno a tante maledizioni, non era un fatto
nuovo. Certo di molti tagli artificiali e d' inondazioni procurate
dalla mano dell' uomo per barbare ragioni di guerra e di vendetta,
ci offre esempi la storia nostra, ma altresì di molti tagli eseguiti
ed alla Fossa stessa, ed air Adigetto in vari punti, ed allo Scor-
tico, ed alla strada Salvadega, e ad altri traversagli, in vari tempi,
non da mani ostili, ma dalla provvidenza di vari governi ad impe-
dire mali maggiori.
Che se a mezzo Gennaio 1807 Napoleone I, pressato dal suo
stato maggiore al taglio della rosta Castagnaro, per assicurare
l'ala dell' esercito francese, minacciata dall' Alvinzi su tutta la li-
nea dell'Adige, vi si rifiutò allegando la morale e V umanità che
vietavano alla sua coscienza una simile devastazione (CommenL
di Napoleone, Brusselles, 1827, voi. Vili;, ciò non ha che fare col
caso nostro ; chè allora sarebbesi trattato di sola ragione di guer-
ra, mentre qui, a favore del taglio, militavano ragioni idrauliche e
d'umanità a renderne il danno men grave.
108. D'una mia inesattezza sul taglio di Fossa Polesella. —
Ringrazio l'egregio avv. Vanzetti d'avermi avvertito (nel gior-
nale La Venezia, 1883) essere io caduto in una inesattezza, as-
serendo nel mio Trattato Geografico (pag. 395) che nel 1677, in
occasione della rotta di Spilimbecco, siano stati tagliati gli argini
si destro che sinistro di Fossa Polesella. — La cosa peraltro è in-
certa. Vero è che nella Storia Agraria parlasi solo del taglio della
sinistra sponda; ma l'avere io trovato in memorie domestiche che
in quell'anno fu inondato l'Adriese, mi permette di sospettare che
fosse tagliato anche il sinistro. In istudi come i miei è del resto
talor troppo facile incorrere in inesattezze; fra tanta farragine di
memorie da me frugate per quarant' anni (come per altri due secoli
innanzi avevano fatto i miei maggiori) è quasi impossibile citare
appuntino ogni fonte. Non mi torna alla mente ove in casa mia
trovisi la memoria dell' Adriese inondato nel 1677 (erano si fre-
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quenti tali inondazioni!), certissimo tuttavia d'averla avuta sottoc-
chio. — Ad ogni modo, ancorché non siasi eseguito il taglio del-
l' argine sinistro di Fossa Pole3ella nel 1677, poco monta, e perchè
già ancora si fece quel taglio, e se ne fecero tanti altri analoghi ;
nè certo queir abbaiamento che sono gli argini di Fossa Polesella
hanno mai conseguito il privilegio favorevole di essere rispettati
più che noi fossero tant' altri meno dannosi e meno innaturali ;
come non ispetta il privilegio odioso ai 36,000 ettari de* Consorzi
Padani coi loro 60,000 abitanti, di restare sommersi fin sopra i tetti
delle case civili, per salvare, se è possibile, altri consorzi, che na-
turalmente devono dividerne il danno.
E dico : se è possibile, perchè una grande disalveazione del-
l' Adige non sarà mai dato contenerla lassù; e il tentarlo sarà
sempre a maggior danno sì dall'una che dall'altra parte, come
dimostreremo.
109. Ancora del taglio di Fossa Polesella; esempi. — Infatti
nel 1801 Taverne lasciato in piedi gli argini rese poi la catastrofe
più estesa e spaventosa; nel 1807 il tagliarli a tempo rese men
gravi i danni ; nel 1882 fu, sotto il punto di vista idraulico, uno
sbaglio il tagliarli troppo tardi. Quando l'immane pondo della rotta
accennava ad invadere il bacino padano, subito allora bisognava
apparecchiargli la via, non aspettare che, in colonna sì elevata, a
quegli argini si accollasse. Infatti, col taglio del 1807, l'allaga-
mento si avanzò pacifico, sfiorando case e campagne ; ma questa
volta il taglio rovinò molte fabbriche a Pontecchio, ed altre ben
robuste al di là della Fossa in Frassinelle. In cinque giorni il ta-
glio divenne uno sbocco di quasi 300 metri, il corso della Fossa si
fè violento, vorticoso ; V arginatura minacciò rovinare tutta, spe-
cialmente alla Colorabara, superiormente allo sbocco, ove l' acqua
travolse la parte anteriore di essa ; l' inondazione superiore si
precipitò per cinque o sei sbocchi dell' argino destro della Fossa,
squarciato anch'esso poco dopo il taglio del sinistro ; e tutte que-
st' acque s' accavallarono spumeggianti nel bacino della Fossa,
confondendosi là dove l'immane sbocco sinistro le attraeva, per
riversarle nel paese sottoposto ; spettacolo orrendo che non ha
forse riscontro in altre rotte (cfr. il giornale L" Euganeó).
110. Lagni sul contegno delle autorità riguardo al taglio me-
desimo. — E così duole il vedere che dei due documenti ufficiali,
il Decreto prefettizio e la relazione della Commissione sui provve-
dimenti da prendersi a scaricare le acque (v. s. 30 Settembre) si
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facesse dapprima un secreto, giacché la nota prefettizia 5 Ottobre
n. 600 dichiara alla presidenza del Consorzio di circostanza fra i co-
muni e consorzi inferiori di Fossa Polesella, non potersi dare co-
pta a privati e corpi morali di decreti deW autorità pubblica
emessi per misura d' ordine pubblico ; e V ufficio governativo del
Genio Civile (con nota 6 Ottobre n. 3538, diretta alla stessa pre-
sidenza) dichiara non poter rilasciare copia della citata relazione,
perchè essendo alio interno di speciale Commissione, non po-
trebbe V ufficio, anche essendone a cognizione, portarlo a pub-
blica conoscenza ; mentre invece pochi giorni appresso il ministero
ne dava ampia pubblicità nella Gazzetta del Regno (10 Ott., ri. 237,
parte ufficiale). Duole riscontrare nel parere degli Ispettori e nel
Decreto del taglio assai cose non vere (cfr. Discorso del Deputato
Tenani 17 Dicembre 1882), e che gli effetti del taglio stesso fos-
sero opposti agli sperati da chi lo decise. Infatti la faccia dei luo-
ghi non fu mai visitata dagli Ispettori ; il Po non era più alto
delle acque d'inondazione, ma al momento del taglio più basso
m. 0.30, il mattino successivo 0.50, tant' è vero che il mattino del
2 si apersero i sostegni di Fossa Polesella ; non v' erano gravi
sconcerti nell'argine sinistro e ne' manufatti; si voleva evitare l'ir-
rompere delle acque della rotta da quell'alveo pensile; si avvisava
che le acque del Cb. si sarebbero riversate per rigurgito per le
bocche del taglio, e che, abbassate, sarebbero rientrate lentamente
nell'alveo quelle dell'inondazione; ed invece si dovea presagire
evidente che, appena fatto il taglio, l' argine opposto, il destro, si
sarebbe sfasciato; ed infatti in brev'ora vi si fecero più rotte, onde
precipitarono dall' argine sinistro della Fossa, commiste e da ogni
parte, le acque si della rotta superiore che del Cb. e della Fossa,
con impeto e rovina che non ha esempio. Si avvisava che gli argini
del Cb. potevano essere mantenuti e che le acque dal taglio avreb-
bero trovato facile via al mare, e pochi di appresso avvenne quella
serie luttuosa di tracimazioni e rotte di cui ho parlato, e precisa-
mente 17 in Cb., 2 in Canal di Loreo, 10 in Po di Levante, 12 in
Adigetto; 41 rotte in tutto! E così, non illesa la parte inferiore
della provincia, non la sponda sinistra del Cb., che si doveva e
poteva in qualunque caso risparmiare; anzi invaso anche il Ca-
varzerano (Provincia di Venezia), senza l'eroica difesa del Ca-
mozzon (dovuta più che altro ai privati), 1' acqua sarebbe rigurgi-
tata su Rovigo e facilmente più in su, coir allagamento dell' intera
provincia.
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111. Altri lagni sul contegno delle autorità. — Duole vedere
altresì che mentre già si voleva il taglio di Fossa Polesella, e lo
stesso ministro Baccarini ne aveva accennata la necessità fin dal
22 Settembre (L' Opinione, giornale, 18 Dicembre, n. 346), si fa-
cesse credere il contrario e si dicesse, proprio a Polesella, che il
Governo promederà a chiudere le rotte, non ad aprirne di
nuove. Alla richiesta di tagliare parte dell'argine destro di Cb.
sul territorio di Frassinelle, già tutto sommerso, per togliere alla
sinistra minacciata V urto pericolóso della corrente, fu risposto
che il governo pensa a costruire argini non a demolirli, e all' ar-
gine sinistro si fece un lavoro di 60,000 lire. Ed anche si ordina-
rono ed eseguirono difese all' argine sinistro di Fossa Polesella
con sottobanche, e, proprio nella notte antecedente a quella del
primo Ottobre, numerosi carrucolanti difendevano quest' argine
votato al taglio, che doveva essere eseguito poche ore dopo per
ordine superiore (v. s.).
Troppo tardi si fece anche il taglio della rosta Bosaro, e
quando già, per la lunga dimora e straordinaria elevazione delle
acque che salirono perfino sui fienili e nei granai, i maggiori danni
erano recati, e ne riusciva più rovinoso il deflusso nel bacino po-
lesano destro.
112. il taglio di Fossa Polesella fu necessario. — Contutto-
ciò, riconosciuto che fu errore gravissimo tagliare gli argini della
Fossa Polesella quando già ogni danno possibile ed imaginabile
era venuto ai Padani, e quando il danno ai Polesani era di vera
rotta, perchè vi si precipitò un torrente anzi più torrenti devasta-
tori (La Venezia, giornale, 13 Ottobre, n. 284), è certo tuttavia
che abbandonare alla sorte a chi dovesse toccare il disastro, è tesi
nel caso nostro insostenibile. Reggerebbe ove fosse stato almeno
probabile o di arrestare l'inondazione al bacino padano, o di tro-
vare una misura meno dannosa, o quando fosse stato possibile as-
sicurarsi che non sarebbe tornato più rovinoso l' abbandonare al
destino la decisione. Nulla di tutto ciò. Senza il taglio di Fossa
Polesella sarebbe stato immensamente più grave il danno. Qui si
tratta di fatti certi non di calcoli presuntivi. Dato che la portata
media della rotta sia stata di soli 500 metri cubi al minuto secondo
sino alla fine di Novembre (e fu certamente maggiore), ne viene che
in questi 73 giorni scesero dall'Adige oltre tremila milioni di me-
tri cubi d'acqua. È possibile che il solo Cb. potesse smaltire massa
si enorme? Allorché colla rotta di Cao de Marina del 10 Ottobre
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T allagamento prese la sua massima estensione, si avevano (v. s.)
tra il basso Veronese e Mantovano, ed il Polesine e parte del
Veneziano, circa 100,000 ettari inondati, cioè una superficie di
metri quadrati circa mille milioni, a cui dando una profondità
media di soli metri 2 (che certo fu maggiore) abbiamo la presenza
contemporanea di oltre duemila milioni di metri cubi d* acqua. È
egli possibile che tanta massa potessero rattenere gli argini di Fossa
Polesella, in un territorio di poco oltre metà dell'accennato (appena
60,000 ettari?) (v. s.). Sarebbe statò necessario elevare gli argini
di Fossa Polesella ad una misura favolosa, e — data anche que-
sta — il danno dei terreni superiori si sarebbe enormemente ac-
cresciuto.
1 13. Che sarebbe avvenuto per una rotta a sinistra del Cb.
— Poteva bensì avvenire che prolungando la resistenza a Fossa
Polesella, lo sfogo inevitabile delle acque si facesse invece all' ar-
gine sinistro di Cb. tra il Pizzon di Fratta ed Arquà, com* eravi di
già la minaccia. In tal caso danno assai maggiore sotto ogni ri-
guardo ne sarebbe derivato, anche posto che V allagamento si
fosse potuto limitare alla sola isola tra lo Scortico e Punta Stra-
mazzo. Quest'isola è di poco più estesa e di molto più popolata che
quella a destra. Ciò si noti bene, mentre fu pubblicato erronea-
mente il contrario. Infatti risola a destra, quella che chiamai
Gavellense (v. s. n. 74), si estende ettari 17,000 e contiene abi-
tanti appena 30,000, mentre quella a sinistra che chiamai di S.
Stefano con annessi retratti, s'estende jul ettari 17,400 e com-
prende quasi 40,000 abitanti cioè:
La maggior parte del Comune di Fratta . con abitanti 3000
» » » Costa . » 2500
Tutto il Comune di Villamarzana ... » 1717
» Arquà » 3154
» Grignano » 2734
» Borsea . . t . . » 1377
La parte destra del Comune di Rovigo con circa abitanti 5000
Tutto il Comune di S. Apollinare . . . con abitanti 2589
» Ceregnano .... » 2604
» Villadose .... » 3482
Gran parte di Fasana » 1300
Gran parte del Comune di Adria. ... » 10,000
(comprese le più popolose ed importanti frazioni rurali) —
che sommano appunto 39,457
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E si sarebbe poi limitato a quest 4 isola 1' allagamento \ Mai no :
l'acqua sarebbe corsa su Rovigo e Lendinara (1) nè l'argine di
Adigetto avrebbe potuto resistere.
Si disse che per opportuni tagli fatti all' Adigetto si sarebbe
potuto mandarne Y acqua in Adige, e così chi osteggiava tanto il
taglio di Fossa Polesella, avrebbe propugnato quelli d' Adigetto,
estendendo l' allagamento alla penisola di S. Giustina ed ingrossan-
do 1' Adigetto medesimo.
Ed anche senza i tagli artificiali all' Adigetto, coloro i quali so-
stengono che la rotta dell'argine sinistro di Canalbianco sarebbe
stata men dannosa del taglio di Fossa Polesella, hanno pensato
che cosa sarebbe accaduto quando l' acqua della rotta si fosse in-
golfata in quel lungo e strettissimo imbuto che si trova- tra Adi-
getto e Cb., da Forcarigoli a Smergoncino, e quale spaventoso
ringorgo avrebbe fatto Adigetto in Canalbianco, in Cavanella, in
Canal di Loreo? Si prenda una buona carta del Polesine, e si
veda se V angustia fatta a tanta massa d* acque a Punta Stra-
mazzo non sarebbe stata ancor più esiziale che quella prodotta a
Cavanella, e come sarebbero state poste a peggior condizione e
Cavarzere e Loréo. Nel modo stesso poi che le acque della rotta
a destra di Cb., sormontando l'argine destro di questo, determi-
narono le rotte di sinistra, a più ragione le acque della rotta di
sinistra, sormontato l'argine sinistro, avrebbero determinato nuove
rotte a destra coli' allagamento di quel bacino che si vorrebbe far
credere sarebbe stato salvato colla rotta del Cb. a sinistra. — È
dunque erroneo affatto ciò che si scrisse, che la difesa di Fossa
Polesella avrebbe salvato da rotta mille volte più esiziale, che se
si fosse verificata a sinistra del Canalbianco.
1 14. Ancora del taglio di Fossa Polesella; se dovea tagliarsi
r argine del Gigante o farsi altri tagli. — Nessuno più di noi è di-
sposto a compatire gli erronei concetti che l'immane sventura in-
dusse in coloro che se ne videro vittime ; ma ora, subentrata la
calma e la riflessione, si deve riconoscere che il taglio , di Fossa
Polesella fu bensì fatto troppo tardi, ma che sarebbe stato tuttavia
più dannoso il non farlo ; e che tagliare contemporaneamente a
Fossa Polesella V argine sinistro del Cb. sarebbe stato non divi-
li) Si ricordi che nel 1844 la rotta di S. Martino di tanto più bassa e di
sì minore portata, impedita per poco da un tratto di terreno più consistente
a sinistra della breccia, angustiata inferiormente tra l'Adige e 1 T Adigetto,
salì di ringorgo a lambire Rovigo e Lendinara.
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dere il danno, ma estenderlo ; che nel primo caso natura, nel se-
condo T arte avrebbe rinnovato la catastrofe del 1801 (v. s.), da cui
non fu risparmiata nè destra nè sinistra di Cb. (cfr. artic. del gior-
nale L'Euganeo, inserito nel Veneto Cattolico, n. 227, 7 Ottobre).
Se era quindi inevitabile il taglio di quell'innaturale abbaia-
mento, dell' acque di una rotta superiore, che è la Fossa Polesella,
non altrettanto può dirsi dell' argine del Gigante, che non fu ese-
guito mai, come molti a buon fine, ma senza cognizione di causa,
agognavano.
L' argine del Gigante (v. s. n. 78), sito poco sotto la Pioppa,
in quell'angustia ove sono tanto vicini Po grande e Po di Le-
vante, difende un ben ristretto territorio, e tagliarlo avrebbe dato
un minimo sollievo, perchè a pochissima distanza a valle di esso
sono i cordoni littorali che abbarrano tutto il tratto dal Po
grande al Po di Levante, e precisamente da poco sotto la villa di
Taglio sin quasi a Cao de Marina ; laonde unica strada alle acque
sarebbe pur rimasto il Po di Levante, con breve spazio a destra e
sinistra del medesimo.
Competenti persone opinarono che, dato per inevitabile 1' alla-
gamento del bacino destro a valle di Fossa Polesella, sarebbe stato
anche possibile risparmiare il taglio della Fossa medesima, ta-
gliando invece l'argine destro di Cb. sotto Adria, anzi sotto la lo-
calità stessa di Piantamelon, apparecchiando prima i tagli ad ambo
le sponde del naviglio Cavanella, perchè così l'allagamento di quel
bacino sarebbe proceduto di ringorgo e quindi meno furioso e meno
devastatore; — sebbene sia a dubitare che troppo lento ne sareb-
be venuto il sollievo alla gran massa delle acque raccolte nel bacino
padano, per impedire contuttociò la rotta di Fossa Polesella o degli
argini a sinistra del Cb. Si disse anche, che l'avere ritardato il taglio
di Fossa Polesella va giustificato, almeno dal punto di vista econo-
mico, perchè i nove giorni corsi dal 21 Sett., quando le acque co-
minciarono ad accollarsi a Fossa Polesella, sino al 1 Ottobre, for-
nirono il mezzo di porre al sicuro, grani, foraggi, animali, masse-
rizie; ma si risponde che la misurata discesa delle acque non
avrebbe tolto nemmeno questo vautaggio, e che le rovine prodotte
dall' impeto della discesa furono tali da non trovare compensazione
(Cfr. n. 109).
115. Breve digressione intorno le valli d'Adria. — Ora,
dopo chiusa la rotta di Legnago, si stanno anche chiudendo le altre
rotte; lo fu quella di Cabianca; si sta facendo lo stesso nell'Adi-
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getto ; Loreo emerge dalle acque ; le inondazioni a destra e sinistra
del Canalbianco vanno' decrescendo : ma le condizioni del Comune
di Adria, specialmente nei 2776 ettari (campi oltre 7000) presso-
ché suburbani delle ricchissime valli d' Adria, son tuttora tristissi-
me colla minaccia di perdere tutti i raccolti del 1883. Per vecchi
convegni questo comprensorio è traversato dallo scolo del Con-
sorzio Valdentro e Canda, che forma la parte maggiore dell'isola
tra Castagnaro e Scortico (v. s. n. 73-74). Questo scolo, munito di
forti ed alti argini, in tempo d' acque grosse, quando non può de-
fluire nel Cb., è obbligato da que' convegni a tenere imbrigliate
le sue acque per varie dighe intermedie, mediante panconature,
F ultima delle quali al Ponte de' Roveri sul Camozzon (v. s. n. 76).
Inferiormente a questo, l'allagamento prodotto dalla rotta di Ca-
bianca (v. s.) squarciò in due punti anche gli argini del Valden-
tro. Quelle panconature intermedie, impedendo il deflusso delle
acque dello scolo Valdentro, produssero h> qualche più basso tratto
di quel Consorzio un lieve allagamento ; per cui i rappresentanti
del Consorzio medesimo domandarono ai rappresentanti del Con-
sorzio Valli d' Adria che fossero levate le briglie intermedie, al-
l' uopo di scaricare le loro acque nel bacino delle dette Valli. Fu
risposto agli instanti che chiudessero le rotte del loro emissario,
perchè le acque loro potrebbero così defluire nel collettore co-
mune, il Cb., essendo irragionevole che le acque superiori di Val-
dentro venissero, per le aperte rotte del loro colatore, ad elevare
il livello della rotta nelle valli d'Adria. Ma col pretesto che
quelle rotte non si possono chiudere per mancanza di terra, s' ot-
tenne dalla pubblica autorità di levare la briglia (cavedone) al
Ponte dei Roveri. Pretesto, dico, perchè la terra non manca. Si
pose in campo, al solito, l'ordine pubblico, la pubblica igiene,
quasiché tali santissime mire d' ogni buon governo debbano essere
lettera morta per chi ha maggior ragione d' invocarle. Qui stanno
di fronte un danno relativamente lieve ed uno gravissimo; perchè
le Valli d ? Adria, costrette a portare quest' aggiunta d' acque non
proprie, sono impedite di dar moto alle macchine idrovore, che,
nelle più favorevoli coudizioni, non potranno asciugare i fondi
cui servono che in cinquanta giorni. Ma fallaci argomenti non
permisero di vedere il gravissimo danno del più vasto e popo-
lato Comune della provincia, il quale è minacciato di perdere, se
non si ritira quella concessione, tutto il raccolto dell' anno. Così
sovrasta la fame de' piccoli possidenti e di migliaia di lavoratori ;
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senza contare la più seria minaccia della malaria in suolo che dal-
l' asciugamento artificiale soltanto riconosce la salute. — Intanto
stagnano le acque nelle Valli d' Adria ; i brevi tratti, che a rilento
ne emergono, appaiono ricoperti di fitto velo di materie vegeta 1 !
dal verde carico al giallicio con varie gradazioni, e sono le alghe,
i licheni ed altre crittogame, utili bensì quasi concime, ma perico-
lose all' aria, perchè è da loro che si sviluppano le cellule conte-
nenti in quantità strabocchevole il germe di que' microzoi che og-
gidì la scienza riconosce comunemente come produttori delle ma-
lattie contagiose. E checché ne sia, certo è che qua e là, smoven-
dosi il terreno ove stagnarono a lungo le acque, n' esce odor si
fetente come se fosse esalazione d 1 un pozzo nero. E siamo al prin-
cipio d* inverno ! Ove non si faccia presto F asciugamento, e non
si smuova quel suolo ripieno di germi letali, al riscaldarsi della
stagione saranno inevitabili le malattie contagiose.
116. Accenno a varie altre questioni e provvedimenti. —
Dopo questo, non mi vorrò occupare ex professo di questioni giu-
ridiche, economiche, finanziarie ed anche politiche, che dai fatti
esposti possono rampollare ; tacerò, che ritengo certissimo doversi
considerare i danni cagionati dal taglio di Fossa Polesella, come di
spropriazione forzata, ed esservi diritto a chiederne rifusione. Infatti
se anche il taglio fosse stato fatto a tempo opportuno, e colle de-
bite cautele (che certo noi fu), da togliergli il carattere d* una vera
rotta artificiale, alle vittime del disastro, fatto nascere apposta per
salvare altri e per evitare danni maggiori, non può negarsi diritto
a risarcimento. Si consideri o no provocato da forza maggiore,
del fatto umano volontario è responsabile chi l' ha eseguito.
Tacerò pure, che è troppo poco l' aver sospeso alcune impo-
ste, e che urge sopra tutto dare con mutui facili, a lieve interesse e
lunghe scadenze, il mezzo ai minori possidenti ed ai fittanzieri di
riparare al grave sconcerto subito, e mandare avanti alla meglio
la loro azienda ; mentre già ingordi speculatori si lusingano forse
di elevare il prezzo de' loro capitali e deprezzare i nostri fondi e
ingoiarseli. Occorrono provvidenze oculate e pronte a tarpare le ali
ad affamati avoltoi, a vampiri assetati, de' quali pur troppo ab-
bonda anche la nostra provincia. I nostri fondi, periodicamente
sottoposti a simili flagelli, non hanno per questo diminuito il loro
valore ordinario.
117. Come fii trattata Adria durante il disastro. — E qui,
nel chiudere questa breve mia digressione, non posso impedire
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uno sfogo di dolore e di giusto risentimento pel poco conto in cui
si mostra tenere questo che è — si voglia o no — il più impor-
tante Comune della provincia. Lasciamo stare le velleità di cam-
panile ; rassegniamoci pure a vedere assorbito il nome più illustre
nel secondario; i tempi sono mutati, si subisca la mutazione dei
tempi, certi che altre mutazioni sovrastano, e che per un' epoca
non lontana si van maturando de' curiosi voltafaccia della fortuna;
ma quello a cui non ci possiamo rassegnare, quello che ci trafigge
assai è il vedere trattato a paro dell' infimo de' comunelli questo
che fu il centro dell'immane disastro ; questo ove gli effetti se ne
risentiranno più a lungo e più gravi. — S' ebbero le visite, se non
altro confortatrici, dell'illustre maggior generale Guaita, ma nes-
suno di que' sopracciò, dalla cui scienza e pratica si libravano le
nostri sorti, visitò mai di proposito questi paesi. Ci vennero bensì
i deputati della provincia al Parlamento, appena eletti; e, la-
sciando da parte i nostrali che potevano nutrire un' idea pre-
ventiva del nostro stato, domandate all' esimio, all' umanitario
D. r Bertani se lo spettacolo che gli si offerse da Adria a Loreo
fosse tale, che la più fervida fantasia appena avrebbe potuto ima-
ginare possibile. — Invece que' sopracciò, seduti sulle comode loro
scranne, senza conoscere la faccia de' luoghi, decidono delle cose
nostre ; nel conflitto degli interessi non fanno precedere alle loro
deliberazioni l'audizione di tutte le parti ; operano a caso; ingannati
talvolta da fallaci informazioni, fanno prendere dalle pubbliche au-
torità, per quanto animate delle migliori intenzioni, deliberazioni
inconsulte. Peggio ancora; se talvolta, vinta la pazienza, si
osa alzare la voce della ragione, si arrischia di incontrare sdegno
e derisione, o di essere trattati quasi da turbolenti. Ma vivaddio!
bisogna pur alzarla la voce, perchè è logicamente assurdo e mo-
ralmente ingiusto imporre silenzio in nome della cittadina concor-
dia e della fratellevole abnegazione, invocandole a tutela di qua-
lunque trascuranza, di qualunque sopruso.
Vili. RlMEDII
118. Necessità dei rimboschimento delle montagne. — Mi
resterebbe di accennare ai rimedi, ma ne parlai in altre mie opere
(Cfr. Vicende de* tronchi inferiori del Po ; — Del Po in reta -
zione alle Lagune; — Cronaca idrografica della bassa vallata
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padana ; — inoltre Torelli, Causa delle piene, pag. 6, Roma,
Cotta, 1873); nè vorrò ripetermi. Pochissimi cenni adunque.
Rimboschiamo! questo grido echeggia oggidì da un capo al-
l'altro d'Italia, e svilupparne i motivi è ormai portar acqua al
mare. Tutti sanno la superficie frondosa de' monti temperare la
violenza delle piove che cadono sulla montagna, più che al piano,
forti e dirotte; — le molteplici radici, formanti il sottosuolo d'una
estensione boschiva, allacciare il terreno ed impedirgli le frane; —
il fogliame caduto dagli alberi, i muschi, i funghi, l'erbe, tutte le
vegetazioni favorite dal bosco, col terriccio formato dalle loro de-
composizioni, rendere il suolo più permeabile alle acque, e quindi
sempre più difficile lo scolo di queste al basso. Bisogna dunque
rimboschire il dorsale apenninico ed il versante alpino del sud, per
impedire od almeno attenuare i disastri. È opera lunga? lenta? —
Si ; ma bisogna pur cominciare. Certo, a rimboschire soltanto ciò
che mezzo secolo di vandalismo militare, di cupidigia umana, di
voracità d'animali guastarono, non basterà un quarto di secolo e
più centinaia di milioni; nel. qua! periodo, dal disgelo primaverile
alle piove autunnali, ponno accadere molte inondazioni disastrose
al bacino padano, nonché agli altri minori d* Italia, e quindi, comin*
ciando a rimboschire, bisogna anche provvedere ad altre misure.
119. Altre provvidenze che devono accompagnare il rimbo-
schimento. — Abbiamo avuto un decennio d'inondazioni rovinose,
e non v' ha causa naturale che più di questa concorra all' abbassa-
mento della ricchezza nazionale. Pur troppo la maggior parte del
bacino montano dell' Adige non ci appartiene, nè l'opera nostra
può estendersi lassù ; ma gli stessi motivi militano da una parte e
dall' altra, ed anche lassù si cominciò a por mano seriamente al-
l' opera stessa del rimboschire : opera alla quale va dato il carat-
tere di nazionale difesa (dr. Il Tempo,n. 5947, Ven., 3 Nov. 1882),
elevandola a paro dello sbarramento de valichi alpini, delle grandi
corazzate, dell' ordinamento degli eserciti, e più ancora ; perchè
una rotta costa assai più d' una battaglia perduta. Ma bisogna stu-
diare assai per adattare l' opera al nostro sistema idrografico. Nel-
l' Italia, che fu pur madre della scienza delle acque, l' idrografia
trovasi ora in Uno stato primordiale ; V accentramento, ne' riguardi
delle acque, è sorgente di gravi guai ; le provvidenze del governo
non ponno scendere alle minime suddivisioni, e il nostro sistema
idrografico è per gran parte un' incognita. Fiumi, torrenti, riviere
si conoscono soltanto quando formati, cioè in condizione di nuocere,
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non nei loro fattori ; la notizia dei bacini e sottobacini è ancona ilri
desiderio : bisogna farne lo studio e coordinarvi il rimboschimento.
Può dirsi che diboscamento e trascuranza dell' idrografia nazio-
nale sono due precipui determinanti delle inondazioni. Utili V opere
d' arte a prevenirne o modificarne V impeto ; utilissima 1' istituzione
di numerose stazioni meteorologiche e pluviometriche, ma in capo
a tutto bisogna porre la silvicultura, coordinando il ripristino delle
vecchie e la creazione di nuove selve alle grandi linee idrografiche
formate dalla natura. Senza ciò l' Italia sarà sempre aperta al più
barbaro degli invasori — le acque; — e qualsivoglia lavoro a fre-
narne T impeto sarà trastullo puerib in mano di mostruoso gi-
gante.
120. Speciale condizione del Veneto rispetto alle acque. —
È necessario ancora che il governo ricordi, trovarsi il Veneto ri-
spetto alle acque in condizione eccezionale. Vi occorre un servi-
gio idraulico speciale (Cfr. Mem. del sen. Gadda nel Politecnico*
1879, e cit. Bullett. n. 39) ripartito per bacini. Nell'affare delle
acque, gì' interessi da tutelare s' estendono oltre la cerchia della
provincia, assumono carattere più generale ed elevato. E sopra
tutto al Polesine occorrono provvidenze peculiarissime per la sua
postura fra i due maggiori fiumi d' Italia ; per la moltiplicità de' suoi
canali di scolo, di navigazione, d'irrigazione; pe'suoi molti — anzi
troppi — ed importanti consorzi ; per 1* influenza reciproca del-
l' une suir altre acque ; per le collisioni fra le esigenze della navi-
gazione e quelle dell' agricoltura.
L' Adige, più che qualunque altro fiume del gran bacino pa-
dano, è in condizione affatto artificiale ; sostenuto dai conati del-
l' arte umana per lunghissima via, pensile fra argini altissimi e di
terra leggerissima, facilissima ad infiltrazioni e corrosioni, agogna di
vagare sulle fertilissime campagne del basso Veronese e Padovano,
e del Polesine, ove tende a ricongiungersi col Po a dispetto della
scienza, la quale non consente che un fiume s'unisca ad altro fiume,
quando ne sia diversa la pendenza, e convogli materie non omo-
genee nella mole e nelle parti che la costituiscono (Lombardini,
Guida cit., art. Vili).
121. Sarebbe meglio secondare la tendenza dell'Adige? Dif-
ficoltà di reggerlo. Bisogna sopprimere Fossa Polesella. — Però
di fronte a sì decisa, costante, secolare tendenza non sarebbe bene
studiare il progetto dell' illustre Jervis, non così da creare un nuo-
vo diversivo all' Adige — che sarebbe improvvido rinnovamento
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di ciò che con tanta cura e fatica si tolse — si bene d' immetterlo
nel Po, abbreviando anche a questo la via ? — Decidano i dotti ;
e, in qualunque ipotesi, pensino l'alzamento degli argini essere mi-
sura affatto precaria e sorgente, in non lontano avvenire, di mag-
giori disastri, per l'accrescimento della portata, della pensilità
(mi si passi il neologismo) della caduta del fiume sulle sottoposte
campagne. L'illustre Baccarini (v. V Opinione, n. 346, 18 Dicem-
bre 1882) espresse in Parlamento nella seduta 17 Die. p. p. una
terribile verità con dire, che il quesito idraulico dell' Adige si con-
verte in economico, se cioè convenga meglio abbandonare al fiume
i terreni coltivati, o difenderli sinché ciò è possibile. — Certo è
inevitabile, al momento, sostenere il sistema arginale; ma poi, e
in un avvenire che certo sovrasta a gran passi, che si farà? Rite-
nuto che alle piene straordinarie ogni arginatura è impotente, v' ha
però certe misure che senza dubbio attenuerebbero gli effetti d* un
disastro. E per primo, togliere efficacia agli abbarramenti traver-
sali, se buoni in qualche caso di piccole e quete acque, rovinosis-
simi nelle copiose e violente, anzi causa precipua che imprime ad
esse la distruggitrice violenza; e sopra tutto sopprimere affatto
Fossa Polesella il più innaturale e funesto. È poco il dire che i
Consorzi padani ne hanno pieno diritto, essi la cui condizione è
fatta si infelice non tanto dalla natura, quanto da queir artificiale
catena, che per quella viene imposta alle acque loro ; ma l' intero si-
stema delle acque nostre ne avrà sollievo.
122. Ed attuare un piano di nuova radicale bonifica del Po-
lesine. — Non rechi sorpresa eh' io propugni la soppressione di
Fossa Polesella, perchè ne verrebbe l'inutilità del sostegno Bosaro
e la più lunga impotenza del Cb. allo scolo de' consorzi polesani,
che 1' hanno per emissario comune. Si sa bene che la soppressione
di Fossa Polesella si lega al progetto di nuovo canale, anzi di due
nuovi canali, uno a destra ed uno a sinistra del Cb., che portino al
mare tutte le acque della nostra penisola. Sono oltre ottant' anni
che se ne parla e si studiano progetti ad incarnare la salutifera
idea, o per meglio dire, che si ripresero studi già molto prima ini-
ziati col pensiero della bonifica delle Valli veronesi. Vi furono i
progetti Vandelli e Bertaglia, dell' Accademia agraria di Verona,
di Canova e Roveda (1795), quello che va col nome d' un Lupati
sindaco di Adria (1803), del Bonetti, del Tadini, del Masetti(vedi
il Giornale dell' ingegnere archilello, n. 87, Gennaio 1855, pagg.
333-347) ; e, più o meno modificando, altri ne ricalcarono l' orme
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di recente, specialmente l'illustre Lanciani, Lodovico Paoli, il
Marignani e gli egregi nostri amici Pagan e Scarpari. — Al
progetto di questi nuovi canali bisogna attendere, giovato dalle
recenti leggi sulle bonifiche ; non dormire ; parlar forte e senza
posa, o il Polesine tornerà sede di stagni e canneti.
133. Ancora della speciale condizione del Veneto in fatto
d' acque e specialissima del Polesine. — Da ogni lato adunque si
pare che non v' è analogia fra la nostra e l'altre provincie italiane
ne' riguardi delle acque, e che v % occorre un unico regime, e che, se
si vuole non solo progredire ma anzi non perdere delle fatte
conquiste, è necessario dividere per provincie il servizio delle
acque nel Veneto e in tutto il bacino del basso Po, fare del Po-
lesine una provincia affatto d'eccezione (v. cit. Mem. del senat.
Gadda, e cit. Bullettino n. 39, 20 Nov ). Riassumere in una mano
il servizio del Genio Civile, al ministero dei lavori pubblici, non dà
ancora un'unità direttiva (Bullett. c. s.): per la mutazione soltanto
d' un relatore del consiglio superiore de' lavori pubblici può de-
viare l'andamento d'un affare: chi vien dopo vuol trovare del
nuovo e del diverso. Eppoi è necessario aver sott'occhio sempre le
cose che vogliono diretta sorveglianza quotidiana e pronta auto-
revole decisione, in tanta varietà di emergenti, in tanto cozzo di
interessi differenti fra provincia e provincia, paese e paese. L' at-
tuale sistema pecca dunque da un lato per troppo incentramento, il
ministero; dall'altro per troppo discentramento, i corpi tecnici delle
varie provincie. Occorre proprio un ufficio d' acque speciale pel si-
stema padano, che n abbia nel seno uno specialissimo, imitando in
ciò la sapienza della Repubblica Veneta per V Adige ; il quale uf-
ficio dovrà necessariamente rivolgere un occhio di speciale prov-
videnza al Polesine, ove, più di gran lunga che in qualunque altra
terra del bacino padano, s' apre la prospettiva o di danni immensi
o d' immensi vantaggi.
124. Sulla necessità d'un ufficio superiore idraulico nel no-
stro Stato. — Rettamente osserva il chiar. ingegnere Carlo Bac-
caglini di Lendinara (in una sua lett. al Bertani, inserita nel giorn.
La Venezia, anno Vili, nura. 20, 22, 23 del 20, 22, 23 Genn. a. c.)
sul proposito della necessità d' un ufficio superiore idraulico, man-
cante nel nostro Stato, per lo studio dei nostri gran fiumi, che il
consiglio superiore de' lavori pubblici, sebbene composto di distinti
ingegneri, di capi passati ispettori, non corrisponde allo scopo,
perchè dai loro uffici precedenti chiamati sempre a studiare e prov-
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vedere ad accidentalità pratiche, piuttostochè ad investigare le
generalità costituenti la scienza. E ciò in quanto, per provvedere ra-
zionalmente al regime d'un fiume, bisogna conoscerne a fondo l'in-
dole e la natura, il bacino, le portate ne' vari suoi stati, la qualità
e quantità delle torbide, lo stadio suo rispetto allo stabilimento del-
l'alveo, se interrisca od escavi, e ciò se da monte a valle o viceversa ;
esaminare gli effetti di ciascuna piena rispetto al detto stabilimento
dell' alveo, ed il comportarsi del fiume rispetto alla foce : cose tutte
eh' esigono lunghi studi ed un corpo d' ingegneri che vi sia co-
stantemente ed esclusivamente addetto. Osserva non mancarci im-
portantissimi dati sui nostri fiumi, suffragati dai nomi illustri di
Bonati, Venturoli, Paleocapa, Lombardini ecc., ma che ci manca,
quanto ai medesimi, la continuità, l'omogeneità, il completamento,
nè con essi soli si può tener dietro alle variazioni avvenute che de-
terminarono i miglioramenti od i peggioramenti del sistema del
fiume. Osserva che autori egregi e studiosissimi difettano di dati
sperimentali sicuri, costretti a raccogliere da fonti disparate, mon-
che, incerte ('su di che porta ad esempio le deduzioni sulla portata
del Tevere nella massima piena 1870, quando a Ripetta giunse a
m. 18.50, che pel Venturoli sarebbe stata di 23.20, pel Vescovadi
36.25, pel Canevari 33.90, pel Montanari da 42.75 a 47.50); essere
doloroso che l' Italia, già maestra di questa scienza, debba ora ri-
correre agli studi degli stranieri. — Deplora egli pure la questione
dell' Adige legarsi colla politica, cioè trovarsi soggetto a dominio
straniero il suo bacino di formazione, sebbene in suolo etnografi-
camente e geograficamente italiano, ove occorrerebbero i maggio-
ri provvedimenti, cosicché non solo non può esservi relazione nè
unità d'intendimenti, ma forse discordia fra l'una e l'altra dire-
zione de' due tronchi del fiume. Dubita che la rotta di Legnago
apra una serie di sciagure, perchè portò un completo disalveamento,
vuotando istantaneamente il fiume; di che, turbazione nelle condi-
zioni dell' alveo, deposizioni enormi che non potranno essere aspor-
tate dalle piene successive se non in virtù d'alzamenti enormi del loro
pelo e quindi di nuove chi sa quali e quante sciagure. Non vede nè
sa eh' altri veda rimedi di pronto effetto alle temute sciagure.
125. Si deve modificare la legge che pone gli argini de' no-
stri fiumi in seconda categoria. — Limpida conseguenza di tutto
ciò n' emerge ancora, doversi modificare per noi radicalmente la
legge sulle opere pubbliche che classifica i nostri argini fra le ope-
re di seconda categoria, legge fatta il 20 Marzo 1865, prima cioè
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che il Veneto s'unisse al regno (Luglio 1866), ed inconsultamente
applicatavi, perchè non vi si adattavano i criteri che V avevano
informata (Bullett. cit. 6 Die. n. 5 ; cfr. anche mio Saggio sul Ca-
nalbianco III § 34 e segg.) Anche l'egr. ingeg. Baccaglini (let. cit.)
riconosce T ingiustizia e V inattuabilità di tal legge per la quale
in prima categoria, cioè a tutto carico dello stato, sono le opere de'
fiumi che riguardano la navigazione ; in seconda, cioè per metà a
carico dello stato e, per Y altra metà, un quarto della provincia
o provincie interessate, l'altro quarto degli altri interessati, le o-
pere di difesa e del buon regime idraulico del fiume. E benissimo
paragona l'improvvida unificazione legislativa, l'accentramento fa-
tale, che pretende adattare una legge a tutti i bisogni, a tutte le con-
dizioni locali in Italia, ad urta camicia di forza che unisce invero le
varie parti del corpo, ma, togliendo loro la facoltà di muoversi, le
rende inoperose e dolenti.
Io poi fin dal 1870 gridai l'allarme (Saggio citato, pag. 75 e
seg.) alla prima notizia che il Consiglio di stato emetteva il voto^
che anche 1' opere per manutenzione di Po ed Adige fossero col-
locate in seconda categoria. I recenti disastri ne palesano sempre
più l' ingiustizia, e se il governo ne attenua gli effetti con partico-
lari provvidenze, non basta ; non dee venir comè dono quello a cui
s' ha diritto per il principio naturale dell' uniforme distribuzione dei
carichi dello stato. È egli possibile mettere a carico delle provincie
attraversate dall' Adige, e interessate a difendersi da esso, metà
delle spese che si rendono ora necessarie ? è possibile moralmente,
politicamente, economicamente, porre questa metà proprio a carico
di coloro cui furono tolti gli averi, e che attirarono la compas-
sione e la fraterna carità di tutta Italia e di tanti paesi anche stra-
nieri ?
Nè ci si venga a dire che anche la Repubblica Veneta lasciava
a carico degli interessati tutte, o gran parte, delle spese delle acque ;
F analogia non regge. Il governo di S. Marco, con premura vera-
mente paterna, sapeva fare e doni e prestiti; un ben inteso sistema
di servigi personali degli interessati rendeva assai più miti le spese;
eppoi mitissime allora, quasi nulle, erano le imposte che oggi si
direbbero erariali, sì dirette che indirette.
126. Altre considerazioni a dimostrare l'assurdità della
legge stessa : le spese di difesa de' fiumi nelle basse regioni di-
pendono dal complessivo regime del fiumi stessi. — E sono poi a
farsi altre considerazioni, *d' ordine non meno importante, a dimo-
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strare V assurdità della legge del nostro regno. — Veneto, Ferra-
rese basso, parte di Mantovano e Modenese, e specialmente Pole-
sine, formano il gran bacino di scarico de' principali fiumi dell' alta
Italia, dopo convogliati tutti i confluenti de' paesi superiori. In que-
sti i fiumi sono ancora di natura torrentizia che per forte pendenza
scaricano le loro acque nelle pianure inferiori, ove si forma il
cosi detto ventre di piena, e lo scarico in mare viene spesso reso
diffìcile dall' alte maree prodotte da' venti sciroccali e loro affini,
che accompagnano le piene dipendenti dalle piogge montane au-
tunnali ; piene ora più sollecite che in passato per le note cagioni ;
di che 1* alzamento di fondo, la pensilità, le piene Sempre maggiori.
Dunque le arginature colossali e tutte le altre opere di difesa, le
più serie minacce e i danni sempre maggiori provengono dalle ac-
que e bene spesso dalle opere superiori. Gli arginamenti non sono
soltanto mezzi di difesa ai territori adiacenti ai fiumi, ma in ori-
gine sono conseguenza del principio prevalso nella sistemazione
de ? fiumi stessi, anzi i danni delle rotte e dei debordameli vanno
in ragione diretta del maggior elevamento delle arginature, laonde
la loro esistenza costituisce un pericolo permanente. È a conclu-
dere che le opere e le enormi spese di difesa de* fiumi nella pianura
veneta, specialmente in Polesine, hanno legame e dipendenza di-
retta col complessivo regime idraulico de' fiumi stessi, nè costitui-
scono già una semplice difesa dei territori adiacenti. Più cose si
potrebbero aggiungere a dimostrare che i danni della pianura infe-
riore sono conseguenza di fatti relativi ad interessi generali e su-
periori (Cfr. cit. Bullett., 6 Die. n. 52), e che il carico imposto ai
territori ove i fiumi corrono arginati, per manutenzione d' argina-
ture ed altre opere di difesa, oltre la quota generale dell' imposta
erariale, è tanto più ingiusto, quanto più con questa spesà devono
i territori stessi difendersi da danni aventi lor causa fuor della
propria regione.
127. Altro argomento desunto dalla rendita attribuita alle
nostre terre col censo stabile. — Più ancora : il Veneto, e sopra
tutto il Polesine, su cui gravano di preferenza gli effetti di quella
legge per le opere di seconda categoria, paga prediali in base al censo
stabile, con aliquota proporzionata alla rendita attribuita ai singoli
appezzamenti. A determinare detta rendita si tenne conto pur anco
della difesa delle arginature, ed infatti evvi distinta classifica di
fondi entro argine e fuori argine, pei quali, come elemento di sot-
trazione alla rendita normale del suolo, si calcolò il pericolo per
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mancanza di difesa, ed il loro censo è inferiore a quello de* fondi
entro argine a parità di condizione intrinseca di natura, suolo, col-
tivazione. Dunque la difesa de* fondi entro argine è loro caricata
coli' imposta fondiaria. — Riassumo : il Veneto, e specialmente il
Polesine, contribuisce alle opere di seconda categoria, che per la
sua condizione idrografica cadono quasi tutte in questa regione,
ed hanno lor causa e necessità nella condizione di generale siste-
mazione de' fiumi e loro influenti superiori, con tre quote :
a) quella delle tasse generali dello stato, come tutte le altre
regioni ;
b) quella particolare attribuita per la legge dell' opere pub-
bliche a carico de' comuni, provincie, enti interessati ;
c) quella che rappresenta il coefficiente di maggior carico sul-
T imposta fondiaria nel compartimento veneto per i terreni entro
argine. — Può darsi cosa più contraria alla giustizia, all' equità,
alle buone regole di pubblica economia ?
128. Conclusione del lavoro. — Ecco quanto m'avviene di
dire suir Adige in genere e sulla rotta d'Angiari-Legnago, e per
occasione de' danni enormi che ne ricevette il Polesine. So di aver
detto cose in sostanza vere, e se talora negli apprezzamenti il mio
linguaggio fosse sembrato troppo vivace, si condoni alla rettitudine
dell' intenzione. E chiudo raccomandando ai miei carissimi concit-
tadini che, scomparse le acque, ripristinata la rigogliosa vege-
tazione ne' campi, sanate alla meglio le piaghe aperte dopo sì
grande sconfitta, non si torni a dormire come in passato, ma si
parli, s'insista, si gridi a chi siede in alto, affinchè si venga solleci-
tamente a quelle radicali misure, da cui soltanto questa più bassa e
travagliata parte della veneta pianura può ripromettersi di non
dover retrocedere, dopo il suo terzo risorgimento iniziato nel 1600
dietro le sapienti parole d' un cieco, affinchè sia possibile prose-
guire la via a quei migliori destini, ai quali natura, purché ben
compresa dalla scienza e regolata dalla prudenza dell'arte, accenna
indubbiamente d' indirizzarla.
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LA
STORIA DI VENEZIA
DI A. F. GFRÒRER
STUDIO
DEL PROF. P. PINTON
(Cont. e fine della prima parte. V. t. XXVI, p. 330)
37. Intorno al successore di Flavanieo, che fu il doge Dome-
nico Contarini, la nostra storia corregge anzitutto un anacronismo
degli Annali di Dandolo, rendendo probabile la morte del patriarca
Poppo d' Aquileia ancora nel 1042, e però prima che avvenisse
l'elezione del nuovo capo politico di Venezia. Se ne offre testimo-
nianza in Ermanno il zoppo che segna appunto quest' anno, e non
il 1044 che risulterebbe dall'indicazione del cronista veneziano.
Pure io credo che un attento esame del contesto stesso degli An-
nali possa chiarire e correggere per sè Y apparente sbaglio. Di
fatti Dandolo narra di seguito V ultimo assalto di Poppo a Grado
ed il ricorso del doge Contarini a papa Benedetto IX ? che emana
sentenza favorevole alla metropoli veneziana con bolla dell' Aprile
1044. Questo è veramente il secondo anno del dogato Contarini ;
ora Dandolo avrebbe errato comprendendo in questo solo anno
tutti quegli avvenimenti, che si svolsero fin dal 1042, quando l'a-
quileiese s' impadroniva una seconda volta della sede metropoli-
tana di Grado, che nel 1044 stava ancora nelle mani dei fedeli del
già morto Poppo (1).
(1) Muratori, Ber. it. script. , XII, 242: In ejus [Dont: Contareno) initio,
sciliett seguenti anno, indictione XII, Popò . . . privilegium obtinuit, Oradum . . .
civitatern . . . incendit, et quidquid ab igne remamit . . . secum detulit . . . Sed
antequam de tanto ausa coérceretur, ab kac luce . . . sublatus est. Denique (Dux
et Patriarcha) irritationetn privilegi* . . . et petita a Papa obtinent. — Quanto
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Il lungo governo di Domenico Contarmi, che durò non meno
di ventotto ma quasi ventinove anni, fu studiato da Gfròrer sotto
un punto di vista nuovo affatto. L' autore tocca brevemente la ri-
conquista di Grado e delle città di Dalmazia. Quest* ultime erano
state assalite e prese dagli ungheri già ai tempi del doge Barbo-
lano ; la nostra storia reca quasi le prove dell' influenza in tal oc-
casione esercitata sulF animo del re Stefano dal nipote Pietro, fi-
glio dell'abbattuto Ottone Orseolo. I veneziani, anche sotto il go-
verno di Domenico Flavanico, nulla fecero per rivendicare il per-
duto; e il veneziano Pietro, da capitano divenuto nel 1038 re dei
magiari, continuò ed estese le conquiste e le molestie contro i con-
nazionali fino al 1044, benché dovesse lottare e per poco soggia-
cere nella intestina lotta con Aba. Dandolo non conosce che questo
usurpatore, il cui nome battesimale è Samuel, alterato in Salomone
nel codice ambrosiano. L' autore non s* avvide di tutto ciò, ed ac-
cusa Dandolo d' inesattezza, del resto visibilissima dove prima il
cronista veneziano nomina un Andrea (1) ai tempi di Stefano I. Però
in quello stesso anno Samuele Aba cadeva vinto da Enrico III, e
prima che Pietro riacquistasse pieno potere nel regno, il doge
Contarmi aveva già prontamente ridotte in suo potere Zara e le
altre terre tolte a Venezia. Ciò fatto, il nostro storico rivolge tutta
la sua attenzione all' attività politica interna della repubblica a
questi tempi, in cui primeggia la figura d'Ildebrando, ch'egli mette
innanzi quale promotore di quanto accadde d'importante nelle isole
venete. Di fatti egli osserva che altri non poteva essere stato ad
indurre papa Leone IX; cugino d' Enrico III, a contraddire e dan-
neggiare il patriarca Gotebaldo d' Aquileia, favorito dallo stesso
imperatore ; per modo che in forma esplicita e solenne nel concilio
romano del 1053 fossero riconfermati nella Venezia marittima e
nell' Istria i diritti della sede metropolitana di Grado (2). La rinno-
vazione degli antichi trattati, negata sempre da Corrado II, ed ora
alla data della morte di Poppo, l' aveva rettificata oramai più d'un secolo fa il
nostro Db Rubeis. Vedi ne 1 suoi Monumenta ffccl. Aquila 526, 527.
(1) Confr. lo stesso Gfr5reb nella* sua opera Gregorio VII, voi. VI, 326,
328, e voi. I, 504, con Dandolo in Muratori, XII, 239, 244.
(2) Il Db Rubeis riferisce una nuova conferma di Grado all' Aquileiese
sotto Alessandro II papa (op. ci?., 529 ; ma GfrOrer saggiamente non l'accredita,
mancandone la relativa bolla, nò ai tempi di Gotebaldo essendo imperatore En-
rico IV, come dice la cronaca aquileiese, cui s'appoggia quell'autore.
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Concessa (1) da Énrico III, le espressioni d 4 Ildebrando stesso, di-
ventato Gregorio VII, che in una lettera del 1074 attesta d'aver
amato sempre e molto Venezia, e d' essersi adoperato con ardore
per lei, sono indizi attendibilissimi e buoni appoggi air opinione
dell* illustre storico (2). L' indole di questo studio non ci induce nè
permette di discutere il valore del principio a cui s' inspirava quel
grande pontefice ne' suoi rapporti con Venezia ; ma non v' ha dub-
bio inquanto V autore rinviene di radicalmente nuovo nelle con-
suetudini dello stato insulare. Nel 1064 per il monastero di S. Ila-
rio, proprietà ducale, vien eletto un amministratore ; e la nomina
non compete soltanto al doge, ma insieme air abate. Nel 1071, ul-
timo anno del governo di Domenico Contarini, è creato il procu-
ratore di S. Marco, dapprima destinato a curare gì' interessi della
fabbrica di questa basilica, ma in seguito chiamato a tutelare il te-
soro stesso dello stato (3). E tutti questi provvedimenti conducono
mirabilmente a quella importantissima legge (4) che guarentì red-
diti sufficienti al patriarcato di Grado, provvedendo al decoro della
chiesa e, come dice con somma assennatezza Gfrorer, strappando
ai dogi l'ultimo mezzo di tirannia, che loro forse potea restare. Fin
allora la sede di Grado era stata povera ; quindi riflette l'autore, non
vi erano eletti che uomini sicuri d' essere sostenuti da chi godeva
laute rendite ed aveva il potere di procurarne ; perciò tanti fratelli
e figli di dogi. D'ora innanzi il patriarca ebbe la sua mensa, a cui
insieme al doge per legje contribuirono la camera di S. Marco, e
vescovadi ed abazie ; ed ecco assicurata l' indipendenza della chiesa
e la libertà dello stato.
Però l' opinione stessa è esagerata, dove tutto il merito di
questa nuova legislazione ecclesiastica vuoisi attribuire al grande
cardinale e pontefice dell' XI secolo. Gfrórer, trovando un docu-
mento, in cui il doge Domenico Silvio, successore del Contarini,
d' accordo coi vescovi, abati, giudici e maggiorenti, rinvigoriva la
(1) Quanto alla data di questa rinnovazione dei soliti trattati coir impero
tedesco, fu tra i nostri accertata dal Romanin, Storia docutn. di Venezia, voi. I,
pag. 308. Gfrorer la prese dal Lebret.
(2) 1 documenti in Jaffé, Regesta, e in Muratori, Ant. Ital., I.
(3) L'autore riuscì benissimo a confermare la nota in margine dei Codice
Ambrosiano, riguardante questa istituzione, per mezzo d'un atto di poco poste-
riore, in cui apparisce distinta una Camera S. Marci. Confr. in Muratori i due
luoghi: Scrip., XII, 247, nota 4, ed Antiq. Ital. t I, 243.
(4) Il documento in Muratori, Antif. Ital, ibid,
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deliberazione ineseguita dal predecessore, accusa questo di tiepi-
dezza o più ancora di avversione alla legge, pei fini soliti di asso-
lutismo o di bizantinismo. Prima di dare questo giudizio sul doge
Contarmi conveniva accertarsi dell'anno, in cui si prese quel
provvedimento ; e siccome è probabile che ciò avvenisse, come s* è
visto, negli ultimi giorni di quel dogato, non è possibile addebi-
tarne il doge, ma la sua morte. Domenico Silvio si mostra piutto-
sto negligente nell* es3euzione della legge recentissima ed a lui
certamente nota ; e l' autore muove anche contro questo doge le
stesse e più gravi accuse. E qui esse hanno un qualche fondamento
nei lagni che papa Gregorio VII fa sentire per i trascurati riguardi
alla sede patriarcale di Grado ; ma il suddetto documento non per-
mette alcuna eccezione, e fa sospettare che non il doge soltanto, ma
anche vescovi od abati abbiano tardato l'adempimento dell'ob-
bligo loro (1).
38. L'autore corona veramente l'opera sua collo studio più
completo, che dall'arte critica si potesse esigere e sperare, intorno
a quel grande periodo della storia veneziana, che si nomina dalla
guerra normanna, e che fece riconoscere nella repubblica delle la-
gune ia signora dell' Adriatico e la prima potenza marittima del
Mediterraneo. Gli storiografi italiani e stranieri, che s' occuparono
di Venezia, dai tempi del doge Dandolo ai nostri, in questo mo-
mento di suprema importanza per la grandezza avvenire dello stato
insulare si mostrano male o poco informati, ovvero alterano e na-
scondono la verità con la pomposa descrizione dei retori (2); sicché
escludendo il superfluo e l' incerto, fino al Romanin (3) poco o nulla
si sapeva di più di quello che gli Annali di Dandolo ci riferiscono
intorno ai dogati di Domenico Silvio e di Vitale Faliero. Ora Gfrò-
rer, mettendo a confronto fecondissimo la cronistoria veneziana
con l'Alessiade di Anna Comnena, e le cronache di Guglielmo di
Puglia, di Galfredo Malaterra, di Lupo Protospatario e dell' anoni-
(1) Sed . . . impediente negligenza chartula minime completa est. Id., ibid.,
e nel Liber Blancus.
(2) Vedi pure in tutti gì 1 istoriografì di stato da Bembo a Sandi, per tacere
dei minori. Sandi, Principi di storia civile ed ecclesiastica di Venezia, voi. II,
pag. 392 e seg.
(3) Op. cit. t voi. I, pag. 323, 325, 327; ivi apparisce qualche cosa di più
esatto e particolareggiato, ma vi sono ancora imperfezioni e lacune, essendosi
il Romanin appoggiato troppo esclusivamente alla critica di Oautier d'Are, e
con questo al fonte di Guglielmo di Puglia.
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rao di Bari (i j, dà tale ampiezza e precisione agli avvenimenti gra-
vissimi di quell'epoca, che lo si può senz'altro dire scopritore be-
nemerito di nuove e gloriose geste compiute allora dai veneziani.
Egli incoramela regolarmente ad esaminare l'indole del nuovo
doge Silvio, e lo giudica demagogo, perchè Dandolo dice che fu
eletto subito e per acclamazione popolare (2), ambizioso, perchè spo-
sava una principessa imperiale greca (3). Qui però l'autore è predo-
minato dall'impressione, ch'egli ha già subita, della fine miseranda
del doge ; e pare non possa acconciarsi a credere che questa fine
fosse prodotta da una sconfitta in mare, nè da altro che dal su-
perbo disegno di rendere ereditario il dogato. Intanto nulla affatto
si sa eh' egli abbia mai messo innanzi alcun figlio, se pur ne ave-
va (4) ; ciò che del resto era proibito dalla legge in vigore contro
la correggenza. D'altronde la lettera di Gregorio VII che rimpro-
vera e consiglia il doge a rompere ogni rapporto con Enrico IV e
co' suoi, non ha in sè la minima prova di tendenze assolutiste in
Silvio (5), come vorrebbe il nostro autore, ma è conseguenza indi-
retta d'un altro fatto, che Gfrórer stesso registra diligentemente più
sotto. I normanni, protetti e protettori del pontefice, non dimenti-
chi delle piraterie dei loro padri, ed avidi di nuovi domini avevano
tentato di por piede per l'Adriatico in Dalmazia ; i veneziani si dife-
sero colle armi contro i normanni, con clausule penali contro i dal-
mati, e con reclami presso il papa (6). Ma a nulla approdando tutto
(1) Si noti che l'autore attinse ai fonti nelle migliori edizioni, come quella
di B<tnna per V Alessiade, quella del Pertz per gli altri quasi tutti, mentre per
la storia generale dell Oriente ricorse al Lebeau ed a documenti nei Fontes
rerum austri acarum.
;2) Vedi la Dominici Tini o Bini narratio de electione Dom. Silvii ducis
Venetiarum, ricordata siccome con temporanea dal Romanin. Gfrorer, non cono-
scendola, ed altronde sostenendo a questo tempo l'elezione quasi del tutto ari-
stocratica, trova straordinario ciò che era affatto ordinario: la forma popolare
dell' elezione del doge !
(3) Quanto alla moglie, la principessa greca, Silvio l'aveva sposata hor~
tatù Michaèlis Augusti, come dice Dandolo (Muratori, XII, 247 ); sarebbe
adunque esclusa l'ambizione.
(4) Ne aveva almeno uno, se dobbiamo credere a Guglielmo di Puglia, che
lo fa prigioniero alla resa di Durazzo. Muratori, Scrip., V, 2*73, col. II.
(5) Di fatti la lettera del grande pontefice è diretta insieme al doge ed al
popolo Veneto. Vedi l'epistolario, libro IV, ep. 27, ap. Mansi, XX, 233.
(6) A questi e non ad altri si riferiscono le parole di papa Gregorio VII
nella sua lettera dell' 8 Aprile 1081: Quod autem petitioni vestrae ad praesens
in adi mple ndo eam non videmur annuere . . . temporum incommoditate , . . De-
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ciò, Domenico Silvio, appena vide risorgere la fortuna d'Enrico iV
dopo r umiliazione di Canossa, gli si avvicinò ; nè valsero a stac-
camelo le sollecitazioni di Gregorio, che invano s' illuse nell' appa-
rente riconciliazione del 1081. Questa è Tunica spiegazione possi-
bile, considerando le circostanze storiche generali ed in particolare
la successione cronologica dei fatti, poiché nel 1075 ha luogo il
primo assalto dei normanni, e nel 1076 si rilascia un documento di
bando contro di essi dalla Dalmazia ; nel 1077, a dì 9 Giugno, il
papa manda al doge di Venezia la bolla, che parla di rapporti con
gente scomunicata. Tutto questo non fu avvertito dall' autore.
Salito appena sul trono imperiale d'oriente l'usurpatore Ales-
sio Comneno, scoppia nel 1082 la guerra dei normanni sulle coste
dell'Epiro, e Venezia è chiamata in soccorso dai greci. Qui risplen-
de veramente il potente ingegno critico del nostro autore. Coi nu-
merosi fonti cui attinse e coll'abilità superiore, per la quale discer-
ne la verità, egli ha potuto rivelarci passo a passo tutte le vicende
di queir accanita lotta, da cui pendevano le sorti di mezza Europa.
Fino a ieri noi sapevamo soltanto che i veneziani, eccitati da nuove
promesse di lucrosissime franchigie, accorsero colla flotta a di-
fendere Durazao, ma più tardi furono sconfitti presso Corfù, e di
nuovo, sotto Faliero successore di Silvio, presso Saseno; ebbero
egualmente le franchigie stipulate, ma furono rotti sempre e da per
tutto (1). Nulla di preciso però sugli anni di questi avvenimenti (2).
Oggi invece, grazie al nostro valente storico, noi sappiamo con
certezza e precisione che nel 1082 si stipula il patto per l'alleanza
ed i compensi (3), e nello stesso anno la flotta veneziana, sotto il
comando del doge Silvio, vince in battaglia col fuoco greco i nor-
nique cum tempus opportunum advenerit, . . . honorem vestrum . . . servare non
pigritabimur. Mansi, Sacr. ConciL Coli., XX, 348.
(1) È verò che Sandi e Romanin addussero la vittoria di Butrinto sotto Vi-
tale Faliero; ma tacendo la sconfitta di Saseno, registrata dal Dandolo, ed ap-
pena notando il fonte d'Anna Comnena cui attinsero, non recano nè piena luce,
nò alcuna persuasione critica. Vedi in Sandi, Principi di st. civ. f li, 392-394,
e Romanin, op. cit. f I, 324, 327.
(2) Così, ad esempio, il Sandi cita una sola data precisa, quella della resa di
Durazzo ai normanni per tradimento, e la colloca nel giorno 8 Febbraio 1082,
errando d'un anno, come si vedrà più sotto. Il Romanin è alquanto più copioso,
ma incompleto ed imperfetto anche lui rispetto alle date. Op cit., ibid.
(3) Ciò risulta chiarissimo dal confronto critico dei fonti di Anna Comnena,
Guglielmo di Puglia e Dandolo. Vedi AUssiade, ed. Parigi, 1651, pag. 105;
Pcrtz, Mon. Germ. hist., IX, 285; Muratosi, Script., XII, 248.
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ti
manni sotto Durazzo, che può resistere cogli aiuti degl' isolani per
ben sette mesi, quattro anche dopo la sconfitta tremenda subita da-
gli orientali in terra (1). Nel 1083 cade Durazzo in mano dei nemici,
per tradimento d'un veneziano fazioso e forse bandito; ma i nostri
riconquistano quel porto, e poco dopo lasciati quei paraggi, riunita
la propria flotta con la greca, s' impadroniscono di Corfù, presa
da Roberto in sul cominciare della guerra, e tagliano ogni comuni-
cazione per mare ai normanni (2) che con Boemondo continuavano
la guerra in Tessaglia, mentre il duca accorreva a sostenere V al-
tro figlio Ruggero contro i baroni ribelli e poi neir 84 il papa con-
tro Enrico IV. Dopo la vittoria di LarÌ9sa, Alessio con inganni e
stratagemmi costringe Boemondo a ritirarsi verso le coste, e sol-
tanto sul cadere dell' anno 1084 ritorna Roberto con poderosa
flotta. Allora tra Butrinto e Corfù si viene a triplice battaglia, in
cui i prodi isolani due volte vincono, costringendo il nemico a
sgombrare dall'Epiro (3); alla terza, troppo sicuri ed impreparati, as*
saliti ancora per tradimento d'un veneziano, abbandonati vilmente
dai greci, essi combattono eroicamente e son vinti, perchè delle
nove loro grandi navi da guerra, sette vanno a fondo, le altre due
son catturate, ma dopoché più di mille difensori erano stati uccisi.
A Venezia dopo l' illusione della vittoria succede la desolazione
della sconfitta, e ne paga il fio Domenico Silvio colla deposizione (4).
(1) Il computo è esattamente fatto in base alle date del cronista anonimo
di Bari, seguendo il racconto d'Anna Comnena. L'autore si riferisce per il com*
puto aWArt de verifier les dates, nella prefazioue di quest'opera, I, XII, 22, 73.
(2) Parimente evidentissimo è questo risultato critico del confronto tra i
due fonti d'Anna e Guglielmo, come si vede in Muratori, V, 275, col. 2, ed
Aleaiade, ed. Parigi, pag. 159, libro VI.
(3) Benché avessero i uormanni rioccupate poco prima A v Iona e Butrinto,
appar chiaro che le abbandonarono subito dopo le due rotte nelle vicine acque,
primo, perchè i veneziani vincitori, fermatisi al porto Passaro, avrebbero altri-
menti fatto prigioni quei normanni ; secondo, perchè i figli di Roberto colà man-
dati si riuniscono a lui, lasciando quei due porti, al momento della battaglia
navale; terzo, infine, perchè dopo la terza rotta a danno di Venezia non si vede
alcun vantaggio de' normanni sulle coste; il quale sarebbe certamente avve~
nuto, se Avlona e Butrinto fossero rimasti nelle loro mani; nè dopo la rivincita
dei veneziani si ha alcuna notìzia della resa di que' porti, mentre si parla della
sola Durazzo, che resisteva ancora per i normanni. Così dicasi del porto di Glick
(Clicae) e di Bontìtza (Bundicia), che furono occupati solo provvisoriamente da
Roberto. Confr. Anna Comnena, op. cit , 160 e 162-163, con Guglielmo di
Puglia, op, cit., 276, I, li e 277, li.
(4) Sa questo punto però vedi sotto l'incertezza dell'autore.
6
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Frattanto V imperatore greco, vedendo imminente e inevitabile la
rivincita totale dei normanni, senza nuovi aiuti dei veneziani, ne
implora un' altra spedizione navale a prezzo d" onerosissimi privi-
legi commerciali, in aggiunta a quelli promessi ed ora definitiva-
mente concessi (1). Allora gF isolani, eletto a doge Vitale Faliero, al-
lestite in fretta quante più navi poterono, osarono con esse affron-
tare la flotta normanna, rifatta delle gravi sue perdite colle cat-
ture e con nuovi rinforzi ; a Saseno vi fu una seconda sconfitta,
ma non più un disastro. Anzi i vincitori ne uscirono cosi spossati
che, sebbene avessero già riconquistata risola di Corfù, non si
sentirono abbastanza forti e numerosi da avanzare e da operare
uno sbarco sulle coste di Durazzo, il cui castello a stento si soste-
neva per loro ; sicché, retrocedendo, tentarono d'approdare un'altra
volta a Butrinto. I vinti però si riannodarono, inseguirono il ne-
mico e, raggiuntolo dinanzi al porto, l' assalirono e lo sconfissero
pienamente (2). In seguito a ciò Roberto si ritirò a Corfù, mandando
il figlio Ruggero alla conquista di Cefalonia ; ma questo vi trovò
ostinata resistenza, benché il maggiore sforzo dei nemici dovesse
essere rivolto in quel momento contro il duca. Di fatti Corfu ri-
cadde certamente in potere dei greci, quando Roberto, abbandona-
ta l' isola, accorse presso Ruggero (3), che aveva bensì potuto sbar-
care le sue forze ed assediare il castello di Cefalonia, ma non an-
cora impadronirsene. Tuttavia tennero fermo gli assediati, nulla
giovarono agli assedianti le forze riunite e gli sforzi estremi, per
cui anzi dovette soccombere il grande loro capitano (4). Per colmo
(1) Confr. Anna Comnena, op. cit., pag. 161, e il relativo crisobolo nelle
Urkunden z. alt. Hand. Staat&gesch. Yen, di Tafkl u. Thomas, I, pag. 51.
(2) Lupo Protospata conferma Dandolo (confr. in Muratori, V, 154, e XII,
251) sulla rotta di Saseno, ed il silenzio di Guglielmo di Puglia e di Gaufredo
Malaterra, normanni, che tacciono quella vittoria, per non confessare una suc-
cessiva sconfitta, prova la verità di quanto riferisce Anna sulla finale rivincita
dei veneziani. Confr. Muratori, V, 276, 277, 285, 289; Anna, 161, op. cit.
(3) Di fatti Guglielmo di Puglia, pur tacendo della vittoria di Roberto a Sa-
seno, ch'egli fa tutt' una con la precedente presso Corfù, diceche i normanni
penarono in mille modi negli accampamenti di Bonditza, in ciò accordandosi
con Anna. Adunque Roberto non era più padrone di Corfù, dove altrimenti
avrebbe trovato maggior copia di viveri e migliore stanza per le navi e per
l'esercito. Muratori, V, 276, II, ed Alessiade, VI, pag. 162: « ad Bontitzam, ubi
.... totus exercitus (Normannorum) consederat ».
(4) Che le forze normanne stessero allora per riunirsi lo provano le parole
d'Anna: aliis suis post secuturis copiis, ed il verso di Guglielmo: Insula Ro~
torto proponitur esse petenda. È vero che Guglielmo parla poi di più accam-
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di sventura sopraggiunge frattanto la flotta veneta ; ed i normanni
disperando oramai della fortuna, si gettano sulle navi e fuggono
verso le coste d' Italia. Poche settimane dopo anche la fortezza di
Durazzo, ultimo ricettacolo dei nemici, o meglio d' alcuni amiri
loro, è presa d'assalto dai veneziani (i), che già s' erano resi padroni
del porto, e viene restituita al sovrano d'oriente. Cosi nell'Agosto
del 1085 finiva una guerra durata tre anni, e decisa in favore del-
l'impero greco dalla prodigiosa gagliardia e dall'alto senno poli-
tico di quel popolo di prodi marinai italiani.
Basta questa pagina di storia a rendere immortale la fama
della gloriosa repubblica; e per essa a buon diritto s'è reso eter-
namente benemerito il Gfrórer, che ci diede vogliati in dono splen-
didissimo i tanti materiali necessari a comporla. Nò io mi permisi
di riportare qui nella sua ampiezza la minuta descrizione critica
ch'egli fa nella sua storia di quanto tocca più o meno davvicino
questo periodo si fecondo di avvenimenti ; volli solamente costi-
tuire un confronto, nudo affatto d'ogni fiore retorico, fra l'antica
e la nuova storiografia di questa guerra. — Non tutti però gli ap*
prezzamenti e le spiegazioni dell'autore vanno scevri di mende e
d'imperfezione. Egli crede che Anna Comnena sia in contraddi-
zione coi cronisti Guglielmo e Galfredo intorno al tradimento ed
alla resa di Durazzo ai normanni, e s'inganna. Bisogna notare che
quella città si divideva in due parti: castello e porto ; Gfròrer non
tien conto di ciò, crede soltanto alle cronache normanne che par-
lano d' un veneto Domenico traditore, e vuole menzognera Anna,
che attribuisce la resa ad un amalfitano, opinando che mentisse
per non* scemare l'onoratezza dei veneziani (2). Ma se questo fosse
pamenti, oltre quello intorno al castello di Cefalonia; ma io credo che qui il
poeta-cronista inventi senz'altro una scusa meno disonorevole della dispersione
e rovina dell'esercito della sua nazione, subito dopo la morte di Roberto. D'al-
tronde le navi normanne, che accolsero i fuggiaschi, erano tutte lì intorno a
quell'isole. Vedi Alessiade, VI, pag. 162, e Guglielmo in Muratori, V, 277, 1,
276, li.
(1) Altrimenti non si potrebbe spiegare come a Durazzo nel portosi tro-
vassero mercadanti veneziani, come narra Anna ; nè ad essi soli era possibile
uccidere i fedeli di Roberto e restituire la fortezza, senza un regolare assalto, ad
onta delle segrete intelligenze loro coli' imperatore. Alessiade, lib. VI, 163.
(2) Guglielmo di Puglia distingue chiaramente la urbs dal castellani di
Duracchio, dove parla del tentativo dei veneziani tra l'una e l'altra spedizione.
Ed anche Anna Comnena ora nomina la sc/.c; ora il xat^rpov. Vedi Murat, V.275,
11, ed Alessiade, VI, 163; e confr. a pag. 125, dove Anna attribuisce all'amal-
fitano la resa della roXu, mentre prima parla anche di Veneti.
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84
stato il suo fine, ella non avrebbe senza riguardo nominato il tra-
ditore degl'isolani nelle acque di Corfù; il quale del resto per me
potrebbe essere quello stesso di Durazzo, Pietro di Domenico Con-
tarmi (1). Se però noi prestiamo attenzione alle due parti della città,
troviamo chiaro ed ammissibile il racconto dei tre fonti: il vene-
ziano, comandante del castello, spinto da suoi motivi particolari
d'odio e di ambizione, lo cede per tradimento ai normanni; ma il
porto, difeso ancora da alcune navi venete e dai fedeli isolani,
continua la resistenza per altri tre giorni % finché per i consigli di
un amalfitano, salvatisi i difensori per mare, è dato anch' esso in
potere del nemico (2). Roberto ricompensa Pietro Contarini, dan-
dogli danaro, beni e la nipote in isposa, ma non più il comando del
castello, dove mette certo uno de' suoi fedeli ; di fatto quel tradi-
tore lo vediamo abusare infamemente della sua astuzia un' altra
volta, ma lungi di là, in mare, dove induce i normanni alla terza
battaglia navale di Corfù, sì disastrosa per Venezia (3). L' amalfi-
tano poi rimase al comando del luogo fino al giorno in cui (1085)
la vendetta dei greci e dei veneziani lo colse colla morte ; soltanto
dopo la uccisione di costui, si die' la scalata alla fortezza difesa
dagli ultimi normanni che ancora fossero sul suolo dell'impero
orientale (4).
Intorno alla deposizione di Domenico Silvio ed alla elezione
del successore, Vitale Faliero, il nostro autore ci lascia alcune in-
certezze. Traduce senza critica alcuna quello che Dandolo registra
in proposito; sicché non si sa bene s'egli creda Silvio abbattuto
piuttosto per antichi odi di fazione che per subita ira popolare, se
per tendenze tiranniche sue o per mire ambiziose altrui. -È vero
che i fonti offrono qualche indizio di inimicizie contro quel doge ;
(1) Confr. Guglielmo che scrive: Dux dicebatur genuisse Veneticus illuni
(Dominicum), con Anna che dice: Didicit ista (la negligenza dei veneziani dopo
le due prime vittorie presso Corfù) a quodam Veneto Petro Contareno recenti ad
ipsum transfuga. Muratori, V, 273; Alessiade, VI, 160.
(2) Confr. Guglielmo, ibid., Anna Comnena, 125 e Gaufr. Malaterra,
che parla pure del Dominicus, nobili genere, cujus providentiae major turris ad
tuendum delegata est, ed in fine narra come cives . . . triduo tamen (benché tra-
dita la fortezza) renitentes, tandem vi coacti . . . Muratori, V. 584, 585.
(3) Alessiade e Guglielmo di Puglia, ibid.
(4) Anna Comnena : ... de medio tollunt eos qui autores fuerant arcis Ro-
berto tradendae. Libro VI, 163; dove però conviene leggere con discrezione la
parola xa?tpov « arso », non sapendo la scrittrice del tradimento della rocca tre
giorni prima della resa del porto.
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85
ma a me sembra indizio fallace od almeno debolissimo quello di
un Contarmi, che poteva ben essere stato privato dei diritti poli-
tici in patria e confinato in oriente, qual figlio d' un doge defunto,
e in seguito a provvedimenti presi per tutelare la famosa legge
contro la correggenza (1). Ad ogni modo una buona interpretazione
in Dandolo (2) conduce senz' altro a queste conclusioni : Silvio è
deposto improvvisamente perchè gli si attribuì la sconfitta finale
della seconda spedizione, non avendola capitanata lui in persona,
e Vitale Faliero riesce a succedergli nel dogato per mezzo di pro-
messe e di doni. Gfròrer stesso è trascinato in un certo modo ad
ammettere questo motivo della caduta di Silvio, dove suppone che
il doge dopo la duplice vittoria personalmente ottenuta presso Bu-
trinto, si recasse a Venezia per annunziarla immediatamente lui
stesso. Egli s' appoggia ad Anna Comnena, che narra come i ve-
neti dopo il secondo scontro spedivano delle saettie in patria a
portarvi il fausto annunzio ; ma questo fonte, d' altronde autore-
volissimo, non lascia nemmeno sospettare che una tale commis-
sione fosse eseguita dal doge, di cui non parla mai. Anzi dal conte-
sto risulta che il comandante della flotta rimase sempre al suo po-
sto e nella terza battaglia si disastrosa fece il suo dovere (3); adun-
que questo comandante non s' era mai allontanato, e non poteva
essere il doge che si trovava a Venezia, dove lo colse il malanno.
Ciò avvenne indubbiamente (1' autore verifica le date con somma
(1) Questa legge era stata sancita poco prima sotto D. Fla vanito, come s'è
veduto. Che il doge Contarmi avesse Agli, ce ne attesta il Chronicon Alti nate y
che nel catalogo dei vescovi di Venezia nota « Henricus, quifuit fllius Dominici
Contarmi Duci* ». Dandolo dice questo soltanto duci» consanguineus ; ma ciò
non impedisce di credere al fonte precedente. Perciò è assai più probabile che i
Veneziani abbiano esiliato V altro figlio del doge, Pietro, il quale col far eleg-
gere a vescovo della capitale il primo, accennava già all'antica arte dell' asso-
lutismo nello stato. Vedi Dandolo in Muratori, XII, 242, 243; Chron. Altinate,
libro II neWArch. st. it., Vili, 53; e Guglielmo di Puglia, che dice: hunc (Do-
Minicum, per me Petrum Dominici) quasi primatem gens illa studebat habere.
Muratori, V, 273.
(2) Dandolo, Dom. Sylvi, Pars XI : Hic Lux Venetis exosus propter exci-
dium stoli contra Robertum missi repudiatur et . . . expdlitur. Poi, Vitalis Pha-
ledri, Introd.: Hic [Dux approba tur) promissione et donis . . . expulsionem prae-
decessoris populo persuasit. Muratori, XII, 249.
(3) Anna, dopo la prima vittoria, parla di -rirsnoves, dopo la seconda dice che
quei veneti airaVrsXXov t<x tsx^P 0 ^ 13 "* Bevetiocv, ed in fine alla terza per et
BtvtTwot 8' intende sempre i capitani, come benissimo tradusse il Gfròrer stesso.
Alessiade, lib. VI, pag. 160.
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8G
arte) verso la fine di Novembre e nel Dicembre del 1084 ; e V au-
tore giustamente osserva che allora il doge Domenico Silvio do-
veva aver già governato più dei dodici anni, assegnatigli dal Dan-
dolo, se questo istoriografo stesso nota il 1071 come principio di
quel dogato. Però egli modifica in quest' occasione radicalmente il
suo computo dell'anno veneziano, ed avvicinandolo al vero, opina
che calcolando quel 1071 del Dandolo sulla fine, s' andrebbe dai
primi giorni del Marzo 1072 agli ultimi del Dicembre 1084 ; sicché
sarebbero 12 anni e circa 10 mesi. Questi mesi, die 1 egli, Dandolo
li ha trascurati, come fa di solito. A me sembra inesatto l'apprez-
zamento del Gfròrer, perchè a questo punto gli Annali tengono
conto preciso non soltanto degli anni, ma dei mesi ed anche dei
giorni di governo dei dogi ; e l'autore stesso afferma che il grande
storiografo veneziano deve essersi giovato d' una tavola cronolo-
gica originale. Di fatti noi vediamo che Dandolo corregge e com-
pleta assai spesso l'altra più antica cronologia del Chronicon Air
tinaie. Adunque non è ammissibile la trascurane, bensì invece un
errore assai facile di amanuense, il quale copiò XII, mentre stava
scritto XIII, che tanti furono evidentemente gli anni del dogato di
Domenico Silvio (1) dal Gennaio o Febbraio 1072 (1071 st. ven.)
al Gennaio o Febbraio 1085 (1084 s. v.).
Più grave è poi l' accusa che il Gfròrer fa cadere sulla buona
fede di Dandolo, che pur gli diede quel fonte, da cui trasse princi-
pale e continuo alimento la sua storia. Egli pregiudica sempre lo
spirito politico del grande cronista veneziano coli' idea preconcetta
d'un grande disprezzo per tutto ciò che proviene dall'oriente,
idea che in realtà non si ritrova negli Annali, che anzi in essi è
sconfessata più volte (2). Qui, poiché Dandolo tocca brevemente ed
incompletamente della grande guerra coi normanni, l'autore lo
giudica senz' altro dissimulatore delle glorie patrie al misero fine
di non mettere in evidenza i rapporti più recenti della repubblica
con una potenza rovinata. Aggiungiamo pure che l' impero greco
(1) Del reato Dandolo stesso nelle altre sue cronache precedenti aveva at-
tribuito a questo doge 13 anni e 5 mesi, che poi ridusse a 13 anni soli nelP ul-
tima sua maggior opera degli Annali. Vedi i Codici Marciani X, lat, 122, 136; e
Simonsfeld, Andrea Dandolo, nell' Arch. Ven., tomo XIV, parte I, pag. 83.
(2) Vedi nelle note precedenti relative a quest' argomento, e particolar-
mente osserva in Dandolo la consueta cura di registrare gli onori concessi dal-
l'imperatore greco ai dogi Domenico Contarmi e Domenico Selvo. Muratori,
XII, 216, 247.
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ai tempi di Andrea Dandolo, era anche più o meno ostile ai vene-
ziani ; ma ciò non toglieva eh' esso non fosse un altro impero, non
più quello abbattuto dai crociati. Perciò la storia precedente al-
l' impero latino di Costantinopoli dovette presentarsi alla mente
dello storiografo veneziano, indipendente affatto da ogni animosità,
e d'altronde la grandezza d'animo di quest'uomo sì illustre, pur
condannando le posteriori perfìdie bizantine, non avrà mai cancel-
lato le eroiche geste de' suoi antichi per ridurre in obblio le an-
teriori amicizie ed alleanze onorevoli ed utilissime con quello
stato,' eh' egli stesso riconosce allora sovrano. Il silenzio o la scar-
sezza di notizie negli Annali del Dandolo in questo periodo impor-
tantissimo della storia veneziana, devonsi attribuire esclusivamente
alla mancanza di quei fonti, di cui il Gfròrer per sua ventura ed a
suo grande onore potè ai giorni nostri fruire (1).
39. Da questi fonti Gfròrer attinse anche il documento impor-
tantissimo del crisobolo imperiale (2), con cui Alessio Comneno con-
cedeva ai veneziani tali e tanti privilegi, che l' autore trova giu-
stamente inauditi nella storia. Prima di studiarne il contenuto, egli
vuol accertare la data, che porta quel rescritto ; e benché essa sia
chiara e precisa del Maggio 6590, quinta indizione, ne dubita as-
sai ; anzi, non leggendo nel testo del documento alcun nome di
doge, e vedendo che Anna Comnena non fa parola del crisobolo
che in fine del 1084, crede che la data sia falsa, cioè anteriore
di due anni al vero. Egli dice : bisognava indurre i veneti ad una
seconda spedizione dopo la disfatta di Corfù, e quello dev'essere
stato il momento più opportuno a largire si fatto privilegio. Noi.
però abbiamo già stabilito che la deposizione di Silvio dovette ac-
cadere negli ultimi due mesi dell'anno 1084 secondo il computo
veneziano, corrispondenti al Gennaio o Febbraio 1085; adunque
si sarebbe veramente a due anni e mezzo dopo le promesse ricor-
date da Anna, dilazione inammissibile, quando si pensi ai tanti sa-
grifici fatti frattanto dai veneziani. Eppure il dubbio di Gfròrer
(1) É evidente la mancanza d'Anna Comnena nei fonti, a cui attingeva il
doge Andrea Dandolo, che del resto non credette di esporre nei snoi Annali nem-
meno i tanti vantaggi accordati nel famoso crisobolo a lai certamente noto.
Vedi Muratori, XII, 250 e confr. tutti i capitoli dei dogi Dom. Selvo e Vitale
Faliero. »
(2) Precisamente dai Fontes ter. austr., donde lo trasse a pag. 50 del XII
volume, facendone una accuratissima versione della seconda parte, e questa
confrontando coi cenni importanti di Anna Comnena.
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non ha ragione (T essere, e la sua supposizione vieti con ciò meno,
poiché il Maggio 6590 della quinta indizione ebbe luogo precisa-
mente nell'anno 1083 e non nel 1082 dell'era nostra, secondo le
spiegazioni dateci da lui stesso (1) sul computo dell'indizione roma-
na, che si calcolava in oriente, allora, cominciando soltanto col 1
Settembre per finire lo stesso giorno dell' anno seguente. Quanto
all' ommissione del nome del doge, che governava nel 1083, non è
permesso farvi sopra alcuna supposizione, e meno delle altre quella
del nostro autore, dal momento che il crisobolo stesso ce la giu-
stifica espressamente coli' idea che l' onore (di Protosebasto) non
si determinava nella persona, ma si trasmetteva per successione a
tutti i dogi di Venezia, nè più nè meno che quello di Hypertimon
al patriarca, il quale per la stessa ragione è citato senza nome alcu-
no (2). Meglio di tutto poi serve a fissare la data del Maggio 10S3
quanto è riferito nella prima parte del documento intorno agli
eventi della guerra : fin allora i veneziani s'erano distinti più volte
in mare intorno a Durazzo, ed erano presentemente colla flotta
pronti a combattere in quelle acque, dove avevano resi altri utilis-
simi servigi (3). Ciò corrisponde precisamente al momento succes-
sivo al Marzo 1083, quando cioè gl'isolani rioccupato il porto colla
città bassa di Durazzo, riconquistavano anche Corfù; ma l'autore,
rimettendo erroneamente (4) queste fazioni all'autunno 1083 ed alla
primavera dell' 84, non poteva conciliarsi il testo del crisobolo, di
cui non traduce la prima parte. — Ampia invece, eruditissima e per-
fetta è l' illustrazione eh' egli ne dà della parte più importante,
anzi essenziale di questo documento. Gli onori, i premi, le fran-
ti) Vedi la traduzione della Storia di Venezia del GprOrrr neir Arch. Ven.,
tomo XV, parte II, pag. 324.
(2) Tapel u. Thomas, Urkunden zur alt. ffand. und Staatsgesch. Vened.,
I, 51-52.
(3) . . . et . . . venerunt . . . ad . . . Dyrrachium . . . et . . . scelesti stolum vi
superare . . . et quod nunc quoque nobis auxiliantes perseverarti . . . Tafel u.
Thomas, ibid. i
(4) Guglielmo di Puglia adopera a questo punto un interea, ed il buon
senso vuole che il tentativo dei veneziani a Durazzo si facesse subito, e non mai
un anno dopo la partenza di Roberto. per l'Italia e di Boemondo per V interno
della Grecia. D'altronde non si può credere ebe i greci ed i veneziani aspettas-
sero il ritorno dei normanni sulle coste dell'Epiro per compiere la riconquista
di Corfù e per tornarsene alle loro stazioni. Questo avvenne certamente ancora
nel 1083, quando si seppe che Roberto stava per muovere verso Roma. Vedi
Muratori, V, 275, 11.
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ciugie commerciali e la giurisdizione propria vi sono con mirabile
chiarezza esposti, commentati (1) e valutati, sicché in generale si può
dire, aver la critica pronunciato intorno a questo punto capitale
T ultima sua parola per bocca del nostro autore. Egli difatti col
crisobolo alla mano, enumerando tutti i nuovi e ricordando gli
antichi privilegi accordati ai veneziani in Costantinopoli e negli
altri porti dell' impero, non soltanto a danno degli amalfitani, ma
anche dei sudditi diretti dell' imperatore, prova la piena, eccezio-
nale indipendenza estraterritoriale da ogni supremazia greca per
esso ottenuta dagl'isolani sul suolo imperiale, e la conferma con
le testuali parole dell' irrefragabile testimonianza d' Anna Comne-
na (2) ; dimostra la superiorità politica acquistata dalla repubblica
delle lagune nello stato bizantino, e ne conchiude che Alessio I
non doveva applicare la parola SotfXo^, servo ad un popolo, che
da protetto s'era trasformato in protettore del trono d'oriente.
Però, se si vuol dare peso alcuno agli attributi di tanto documento,
non vanno trascurati quelli di amici e di fedeli, che accompa-
gnano il nome di servi, là dove si tratta di chiedere o di lodare i
servigi (3), e gli altri di diretti e veri servi che l' imperatore usa
nelle clausule difensive (4) ; cosi dal contesto risulta evidentissima
T intenzione sovrana di rendere meno triste l' impressione e di
dare un' apparenza legale al colpo tremendo menato contro il
commercio nazionale, dipingendo quelle franchigie come regali a
servitori devoti, mentre erano in realtà un debito contratto con
cittadini affatto liberi e indipendenti, come 1' attesta splendida-
mente Gfrórer (5).
40. L/ ultimo capitolo della nostra storia, opportunissima ap-
(1) S'è già in principio avvertito il lieve errore di luogo fatto dall'autore,
che non riconobbe in Kalimna l'isola Strobelos, come altrove avrebbe potuto
ravvisare nel mercato di Tbeologon, presso l'antica Efeso, da lui esattamente
ritrovato, il futuro porto di Scalanova; entrambe stazioni marittime aperte al
libero commercio dei Veneziani per questo crisobolo.
(2; Confr. la fine del documento a pag. 54, I degli Urkunden ecc. di Tàfei,
u. Thomas con V Alessiade a pag. 163-164.
(3) Cos'i : Ba [gesta) quae fidelium Veneticorum sunt, nullus omnium igno-
rava (pag. 51), mentre nell'introduzione del documento ne ba già parlato ge-»
nericamente nominandoli amici» et ministri*.
(4) In fine invece si dice: quae donata sunt rectis dulis Imperii mei Veneti*
cis . . . ad deortationem temptantium kos molestare (pag. 54).
(5) Mi riserbo di chiarire più ampiamente questa conclusione nella seconda
parte di questo studio.
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pendice, tratta brevemente le prime vicende di Amalfi, di Pisa e
di Genova, in lotta contro il comune nemico saraceno sui mari oc-
cidentali del Mediterraneo ; e benché in verità non ne resti provato
un diretto impulso dato da Venezia allo sviluppo della libertà e
della potenza di quelle città marittime d' Italia ; pure, lette queste
pagine, si deve almeno convenire in questo con chi le scrisse : che
la priorità di tempo, la comune soggezione alla stessa chiesa cat-
tolica, le vaste relazioni commerciali e la grande fama, abbiano
messa innanzi la citta delle lagune come invidiabile esempio alle
altre del Mar Tirreno, per diverse cause già rese libere, mentre
Bari, Brindisi ed altre meridionali, prive di libertà politica, vis-
sero e deperirono nell'Adriatico, eclissate da Venezia, signora di
sè e d' altri.
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LE RUBRICHE
DEI
LIBRI MISTI DEL SENATO
PERDUTI
TRASCRITTE DA GIUSEPPE GIOMO
SOTTOARCH1VISTA NELL'ARCHIVIO DI STATO IN VENEZIA.
(Coutin. Vedi T. XXIV, pag. 3*8).
Vetita et Concessa.
(Lib. I.)
Non eatur in Cyprum et Arnieniam, 17.
Non portentur in Apuliara mercaciones, 52.
Èorensis non possit levare lignum, Venetiis in Zaneta ad
carlas 74.
Sicut non potest armari aliqua galea Veneciis per speciales
personas sine licentia huius consilii, sic non possit armari extra
nisi fuerit elargatum, 146.
Licitum sit mercatoribus facere cambium iuxta solitum, 163.
Soli consiliarii Constantinopolis possint cura galea missa Con-
stantinopolim mittere suas mercaturas exceptis pipere et cera, 180.
Veneti non possint hinc exire prò ire Dyrachium nec inde
ultra età, et est cancellatimi, 44.
Non mittantur mercature in Apuliam nisi cum caravanis nec
fiant bollette, possit tamen fieri cambium ut solet, 162.
Prohibita por tari cum galeis concessis principisse, 175.
Rame vera et stagnum possit portari solvendo denarios XII
prò libra cum conditone quod non faciant portura intra culfum
alie vero res possint portari solvendo datium solitum. Datium vero
de mele reddatur, 189.
Consilium prohibens multa venetis et etiain forensibus, 191.
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92
Nullutn navigium disarmatimi possit venire Venetias de parti-
bus Syrie cum bombice, seta, pipere, allumine roze, aut alio have-
re subtili per muduara pascatis nisi recedendo etc. — et per rau-
duain yemis nisi recedendo a medio semptembre usque ad me-
dium octubrem. — De Creta vero et de Romania nostra non possit
venire cum bombice, pipere cum aliquibus speciariis cum seta, gra-
na, cera, allumine roze, et alio havere subtili nisi recedendo a ka-
lendis aprilis usque per totum ipsum raensem per muduam pasca-
tis. Per muduam vero yemis cum predi^tis nisi recedendo a ka-
lendis septembris usque per totum mensem octubris et solvant V
prò centenario ; foleselli vero solvant solum unum. — Et possint
ipse naves adducere alia recedendo quando volunt solvendo unum
prò centenario salvo quod de curamine et pellaraine solvantur de-
narii VI prò libra non intelligendo herculinas nec operam vai-
rara, 189.
Declaratio consilii vetantis teneri forenses in statione quod
intelligatur solum de speciariis, merzariis et campsoribus, 192.
(Lib. IL)
Declaratum fuit quod drapparia vetus non intelligatur prohi-
bita portari Dyrachium, 21.
Res prohibite portari a Dyrachio ultra, 81.
Possit rediri de Alexandria, quandocumque adducendo alu-
roen, 6.
Possit iri cura orani navigio ad terras imperatoris et ad mare
maius, 10, 39.
Totaliter revocatum fuit consilium captum in MCCLV in Con-
silio rogatorum etc, 30.
Sapientes V electi ad videndum consilium de dacio mercimo-
niorum grossorum diminuito, 33.
Ferrum elargetur preterquam ad loca vetita per papam et
Apuliam, 78.
Tele portari non possint vel fustagni extra culfura nisi cura
galea armata etc, in Magno ad 4, 39, 59, 87.
Possit iri in Sardiniam et ad illas partes, 99.
Foleselli possint adduci Venecias cum omni navigio.
Cuppi, lapides et calcina non trahantur per mare : in Capri-
corno ad cartas 41. et bestialia Ystrie alio quara Venecias.
Revocatum fuit consilium per quod poterat conduci bomba-
tium ultramarinum de Romania et de extra culfum et intra sol-
vendo etc. 30.
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93
Non portentur vel mittantur aliqua ad terras Regis Karoli
pena XXV prò centenario, 52, 54.
Prohibita portari Dyrachium et ultra, 81.
Et etiam alia prohibitia facta fuit per illam muduam, 92.
(Ltb. III.)
Bannite sunt res nate in partibus inferioris lige lombar-
die, 24, 138.
Non possit iri Thessalonicam nec intra Avedum vel ad mare
maius quousque non erit datus ordo; pena XXV prò centenario, 84.
Levetur sigillura salis lombardis exceptis Ferrariensibus et
Paduanis, 23.
(Lib. mi.)
Declaratio et strictura facta Consilio vetanti quod aliquis ve-
netus non possit adducere nec adduci facere nec mittere aliquod
lignum nec alias res de extra culfum intra culfum alio quam Vene-
cias nec ire patronos lignis nostrorum fidelium quibus hic licentur
per pacta, 100.
Res de Mantua non possint adduci sub pena XXV prò cente-
nario et committatur officialibus grossorum Rassie, 180.
Clamati fuerunt nostri de partibus regis Roberti et prohibitio
facta et que commissa fuerunt fratri Paulino, 18, 97, 102, 107,
109, 115, 144, 168. .
(Ltb. V.)
Ser Nicolaus Mauro, Johannes Contareno, Dardi Bembo si con-
duxerint ballas Ianuensium intra culfum non cadant propterea ad
aliquara penam, 72.
Declaretur consilium quo prohibentur forenses navigare per
mare Venecias cum mercationibus quod intelligatur solum illa pro-
hibitio de mercibus Levantis de Romania et extra culfum, 86.
Preter Mantuani et Mutinam possit dari per dominum ducera
consiliarios et capita de sale Cervie illis terris prò soldis Villi
grossorum modio et de grosso prò XV, 8.
Tele lini possint adduci huc per quoscumque et undecumque
non solvendo aliquod datium usque ad unum annum, 193.
Bombix discaricatus de galeis a Corono citra possit adduci
Venetias cum disarmato usque per totum septembrem solvendo
comuni età, 120.
(Ltb. VI.)
Tele non vendantur per venetos forenses veneto ad longiorera
tarminum trium mensium, 121, 122.
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94
Nullus venetus extrahet ferrum prò forense nec tanset sub
pena perdendi totum ferrum, 99.
Venetus nullus audeat a Nigroponte supra versus Constantino-
polim et per totum mare maius et in Trapesunda et inde supra
usque Turisium et per illas partes, et similiter a Creta supra versus
Cyprum et Armeniam et inde per Riperiam versus ponentem usque
Tunisim et totam Rarbariara extrahere aliquas marcationes ultra
valorem illius quod secum in aliquibus illarum terrarum detulerit
nec stare plezii alicui veneto prò forensi sub pena librarura XXV
prò centenario, 129.
Fiant tres officiales qui inquirant da credenciis fìendis tam
Venetiis quam extra et de havere forinsecorum quod navigaretur
per mare et sint ipsi officiales per duos annos.
Perusini usque ad biennium solvant de rebus suis solum tres
prò centenario, 106.
(Lib. VII.)
Navigiura vadens in Cretam et ultra non recedat hinc usque
ad medium februarium pena contraordinis, 71.
Mercationes adducte cum Ugno Zufredoni possint adduci cuna
omni navigio et sint immunes a V prò centenario, 5.
Totum argentuin quod portabitur per mare Venecias sit fran-
chura, 27.
Argentum rame et stagnum nun possint extrahi, 91.
Quedam balle caricate in galea ante impositionem galearum
possint licite portari, 38.
Drapparia possit usque ad Kallendas Augusti portari de Ve-
netiis cum disarmato navigio, 29.
Aurum et argentum et omnis moneta et havere subtile non
possit extrahi hinc cum disarmato usque ad medium marcium, 63.
Marangones debentes ire cum galeis si non se recolligent non
possint laborare artera Venetiis usque biennium, 92.
Non accipiat aliquis soldum specialis persone nisi galee culfi
sint armate, 121, 122.
De fugientibus de lignis culfi, 117.
Sepi elargetur extractio conditionibus que erant ante strictu-
ram, 39.
Non eatur Constantinopolim sub pena, 125, 135.
(Lib. VIII.J
Consilium prohibens navigari plus de mercimoniis quam faciat
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95
de imprestiti* ; quod eatur ad cartas 22, 25, 27, 28, 29, revocatum
fuit in 86.
(Lib. Villi.)
De imperio Bonsaiti vel Trapesunde non possit venetus extra-
here mercationes prò pluri ilio quod sibi restasset de sua pura
ratione vel recomendisiis Venetiis, 19.
Quod homines Caprularum possint tragitare et ducere cannas
de flumine Leminis prò observando lapsui sabulonis, 57.
Arma de Maia possint extrahi et portari ad terras christiano-
rum solvendo denarios XII prò libra, 40.
Tele adhuc sint franche per duos annos 84.
(Lib. X.J
Non portentur ad partes Barbarie ferrura lignamen et
arma, 19.
Johannes Pipono zimator possit ire ad dictas partes Catari
prò recuperando argentum fratris sui periclitanti ibi, 97.
Monasteria ecclesie et speciales persone possint cum licentia
domini ducis et consiliariorum mittere Bononiam occasione que-
stionum motarum eis per collectorem domini Pape, 119.
Non possit extrahi vinum prò zurma maioris precii librarum
XX prò anfora, 23.
(Lib. XI.)
Amotum fuit interdictum quod nostri non uterentur in parti-
bus Avalone condizione quod mercatores dent plezariam satisfa-
ciendi damnum illatum lohannino Bono, 28.
Ordines super facto piperis prohibiti aliquorum.
Sapientes electi ad providendum quod nostri non recipiànt
feudum a dominis forinsecis, 43.
Nostri discedant de Firmo et non vadant illuc sub pena, 50*
Licentia concessa Borgino eundi Bononiam, 71.
(Lib. XII.)
Pena quara incurrit fraudans solutionem fiendam in facto Me-
diolani, 34.
Quedam curamina et mercimonia hinc estracta que apud Pa-
rentium exoneraverant fuerunt causa recipiendi libamentum na-
vium, possint readduci absoluta a dacio et a pena, 93.
Quinque nel VI fardelli sete Guillielmi Nicoli de Florentia
balneati in partibus Laureti possint readuci impune, 93.
Prohibitio de auro vel argento non portando cura galeis, 100.
Concessum fuit ipsis galeis posse levare in Corono et Mothofto
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00
aurum et argentum et pecuniam nostrorum cura personis eortim
et conducere Constantinopolim et nil aliud et de Constantinopoli
non possint levare mercanciam sub pena, 100.
Aurum filatum possit mitti cuna galeis culfi, 107.
Petrus Pisani possit facere cambium de unciis C raittendis in
Apuliara prò precio vini erapti in Calabria, 107.
(Ltb.XniJ
Nulla persona non habens soldum galearura culfi audeat ire
super ipsis gàleis sub pena età, 6.
Nullus venetus de partibus Cadubrii, Cividalis, Foroiulii, Tar-
visio Padue, Vincentie, Verone, Mantue, Ferrane et aliis et ab
Ancona citra et a Ragusio citra audeat extrahere ferrum prò por-
tando alio quam Venecias etc, 7, 18, 22, 26.
Cristoforo Pelavicino Januensi concedatur licentia extrahendi
de Veneciis suam pecuniam vel argentum ut continetur in carta
debiti inde facta, 35: et Johanni Ricio Januensi yperpera MMMD*
Processus factus in Franciscum de Alberazo, 38.
Tercium ferri quod est in terra et quod adducetur possit ex-
trahi usque ad medietatem septembris prò portando extra culfum,
47, 64.
Terris Lombardie detur sai stricto modo, 35.
Quod aliqua galea non vadat ad Tanam per hanc muduam, 51 «
Concedatur ser Marco Mauro et priori Misericordie commis-
sariis Petri Gysi defuncti in partibus Armenie quod possint facere
conduci cum disarmato unum scrineum de cendatis valoris libra-
rum XXXII grossorum, 51.
Sepo durus qui portatur extra non habeat reffusuram, 38.
Mellis refusura in extractione removeatnr condictione quod
nullum navigium recipiat mei intra culfum prò ducendo ipsum alio
quam Venecias, 38.
De rame et stagno et subsequenter multe alie adiectiones da-
tiorum comunis, 8, 9, 10, 11, 12, 26.
Pelles et coria non portentur ad iudecam ad dealbandum abs-
que licentia officialis messetarie et sua boleta, 74.
Licentia data Marino Grioni manendi in Apulia cum familia
et patre non obstante processu, 103.
Memo occultet bona Bardorum et pena occultantis, 90.
Mei non caricetur intra culfum prò conducendo alio quam Ve-
necias eie, 8.
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97
fLib. xim.j
Elargata sunt navigia usque, ad caput Borsani, 2.
Johannes Lappi de Mutina raanens Bononie possit venire Ve-
cias et stare per mensem, 20. •
Nostri fideles non possint ire Gatarum vel mittere pena libra-
rum L prò centenario exceptis etc, 28, 79. •
Rogentur Ragusei quod inhibeant quod sui illuc non vadant, 28.
Ad preces domine ducisse Athenarura concedatur nuntio suo
posse extrahere et conducere in Apuliam arma specificata, 43.
Quod galea ser Resini Contareno itura disarmata ad partes
Cypri non possit recipere aliquem ex soldatis galearum armatarum
ad viagia Cypri et Armenie et comunis pena librarum L prò quoli*
bet accepto, 47.
Bertonus Lauredano possit constituere unum ex fratribus suis
patronura prò se eundi Tanam, 50; aliis quibusdam, 52.
Torius Poltono de Parentio possit uti suo nemore etc, 51.
Quod aliquis non naviget plus in mercationibus quam faciat
imprestita, 56, 57, 59.
Non possit vendi yel emi tele in credentia que intrarent fonti-
cum teothonicorum, 59, 60.
Possint portura facere in Fano mercatores Florericie et Tuscie
et aliunde de certis usque ad unum annum, 69.
Regalie domini ducis
fLib. ÌIIT.J
Scriba tur comitibus Vegle prò regalia domini, 71, 98, 106.
Elongetur terminus datus comitibus Vegle prò regaliis non
solutis, scilicet comitibus Schinelle et Nicolao aliis comitibus rema-
nentibus legatis in processibus, 98, 106.
fLib. V.J
Precipiatur corniti Nicolao quod venia t iuratum fidelità tem
et sit absolutus de non posuisse pecuniam ut debuit, 8, 157.
Factum regaliarum non solutarum per comitissam Slavara
comittatur advocatoribus qui possint hoc committere corniti Cher-
si, 155.
Elongetur terminus Comitibus Guidsni, Iohanni et Fede-
rico, 157.
Quod Comes Chersi accipiat te3tificationes committendas per
advocatores comunis contra comites, 157.
7
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98
Consilium Capitura de XL et sapientes diffiniant iufra termi-
num tunc preiìxum questione^ de re 0 r aliis Vegle utrum debeat fieri
solutio in principio, 11.
Mittatur una persona Veglanrque recipiat proventus ethono-
rificentias comitum recusantium solvere que debent et expense
fiant per Comune, 12, 24.
Comminatio facta corniti Nicolao de Vegla nisi venerit ad iu-
randum et quod deferrat regalias domini, 10.
(Lib. VII)
Mittantur littere Veglam prò regalia domini ducis, 129.
(Lib. Villi)
Sapientes electi ad consulendum super facto regaliarum do-
mino duci non solutarum per comitem Federicum, 107.
Rogatorum Consilium
(Lib. 111L)
In Consilio rogatorum non sedeatur in banco superiori in quo.
sedent dominus Dux et consiliarii, 119.
(Lib. X.)
Quocien3 vocabitur consilium prò facto ser Marini Barbadico
vocetur sub pena soldorum X.
(Lib. XIUl.)
Vocetur consilium rogatorum sub pena soldorum XX prò
facto forensium et advocatores comunis exigant, 4.
LlGNA MISSA EXTRA PRO ARDUIS FACTIS
(Lib. Il)
Lignum Iohannis de Varino vadat usque in Cretam cum no-
vis que habemus, 103.
Juriste et Medici
(Lib. VII)
De medicis et iuristis non fiat novitas in facto imprestito-
rum, 22.
(Lib. Villi)
Quod quinque medici scilicet magistri Ravaninus, Symon et
ali! probentur, 49.
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99
(Lib. XII.)
Medici probati, 63.
(UT). XI III.)
Medici probati, 69.
Notarii Curie et alii
( Lib. XIII I.)
Presbiter Johannes Taiapetra remansit notarium ad iudicatura
de mobili, 66.
Ordines navigandi in generali.
(Lib. VII.)
Si videtur vobis quod ordines capti in MCCCXXI in rogatis
durent amplius, 128.
Fiat una mudua de galeis armatis hoc anno condictione
età, 129.
Electi ad providendum de ordinibus navigiorum arinatorum
iahermiura, 122.
(Lib. XI)
Electi super ordinibus galearum et navigii disarmati, 57, 63.
(Lib. XIII.)
Quinque sapientes electi provisuri super ordinibus navigiorum
armatorum et inhermium et mensuris galearuift et facto mercatio-
num et omnibus ad ipsa spectantibus, 64, 77.
{Lib. XI III.)
Gratia quelibet consulta fieri cadenti ad penam contra ordines
navigandi non possit durare suspendi etc. ultra IIII menses, 68.
Sapientes electi super ordinibus navigandi et mercationum,
56, 57, 67, 75.
Confirraetur adhuc per duos annos consilium de facientibus
contra ordines placitandis per provisores, 82.
Denarii marinaricie cuiuscumque viagii et navigii non subia-
ceant stric^uris ordinurn navigantium, 100.
Speciales persone que non videntur cadere sub
rubricis locorum
(Lib. I.)
Nicolaus Venerio restauretur, 171,
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ioo
(Lé. ItJ
Ser Beletus Justiniano conservetur indemnis de suo capitali
scilicet non ponendo etc. 4.
Pro Andrea Delfino cui deficiunt yperpera CCL ve] circa do-
minus dux et consiliarii possint mittere, 85.
Cognitura fuit quod ser Thomas Dandulo sit plezius prout
continet quaternus advocatorum coraunis, 52.
Petrus Belegno patronus in galea capitanea absolvatur a fa-
ciendo raesam, 99.
Deputati ad examinandum facta Phylippi de Crete, 69.
Non ceciderunt illi qui tunc portarunt oleum extra culfum, 34.
(Lib. 1IILJ
Declaratum fuit quod Antonius Bono de mercationibus per
eum adductis de Constantinopoli, Corono et Mothono cum ligno Ja-
nuensium et inde cum nostris galeis sit ad condictionem mercatio-
num que adducuntur de Constantinopoli et mari raaiori, 185.
Satisfiat per extraordinarios de residuo quod habent debenti-
bus recipere prò sententiis patriarche, 182.
(Lib. VJ
Quod Phylippus et Gabriel Bono veneti habitantes quinque
(sic) ad mercatum in Iustinopoli absolvantur a factionibus ibi sed
faciant hic ut alii, 151.
Electi super facto Marci Sabadino prò pantano, 140, 141.
Similiter facturtl Donate Bolpe, 140.
Brazamonti de Ortona dentur soldi XL grossorum in recom-
pensationem sui damni etc, 146.
Gratia concessa Lanzaloto Cuppavero de Cervia etc, 34.
Quod si nobiles viri Nicolaus Mauro, lohannes Contareno et
Bardi Bembo propter quoddara pactum habitum cum Ianuensibus
venirent cum ballis intra culfum non cadant ad aliquam pe-
narli, 72.
Galea ser Nicolai Victuri possit navigare, cuius mensure no-
tate sunt. — Galea ser Dardi Bembo, 151, 152.
De datio galearum redeuntium de Flandria satis^at illis de
ca Bembo et Tingo et sociis libras X grossorum, 157.
Concessum fuit Pinzino Dardi et lohanni Babilonio posse ex-
trahere de Clugia et portare Ferrariam milliaria XXV salis prò
concordandis Francis etc. 107.
Pistorino fuit concessa licentia mittendi milliaria duo salis
Ferrariam solvendo datium, 85.
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* 101
(Lib. VI)
Henrigettus de Valle restituatur ad soldum faciendo finem do
soldis XLV grossorum quos petebat comuni prò facto Ferra-
ne, 121/
Qualiter date fuerunt ser Jacobo de Bonacurso libre X gros-
sorum in restaurum damni sibi de armis et marinariciis sibi ac-
ceptis per capitaneum esercitus magni, 87.
(Lib. VII.)
Marcus Barbadico possit facere unam galeam ad mensuras
galearum Cypri, 71.
Franciscus Mauroceno similiter, 73.
Nicoletus Bondemiro, et Marcus de Musto, 75.
Alii plures similiter, 126, 127, 118.
Marinus Capello et alii ad mensuras galearum Flandrie, 126.
Jacobo Polani date fuerunt paria C. Schincheriarum prò sua
pignora, 81.
Franciscus de Lege possit similiter unam galeam imponere ad
mensuras galearum Trapesunde, 19.
(Lib. Vili.) .
Ser Gabriel Dandulo et illi de domo sua qui non facient im-
prestila possint facere navigari quantum iuste videbitur, 28.
lohannirio Quirino aptetur ratio super facto quarumdam bai-
larum et simile servetur in aliis, 28.
Rugerius Mauroceno qui erat in Alexandria non possit venire
cum ordine, 45.
(Lib. Villi.)
Licentia data Marco Gallo de Clugia quod possit ire per pala-
tam Leminis, 49. •
(Lib. X.)
Detur pecunia existens apud provisores ser Raynerio Minoto
prò damnis illatis sibi a Bononiensibus dante ipso plezariam et pars
Petri Crisci interdicta per supraconsules remaneat sicut etc, 106.
(Lib. XI.)
Francischinus Quirino affidetur per totum marcium, 78.
Scribatur ser Dardi Bembo quod mittat commissionem ad ple-
num usque ad sanctum Michaelem occasione condemnationis facte
in filium Iohannis Marchisini, 78.
(Lib. XII.)
Picinellus Iacobi de Luca possit extrahere arma superflua
quedam, bullanda per officiales, 2.
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102 *
Provideatur domino Guilielmo de Freganesco prò via quam
stetit in ssrvitio comuni* et captus de grosisXII in die, 43. .
Ognobene a Moneta non molestetur a pagatoribus prò soldo
recepto super galea ser Jacobi Gradouico etc, 43.
Pro Zanoto Guilielmo, 54, 55.
Ugolinus Cervallarius Ianuensis possit investire et extrahere
pecuniam extractam de frumento huc delato cum cocha sua, 92.
Quinque vel VI fardelli sete Guilielmi Nicoli de Florencia bal-
neati possint Venecias readuci, 93.
Tempus V annorum non preiudicet galeas ser Dardi Bembo et
Pangracii Capello, 13.
Super questione ser Danielis Victuri et cuiusdam alterius mu-
lieris eligantur tres sapientes, 103.
Concessa fuit licentia ser Iohanni Sanuto mittendi ad partes Co-
troni certam quantitatem speciarie et mediana libram de perlis, 101.
Deputati super facto ser Jacobi Contareno et dent suum con-
silium in scriptis, 8.
(Lib. XIII.)
Non coraputetur terminus quo stetit galeam ser Nicolai Sa-
nuto in servitio coraunis in termino V annorum, 28.
Simile factum fuit de galea ser Francisci Polani, 34.
Concessum fuit Sardo Branfcaleoni et Petro Belmosto Ianuen-
sibus quod iuxta promissionem factam sibi per ser Marcura Celsi
nomine nostri comunis que est soldorum MMMDCCCC possit ex-
trahere de Veneciis, 05.
Factum ser Pauli Faletro de denariis VI prò libra quas ha-
buit de bonis Servodei induciatur etc, 76, 89 sententia.
Sapientes deputati ad recipiendum bona Servodei de Valore,
01, 95, 97.
Affidatio facta per supraconsules Jacobo Barro teneat non
obstante etc, 99.
Nemo occultet bona Bardorum et pena occultantis, 90.
(Lib. XII1I.J
Quod proba facta per- Raymundum Passaraonte quod fuerit
natus Venetiis sit vera, 2.
Quod scribatur domino Nicole Sanuto super relaxatione Phi-
lippi Ghisi, 46.
Prorogatio termini affidationis Curadi de Valore etc, 6, 59.
Non intromittamus nos in facto Johannis Delfino sed vadat si
vult cum sub culpabilibus ad excusandum se, 43.
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103
Pecunia Ser Avesoris de Cervia remaneat a l officium fru-
menti abq-ie al quo prò le qu )us \ le et'\, 78.
Mathe is Vi-tviri possit uti illis libris 4 con ^essis sibi de de ia-
riis connnis etr., 79.
Similiter ser Paulus Falatro libris C grossorum sibi mutuo
datis non obstante et\, 89.
Marc is Struali pos;it affi lari etn., 81.
Super faclis ser Marini Barbarico cum Iadrensibus, 76.
Super questione que est inter ser Angelura Marcellum et co-
mune eligantur sapientes, 44, 54, 58, 60.
Sicut consulerunt sapiente* captu:n flit quod illis de ca Sa-
nuto non sunt facta damna aliqua per ere litores Servodei de Va-
lore, 83.
Q ìod Bertucius Victuri et fratres quon lam filli ser Nicolai
possint suos vairos per eos raissos ad partes Marchie inde huc fa-
cere readduci, 23.
Marcus Contareno possit facere conduci de Crete cum disar-
mato capsas XVII zuchari et fjssios VI de verzin etc, 89.
Veneti facti privilegio
(Lib. I)
Restrictiones facte venetis factis ad quas sibi tenentur, 191.
Declaratio quedam circa venetis, scilicet quod intelligatur so-
lum de illis qui tenent speciariam, 192.
(Lib. V.)
Alique provisiones qualiter tractari debeant forenses facti
cives per nos et per terras extraneas, 5.
Veneti de annis XV et de XXV in Magno, 97.
Multis venetis factis privilegio reddantur privilegia, 179.
(Lib. VI)
Privilegia quorumdam de quibus dicebatur quod non proba-
verant ad plenum non reddantur eis sed possint iterum probare
se fecisse factiones, 16.
(Lib. VII.)
Ordines provisi super illis qui volunt esse veneti natione et
habitatione, 115.
Item declaratum fuit occasione cuiusdam fai Li naturalis Donati
de Perutiis volentis probare coram iudicibus nativitatem filii sui
quod aliquod breviarium quod deinceps fierit super talibus non
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104
habeat vigorera aliquein. — Item non recipiantur imprestita a fo-
rinsecis de societatibus etc, 115; ex margine 9 rogatorum, 112;
Fronesis, 128.
Ordines dati super illis qui volunt fieri veneti, 115.
(Lib. Vili.)
Firmani habitantes Veneciis tribus annis cum familia sint ab-
soluti a processibus, 47.
(Lib. Villi.)
Fiat privilegium citadinantie Antonio Balbo Bonaiuti de Eu-
gubio, 17.
Provisio facta per sapientes super facto Venetorum privilegio
factorum, 108, 112.
Declaratura fuit quod qui stabunt firmi habitatores Veneciis
etc, non possint mercari per mare nisi quantum fecerint de impre-
stitis, 112.
Item de venetis XV annorum declaratura quod non possint
mercari in fontico theotonicorum, 112.
Fiat privilegium annorum XV Benvenuto Guidoti qui flit de
Florencia, 115.
(Lib. X.)
Cresci de Bellis de Ferraria et habitavit Laureti sit venetus
de annis XXV, 37.
Fiat privilegium citadinancie de annis XXV Iacobo Rugerio,
Antonto et Rugerio filii quondam Conradi, 64.
Fiat privilegium de annis XV Iohanni Pistorio quondam Pe-
regrini de Trivisana, 64.
Facti veneti nisi stent Veneciis cum familia et faciant factio-
nes non mercentur ; in presbitero, 124, et sequens 126.
(Lib. XI.)
Guglielmus domine Catanie sit venetus de annis XV et non
possìt tamen mercari in fontico theotonicorum.
Alemanus quondam Donati Àlemani sit venetus de annis XXV
non possit tamen mercari nisi de tanto quanto faceret imprestita.
Veneti facti privilegio de annis XXV non possint facere ullam
additionem in suis imprestitis sine licentia etc, 48.
(Lib. XII.)
Privilegium de annis XV fiat Muzole filio magistri Iohannis
fisici, 20.
Similiter fiat Betino Petri de Bononia sed de annis XXV ; —
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105
Egidio de Benedictis de annis XV ; et sìmiliter domino Rotondino
de Belviso de annis XV, 20.
(IAb. xm.j
Fiat privilegium de annis XV Angellello quondam Marcadelli
de Angellellis de Ferraria non possendo facere mercationes in fon-
tico, 21.
Simile fiat Dino Parenta de Luca, 21.
Simile Dayno Rigetti et Alexandro eius nepoti, 32.
Simile fiat Iohanni de Berner pelipario qui fuit de Regio, 98.
(Lib. XllIL)
Privilegium fiat de annis XV Chelli filio olim Iohannis de
Forregureris de Pistorio. — Simile fiat Bonacursio quondam Mo-
rethoni Bonete de Luca. — Simile fiat Bartho, Rizardo et Nicoletto
fratribus olim ser Mercarelli etc. — fiat privilegium de annis XXV
Sinutio Bencivegna de Florencia etc, 10.
Privilegium XV annorura fiat Ughetto, Pucinello, Chirico, et
Fridiano filiis Torselli a Seta de Luca. — Simile fiat Bonhomo
merzario olim filio Petri de Mediolano. — Ubertinus et Ambrosius
de Mediolano et Lantarolus quondam Regini de Barni de Medio-
lano sint veneti de annis XV. — Simile fiat nobili viro Federico
quondam Azonis de Civitate Belluni, 38.
Fiat privilegium de ànnis XV Johanni et Abramino Mathei
fratribus olim de Cremona, 69.
Petro Cuzino de Mantua fiat privilegium de annis XXV, 78.
(Continua.)
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MEMORIE VENETE
NEI
MONUMENTI DI ROMA
(Contin. Vedi T. XXVI, pag. 126).
S. PAOLO extra muros.
XLIX.
Questa basilica sorge sul luogo stesso di quella che fu preda
delle fiamme lei 15 Luglio 1823, pochi giorni innanzi alla morte
di Pio VII. Qualche parte rimase però conservata, specialmente il
volto e il musaico sopra la tribuna, ma vi si collocarono a rinforzo
due poderosissime colonne di granito del Sempione, i cui massi
condotti per il fiume Po dal Piemonte a Venezia, vennero posti
sui navigli che li trasportarono per mare nel Tevere, poco lungi
dalla basilica in cui fanno mostra imponente. Nel contemplare
quelle due colonne, ricordasi che al loro passaggio per Venezia
traeva in folla la gente a mirarne la mole, e che V illustre Giovanni
Casoni, il quote pubblicò nel 1829 la Guida dell* arsenale di Ve-
nezia, parla Iella seconda, al N. 40 della Guida stessa (dopo di
avere accennato al canale coperto da tettoia, nel quale tenevasi il
bucintoro nei giorni imminenti alle sovrane funzioni) : « Quelle
» due antenna grossissime, che s'innalzano alla estremità del ca-
» naie medes mo, combinano una così detta biga; essa serve a sol-
» levare pesi gravissimi, e ad alberare brick e fregate. Il giorno
» 22 Marzo 1828 si manovrò qui la seconda colonna di granito
» italiano, de ;tinata a sostenere il presbiterio nella già incendiata
» basilica di S. Paolo fuori di Roma (1). Questa colonna è lunga
(1) A quest moderno ricordo corrispondono antichi buoni offici. «Trovai
» (così scriverai 'egregio comm. Cecchetti) n« 1 Registro Leona del M;igg. Con-
» giglio, pag. IH, uu decreto 12 Dicembre 1 100, cbe concede, per domanda del
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107
» piedi 38:3:4, grossa piedi 5:2:5 e pesa libbre 96,500.— ».
Altrettanto dicasi della gemella.
Sulla parete della loggia esterna, contigua alla navata di cro-
ciera, v'è una lapide che ricorda papa Gregorio XVI, il quale, colla
consacrazione dell'altare papale in essa basilica, segnò uno stadio
di notevole avanzamento nella ricostruzione cui fu posta mano per
volere di Leone XII. Ora, essendo compiuto l'interno, si sta termi-
nando il vestibolo a colonne della facciata e il suo quadriportico.
Ecco T iscrizione gregoriana :
Gregorius XVI Pont. Max. | Augustae Pauli Apostoli Ba-
silicae | Ante Annos XVII Incendio Absumptae | Novi Aedifi-
cii Latus Transversum I Reliqua Molitione Tanti Operis | A
Leone XII Suscepti A Pio Vili Continuati | Auctoritate stu-
dioque suo | Majorem Partem Producta I Perfecit Rite Lu-
stravit I Templi Altare Maximum Consecravit | III Nonas
Octobr. I An. MDCCCXL | (i).
È scolpita sopra grande lapide, decorosamente incorniciata e
sormontata dallo stemma Cappellari, il tutto di candido marmo. Il
medesimo stemma è intagliato in alto rilievo, e sorretto da due
angeli nel centro' del soffitto della detta navata trasversale.
L.
Memoriae I Petri Aloysj Constante^ F. Gali etti | Ex Fa-
milia Benedict. Casin. I Viri Religiosissimi Sollei tissimi | Vir-
tute Et Scriptis Pontificum Maximorum | Beneficia Promeriti
| Quem Benedictus XIIII Inter Scriptores | Vaticanos Adle-
git | Clemens XIII Abbatem Dixit I Pius VI Episcopum Cyre-
nensem I Fecit Et Consacravit | Alexander Et Marianna | Co-
mites | Fratri Carissimo Benemerenti | Inter Sodales Vete-
res Ad Votum Ejus | Composito Faciundum Curaverunt | Qui
Vixit Ann. P. M. LXVIII | Decessit Idibus Decsmbr. | Anni
MDCCLXXXX. |
» papa Bonifazio IX, a due suoi agenti romani, di noleggiar navigli veneziani
» per caricar, nelle parti di Segna e Schiavonia, legnami e condurli a Roma
» per \i ricostruzione della chiesa di S. Paolo extra muros, non avendo nelle
» parti di Roma, legni così lunghi ».
(1) Altre iscrizioni gregoriane si daranno in gruppo.
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108
Questa iscrizione stava sul sepolcro di Pier Luigi Galletti,
sopra lapide che dalle macerie del ricordato incendio rimase in-
franta e fu poi rinnovata sul luogo della sua sepoltura, nel centro
della cappella del Crocifisso.
Il Galletti è benemerito della conservazione di innumerevoli
memorie storiche che esistevano in Roma, le quali sarebbero di-
menticate se non fossero state da lui registrate in Collezioni con
grande fatica e perseveranza. Esercitato fino dall' adolescenza a
leggere le iscrizioni, yide non senza sdegno il pregiudizio che sof-
ferivano per la edacità del tempo, l'incuria e la barbarie degli
uomini. Egli deplorava particolarmente la poca coscienza di coloro
che, nell'occasione di ristoramene ai templi di Roma, permisero
che tante iscrizioni fossero distrutte, adoperatene le pietre in altri
usi. Egli stesso, che tali suoi sentimenti manifesta nella prefazione
delle Iscrizioni Venete in Roma, aggiunge di avere avuto la prova
di quella dispersione dal 1740 al 1757, avendo in quest'ultima
epoca cercato indarno in alcune chiese di Roma delle lapidi che
avea copiato nella prima.
Cedo la parola all' anonimo biografo del Galletti, lieto di re-
gistrare un argomento di encomio al governo di Venezia nei se-
colo X Vili : « La prima Nazione che mostrasse gradimento di ve-
» dere impressi e perpetuati gli Elogi de' suoi insigni cittadini, fu
» Venezia. Per mezzo del suo Ambasciatore il cavalier Pier An-
» drea Cappello, fu richiesto il P. Pier Luigi di somministrare le
» iscrizioni spettanti agli uomini illustri della città, e avendole esso
» di molto buon genio accordate, furono poste in luce l'anno 1757
» per i torchi di Generoso Salomoni (1). Precede nel libro una ele-
» gante iscrizione dell' Autore, diretta al nominato sig. cavalier
» Cappello, nè vi manca una prefazione nella quale Si parla del-
» l' utilità di queste Collezioni, deplorandosi in questa non meno la
» perdita di tanti monumenti che, nel rimodernarsi di questo se-
» colo di diverse chiese, furon rovinati e dispersi, che la negli-
» genza di chi ne trascrisse alcune che leggonsi in varie opere, o
* tronche, o alterate, o scorrette » (2).
(1) Inscriptiones Venetae Infimi Aevi Romae extanta. Romae, apud Saio-
moni, 1757, in 4.°
(2) Notizie spettanti alla vita del P. abate d. Pier Luigi Galletti* monaco
benedettino cassinese, e dipoi vescovo di Cirene. Roma, presso Perego-Sabioni,
1793, paff. 58.
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Ì09
Ecco T elogio che il Galletti faceva all'ambasciatore Cappello,
e leggesi sull 1 antiporta delle InscripU Ven. :
Petro Andreae Cappello | Petri Hieronymi Senatoris Am-
plissimi F. | Equiti Patricio Veneto | Viro Majouum Gloria |
Propriisque Virtutibus Clarissimo I Post | Legationes Hispa-
niensem Germanicam Et Britannicam | Pro Serenissima Vene-
torum Republica I Eximia Consilii Ac Fortitudine Laude | Ge-
stas | Ad Benedictum XIIII P. 0. M. | Difficillimis Temporibus
| Iterum Oratori | Quod | Erga Bonas Artes | Cultum Favo-
rem Benevolentiam I Semper Testatus Sit I Et Summorum Vi-
rorum | Thomae Contareni Et Hieronymi Iustiniani | Pro Pa-
tria Ad S. Sedem Legatorum | Tumulos Pene Distractos | Quum
S. Marci Romanum Templum Instauraretur | Ab Interitu Vin-
dicaverit (1) | Petrus Aloysius Galletthius Romanus | Con-
gregationis Casinensis I Monachus Et Sacerdos I Publicum
Obsequii Testimonium I Fautori Egregio Munifico | D | Anno
MDCCLVII | Ipso Felici Faustoque Die | Natalis S. P. N. Be-
NEDICTI. |
Il bell'esempio, dato agli italiani dalla Repubblica Veneta,
portò sollecitamente i suoi frutti. « Tostochè si vide comparire
» (prosegue il biografo) alla luce questo primo saggio dell' im-
» mensa fatica fatta dal nostro Galletti, il sempre glorioso e sem-
» pre grande Benedetto XIV, non solo approvò l'idea, ma volle
» che un simil onore procuratosi dalla Veneta nazione, ricevesse
» anche la sua patria, Bologna. Questa, per essere stata sempre
» madre feconda di uomini celebratissimi in ogni sorta di scienze,
» dopo averne ritenuti non pochi nel seno suo, ha lasciato che
» molti altri, atti a decorare qualunque città, si portassero a ser-
» vire di lustro alla sua capitale. Conveniva però che le onorate
» memorie di questi non perissero, onde fu da quel saggio Ponte-
» fice ordinato che a spese sue 3Ì pubblicassero ». E ciò avvenne
nel 1739. Nel 1760 furono pubblicate le Romanae (2), nel 1701
quelle Piceni seu Marchiae, nel 1700 le Pedemontanae, tutte
stampate in Roma, dalla stessa tipografìa Salomoni. Nessuna iscri-
(1) Vedemmo in S. Marco di Roma, questa benemerenza dell'ambasciatore
Cappello.
(2) E ciò torna ad onore del veneto papa Clemente XIII (Rezzonico) dal
quale fu voluta* Quirini, Thiara et Purp Ven. Addit. pag. 316.
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110
zione delle predette fu illustrata però dal Galletti. Ma il suo merito
se non fu scarso relativamente a quelle memorie, che, raccolte da
lui stesso nel 1740, erano sparite nel 1757 dai luoghi ov' egli
aveale copiate, assai più rifulge per le tante altre che furono ma-
nomesse da quell'epoca fino a* nostri giorni, avendo avuto parec-
chie occasioni io medesimo di trovare, conservate dal solo Galletti,
iscrizioni che mi era proposto di leggere sui luoghi, donde spari-
rono per amnndernamento di chiese, e specialmente per rinnova-
zione di pavimenti.
Rimangono inoltre manoscritte nella Biblioteca Vaticana le
serie delle iscrizioni lette dal Galletti in Roma relativamente a
personaggi della Corsica, di Genova, del Lazio, della Lombar-
dia, di Napoli, della Romagna, della Sabina, della Sicilia, della
Toscana, dell' Umbria, dell' Vrbinale, le quali, colle pubblicate, e
con altre relative a stranieri tumulati in Roma, formano sedici vo-
lumi. Il Galletti raccolse anche quelle relative ai lucchesi che ces-
sarono di vive *e in Roma, e furono le sole da lui illustrate. Il mss.
rimaneva nel 793 presso l'anonimo suo biografo (1).
Molti alti lavori del Galletti si conservano nella Vaticana, e
fra essi i Nec* ologi o registri delle epoche mortuarie di uno stra-
grande numero di illustri personaggi defunti in Roma, le quali egli
ha raccolte nelle occasioni, che ebbe continue, di presiedere al-
l' ordinamento di Archivi romani.
Quest'uomo benemerito, che nel 1778 fu dal papa Pio VI,
eletto, e colle proprie mani unto vescovo di Cirene in pari. inf.
mori n •! 1790 l'anni 68.
IN S. MARIA DELLA VITTORIA
LI.
Nel percorrere questa chiesa per visitare il monumento sin-
golarissimo dei Cornaro, il visitatore è attratto alla contempla-
zione e all'ammirazione dell'affresco stupendo dipinto sul catino
dell'abside dal Serra, e di recente (1882) scoperto. È la proces-
sione marziale e trionfale che sotto le mura di Praga si svolge in
rendimento di grazie alla Vergine, patrona dell'esercito dell' im-
(1) Notizie ecc pag. 105.
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ni
peratore Ferdinando II, re di Boemia, per la vittoria in cui rimase
debellato (8 Novembre 1620) Y antì-re Federico Pc latino. Spicca
nel mezzo, e direi quasi rifulge, il frate carmelitano jpagnuolo Do-
menico di Gesù Maria, sopra bianco cavallo, recant ? in mano la
iraagine della celeste patrona, preceduto e seguito d; variatissimo
corteggio marziale. Sul fondo sorge Praga. Altri se ùsse autore-
volmente intorno ai pregi di quest'opera radiosa del e bellezze di
Tiziano e di Paolo Veronese ; io, veneziano, osservo che chi vuol
sapere appuntino i rivolgimenti della guerra dei trent* anni, li
trova descritti da Battista Nani nel primo volume de la sua Storia
di Venezia dal 1613 al 1069. Vessata da un lato d igli austriaci
di Spagna, dall' altro da quelli di Germania, Vene ria respirava
ogni volta che o quelli o questi toccassero le busse. La sconfitta
dunque del re Palatino non piacque e non poteva \ iacere a Ve-
nezia, benché si dicesse, e in gran parte era vero, t he vinsero i
cattolici e furono disfatti i protestanti in quella memoranda bat-
taglia. Non entro davvantaggio in tali disquisizioni. Soltanto ac-
cenno ad argomento che fu materia di studi profonti, e in questo
stesso Archivio Veneto ne fu parlato copiosamente (1). La tiran-
nide austro-ispanica faceva sì che le potenze italiane (talora«gli
stessi Papi) esultassero in cuor loro dei successi dei lissidenti.
LIL
1. Federicus S. R. E. Cardinalis Cornelius Ioannis Vené-
tiarum Ducis Filius | A Clemente Vili Inter Apoìtolicae Ca-
MERAE CLERICOS ADLECTUS | A GREGORIO XV BER 10MATUM In-
fulae Ab Urbano Vili Coruscae Purpurae Admotus | Mox
Vicentinus Antistes Et Patriarcha Venetus Crsatus | Cum
Postremum Hoc Munus Aliena Voluntate Susceitum Sua De-
posuisset I Deponendi Quoque Corporis Memor D. Teresiae
Immortalem Aram | Sibi Ante Aram Er Tumulum ; Iortalitat[s
Suae Custodem Posuit | Atque In Partem Obseql ii Erga Vir-
glnem Discalceatorum Matrem | Vocatis Cum Carente Sex
Aliis Ex Cornelia Gente Cardinalibus | Inducens Pro Exuviis
Corporum Spirantia Vultuum Simulacra I Providit Vivens
(1) Rassegna Bibliografica nel tomo XXV. pag. 118: La ; olitica della Re-
pubblica di Venezia dirante la guerra dei trenVanni, di HaN8 *on ZwiEDiNEC^
Sudenhorst, voi. 1. Recensione di G. Bùhring.
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ità
Quomodo Extinctus Obsequium Aeternaret I Anno Salutis
MDCXLVII Aetatis Suae LXVIII. |
2. S. C. De Propaganda Fide | Ex Testamento Cardinalis
Cornaro Veneti | Patrona Restituit | A. MDCCCLIII. |
3. D. 0. M. | Federico S. R. E. Card. Cornelio Veneto |
Episcopo Albanensi | Sac. Congreg. De Propaganda Fide | Ob
Millia Aureorum Triginta Quatuor I Sibi Ab Eo Absolute Le-
gata | Ad Designatam Ex Asse Haereditatem | Si Proles Vi-
rilis Fratris Filio Nulla Supersit | Singularis Beneficentiae
| Hoc Extare Voluit Monumentum. |
Monumento singolarissimo e di munifica sontuosità è la Cap-
pella di Santa Teresa, edificata e adornata a spese del cardinale
Federico (il juniore) Cornaro. SulF altare si ammira quella che gli
scrittori d' arte additano come la più stupenda forse tra le opere
scultorie di queir uomo straordinario che, anche abusando de* suoi
talenti mostrò sommo ingegno, dico del cav. Giov. Lorenzo Ber-
nini, la Santa Teresa nel mentre un Angelo sta per trafiggerle il
cuore con un dardo. L' Angelo sta avventandole il mistico strale.
DI Teresa vedesi la faccia in deliquio, una manina, un piedino
nudo, graziosissimi. Il resto della persona s' indovina sotto i si-
nuosi svolazzi dell' abito, i quali turgono nel momento del di lei
cadere supina. Sulle pareti laterali della Cappella stessa s' ergono
due tribune o palchetti di marmo, uno per parte, con isfondo di
colonnati in iscorcio, ai quali stanno affacciati otto (non sei come
per inavvertenza scrisse il Nibby) (1) personaggi della famiglia
Cornaro, dei quali veggonsi le mezze figure, quattro cardinali alla
destra, tre cardinali e il doge Giovanni Cornaro (1625-1629), pa-
dre di Federico cardinale, il juniore, alla sinistra. Questo Federico
(1) Roma moderna, I, 530. Anche la prima iscrizione indica il numero di
otto, cioè il fondatore, il padre suo e sei altri Cardinali ; ed altrettanto è ricor-
dato dalla medaglia veduta dal cardinale A. M. Quirini {Thiara et Purp. Ven.,
pag. 268) rappresentante da un iato l'effigie di Federico, colle parole:
Fedbbicus S. R. E. Cardinalis Cornblius
e dall'altro :
Divar Theresiab Sacbllum Extructum Suorumqub Gbntilium Se*
Cardd. Ac Patbis Venetiarum Ducis Vultibus Distinctum Et Pibtatis
Suae Et Sepulturae Monumentum Esse Voluit Romab Anno MDCXXXXVIl
Aetatis Suae LXVliI.
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113
è il secondo dei personaggi che stanno alla destra. Quei palchetti
sono ricchi di adornamenti, e vi campeggia in alto da ambi i lati
lo stemma gentilizio Cornaro, nel quale sono inquartate le insegne
dei Lusignani, reali di Cipro.
*L* iscrizione prima leggevasi sul pavimento della cappella o
su quello della chiesa. È sparita (ne fu conservato il tenore dal
Galletti), ed ora tra le due parti della balaustrata leggesi T iscri-
zione seconda.
L' iscrizione terza sta suir alto basamento, a forma elittica, che
sostiene il busto del detto cardinale Federico juniore, nella chiesa
dei MAGI, annessa al Collegio Urbano De Propaganda Fide, che
egli ha stupendamente beneficato.
LUI.
Aggiungo qualche cenno intorno ai sette cardinali Cornaro
effigiati nel predetto monumento. All' illustrazione di questa fami-
glia non basterebbe un grosso volume.
1. Marco figlio di Giorgio. Fu eletto Cardinale nel 1500 da
Alessandro VI, Patriarca di Costantinopoli nel 1503, poscia Ve-
scovo di Verona, indi di Padova ; morì a Venezia nel 1524. Farò
menzione di questo Cardinale neli' articolo relativo al cardinale
Domenico Grimani. L 1 imparzialità sua fu lodata dall' ambasciatore
a Roma Antonio Giustinian nel dispaccio n. 540 del 13 Settembre
1503, neir occasione del Conclave da cui uscì eletto Papa il Della
Rovere (Giulio II).
2. Francesco seniore fratello di Marco. Fu eletto Cardinale
nel 1527 da Clemente VII, Vescovo di Brescia nel 1531 ; morì in
Viterbo nel 1543. Ne fu trasferita la salma a S. Salvatore di Ve-
nezia. Fino al 1527 coperse cariche militari e magistrature della
Repubblica. Divenuto Cardinale non cessò di prestarsi a vantaggio
della patria. Il Paruta, nel libro VI della Storia Viniziana (1),
menziona- per isbaglio Marco cardinale Cornaro (che era morto
nel 1524) anziché questo Francesco, come apportatore al Senato
veneziano nel 1529 degli uffici della Santa Sede allo scopo di pa-
cificarlo con T imperatore Carlo V. 1/ eloquenza di questo Cardi-
ti) A pag. 495 della edizione Ven. Nicolini, 1605. È questo il Cardinale vene*
ziano al quale (ed al card. Farnese) Benvenuto Cellini attribuisce la colpa del
suo carceramento in Castello S. Angelo. Créda chi vuole. V. Cellini, Vita, 1*
CXVII e precedenti.
6
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114
naie è ricordata dal Giordani nella nota 149 alla Cronaca della
coronazione di quel Sire a Bologna.
3. Andrea figlio di Giacomo di Giorgio, cioè nipote dei due
precedenti. Fu eletto Cardinale da Paolo III nel 1514. Era fino
dal 1532 vescovo di Brescia, e nel 1544 gli fu conferito l'arcive-
scovado di Spalatro. Morì nel 1551 a Roma e ne fu trasferita la
salma a Venezia.
A questi tre cardinali, Marco, Francesco ed Andrea, è dedi-
cato il grande monumento nel braccio alla sinistra di chi entra
nella crociera del tempio di S. Salvatore in Venezia. Nella Vene-
Ita del Sansovino è affermato che ivi sieno anche sepolti. L' Or-
soni nella Serie dei cardinali veneziani, dice che il primo e il
terzo riposano in S. Giorgio Maggiore.
4. Alvise cioè Luigi di Giovanni di Giorgio, vale a dire cu-
gino del precedente. Fu eletto Cardinale da Giulio III nel 1551 e
nello stesso anno arcivescovo di Zara. Amministrò varie altre dio-
cesi. Mori nel 1584 a Roma, ov è sepolto in S. MARIA IN TRIVIO
o de' Crociferi, vicina alla fontana di Trevi, colla seguente iscri-
zione sul pavimento nel mezzo della chiesa :
D. 0. M. | Aloysio Cornelio | Tit. S. Marci Presb. Cardi-
nali | S. R. E. Camerario | Vixit Ann. LXVII Men. II Dies
XXVII | Obiit VI Idus Mah | MDLXXXIV | (1).
5. Federico seniore, fratello di Alvise. Fu eletto Cardinale
nel 1585 da Sisto V, Vescovo di Traù, poscia di Bergamo, e da
ultimo di Padova; morì in Roma nel 1590 ma fu tumulato nella
cattedrale di Padova (2). Conviene dunque credere che ora sia
semplicemente un cenotafio quello che sta in S. Silvestro al Qui-
rinale, colla seguente iscrizione :
Gregorius XIIII Pont. Max. | Federico Cornelio S. R. E.
Presb..Card. I Episcopo Patavino | Hoc Conjunctissimae Ami-
citiae Monumentum I Posuit Anno MDLXXXXI Pont. I. |
Di questo Cardinale la storia registra che nel 1586, in un suo
viaggio da Venezia a Firenze, la Repubblica lo incaricò di appia-
(1) Rilevai sul luogo che dopo la parola Cornelio non esiste il Ven indicato
dal Galletti, e che sulla lapide leggesi LXV11 non LXXVil, numero d'anni
quest'ultimo riferito nella copia dell'iscrizione data da esso Galletti.
(2) Tàtara et Purp> Ven.
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115
nare le dissensioni tra di lei e il granduca di Toscana Francesco
De Medici, per le molestie che i cavalieri dell' ordine di Santo Ste-
fano recavano ai navigli veneziani colle loro visite arbitrarie (1). .
6. Francesco j untore, di Marcantonio di Giovanni, cioè ni-
pote dei due precedenti e fratello del doge Giovanni (1625-1629).
Fu eletto Cardinale nel 1596 da Clemente Vili. Era da quasi ven-
t' anni vescovo di Treviso (2), il cui Seminario venne fondato da
lui. Mori in Roma neir Aprile 1598, e fu sepolto in S. Silvestro al
Quirinale, coir iscrizione seguente sul pavimento :
D. 0. M. | Francisco Cornelio Presb. Card. | Clemente
Vili Pont. Max. | Ad Purpurae | Dignitatem Promoto | In Me-
ditatane | Ferrarien. Itineris I Importune Praerepto | Fede-
ricus S. R. E. Cardinalis | Et Marcus Antonius Abbas | Sancti
Marci Primicerius | Ioannis Principis Filii | Optimo Patruo
Poss. | Obiit XVIII Kal. Majas | Aetatis Anno LI | MDXCVIIL
Giovanni Dolfin, reduce nel 1598 dall'ambasciata di Roma,
cosi diceva al Senato, testificando le cure patriotiche di questo
Cardinale: «posso dire con verità che, oltre quello ch'io debbo
» riconoscere dal Signore Iddio, autore principale delle buone ope-
» razioni, e dall'autorità della Serenità Vostra, che è grande in
» quella Corte, così quasi tutta la buona riuscita delle cose mie
> conosco dall' amore, dalla prudenza e dal buon indirizzo di quel-
> l'anima benedetta, senza la quale non mi sarei insinuato nella
» grazia e protezione del signdr Cardinale Aldobrandino» ecc. (3).
7. Federico juntore, nipote del precedente e figlio, come so-
pra è ricordato, del doge Giovanni. Eletto Cardinale nel 1626 da
papa Urbano Vili, morì in Roma nel 1653 ed è sepolto nella cap-
pella di S. Teresa in questa chiesa di S. Maria della Vittoria, testi-
monio fulgentissimo della sua munificenza. A lui dedico V articolo
seguente.
Oltre ai sette Cardinali sunominati ed effigiati nel monumento
che adorna da ambi i lati la detta Cappella, la patrizia famiglia
Cornaro ne conta* altri due di cui faccio menzione per non tor-
narvi sopra, e furono :
(1) And. Mobosini, St. Ven., lib. XIII.
(2) 11 Bonifacio nel libro XII della storia di quella città, all'a. 1578 ne fa
onorata menzione.
(3) Relaz. nell' Albóri, tom. IV, serie II, pag. 497. '
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8. Giorgio di Federico, fratello del doge Giovanni II (1?09-
1722), nato nel 1058. Cavaliere di Malta, provveditore dell'ar-
mata veneta ed ambasciatore in Francia. Dedicatosi allo stato ec-
clesiastico, fu eletto nel 1672 arcivescovo di Tiro, e cardinale nel
1697 dal papa Innocenzo XII. Trasferito al vescovado di Padova,
ivi morì nel 1722 e fu sepolto in Duomo.
9. Giovanni di Nicolò, nato nel 1720, Governatore di Roma
nel 1770, eletto Cardinale da Pio VI nel 1778. Era nel 1782 in
Venezia quando fu visitata da quel Pontefice. Morì in Roma nel
1789. Le sue spoglie riposano in San Cesareo (chiesa titolare della
Diaconia Cardinalizia da lui coperta), sotto una modesta lapide che
è nel mezzo della chiesa. Vi è intagliato con qualche eleganza lo
stemma, e leggesi la iscrizione :
Ioanni | Diacono S. Caesarei | S. R. E. Cardinali Cornelio
| Gravioribus Romanae Aulae Muneribus I In His XII viratu
LITIBUS JUDICANDIS | Et URBIS PRAEFECTURA | EGREGIE FUNCTO |
Viro Non Minus Generis | Nobilitate | Quam Virtute Et Re-
ligione | MORUMQ. SUAVITATE | SPECTATISSIMO | Qui VlXIT ANNOS
LXVIII | Menses Vili Dies XXIX | Obiit III Kal. Aprilis An.
CI3DCCLXXXIX | Eques Antonius Cicciaporcius | Amico Be-
neficentissimo I Cum Lacrymis I Posuit. |
Dei primi otto predetti cardinali Cornaro (del ramo a San
Polo) esistono i busti sui monumenti di quella famiglia a Venezia,
nella cappella Cornaro a San Nicola dei Tolentini. Sette conten-
gono ivi T indicazione del loro nome. Quello che ne manca non
può essere che Francesco (seniore), perchè il nono cardinale Cor-
naro che fu Giovanni, aveva appena due anni quando il doge Gio-
vanni II compiva (1722) quei monumenti ; oltre di che, esso Gio-
vanni era del ramo dei Cornaro a San Maurizio.
Palazzo dei Cornaro in Roma era quello che recentemente
serviva alla tipografia camerale, sulla via da quella dell* Angelo
Custode alla fontana di Trevi. Fu fatto erigere nella seconda metà
del secolo XVI dal cardinale Luigi, e ne fu architetto Giacomo Del
Duca siciliano, discepolo del Buonarroti. Fu acquistato nel secolo
seguente dalla famosa Olimpia Maldacchini-Pamphili, cognata di
Innocenzo X (1).
(1) Nibby, Roma moderna, II, 829.
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117
Ultimo rampollo della famiglia Cornaro della regina, cioè di
quel ramo da cui uscì Caterin \ regina di Cipro, fu il cav. Cate-
rino, che morì nel 1802 e fu tumulato a Venezia nella chiesa dei
Cappuccini alla Giudecca. Egli aveva percorso le più cospicue ma-
gistrature, compresa la podesteria di Padova (1), uno dei gradini
che in tempi normali della Repubblica conducevano al trono ducale.
Estratto dell' albero dei Cornaro a San Polo, nella sola parte
relativa ai quattro Dogi ed agli otto (2) Cardinali di quel ramo :
Marco
Doge m. 1368
I
Andrea
Giorgio
Marco
Giorgio
Giacomo Marco Francesco I
Card.ven.XX Card. XXVI
m. 1521 id. 1513
Caterina
Regina di Cipro
Giovanni
Andrea
Card. XXIX
m. 1551
Luigi Federico I M. Antonio
Card. XXX Card. XXXVII
m. 1584 m 1590
Francesco II
Card. XL
m. 1598
Giovanni I
Doge m. 1629
Federico II
Card. XLV
m, 1653
Francesco
Doge m. 1656
Federico
Giovanni II
Doge m. 1722
Giorgio
Card. LX
ra. 1722
(lj Moschini, Storia Letterat. Yen. sec. XVIII, I, 32.
(2; 11 nono Cardinale di questo casato fu del ramo Cornaro a San Maurizio.
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118
LIV.
Di Federico il juniore, cioè del settimo dei cardinali Cornaro,
è opportuna una menzione particolare, trovandosi il nome suo
congiunto a fatti e disquisizioni interessanti nella storia civile di
Venezia. Ricordato ch'egli nacque nel 1579, fu eletto all'episco-
pato di Bergamo nel 1622, Cardinale nel 1026, vescovo di Vi-
cenza nel 1627, designato alla sede di Padova dal Pontefice nel
1629, ma non riconosciutovi dal Senato, nominato da questo ed
.approvato dal Papa nel 1631 in patriarca di Venezia, di cui ri-
mase pastore fino al 1644, nel quale anno rinunziò al patriarcato
e si ritrasse a Róma ove finì i suoi giorni nel 1653; e ricordato
che è a lui dovuta l'istituzione, nell'abazia di San Cipriano di Mu-
rano, del Seminario patriarcale, allorquando fu data mano ai lavori
per la erezione del tempio votivo a S. Maria della Salute in Vene-
zia ove risiedeva l' antico Seminario, sono degne di ricordanza le
seguenti epoche :
Quando Urbano Vili nel 1626 promosse Federico al Cardi-
nalato, « in quel numero nel quale tra V altre Corone sogliono i
» Pontefici onorare la Repubblica, verti dubbio se, come figliuolo
» del Doge, avesse luogo la legge che proibiva loro il ricevere
» benefizi di Chiesa ; e dal Senato si dichiarò che dignità così
» grande, non fosse compresa nel nome comune de' benefizi » (1).
Questo punto che è lievemente toccato da chi scrisse in tempi as-
sai vicini alle ferventi emulazioni tra le famiglie Zeno e Cornaro,
fu assai bene illustrato dal Romanin, if quale narra che lo stesso
Doge perorò in pieno Collegio, affinchè non fosse posto ostacolo
alla esaltazione del figlio, al quale il cardinalato non apportava
benefizi o pensioni, ma un semplice titolo. E, vinto il partito in
Collegio, in cui nessuno osò contraddire fuorché il Savio Grande
Nicolò Contarini, fu vinto anche nel Senato (2).
Nel fine del 1629 mori il doge Giovanni I padre di questo
cardinale Federico, nel mentre era « insurto dissenso tra il Pon-
» tefice e la Repubblica pel Cardinale suo figliuolo vescovo di Vi-
» cenza, al quale, promosso da Urbano al vescovado di Padova,
» d'opulentissima rendita, ostavano le leggi» {sul conferimento di
(1) P. Nani, St. Yen., libro VI.
(2) Romanin, libro XV, capitolo V.
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119
benefizi o di aumento di benefizi ecclesiastici ai congiunti del
Doge), € Per questo il Senato gli negava il temporale possesso, in-
» stando dal Pontefice che in altri ne disponesse. 11 Cardinale me-
» desimo lo supplicava, ma se n' escusava Urbano, con averlo fret-
» tolosamente in Concistoro proposto. Avrebbe il Cornaro rinun-
» ziata la nuova Chiesa, ma non volendo ammettersi in Roma nè
» meno tale ripiego, durò tale contesa anche defonto il Doge, fin
» tanto che, morto Giovanni Tiepolo Patriarca di Venezia, il Se-
> nato (come di Jus patronato della Repubblica) nominò a questa
» dignità il Cardinale, approvato parimente dal Pontefice » (1). Il
Cardinale medesimo trovasi mentovato come paciere nei dissapori
tra Urbano Vili e la Repubblica, a proposito dell' Elogio che
nella Sala Regia del Vaticano ricordava il filiale aiuto che essa
aveva prestato al papa Alessandro III.
« Nel 1635, si scopri in Sala Regia (e questa è la più celebre
» del Vaticano, dove s'accolgono dal Pontefice le solenni amba-
» sciate dei Re, le quali si chiamano d 1 obbedienza) alterato V Elo-
» gio che commemorava il merito acquistato dalla Repubblica
> nella difesa d'Alessandro III Sommo Pontefice, contro Federico
» Barbarossa .... A tanta novità Roma stessa stupiva, perchè le
» iscrizioni dalle quali nella Sala s' esplicavano le pitture de' gesti
» più memorabili della Cristianità, erano state scelte in tempo di
» Pio Quarto Sommo Pontefice da una Consulta di Cardinali e
» soggetti eruditi (2). Il Pontefice (Urbano VIII) mutato Y Elogio
> alterava il fatto, sopprimeva la vittoria de' Veneziani » (la vitto-
ria navale contro il figlio di Federico a Salvore), «e taceva tutto
» ciò che rilevava il merito loro ed il benefizio impartito alla
» Chiesa » (3). Ad una tale novità, Venezia ritirò da Roma il pro-
prio rappresentante (4), ricusò al Nunzio Pontificio le udienze in
Collegio, e diramò ai Principi quello che oggi direbbesi un Memo-
randum, con protesta di volere ripristinato V Elogio nel primitivo
(1) Nani, libro VII.
12) Che un elogio pubblico in Roma alla Repubblica di Venezia avesse esi-
stito fino dai tempi di Alessandro III, lo si potrebbe arguire dallo avere Ales-
sandro comandato che questa ystuoria (delle benemerenze di Venezia verso la
Chiesa di Roma) fosse scritta in lo patnfio de Roma. V. Leggenda veneziana di
Alessandro III pubblicata da D. Urbani de Gheltop nelT Archivio Yen., tomo
XIII, pa*. 361.
(3; Nani, St. Ven., libro X.
(4) Alvise Contarini, la cui Relazione è nel volume I, pag. 349 delle Rela-
zioni degli ambasciatori Veneti a Roma, sec. XVII. Venezia, Naratovich, 1877.
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120
suo dettato. Quattro* anni ci vollero per mitigare alquanto gli sde-
gni, e il primo passo fu fatto dn Urbano che nel 1639 spedì spon-
taneamente alla Repubblica il Breoe autorizzante la continuazione
delle decime sopra il clero, alla qnale cortesia fu corrisposto, am-
mettendo il Nunzio in Collegio ed inviando a Roma un ambascia-
tore. Intanto il nostro Federico Cornaro patriarca, trovandosi a
Roma nella visita <T obbligo ai limitari degli Apostoli, indusse Ur-
bano a cancellare la nuova iscrizione. Non volle però rimettere
l'antica, tacitamente lasciandone al successore il pensiero (i).
Ed infatti fu rimessa l'antica ftel 1644 da Innocenzo X (2).
Ecco l'iscrizione tolta da Urbano Vili e rimessa da Innocen-
zo X. La lessi sotto la gran tela rappresentante la riconciliazione
di Alessandro III con Federico I Barbarossa, dirimpetto alla cap-
pella Sistina, nella Sala Regia :
Alexander Papa III Friderici Imperatore Iram Et Impe-
tum Fugiens Abdidit Se Venetiis (3) Cognitl*m Et A Senatu
Perhonrifice Susceptum Othone Imperatore Filio Navali
Praelio A Venetis Victo Captoque Fridericus Pace Facta
Supplex Adorat Fidem Et Obedientiam Pollicitus *ta Ponti-
fici Sua Dionitas Venetae Reipublicae Beneficio Restituta.
La pittura è di Giuseppe Porta, discepolo di Cecchino Sal-
viati.
LV.
1. Foecunda Helenae Lucretiae Corneliae Piscopiae I
Praeconia I Infoecundorum In Academia | Sub Ferali Palladis
(1) Nani, libro XI.
(2) Id., libro I della parte II.
(3) La moderna critica ha ripudiato, come a tutti è noto, la leggenda del-
l'occultarsi di Alessandro III a Venezia, molteplici essendo le testimonianze di
cronisti intorno alla solenne pubblicità del viaggio di quel Papa da Roma al
Vasto, di dove per mare venne a Venezia (toccate la Pelagosa, Lissa e Zara),
accolto colla massima pompa. Dopo dello Zon, del Cicogna, del Romanin, fu
trattato quel momento storico, e da par suo, dal P. Alberto Guglielmotti, nella
Storia della marina pontificia. Forse è meno sicuro l'assunto che sia pure insus-
sistente una vittoria navale dei veneziani a Salvore, se, come avverte il Romanin
ili, 117), nella Cronaca Magno alla Marciana, v'ò il nome dei Sopracomiti che
& imbarcarono contro la flotta di Federico.
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121
Triumpho I Mirare- Viator | Ne Praeclari* Sanguinis Nitor |
Ilubatae Iuventae Decor I Inclytae Virtutis Honor I Obscuro
Tumulentur Fato | Armonicus Tanti Nominis Clangor | Silen-
tes Increpat Umbras I Quid Animo Haeres? | Veritate Duce
Lumina Securus Adi | Propera | Grandia Cernes | Perlege |
Maxima Disces | Audi | Majora Canes. |
2. Helenae Lucretiae Corneliae Piscopiae I Virgineis Vir-
tutibus | Et Patris Dolori | Academici Moestissimi | P. P. |
La famosa Elena Lucrezia Cornaro del ramo Piscopia, lau-
reata nelle scienze filosofiche dallo Studio di Padova nel 25 Giu-
gno 1678, era aggregata alla romana Accademia degli Infecondi,
i quali, morta che fu quella rara donna nel 1681, di soli 38 anni,
la onorarono con pompe funebri di straordinarissima magnificenza
nel luogo della stessa Accademia, ch'era nel Collegio dei PP. Bar-
nabiti a San Carlo de' Catinari.- L'apparato della sala dell'Acca-
demia, si nelle quattro pareti come nella volta, fu rappresentato da
incisioni e descritto, coinè pure vennero pubblicati i molti compo-
nimenti dei Soci Accademici (1). Mi ristrinsi a riportare due iscri-
zioni le quali nel giorno della commemorazione leggevansi, la pri-
ma sull'antiporta, la seconda sopra una piramide nella sala, e ne
tralascio altre parecchie dettate nello stile tumido di quel secolo.
Solo è degno di menzione, che la descrizione e la raccolta ven-
nero presentate al doge M. A. Giustinian dal cardinale Fel. Rospi-
gliosi, con lettera piena di compita osservanza, alla quale fu rispo-
sto con Dispaccio cortesissimo 1685 (m. v.) 27 Febbraio del Se-
nato. Questi cenni sembrano opportuni nel tema della rinomanza
dei Cornaro in Roma.
IN S. MARCELLO AL CORSO
LVI.
1. lOHANNI MlCHELIO PATRITIO VENETO EpIS. PORTUEN. S. AN-
GELI Car. u ac | Patriarchae Costantinopoli. Pauli II Pont.
Max. Nepoti Qui In Reb. Arduis | Senatoriis Maxime Eloquen-
tia Integritate Eminentiq. Inoenio Praestans I Ab Innocen. Vili ,
(lj Padova, per il Cadorino, 1686.
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In Castris Contra Ferdinan. Neapolita. Regem Legatus | Pa-
cem In Magnam Italiae Quietem Composuit Obiit Anno MDIII
Die X | Aprilis Aetatis Vero Suae Anno LVII.
2. Car. S. Angeli. |
A sinistra di chi entra per Y unica porta della facciata v* è
sul tergo di questa il doppio monumento del cardinale Giovanni
Michiel e del suo amico e familiare Antonio Orso; opera « che ha
» buone parti specialmente in bassorilievi ed ornati, come appunto
» si veggono quasi sempre ne' lavori di questo genere, condotti
» nel secolo XVI » (1).
Giovanni Miehiel, unico di questa nobilissima prosapia vene-
ziana che sia salito alla dignità cardinalizia, Y ebbe nel 1 168 da
Paolo II suo zio materno, col titolo diaconale di Santa Lucia in
Septifolio. Alessandro VI nel 1492 lo elevò all'ordine dei Cardi-
nali Vescovi, nella suburbicaria sede di Porto e S. Ruftna, ceden-
dogli quel vescovado con arredi o suppellettili di casa magnifiche,
e copioso deposito di vini squisiti nelle cantine ; tutto ciò in premio
pur troppo del voto con cui questo Cardinale cooperò alla esal-
tazione del Lenzuoli alla sede di 'Pietro (2). Ma prima era passato
alla diaconia di S. Angelo in Pescheria. Lo troviamo involto in
pericolosi affari di Stato. Papa Innocenzo Vili lo incaricò della Le-
gazione di Henevento allorquando ricevette in protezione i baroni
ribellati a Ferdinando cT Aragona re di Napoli (3).
Lo stesso Papa deferiva ai consigli del MichieJ, ad insinua-
zione del quale, investì Ugolino Bandi del castello di Petraja nel-
l'Urbinate (4). Fu testimonio dei detestabili eccessi dei Borgia, e,
mal cauto (5), non seppe sottrarsi ai loro istinti rapaci e trucu-
(1) Nibby, Roma moderna, I, 321. Il monumento è sempre visitato da pie
donne lattanti, per la devozione ad una Vergine-madre lattante cbe è molto ve-
nerata e vedesi sulla lunetta dell'arco, in basso rilievo.
(2) 11 Sismondi, cap. XC1I, e I'Infessura nel suo Diario dicono che la voce
del Cardinale (Maffeo Girardi) Patriarca di Venezia fosse comperata in quel Con-
clave per cinquemila ducati.
(3) Sbrdonati, Vita d* Innocenzo Vili, pa£. 215.
(4) Ugolini, Storia dei conti e duchi à* Urbino, II, 47.
(5) Invece il suo cugino e del pari cardinale Batista Zeno, benché più volte
chiamato da Alessandro a Roma^<?r<?A^ era ricchissimo Cardinal et havea grande
intrata, non volle mai andarci, scusandosi che laborava di podagre. Sanuto,
Spedizione di Carlo Vili, pag. 65.
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123
lenti. Invano Pietro Barozzi seriveagli, augurando a quella Corte
« ut vel mores mutet, vel tandem de se praestoletur vindictam
> quam ex Urbis ruinis, Romani subiisse advertit » (1).
Nella notte del 10 all' 11 Aprile 1503, il Cardinale di S. An-
gelo (così continuavasi ad appellarlo) moriva improvvisamente, a
quanto dicevasi, avvelenato. Alessandro VI s' impadronì subito
delle sostanze da questo Cardinole lasciate, del valsente di più di
centocinquantamila ducati. Antonio Giustinian, ambasciatore di*
Venezia, andato al Vaticano, trovò « tutte le porte serrate e No-
» stro Signor tutto occupato in contar denari ». Il 13 Aprile fu
chiamato dal Papa, il quale « per darme ad intender, come se io
> ghel volessi creder, che non avesse avuto più danari dal quon-
» dam reverendissimo cardinal Michiel * mi corfdusse in una came-
» Fa dove si contavano i danari, i quali non furono più di ducati
» 23832, dicendome : V'ardale, ambassador, tutta questa terra è
» piena che avemo abudi in contadi da 80 a 100,000 ducati del
» cardinal, e tamen non avemo trovati se non questi. E doman-
» dava el testimonio de quelli che erano là, quasi che fosse gran
» cosa che loro el dovessero servir d'una busia ». H Papa aveva
anche la franchezza di dire al Giustinian che nel Veneto trova-
vasi un messo del Cardinale con molti danari, e di pregare che la
Repubblica lo pigliasse e gliel consegnasse. Il Papa andò poi in
persona a prendere ciò che il Michiel avea lasciato nello Episcopio
di Porto, e la mattina seguente mostrò bona zera (ciera) de so-
lazzo (2) segno che lì pure la preda era stata ghiotta.
Povero cardinale Michiel ! de' cui sentimenti V ambasciatore
Paolo Cappello faceva testimonianza onorevole, dicendo : « il re-
» verendissimo Michiel di S. Angelo degnissimo, butta lagrime per
» il Turco (3); faria ogni cosa, ma non può operare per le poda-
» gre: e, se potesse, anderia Legato dove si voglia per far bene
» alla Cristianità ed alla Signoria Nòstra » (4).
Liberata la Chiesa e V umanità colla morte, Agosto 1503 (5),
(1) Archiviò Veneto. XIII, 231.
(2) Dispacci di Antonio Giustinian, pubblicati ó> Pasquale Villari. N. 347
dell' 11, 350 del 13, 360 del 22 Aprile 1503.
(3) E noto che in quella guerra, sullo scorcio del secolo XV, Venezia perdè
Modone e Corone.
(4) Relaz. di Roma 1500 di Paolo Cappello. Nell'Alberi.
(5) Correggasi la data 1502 nella Cronologia dei Pontefici del Mas-Latrib.
Venezia, 1873, pag. 113.
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124
di Alessandro VI; sottentratovi per pochi giorni Pio III, ed eletto
nel i Novembre 1503 Giulio II, la giustizia terrena pensò di col-
pire i complici e gli esecutori dell' assassinio del Michiel. « Uno
» per nome Asquino de Colloredo, della patria del Friul, el qual
» sempre se ha judicato essere quello che dette il veneno al quon-
» dam Cardinal de Sant' Angelo, per suspetto de questo delitto è
» sta' retenuto dall'Auditor della Camera. Dui altri soi compagni
» (che sono el cuogo et un altro che era suo camerier) sono fu-
» ziti .... Anche se judica alcuno de questi Cardinali Spagnuoli
» essere stato conscio et avere posta mano in questa posta ». E in
altro dispaccio: «I Cardinali Sorrento» (Francesco Remolino spa-
gnuolo arcivescovo di Sorrento) « e Borgia, arripuerunl fugam
» . . . . alcuni credono chemon siano fuziti per le cose del Duca »
( Valentino ) « ma potius per essere sta' consenzienti del venepo
» dato al quondam reverendissimo Sant' Anzolo, per aver confes-
» sato el tutto, questo tristo de Asquino; e benché non se nomini
» particolarmente alcuno, pur se dice aver nominati alcuni Car-
» dinali (1). Contro quel tristo de Asquino, da poi confessato (2) e
» ratificato il suo delitto, non pare che se trovi modo de essequir
» la iustizia, con mormorazione de' buoni, che non stanno senza
» sospetto di vederlo ancora liberato con mezzo di favori che si
» suol tegnire in questa Corte (di Roma) dove la iustizia non so-
» lamento è morta, come lo è nella più parte del mondo, ma za è
» sepulta e fatta polvere (3) ».
Ma la scelleraggine dell' Asquino non andò impunita. Narra il
Burcardo che siccome quel reo era suddiacono, così lo si degradò
li 6 Marzo 1504, nella piazza di S. Pietro da Pietro vescovo Civi-
tatense. Durante la lettura dell' inquisizione, il condannato saepe
interlocutus est quod illa violentia s ibi per Papam Alexandrum
commissa fuit, et ducem Valentinum commisisse: verumlamen
non voluisse et pecunias non hàbuisse (4). « Questa mattina (16
» Marzo 1504) in Campitolio pubblico è sta decapità quel tristo de
» Asquino da Coloredo che dette il veneno al quondam reveren-
» dissimo Cardinal de Sant'Anzelo, come lui ha confessato, con-
» stretto da Papa Alexandro e dal Valentino ». Il palazzo poi del
(1) Dispacci Giustinian N. 677 e G80, dei 17 e 20 Dicembre 1503.
;2) Dimandatone alla fune (cioè collato) Bembo, St., I, 294.
(3) Disp. Giustinian N. 719 del 19 Gennaio 1504.
(4) Burcardo, Diario, voi. IV, pag. 110, 111, citato dal Yillari nella nota
al Dispaccio 793.
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125
Cardinale avvelenato fu da papa Alessandro dato al nipote pro-
prio, cardinale Borgia, da cui passò al cardinale Santa Croce (in
Jerusalem) amico di Cesare duca di Valentino (l).
Asquino da Golloredo, a parere di Prospero Antonini, sarebbe
stato della schiatta dei Colloredo rampollati da queir Asquino (di
Guglielmo) che fabbricò il castello di Colloredo (2).
L'iscrizione*! è sulla base del monumento; le parole al n. 2
sul!' urna.
LVII.
a) Antonius Ursus Venetus Secretarius Apostol. Eps.
Agiensis*Familiaris Pientiss. I Sicuti Fide Ac Singulari Amore
Totius Suae Vitae Tempore Adstitit Ita Et In Morte | Ab
Hac Sua Gratissima Subiectione Inseperatum (sic) Se Videri
CtJPIENS CONDITORIUM DOMINO SUO | SEQ. SUB IlLO TUMULARI TE-
STAMÉNTO Mandavit Qui Innocent. VII! Alex. VI Pn III | Iulii
II Pontt. Referendarius Summa Integritate Doctrina Reli-
gione | Iustitia Vixit Ann. LXXII Decessit XXVIII Sept. MDXI
| Iacobus Ursus Frater Benemerentibus P. | (3).
b) Èpi Aciensis. |
Antonio Orso vescovo Agiense, cioè della Canea nell'isola di
Candia, segretario apostolico sotto Giulio II e tre dei predecessori
di questo, è mentovato dal Sansovino nella Veneiia, come celebre
giureconsulto. Legò ai Serviti in S. Marcello settecento trenta vo-
lumi, corredi sacri e cento ducati d' oro. Così il Cicogna (hertz.
Yen., II, 146).
c) Haec bibliotheca potissimum ex libris- Antonii I Ursii
AoiENSIS EPISCOPI UT IN SUBPOSITO I LAPIDE CONSTAT INITIATA PLU-
(1) Fu il carJ. Carvajal. V. Disp. Giustinian N. 773 e 843 dei 16 Marzo e 3
Maggio MOA.
i2) Archivio Veneto, XIII, 390.
(3) L'iscrizione 1 soprariferita in onore del Michiel e quella a dedicata al-
l'Orso sono scolpite sopra unica lapide sulla base del promiscuo monumento. Le
parole in b leggronsi sopra cartellino aderente ai volumi accumulati sotto la sta*
tua giacente del V Orso, con novità di esempio ed opportuna allusione al tesoro
librario che legò ai Serviti.
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126
RIBUSQUE DEINCEPS | VOLUMINIBUS AUCf A OB GaLLORUM INVASIONEM
| Anno MDCCCIX ad integrum depopulata | Anno MDCCCXV
CURA SUMPTIBUS SAGACITATE RMI | PRIORIS ALOISII BENTIVEGNA
EX GENERALIS EJUSDEM I ORDINIS DEFUNCTI Vili IDUS MARTlI
MDCCÓXHI | In hunc ordinem fuit redacta | Sodales G. A.
M. PP.
d) Ex libris Antonii Ursi Veneti referendarii aplici
Agiensis Epi ex testamento non ordinati I Iacobus Ursus fra-
ter CONSCIUS MENTIS EJUS CCCCCCCXXX. VOLUMINA IN HAC BI-
BLIOTHECA | EXISTENTIA LONGE PLURA OPERA IN OMNI FACULTATE
CONTINENTIA AD HONOREM VlRGINIS DO | NAVIT HU1C MONASTERIO
S. Marcelli prò anima ejusdem dilectissimi fratris. sui prò
CUJUS SALU I TE PRIOR ET FRATRES NON INGRATI TANTI MUNERIS
PROMISSERUNT (sic) IN PERPETUUM SINGULIS MEN | SIBUS DEFUNCTO-
RUM OFFICIUM CELEBRARE CUM MISSA SOLEMNI ET ALIIS MISSIS | Qui
ETIAM EPISCOPUS IN EXTREMIS SUIS LEGAVIT DICTO MONASTERIO PLA-
NETAM ET PLUVIALE | AUREA ET DUCATOS C. AURI QUIBUS ORDINA VIT
| SIBI ANNIVERSARIUM FIERI PER DIOTOS (leggi DICTOS) FRATRES |
CUM MISSA SOLEMNI ET ALIIS. | EXTRAHENTES LIBROS ET MINIMUM
EX HAC BIBLIOTHECA AC SCIENTES ET NON REVELANTES CUJUS | VIS
DIGJSITATIS EXISTANT ETSI DICTI MONASTERII PRIOR VEL GENERALIS
SIT IPSO FACTO | SNIAM (sic) EXCOMUNIS INCURRUNT A QUA NON NISI
a solo Papa possunt absolvi ut in Bulla | Sanctiss. D. D. P.P.
LEONIS X SUPER HOC CONCESSA ANNO MDXVII. |
Queste due iscrizioni c e d, dedicate ai veneziani Antonio
Orso vescovo e al fratello suo Giacomo, leggevansi nella biblio-
teca dei Serviti a S. Marcello. Le lapidi che le contengono furono
murate nel Novembre 1883 sulla parete a destra di chi percorre
il vestibolo della biblioteca Vittorio Emanuele, in cui stanno rac-
colti i libri provenuti da quel monastero.
LVIII.
HlERONIMUS DONATUS DOCTOR Et EQUES.
Sulla testimonianza delle genealogie Barbaro, il Cicogna (Iscr.
Ven., I, 90) ricorda le suesposte parole come epitafìo sulla tomba
di Girolamo Donato in. S. Marcello ; ma, se vi fu posto, convien
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cfedefe che o sia sparito nella riedificazione della chiesa, avve-
nuta nel secolo XVI, o che sia stata consumata ogni traccia dallo
strofinamento de* piedi, se posto in terra. Certo è che, neppure nel
secolo XVIII, rimaneva traccia della detta iscrizione. La sepoltura
del Donato in S. Marcello è anche testificata dal Porcacchi nelle
note al libro X del Guicciardini, nelle raeiLorie d' un Gradenigo ;
ed altra simile testimonianza vedremo rinvenuta dal Cicogna nei
Diarii di M. Sanuto.
Girolamo Donato di Antonio di Andrea nacque in Venezia
nel 1454 e morì in Roma il 20 Ottobre 1511. Fu maritato in Ma-
ria di Luigi Gradenigo. Ebbe figli Agostino e Filippo dedicati al
ministero ecclesiastico, e, l'un dopo l'altro, furono vescovi Agiensi
in Candia (1).
Nel 1485 Girolamo fece l'orazione funebre in lode dell'am-
basciatore di Lodovico Sforza, il Moro, defunto in Venezia (2).
Neir anno stesso « è sta mandà Girolamo Donado dottor, ambas-
» sador in Portogalo a ringraziar quel Re de la benignità che Y ha
» usado ai nostri (3) », cioè del soccorso dato alle ciurme delle
galere veneziane del viaggio di Fiandra, aggredite da un corsaro
Colombo (4). Ambasciatore poscia nel 1488 air imperatore, nel
1489 a Milano e nel 1491 a Roma, d'onde portò a Venezia la reli-
quia del titolo della SS. Croce, di cui in altro articolo. Nel 1492
fu podestà a Ravenna, ed ivi cominciò la fabbrica di quelle fortifi-
cazioni alla cui continuazione accudiva nel 1494 il podestà Andrea
da Lezze (5). Nel 1496 era podestà a Brescia, e nel Senato ai 24
Maggio « è sta preso che Geronimo Donà D. r Podestà de Bressa
(1) Orologio, Serie dei Canonici di Padova, pag. 72.
(2) Malipiebo, Annali, Arch. Stor. lt., VII, II,- 675.
(3) ld., ibid., 621.
(4) Sabellico, Deca IV, libro II. Nell'elogio però del doge M. A. Trevi-
san, Orationes funebres, Hanoviae 1613, trovo attribuita la missione stessa a
Trevisan Domenico padre di M. A. È da ritenere dunque che al Trevisan fosse
associato il Donato. £ relativamente a questo feroce corsaro Colombo, trovo op-
portuno di ricordare ciò che disse il Correnti nel discorso intorno a Cristoforo
Colombo, lo scopritore del nuovo mondo : « Cristoforo Colombo, fin oltre il cin-
» quantesimo anno di sua vita, fu oscuramento grande .... marinaio, merca-
» tante, soldato, corsaro fora' anco, appena può congetturarsi quel che egli ab*
» bia fatto prima che l'Europa attonita imparasse a saiutarlo trovatore d'un
* mondo ». Certo che Cristoforo avea preso parte ad imprese di corsari, e preci-
samente a quella contro le veneziane galere di Fiandra. Lo narra il figlio suo
Fernando nelle sue Historie. Oggi per altro lo negano.
(5) Sanuto, Spedizione di Carlo Vili, 72.
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» vada subito ambassador a Luca, per le cosse che occotre in
» Toscana contra fiorentini (1) ». Nel 1497 ambasciatore aJ Ales-
sandro VI. Nel 1501 oratore in Francia con Domenico Trevisan
per congratularsi con Luigi XII dell* acquisto del reame di Napoli,
e nello stesso anno a Massimiliano re dei romani per esortarlo alla
guerra contro dei turchi. Nel 1509 ambasciatore con altri a Giu-
lio II, e principale collaboratore alla pace (1510) tra questo Papa
e la Repubblica. Mori in questa legazione il 20 Ottobre 1511 :
« Addi 22 (Ottobre) fo sepolto Y orator nostro a horre 21 in San
» Marcello. Vi è stata la famegia del Papa e Cardinali ; è sta' ho-
» norato assai il funere (2) ».
Era dunque il Donato ragguardevole uomo di Stato, e questo
solo basterebbe a spiegare la legazione di lui a Giulio II ; quan-
cT ecco leggo in un' opera insigne, che al partire di una legazione
straordinaria da Roma vi rimase Girolamo Donato, uomo celebre
per bellezza (3). Giova dunque proseguire nel rammentare chi
fosse questo Donato. In quanto ai meriti suoi letterari, basterà al-
ludere a quanto ne dicono il P. Giovanni degli Agostini nelle No-
tizie storiche degli scrittori veneziani, e M. Foscarini nella Sto-
ria della letteratura veneziana, pag. 292. Oltre alle opere di lui,
enumerate dal Sansovino nella Venetia (4), oltre a quella scrit-
tura dei diritti della Repubblica sopra Treviso, Vicenza, Padova e
loro territori, di cui fa menzione il Cicogna (5), varie interessanti
notizie letterarie emersero intorno a questo insigne uomo (V. Ar-
chivio Veneta, tomo XII, pag. 212 e seg.), e tra altro una terribile
satira latina, in Franciscum Alidosium Cardinalem. Quello però
che raccomanda il nome del Donato alla più tarda posterità quale
scrittore politico, è ìa Apologia della Repubblica di Venezia (6),
contro Carlo VIII. Questo principe in una Epistola air Elettore ar-
civescovo di Magonza aveva scritto (vedi portento di un re di
Francia, tenero anche dei diritti dell' impero ! ) che i veneziani,
(1) Malipiero, Ann., ibid., VII, I, 433: il quale tra il 5 e il 15 Marzo 1496
avea scritto: Hozi è sta fatto ambassador a Roma Geronimo Dona tornato Capi-
tanto de Bressa [ibid., pag. 484).
(2) Lettera di Lorenzo Trevisan nei Diarii Sanuto. Cicogna, II, 487.
(3) GhegobOvius, Storia della città di Roma, voi. Vili, pag. 73 della ver-
sione ital. Il testo tedesco dice schone Donato: il bel Donato! e niente altro, nò
dal Gregorovius, nò dal traduttore.
(4) La Venetia, lib. XIII, pag. 392, ediz. 1604.
(5) Iscriz. Yen., I Servi e IV,, 673.
(6) Malipiero, Annali. Arch. Stor. It., VII, I, 413.
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plurtnias Ècclesiae ac imperli terras nullo jure occuparunt et
cantra jus fasque retinati. Ipsi nobilitatis expertes, solos nobi-
les oderunt atque insectantur. Il Donato bravamente difende la
sua patria. Liceat, egli dice, duce verilaie atque innocentia pn-
lam effari et prò patria libera, liberam orationem Imbere . . . ,
e parla con nobiltà e franchezza a Carlo Vili, Caesare fortuna-
tior quod Me venisse, ridisse, vicisse diciture hic priusquam
venit nihil vidil et nidi, .... magnis rebus partis potius quam
gesiis. Il Donato atterra e conquide gli avversari ; e ben a ragione
quei precursori dell'italiano risvegliamento, che furono gli editori
dell' A rchivio storico italiano, fecero tesoro della stupenda Apo-
logia sopradetta, monumento di acuta e robusta logica e di patrio
affetto (1).
Le lodi che del Donato vendono fatte amplissime, dallo sto-
rico Pietro Giustinian (lib. XI), hanno conferma nelle seguenti
testimonianze di scrittori non veneziani. Luigi Da Porto, vicentino,
in lettera del Gennaio 1511, alludendo all'ambasciata veneziana
a Giulio II dopo la pace, fa menzione di Girolamo Donato quale
« uomo di grandissima prudenza e bellissimo del corpo e dell' ani-
» mo medesimamente ». Leandro Alberti, bolognese, che scrisse
nella prima metà del secolo XVI, fatta una enumerazione di illu-
stri veneziani, la quale termina col Donato, aggiunge : « furono
» tutti questi illustri senatori, uomini letterati, eloquenti, prudenti,
» di grande ingegno, e massimamente V ultimo, che ognuno stava
» stupefatto ad udirlo favellare tanto in greco quanto in latino,
» con una certa maestà che si poteva ragguagliare a ciascuno di
» quegli antichi eloquenti Greci o Romani (2). Francesco Guic-
ciardini, tanto proclive al biasimo e tanto sobrio lodatore, nella
conclusione del libro Vili della sua storia, fa parola del Donato
come di « uomo dottissimo, il quale per le virtù sue e per la de-
» strezza dell' ingegno, divenuto molto grato al Pontefice, fu di
» grandissimo giovamento alla sua patria nelle cose che s'ebbero
» poi a trattare appresso a lui ». E nel libro X : « morì Girolamo
(1) L'altra opera di Girolamo Donato, De Principato Romanae Sedis, fu
dedicata da Filippo Donato figlio dell'autore e vescovo Agiense a Carlo Caraffa
cardinale nipote di Paolo IV. La dedicazione fu scritta da Girolamo Negro, nelle
cui Epistole (pag. 44 t.) si legge, e d i essa rilevasi che Girolamo l'avea scritta
coli' intendimento di dedicarla al card. Oliviero Caraffa arcivescovo di Napoli,
creatura di Paolo li.
(2) Alberti, Itoli d' Italia , 1561, c. 88 t.
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» Donato, orator Veneto, per la prudenza e destrezza suà molto
» grato al Pontefice, e perciò stato molto utile alla patria nella
» sua legazione ».
L' autore della Storia della lega di Cambray, che fu il fran-
cese Giov. Batista Dubos (1), narrata la morte del Donato, sog-
giunge : « Egli fu uomo di lettere prima <T essere uomo di Stato,
» e si distinse egualmente neir una e neir altra professione. Le
» scritte che abbiamo di lui sono delle migliori che sieno state
» composte nel suo tempo ; fra le altre il manifesto della Repub-
» blica di Venezia contra Carlo Vili, in cui Y autore difende be-
» nissimo una cattiva causa ». Infatti, secondo l'opinione dell'au-
tore francese, la causa di Carlo Vili era eccellente, quella della
Repubblica, ossia della libertà italiana, era cattiva !
Di Girolamo Donato, V effigie che lo rappresentava vestito
d' oro, con bella e ricca collana, era nella sala del Maggior Con-
siglio prima dell'incendio del 1577 (2).
(Continua.)
(1) V. nota al cap. Ili, lib. XX, Rivol, d' It. del Dbnina.
(2) San90V1no, La Venetia, pag. 335, ediz. 1063.
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GIORGIO ZORZt
RELAZIONE D' OLANDA E DI FRANCIA
(MDCXXVI-MDGXXIX)
TRASCRITTA DAI CODICI DELLA BIBLIOTECA FERRARESE
dal prof. GIUSEPPE FERRANO
Una nuova Relazione (T ambasciato™ veneto non desta
oggi quel sentimento di viva curiosità, con cui sarebbe stata
accolta qualche anno addietro, perchè generalmente si crede
che siano ormai pubblicate o tutte le Relazioni che si con-
servano o almeno quelle che meritavano di essere confidate
alla stampa. E veramente le due raccolte, fiorentina e vene-
ziana, sono abbastanza ricche per giustificare questa opi-
nione. Eppure le Relazioni, che in occasioni diverse hanno
veduto la luce, dimostrano che le ricerche nelle biblioteche e
negli archivi pubblici e privati, sono ben lungi dall' essere
esaurite. Concedo che non tutte le Relazioni hanno una
eguale importanza, e che alcune potrebbero senza grave
danno restare inedite. Ma oltreché gioverebbe a ogni modo
completarne possibilmente le serie, è certo che alcune, o per
il nome dell'autore, o per l'epoca che descrivono, o per gli
argomenti che trattano, meriterebbero la pubblicità della
stampa. Avendone raccolte parecchie, crediamo adunque di
non far cosa discara ai nostri lettori inserendole in questo
Archivio, ove ci pare che possano naturalmente aver posto.
E incominciamo da quelle che furono fortunatamente sco-
perte, diligentemente trascritte e a noi gentilmente comuni-
cate dal dotto professore Giuseppe Ferrare Egli ci aveva co-
municata anche quella attribuita a Francesco Tiepolo [Rela*
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zione della Moscovia, scritta nel 4560), ma fu pubblicata dal
dott. Aurelio Magrini in occasione di nozze (Ven., 1877, Cec-
chini, pag. 39, 8.°). Oggi diamo quella di Giorgio Zorzi reduce
dall' Olanda e dalla Francia, ove aveva rappresentato la Re-
pubblica dal 1626 al 1629. Guglielmo Berchet, pubblicando
nel 1859 le Relazioni di Francia (Relaz. degli Slati Europei,
Francia, tom. II), parla (pag. 213 e segg.) del £orzi e degli
uffici eh' egli sostenne ; deplorando che la sua Relazione, la
quale, secondo il Ranke, avrebbe dovuto trovarsi nella Bi-
blioteca del Seminario di Vicenza, non fosse punto compresa
in una Raccolta di Relazioni che tuttodì si conserva nella
Biblioteca medesima. La Relazione desiderata giaceva invece
nella Comunale di Ferrara, ove la scoperse il chiarissimo
professore sopra citato. Né v' era la sola Relazione di Francia,
ma altresì quella d'Olanda, giacché il Zorzi, eletto ambascia-
tore ai Signori Stati nel 1625, mostrò nell'ufficio nuovo
tanto valore che, rimasta in quel mezzo vacante la legazione
di Francia, per decreto del Senato dovette assumerla. Ri-
patriato, soddisfece all'obbligo suo, leggendo la Relazione
dell' uno e dell' altro Stato. A dir vero, in picciol numero di
copie abbiamo testé dedicata la Relazione di Francia all'ami-
co G. Berchet, nella fausta occasione che le due graziose sue
figlie andarono spose ai signori Marco Allegri e G. B. Cuc-
chetti. Ma si sa bene che le pubblicazioni per nozze hanno
una pubblicità relativa; e credemmo quindi opportuno ripub-
blicarla, tanto più che qui non diamo soltanto la Relazione
di Francia, ma l' intera Relazione del Zorzi, che riguarda e
l' Olanda e la Francia. Date queste informazioni al lettore,
non ci rimane che esprimere la più viva riconoscenza al no-
stro dotto e modesto amico, prof. Giuseppe Ferraro, che nella
Biblioteca ferrarese ha scoperto tanti preziosi cimeli, di cui
speriamo di potere anche in seguito arricchire le nostre
pagine.
R. F.
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RELAZIONE
Serenissimo Principe,
Il giovare al pubblico desiderio colla fatica di un privato, ed
il servire alle soddisfazioni di molti colf industria di un solo, fu
sempre colpo così commendabile e degno, che, nella Galleria delle
cose umane, meritò in ogni tempo, ricco, privilegiato e cospicuo
luogo. Quindi avviene che, avendo a ciò riguardo questa Serenis-
sima Repubblica, sino dalla sua infanzia maravigliosa, impose ai
suoi ambasciatori che, nel ritornare dai Regni lontani e dalle stra-
niere provincie, riferissero le cose incontrate cogli occhi, osservate
dall' animo e ritenute dalla memoria. Da questa prudentissima e
fruttuosissima legge è nata in me queir obbligazione che, per lo
ambascierie esercitate in Olanda ed in Francia, mi costituisce di
rappresentare, in questo luogo eminentissimo, lo adempimento di
queir ufficio che, non ancora interrotto dall' uso anzi comandatomi
dalla legge, merita venerazione nella mente ed esecuzione nel-
T opera.
Confesso però che siccome, della Francia, la soverchia ab-
bondanza delle cose vedute e trattate potrebbe mettermi in con-
fusione anzi in istrettezza e carestia di ciò che io dovessi dire o
riferire, cosi dell' Olanda non intendo di portare nella intelligenza
pubblica una relazione compiuta ed esatta, ma solo una descrizione
ad occhio volante. La quale Olanda, con confini non ancora stabi-
liti da chi meglio intende (1), si può dire che è ancora fermata nel
(1) I confini dell'Olanda furono fissati e riconosciuti solamente nella pace
di Vestfalia (1648). G. Ferbabo.
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vuoto, stabilita sugli accidenti, e non ha provato altro riposo che
il desiderio di riposare.
L' Olanda dunque è parte dell' isola chiamata dagli antichi
Batavia ; il corpo della quale, sebbene angusto di giro e di spazio
non grande, è però pieno di cose grandi e memorabili. In larghezza
non eccede il viaggio, che in sei ore potrebbe compiere un uomo
a piedi ; in lunghezza si crede che non avanzi le leghe 60. Accenno
i suoi confini più per convenienza al soggetto, che por dubbio che
non siano noti. A settentrione e ad oriente è bagnata in gran parte
dall'Oceano ; verso occidente dal Reno bicorne ; a mezzodì fa punto
alla provincia di Gheldria, chiamata dagli antichi, come è parere
di molti, Sicambria. Ha due fiumi altrettanto vasti quanto famosi,
il Reno e la Mosa; dai quali, diffusi in braccia e divisi in dita, resta
fecondata ed abbellita egualmente. Il paese è tutto ali' intorno mu-
nito di terreni, di dighe, come dicono essi, e di forti. Gli uni per
resistere al soperchio delle acque, che in non pochi luoghi supera-
no la terra ; gli altri per guardare la circonferenza dalle scorrerie
ed incursioni nemiche. Per tutto si va e si viene colla comodità e
sicurezza dei canali, parte fatti dalla natura e parte scavati dal-
l'arte. Nel verno il contado è quasi tutto coperto dalle acque ; il che
quantunque provenga dalla qualità del sito, che è basso in estre-
mo, viene anche procacciato dagli abitanti a beneficio della cam-
pagna ed alla fecondità degli erbaggi. Nè manca loro, nel caso di
escrescenza indebita e sopracomune, 1' artificio mirabile dei mulini
a vento, coi quali asciugano agevolmente non solo i rivi, ma ancora
gli stagni, costringono 1' acque agli alvei destinati, che tutti vanno
in fine a scaricarsi nel mare.
Il terreno, in alcuni siti meno inabissati degli altri, produce
pochissimi grani, non però frumento. Le viti per natura sono inco-
gnite al paese ; alla quale mancanza soccorrono con abbondantis-
sima Cerere e con ottimi liquori continuamente il Reno, la Francia,
la Spagna, e le altre regioni a noi meno cognite. Il terreno stesso
non è meno inadatto alla coltivazione del lino ; eppure nella Pro-
vincia si trova un' abbondanza cosi grande di tele, e una novità
tale di lavoro nelle medesime, che, come 1' imitazione di esse pare
impossibile, cosi è certa e senza pari l'industria degli abitanti.
Per considerazione generale e per esperienza infallibile, gli
elementi in Olanda sono tutti sconnessi, o imperfetti, o manchevoli.
Il fuoco si nutre di torba, che è un misto iV acqua, i!i terra e di le-
gno, e, come riscalda le membra, coòì speditamente offende la testa.
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L' aria è un Proteo che, nel corso d* un' ora, si trasforma in mille
sembianze, inclemente per l'ordinario, e peccante negli estremi.
L' acqua è torbida, lenta ed untuosa, ed invece di lavare, come è
suo ordinario e dovrebbe per natura, ha bisogno di essere lavata.
E di questa e di pessimo grano si compone la birra, bevanda degli
uomini. La terra è un aborto della natura, deficiente negli orna-
menti di sè medesima, nelle produzioni per Y uomo e nella stabilità
del suo peso ; poiché, per opinione di molti, trovandosi sotto il ter-
reno, e predominante, Y acqua, la terra è mobile e non poco ce-
dente.
Ogni lega della Provincia ha una città grande, popolata ed in-
signe. Le minori hanno fama di 25 e di 30 mila personè ; e quello
che fa meraviglia si è che, non avendo esse la campagna, dalla
quale, com3 in altri luoghi avviene, possano raccogliere il vitto,
hanno però se non dovizia almeno convenienza nelle cose neces-
sarie alla vita. Questo singolare beneficio lo ricevono dal mare,
facendosi agevolissima strada alle regioni vicine e remote; ed usan-
do ora la giustizia commutativa, che è propria del commercio umano
ed ha per oggetto le cose, ed ora il danaro che fa equilibrio alle
stesse, portano al pubblico servizio e talento i bisogni della natu-
ra: privilegio di cui mancano le cittadi fabbricate fra terra, alle
quali, dalla nascita, fu di mestieri assegnare la primogenitura al
contado, e la dote del territorio, acciò che dalla coltura di esso le
fatiche degli animali cavino il sostentamento degli uomini.
Il comodo delle ville ed il servizio dei contadini sono poco
conosciuti in Olanda, perchè, mancandovi Y agricoltura che dà for-
ma alle prime e trattenimento ai secondi, vi mancano per conse-
guenza ambedue. Origina di qui che gli uomini, come è necessario,
si applicano air esercizio delle armi ed al travaglio della guerra,
e le poche ville, come luoghi esposti, rimangono bene spesso preda
delle sortite nemiche e delle insolenze dei propri. Nei contorni
delle città si vede qualche ridotto di case, ma di conto niuno.
L'Olanda, già tutta piena di legna per antichità di fama, ades-
so ne è affatto vuota per certezza di prova. Pure, essendo il clima
freddo, come esposto a settentrione, ed avendo necessità di molto
fuoco, per far bilancio air umidità dell* aria, se ne consuma in
tanta copia che, se non fosse il supplemento della torba, valerebbe
la legna sopra ogni credere.
La maggiore e più certa delle entrate d* Olanda consiste nel
latte, del quale se io affermassi raccogliersene non minore quantità
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che di vino in questo Stato Serenissimo, direi cosa affermata da
altri, sebbene creduta da pochi. La torba tiene il secondo luogo
nelle entrate, come quella che essendo naturale del paese, ed ado-
perandosi per legna, è altrettanto necessaria ai privati quanto
utile al pubblico. Sopra queste entrate, e sopra tutte le altre, sono
gravezze smisurate, e per molte, per non dire di tutte, vale più la
gabella, senza cui non si compra, che non vale la cosa che si deve
comprare. Imparino da qui i sudditi della Serenità Vostra a rimet-
tersi placidamente a qualche disciplina di rose, mentre questi po-
poli non strillano alle continue sferze di spine.
In tanta abbondanza di animali quanta si può argomentare
dal latte, metterò qui una ripugnanza quasi incredibile, ed è la
strettezza e necessità dei buoi da taglio ; e la ragione è in pronto.
Subito nati i vitelli, o si gettano spontaneamente o si vendono a
vilissimo prezzo, anteponendosi da loro il benefizio del latte, alla
educazione del parto. Ne riservano alcuni per le occorrenze del
paese, la carne dei quali è ben ella bianca e grassa allo sguardo,
ma non già saporita alla bocca. Di cotale natura e temperamento
nascono pure tutti gli altri frutti della provincia, perchè, dove il
sole è manchevole e 1' umido soprabbondante, le cose non possono
ricevere influenza di buon sapore o di squisita delicatezza. Ma la
natura che nelle cose necessarie non manca, porta alla provincia
il temperamento di questo rigore, ed il mezzo di rimediare a questo
estremo, dal regno di Danimarca, dove si negozia speditamente
per mare. Dal quale regno vengono somministrati ogni anno 400
mila capi di bestiame grosso, ed eccettuati 60 mila capi che si con-
discono per le armate navali, del resto se ne fa compartimento per
tutto il resto della provincia.
La carestia di tutte le cose, e particolarmente di vino, di pa-
ne, d'olio, di seta e cose simili, è incredibile. Il prezzo è posto nella
necessità di chi compra, e nella volontà di chi vende. Nel che è
tirannide, perchè, se dimandano dieci, stimano di ricevere ingiuria
se non ricevono Y intiera somma.
Gli uomini, nelle morali hanno non so se io le chiami appa-
renze o sostanze amabili, ed attrattive sopra ogni dire. La mode-
stia, la temperanza, la piacevolezza ed il decoro, paiono avere co-
minciata la vita con loro, quando essi cominciarono a vivere. Col
rispetto verso gli altri, acquistano dagli altri la riverenza verso sè
stessi. Abborriscono il lusso e la crapula in modo, che la fama di
bere tra essi è piuttosto termine di buona creanza ed abito di ce-
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rimonia, che peccato di ebrietà e colpa di dissolutezza. L* insolenza
dei costumi, il mancamento della parola, la violenza col ferro pen-
sata, gli sturbatori delle notti e simili indignissimi tiri di altri
paesi, non allignano nel terreno dei cuori loro. Hanno famigliaris-
sima la diversità dei linguaggi, ancorché non usciti dal clima nati-
vo. Ed in ciò non vagliono manco le donne, le quali, anco per altro,
oltre la cura della famiglia, come attive e spiritose che sono, assi*
stono al negozio, mantengono la corrispondenza, ed usano la lingua
e la penna mirabilmente. Ma però di tanti affari e fatiche non se la
passano senza* ricompensa e ristoro, atteso che dicono, fanno, par-
tono, tornano, conversano, si ritirano, quando, dove loro piace, e
la licenza di ciò non ricerca altra sottoscrizione che quella della
loro volontà e piacere.
Gli uomini e le donne per V ordinario sono di persona emi-
nente, d' ottima disposizione di membra e fattezze bellissime, bene
colorite, avvenenti e graziose davvero. Ma, per quanto ho osser-
vato, non invecchiano; e forse l'aria, il terreno, i cibi e gli altri
accessori peccanti in soverchio d' umidità, sono piuttosto tendenti
a distruggere che a conservare.
La religione in Olanda è a guisa della terra del Nilo ; poiché
siccome questa è sempre feconda di quantità e qualità di animali
vari ed imperfetti, cosi quella genera del continuo vari capi e di-
verse sette e seguaci, non concordi in altro che nelF essere irre-
conciliabilmente discordi. Tutti però rompono in questo scoglio :
che, per la salvezza dell' anima, senza correggere la colpa basta
chiamarsi colpevole. Di qui avviene che le usure, le soluzioni an-
ticipate con assaissimo prò', le estorsioni dei prezzi ed altri tiri
somiglianti tengono scuola aperta e sicura. La gente non conosce
punto di scrupolo, ed il paziente non si altera coir uso ; e succede
loro come ad alcuni popoli, nei quali le cose velenose passano in
cibo e nutrimento.
Gli Stati d' Olanda, chiamati delle Provincie Unite dei Paesi
Bassi, sono propriamente li deputati delle sette provincie, che uni-
tamente rappresentano da per sè stessi le città e la nobiltà del
paese. Tutte le assemblee ed i consigli si formano invariabilmente
da tutte le parti delle Provincie Unite ; e tuttoché ogni provincia
possa mandare a sua voglia tre o quattro rappresentanti, in fatto
però non hanno che un voto, con questa sola eccezione che, nel
Consiglio di Stato, quello di Olanda ha voce per tre, e quello di
Zelanda per due : nel resto sono pari.
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L' assemblea generale ha il governo politico : ascolta le pro-
poste degli ambasciatori e ministri dei Principi, e degli altri parti-
colari ancora; risponde e risolve nelle questioni che non sono di
molto rilievo, ma, nei casi gravi e dubbiosi, è necessario che ogni
deputato dia conto alla sua provincia, e ne attenda il parere e con-
senso. Questa assemblea ha dipendente da sè il Consiglio di Stato,
che è come il consultore, a cui si portano alcune materie, acciò che,
esaminate e bene digeste, vengano risolute dai Signori Stati. A que-
sto Consiglio fa capo la soldatesca ; a questo tocca il provvedere
alle piazze e 1 ai campi nelle urgenze e nelle necessità, ed in tutto
ha relazione al governo politico ed agli affari di guerra.
Un' altra congregazione, o vogliamo dire assemblea, è pure
nel governo d' Olanda, a cui assistono pure li deputati delle Pro-
vincie. Questa è la Camera, a cui spetta il rivedere i conti delle
generalità, le spese dei ministri ed ufficiali, quelli di terra e di
mare generalmente, ma in particolare quelli dell'ammiragliato, che
sono in cinque unioni di luoghi, che, per beneficio del mare, godono
di questo privilegio.
La soldatesca ordinaria, che serve per guardia e presidio del
paese, soleva essere composta di 360 compagnie di uomini a piedi,
e la cavalleria di 36. Adesso, dalla guerra effettiva e dagli sforzi
straordinari, dobbiamo argomentare accrescimenti rilevantissimi.
La spesa di tutto, in tempo di pace o di tregua, ascendeva a 14
milioni di fiorini, ed in caso di sortita o di rottura, ascendeva fino
a 22 milioni di fiorini ; la esazione dei quali cammina così spedita
e riesce in tal modo agevole, che non incontra opposizione o di-
mora alcuna. Segno evidentissimo e conseguenza infallibile che i
popoli hanno oramai avvezzato il collo al giogo, e la volontà alla
obbedienza; e che, per conservare la preziosa libertà e difendere la
causa comune, non pare loro difficile o strano, il pagare quelle in-
sopportabili somme, che tali sono appunto lo imposizioni sopra le
smunte fortune di quelle provincie.
L* Olanda sola vale in paragone di tutte le altre provincie,
come Amsterdam vale per tutto il resto d' Olanda, perchè, di 100
carati di contribuzione, all' Olanda sola toccano 56 ed alla città
d' Amsterdam 38. Ma uè V Olanda nè le altre provincie hanno te-
soro raccolto, nè assegnamenti a tal fine ; il che quanto sia di danno
effettivo e di pericolo imminente agli imperi non fa bisogno nè di
cenno nè di discorso presso le Eccellenze Vostre.
Quegli che è destinato alla rassegna di una compagnia o di
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un presidio, viene dalla stessa spesato e pagato. Si argomenti il
resto. Alle rassegne non vi è nè tempo nè luogo per regola, nè av-
vertenza alcuna. Non ostante la facilità con la quale si cava il de-
naro, comandato dalla autorità pubblica, le paghe sono protratte,
scarse, stentate, e spesso, per conseguirle anche al tempo dovuto,
si perde il 20 per cento. La causa di questo disordine non dico a
chi debba ascriversi; dico bene questo solo, che, senza timore o ri-
spetto, ognuno si aiuta. Perchè il principe che paga male o lenta-
mente, rende il soldato ladro e tiranno dei privati.
Il credito, la riputazione e V autorità del sig. Principe d' 0-
range (1) nelle provincie, nell'assemblea generale e negli altri
consigli è quanta egli vuole ; e chi lo chiamasse il primo mobile di
tutte le cose, non direbbe meno del vero. Egli è generale delle pro-
vincie, ammiraglio del mare, gode tutte le prerogative del fratello
principe Maurizio, di gloriosa memoria, tra le quali considerabile è il
governo di cinque provincie, cioè Gheldria, Olanda, Zelanda, Utrecht,
Overissel. Nella seconda in particolare ha autorità di confermare il
magistrato, eleggendo uno dei due nomi presentatigli, ed in caso di
colpa o demerito, lo può anco deporre. Delle due altre provincie,
che sono la Frisia e il Groninghen, ne è governatore il conte Er-
nesto di Nassau, soprannominato il Casimiro (2), il quale, sebbene
nell'ordine e nelF autorità va dietro al Principe che è il primo, non
resta però che nel credito e nelle operazioni non vada di pari ai
Principe stesso. Il quale non gli è secondo, essendo concetto uni-
versale dei popoli che egli alla molta prudenza dell' animo porti
congiunta una vera esperienza di cose vedute e praticate pel pas-
sato, e che alla perfezione di gran capitano nulla gli manchi, e solo
la fortuna (che in tutte le azioni umane vuole la maggior parte)
ne ha colpa.
Per il titolo di generale, il Principe d' Orange ha sopra 50
mila fiorini d'entrata, come governatore delle provincie più di 100
mila, per la carica d'ammiraglio ha dieci per cento di tutte le prede
che sono frequenti, oltre altri grossi e continui emolumenti che gli
derivano per queste e per altre cause. Le rendite del suo patrimo-
nio sono grandissime, ed è fama che abbia quattro in cinque mi-
(lj Statolder d'Olanda (1625-1647) era Federico Enrico, fratello del fa-
moso Maurizio d' Orange. G. Ferraro.
(2) Ernesto Casimiro, capo della linea Nassau-Dietz, era figlio di Giovanni
(il vecchio; di Nassau fratello di Guglielmo il Taciturno. Ernesto Casimiro era
perciò cugino di Federico Enrico.
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lioni d* oro ammassati, eppure va molto limitato nelle spese. Per
altro è principe di bello aspetto e di gran cuore, di molto contegno
e di poche parole, di maniere affabili ma però gravi, e nel vestire
e nei trattenimenti pizzica un tantino di spagnuolo. È un principe,
a mio giudizio, fortunatissimo per molte cause ; tra le quali non è
per avventura la minima, quella di avere presta a compiacenza
d' occhio ed ai consigli d'amore una figliuola del già conte di Soms,
suddito del Principe Palatino, dama ornata di bellezza squisita e di
qualità singolari (1). La quale, per non mancare al merito di lei ed
alla riputazione di me stesso, avendo io salutata all' uso del paese
col baciarle la mano, vidi in quell'atto, nel suo volto modestissimo,
mostrarsi tutti gli affetti di un cuore ingenuo e tutti gli abiti di
un animo nobile e virtuoso.
Con qual venerazione sì in Olanda come nelle altre provincie
siano rispettati, da tutti gli ordini delle persone, gli ambasciatori
delle E. V. (2), quali accoglienze ricevano per dove passano e quando
parlano, non può credere chi non lo prova, ed è degnissimo di fede
chi lo racconta. Ognuno se lo figura per quello che egli è, cioè fi-
gliuolo e ministro della più saggia, stabile e duratura delle Repub-
bliche, che abbiano ricordate le memorie dei secoli andati, dalla
quale l'Italia conosce la sua libertà, la Religione il sostentamento,
la Giustizia il suo patrocinio e la grandezza del decoro ; e con que-
ste ed altre considerazioni eminenti, l' ambasciatore veneto è rive-
rito come un nume, è ascoltato come un oracolo.
Farei inescusabile torto alla fama celebratissima della città di
Amsterdam, se la passassi sotto silenzio. Imitando gli altri amba-
sciatori andai io pure a vederla, e la giudicai come una nuova me-
raviglia del mondo. È grandissima ; è abitata sopra ogni credere,
pienissima di negozi ed in nessuna parte oziosa. La parte che chia-
mano Amsterdam nuovo, è singolare per la bellezza degli edifici,
per la larghezza e dirittura delle strade, divise da canali bellissimi,
con due ordini di alberi gentili sopra ogni riva.
Il governo è incomparabile, e particolarmente nelle cose di
pietà ; attesoché, per quanto si cammini o si cerchi, non si vedono
nè poveri, nò infermi, nè donne di male affare, nè vagabonde, nè
altre simili sorte di gente vagabonde ed inquiete. Il pubblico prov-
(1) Emilia di Solms, moglie di Federico Enrico di Nassau principe d'Orange.
(2) La Repubblica di Venezia, avendo per nemicissimi gli spagnuoli, ve-
niva ad essere la potenza che più d'ogni altra godeva la simpatia degli olan-
desi. G. Ferra bo.
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vede a tutti, ed in tutto fa vedere soccorso, prudenza, giustizia.
Delle cose di mare ivi si vedono gli eccessi e gli estremi. Quando io
ivi mi trovai era il principio di Ottobre, nel qual tempo le navi so-
no sparse o vegnenti, e ad ogni modo ne erano allora in porto non
meno di 400. In Amsterdam stanno aperte due case, una per le In-
die orientali e Y altra per le Indie occidentali ; dove con regolarità
e diligenza esattissima, si trattano gli affari di quelle due estremità
del mondo. A questo proposito, merita un tratto particolare di pen-
na T armata che ha il sostentamento dalla Compagnia delle Indie
Orientali, la quale non dipende che da sè stessa ed è bastevole a
fare progressi, ad avanzarsi con acquisti ed a mantenersi in reci-
proca corrispondenza con i Cinesi. Ognuna ha un generale distinto
e particolare, a cui assistono 30 mila soldati e 3 mila pezzi d'arti-
glieria, numero infinito di navi, e tutti gli altri spalleggi propri di
un tanto negozio. E quindi una ragunata di privati tiene viva e
mantiene guerra effettiva al Cattolico. Vero è che essendo i rap-
presentanti della Compagnia negli Stati generali, può accadere ta-
lora che misurino le cose e bilancino le spedizioni più conforme al
privato che al pubblico comodo, ma in fatti e per lo più Y emolu-
mento è sicuro, come la gloria è sublime.
Vaglia per considerazione generale delle cose di Olanda, que-
sto principio : che, cioè, il destino e la guerra sono come i due poli,
sopra i quali si aggira il dominio delle Provincie Unite. L' uno si-
gnoreggia i cuori, rogati la volontà ed amministra le azioni, e, come
inevitabile negli eventi, è creduto onnipotente neir operare ; Y altra
nutrisce gli animi neir accuratezza dei propri interessi, mantiene
gli affetti in discrepanza col nemico, conserva i corpi alla tolleranza
dt?lle fatiche, e di più rende meno agevole al partito contrario il
seminare pratiche, intelligenze e discordie. E se è vero che tutte
le scienze e le azioni umane si propongono un bene per fine, gli
Olandesi rimettendo in cielo ogni cosa al Fato, non hanno altro og-
getto delle loro scienze e del loro operare che la guerra, essendo
questa fatta loro quasi naturale e propria cosa di loro, il conser-
varsi alla continuazione delle spese, delle armi e del travagliare,
con questa distinzione però, che in mare possono resistere e preva-
lere, ma in terra non bastano ad altro che ad opporsi. Quindi stimo
io che la tregua e la pace siano proporzionati ed efficacissimi leni-
menti per addolcire l'acerbità di quei popoli, e che alle pretensioni
di Spagna siano per riuscire più giovevoli le arti che le armi. Im-
perocché il sito d' Olanda e delle altre provincia, difeso quasi in-
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vincibilmente dalla natura, oppugnato cogli sforzi e cogli assedi
dagli Spagnuoli, il più delle volte impugnerà i medesimi colla stan-
chezza e colla impotenza.
Alla natura e condizione dello Stato d' Olanda, rappresentato
benignamente alle benigne e purgatissime orecchie delle Eccellenze
Vostre, succede adesso l'altra parte assegnata all'obbligazione del
mio servizio, che è il ragionare della Francia. Nel fare la qual cosa,
comincierò da quelle cose le quali, siccome sono prime nel merito,
cosi non devono essere l'estreme nell'ordine. Pertanto distinguerò il
presente racconto in tre parti. Nella prima abbraccerò le operazioni
della natura e la grandezza e la forza del Regno ; nella seconda toc-
cherò i difetti, gli accidenti ed i peccati di quelli ; nella terza rac-
coglierò un misto di considerazioni, successi e particolari, spettanti
al negozio e non impropri de' tempi e dei casi nei quali mi è con-
venuto servire la patria in quella chiarissima Corte.
La Francia è un mondo di regolare misura e di terminata
grandezza, perchè tutto ciò che d' utile e di delizioso si trova
sparso e diviso negli universali del mondo, tutto è agevolmente
trovato raccolto ed unito nella particolare circonferenza di quella.
Qui tralascerò di rappresentare alla Serenità Vostra, di quali e
quante provincie sia composta questa singolare monarchia, che,
sotto il nome della sola isola di Francia, restringe tutto quello che
possiede il Re Cristianissimo. Non descriverò il sito, i confini e le
proprietà delle stesse; nè parimenti racconterò come ed in che
siano fra loro i paesi di aiuto scambievole e di reciproca comu-
nicazione, nè dove e quanto ricevano beneficio ed abbellimento dal
mare e dalle riviere, perciocché con simili digressioni, o ruberei il
tempo tanto prezioso al pubblico bene, o con mia inutile fatica
stancherei inutilmente gli animi delle E. V. Dirò solamente, che
nell' abbondanza e bontà dei grani e dei vini, nella qualità e quan-
tità degli armenti, nel comodo e nella disposizione dei luoghi,
nella frequenza delle città e dei villaggi, nella moltitudine ed in-
dustria dei popoli, il regno di Francia come non ha da invidiare
ad alcun altro della terra, così è degno di essere invidiato da tutti
gli altri che sono coperti dal cielo. Le provincie sono tutte buone,
anzi una migliore dell' altra, per prerogativa particolare e singo-
lare, e tutte di grandissimo profìtto e vantaggio e pubblico co-
modo; imperocché non vengono impedite dal coltivare i terreni,
dall' usare l' apertura dei paesi, dal godere il beneficio della pace e
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della tranquilla. Che se vogliamo fermarci per breve spazio so-
pra il particolare dei fiumi, facilissimo saria il riconoscere le par-
zialità della natura a questa bella parte del mondo, perchè vi sono
tante riviere, e compartite con relazione così bene intesa e mira-
bile alla costituzione delle provincie ed all'utile degli abitanti, che,
non potendo ogni terra produrre la diversità delle cose bisogne-
voli al sostentamento umano, ed avendo ogni provincia dovizia di
qualche cosa e mancamento d' un' altra, nasce dalla frequenza ed
opportunità delle acque navigabili, che con facilissimo modo pos-
sono, dove elle sono, cavarsi le cose superflue e, dove non sono, in-
trodursi le necessarie. Nè, per mio giudizio, è degno di minor ri-
flesso in questo negozio, che dove gli altri fiumi, come pur troppo
con danno gravissimo si manifesta nello Stato delle E. V., che nello
spazio di poche ore lacerano le fatiche e disperdono il frutto di
molti anni, quei della Francia, obbligati quasi per legge di natura
ad un corso fatale ed inalterabile, con gli accrescimenti non escono
che di rado dalle sponde, non danneggiano colle inondazioni e non
rompono colle violenze. E perchè, come è ben noto alla somma sa-
pienza dell' E. V., i maggiori e più necessari propugnacoli alla du-
rata e difesa degli Stati furono sempre posti nella moltitudine dei
soggetti e nella quantità del danaro, quelli e questo si trovano
quasi senza paragone nel felicissimo paese di cui ragioniamo. E da
ciò si argomenta ad un tempo e la smisurata po tenza del Regno e
la vasta grandezza d 1 Ri. E quanto alle genti, che S. M. comandi
che sia toccato tamburro e suonata tromba, raguna con brevissimo
sperimento un corpo militare di cento e di duecentomila persone,
tanto disposte all' apparenza quanto inconsiderate nel fine, e ad
un cenno le spinge dove, come, quando a lui pare. E se, come
suol avvenire, o la fortuna della guerra o la violenza e forza d'al-
tro accidente trionfa di loro, può la medesima autorità rinnovare
il numero degli armati e la mole delle armi. Dal che due rilevanti
benefici derivano alla Corona. L* uno, che il difetto delle milizie,
tanto pregiudiziale agli imperi così nelle spedizioni lunghe e pen-
sate come nelle improvvise ed urgenti, non è mai provato dal Re.
L' altro, che essendo la Francia, rispetto alla incostanza ed inquie-
tezza degli affetti ed alla discordia della Religione, un corpo pieno
di umori soverchi e predominato da contrarie passioni, con questi
salassi si purga, e con minore repugnanza si mantiene al comando
subordinato. E così, trovandole genti oziose in che perdersi con
soddisfazione ed utilità, lasciano il Re ottimamente servito per il
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fine che ne seguita, e la Francia con vivo comodo per gli escre-
menti dannosi che ella trasmette, senza che nè in quello nè in que-
sta vi pongano alcuna cosa del proprio.
L' abbondanza e famigliarità dell' oro vanno di pari passo
coir infinito numero delle genti, nè si può credere abbastanza
quanto siano vere le cose che io sono per dire, e non lo crede chi
non vede la verità delle stesse nel fatto. Vi è tanta copia di que-
sto dorato od adorato metallo, che sto quasi per affermare, che
quello sviscerato dalle miniere delle Indie con sudori di sangue e
con istrumenti di fuoco, viene per dritto ed ispedito corso a rove-
sciarsi nelle arche di questo opulentissimo Regno. Tutti ne hanno,
nessuno lo stima, ciascheduno lo spende. E più è tra loro un uomo
di mediocre fortuna, che non è tra noi una persona di eminente
condizione. La moneta sottile e minuta, che in Italia e in altri re-
gni è il comodo della povertà, il temperamento delle borse e la
maestra delle spese, in quel paese è bandita dalle mani, dalle merci,
dalla memoria. L' oro però viene in Francia e sta in Francia. E
sebbene nella dissolutezza e prodigalità dei Francesi ha le ali, non
però esce dal Regno, e fa a guisa del fuoco materiale che noi ve-
diamo : che quantunque diviso in più luoghi, nientedimeno coli' i-
stinto che egli porta dal suo principio, tende alla sua sfera ed in
quella svanisce per quanto può. Gli Spagnuoli hanno grandissimo
merito in questo negozio, perchè, mentre pensano di acciecare la
Francia coir arte e debilitarla coir oro, ingannati dai propri in-
ganni, con quella la fanno avveduta e con questo la rendono forte.
Il Regno dunque è tutto fruttifero, pieno d* oro, di ricchezze
abbondantissimo, alle quali concorrono la fertilità dei terreni, la
continuazione dei negozi, Y esito dei grani e dei vini, che si fa nei
regni e nelle provincie circonvicine; ed altre cause rilevantissime
vi contribuiscono, annesse air ottima costituzione del paese.
Il certo ed ordinario delle entrate, che si cavano per la Maestà
Reale da diverse ragioni e titoli, arriva a dodici milioni di scudi. Con
questo vantaggio di più, che dalla morbida e doviziosa qualità dei
suoi Stati, può il re, o per privato comodo o per pubblico servizio,
raccogliere quanto danaro gli piace ; non mancandogli (scompa-
gnati dalla violenza) modi sicuri e mezzi spediti, non sottoposti
umanamente a tracolli. Dei quali per accennarne alcuno, dirò tra
molti quel solo che, per r evidenza del fatto, per la certezza del
prò e per la facilità dell'esazione, viene riputato il migliore. So
nella città di Parigi si accresce uno scudo di dazio per ogni ton-
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nello di vino, ne risultano alla Camera tre milioni di scudi di nuovo
utile; e lo provo con una ragione che quasi si può dire matematica.
Parigi, secondo la comune opinione, adesso fa 800,000 anime, e
forse un milione. Tre o quattro tonnelli di vino vengono assegnati
per testa ; i quali, moltiplicati col numero delle genti, fanno la detta
somma di tre milioni. Si argomenti di qua, comr» da conseguenza in-
fallibile, quale e quanto accrescimento d' entrate deriverebbe alla
Corona, se volessero fare il medesimo del sale, dell'olio e delle
carni. E sebbene S. M., conforme all' uso degli altri principi, si go-
verna colle forme dei Consigli e dei Parlamenti, che sono come
reliquie di una certa forma di Repubblica, ed ombre della libertà
dei popoli, non è però mutilata o ristretta la sua quasi onnipotente
potenza. Perocché siccome egli è vero che sempre si ricorre ai
Parlamenti, prima che si pubblichino gli editti da cavare soldi, così
è pure altrettanto certo che, se i Parlamenti per qualche rispetto
o considerazione sentono diversamente o ricusano di passare la
proposta, S. M. col supremo della autorità e coli* assoluto dell'im-
perio della sua volontà fa legge ai ministri, e coli' espressione del
suo comando, imprimendo in loro lo zelo e la soggezione d* obbe-
dienza, impone ed ottiene l'esecuzione dell'editto, con questo breve
ma efficacissimo termine : Il Re lo vuole.
Vengo ora a quelle parti ed opposizioni, che mentre si pro-
vano vere con difetto nel Regno, non possono essere tali senza
detrimento e pericolo della potenza reale. E primieramente dirò di
quello che porta seco con naturale principio ; ed è che il paese,
quasi tutto piano e disoccupato, sta per ogni parte esposto alle
mosse ed agli assalti delle nazioni che lo circondano. La qual cosa
è provata vera negli antichi e nei moderni tempi. Poiché questa
nazione, in varie provincie divisa e situata nelle viscere dell' Eu-
ropa, non può senza estrema difficoltà trapassare colle forze e colle
armi alle altre regioni. Il che di quanto detrimento sia allo accre-
scimento e dilatazione dell'impero, non ha punto bisogno di prova.
Poiché l'impero romano nella Francia ha penetrato con facilità,
si è fermato con acquisti, quando ha tentato e voluto davvero. E,
per l'opposto, essa non ha mai fatto colpo durevole e saldo contro
le potenze lontane. Se non vogliamo forse dire, ciò essere più av-
venuto per volontà del cielo che per impotenza loro. Neil' estrema
moltitudine della gente si considera questo peccante, che quantun-
que essa abbia moti e risoluzioni furiose, e mostri dispregio della
vita (come bene spesso succede, per un'ombra di sospetto, per un
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* baleno iT onore, per una sofistica imaginazione o interpretazione
si ammazzano i Francesi fra loro, o sè stessi), sono però i Francesi
più vili che forti, più capricciosi che risentiti, ed inoltre sono poco
tolleranti, instabili e testardi. Inoltre si conosce una differenza tra
quelli che abitano il piano, e quelli che si trovano nell' ascendente
delle colline. Perchè i primi, come nati in luogo placido e delicato
e dovizioso di tutti i beni, sono molli, abborriscono la fatica, non
s' affaticano vivamente. Gli altri si dimostrano di maggiore lena, e
più disposti ai patimenti del corpo, e non rifiutano cosi facilmente
T impiego e V assuefazione a qualche negozio.
Ho pensato non poche volte quale possa essere la vera e na-
turale cagione, per la quale i Francesi con ripugnanza e ritrosità
accettano di espatriare, o si riducono a lavorare in altri paesi ; ed
ho trovato essere questa : che essi, cavati dalle delizie native, e
lontani dalla affluenza di tutto ciò che dal senso umano più si de-
sidera, stimano di peggiorare condizione dovunque vadano, e, in
paragone di ciò che lasciano, ogni abbondanza per loro è carestia,
ogni comodità è disagio, ogni licenza troppo ristretta. E di qui
avviene pur anco che, non coperti del proprio cielo e non sostenuti
dal proprio suolo, mentre altrove non trovano o non pare a loro di
trovare ciò che vogliono, o lo cercano con insolenza, o non durano
nelle intraprese, o si corrompono nella svogliatezza e nell' ozio ; e
se, o nell' apparenza di qualche prò, o dall' inevitabile della forza,
o nella varietà dei loro tini vengono tratti a lasciare il posto che
tanto amano e stimano, chiara cosa è che non portano altro di
certo, che la certezza di starvi pochissimo e di adoperarsi alla peg-
gio. Per questo ardirò d'affermare alle E. V., che i Francesi o non
hanno pensiero delle cose del mondo o, se pure ne hanno, quando
però sono tirati a pensarvi, nell' atto stesso che vi si applicano,
nel medesimo certissimamente appena se ne ricordano. E se le con-
giunture dei tempi, se i motivi e le pretensioni d'altri principi, e,
prima di tutto, 1' antica buona intelligenza portano così, che si pro-
mettano F assistenza, le spedizioni ed i soccorsi dell' armi loro, i
casi ed i successi, e presenti e di poco passati, mostrano qual fon-
damento risoluto ed indecente ne possano fare ; mentre è pur le-
cito vedere in continuo esperimento, che in ogni proposta, che loro
si faccia, ritrovano mille cavilli. Non muovono un passo senza il
suo scandaglio, ed in ogni mossa formano più difficoltà che passi.
A questo proposito, che è della gente, per non rinnovare la men-
zione in luogo meno proprio, spenderò un tratto di penna sopra la
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nobiltà e sua condizione. La quale, sparsa in tante provincia, è quasi
infinita, ricca per lo più e fumosa all' estremo. Essa, si per il privi-
legio della natura (la quale rende per l'ordinario i nati di sangue
illustre, più atti ad apprendere le arti onorate e ad abbracciare le
azioni egregie), e per i comodi della fortuna (coi quali può mante-
nersi nella disciplina e nella professione dei termini cavallereschi),
si mostra generosa, liberale, guerriera, e, come nelle spese non
cura il denaro, cosi nei pericoli non stima la vita. La furia, la
spada e il cavallo dominano la nobiltà francese, la quale in due
cose mi pare degna e capace di riprensione. L' una che, quasi non
obbligata a sapere, abborrisce le scienze e non fa conto di lettere,
lasciandone, come proprio ed ereditario, l' acquisto ed il pensiero
alle persone del secondo ordine, come sono ambasciatori, presidenti
e giudici. L' altra che, trattenendosi di continuo nelle sue giurisdi-
zioni e castelli, che per lo più sono luoghi di villa, s'avvezza a
cose e ad azioni improprie della nascita ed educazione, e va imbe-
vendosi di uno stile di vita imperioso, insolente, lontano dalla cura
politica, e da quella equità, che può conservarla nell'onore di sè
stessa e nella venerazione dei popoli.
Un'altra cosa noi^è di poco momento, tra quelle che recano
diminuzione alla regia autorità. Questa consiste nei governi delle
Provincie e città del Regno, i quali si danno continuati e perpetui
non solo in una sola persona, ma anco nelle famiglie e sangui
stessi. Di qui avviene che i sudditi, già comandati per centinaja
d'anni da un principe e dai suoi successori, quelli solo amano e
temono, e verso la persona ed imperio reale, come non mai veduta
o provata, se la passano più con opinioni che con effetti, e piutto-
sto obbediscono alla presenza e voce dei governatori che coman-
dano a loro, che al Re che comanda ai governatori. Se S. M., per
onorare e beneficare un suo servitore, lo crea governatore di una
provincia, e se, per qualche emergente o segreto, tratta di rimuo-
verlo, subito si acquista un nemico, perchè quegli di beneficati
diviene ingrato, di fedele ribelle, mentre per rinunziare il governo
ritrova falsi pretesti, si opponi all' esecuzione, e spesse volte, ra-
dunando i militi del suo comando, colle forze del Re tenta di sfor-
zare lo stesso Re. Enrico il Grande, di gloriosa memoria, conobbe
questa piaga infistolita e mortale, e venne in necessaria risoluzione
di porvi rimedio, coli' usare altrettanti luogotenenti congiuntissi-
mi al suo partito, l'autorità dei quali, nell'assenza dei governatori,
fosse la medesima, e facesse contrappeso al soverchio potere di
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quelli. Ma perchè i disordini, seguiti dopo, hanno chiaramente mo-
strato ciò avere non corretto ma solamente mitigato V acerbità di
tanto male, e sperimentandosi ogni giorno più che questo danno-
sissimo instituto, dei governi perpetui nei grandi, rende in certo
modo temporale ed interrotto il comando dei Re, la vigilanza del
cardinale di Richelieu, prevalendosi del presente tempo di quiete
e del vantaggio delle armi pubbliche, sollecita e preme per la mu-
tazione dei governi, e propone come uno dei più necèssari fon-
damenti, a rimettere e a stabilire la Corona in pieno ed assoluto
comando, il seguente mezzo: cioè di far debole la nobiltà. Sa egli
che il tentativo è difficile, ed il negozio è pieno di grandi pericoli
e difficoltà, e conosce che le azioni eccellenti ed egregie non ri-
trovano giammai lastricato e spianato il terreno. Tuttavia non
manca di continuare nella pratica, e di resistere agli oppositori, i
quali per la condizione sono grandi, per il numero non sono pochi,
e per i fini interessatissimi. E come è certo che al Cardinale par-
toriranno gli emuli contrasti e travagli, così non passeranno senza
minacciare alla Francia tumulti e rivolte ; essendo tale la natura
dei parti procacciati dalla fatica dell' arte e dalla violenza del
ferro, che per lo più riescoao mostri o aborti o cadaveri. La
Francia non può così facilmente mutare gli antichi instituti e co-
stumi, e tanto meno quando 1' autorità, la fortuna e 1' ambizione
dei potenti contrastano alla mutazione, come è in tale caso. Vuole
la Francia il suo Re contento dell'opinione di potere ogni cosa, ma
non risoluto nella professione di volerlo.
La discordia della religione concorre anch' essa ad accrescere
la condizione e la somma dell' opposizione fatta a questo potentis-
simo Regno. Gli Ugonotti, che da vent' anni sono divenuti lo scon-
certo e l'alterazione della Francia coir unione della loro setta e
colla forza dell' armi, hanno partorito strani accidenti e formida-
bili casi allo stato delle provincie, e ridotti soventi i passati Re a
miseri e disperati partiti. Questi, negando la dovuta obbedienza agli
editti, ed occupando non poche e non deboli piazze (1), movendosi
ed armandosi quando si muove e si aVma Sua Maestà, hanno in di-
versi incontri mostrato 1* estremo danno e pericolo che reca allo
Stato e alla fortuna d' un principe la divisione dei popoli nel cre-
(1) Montauban,. Cognac, la Charitó e la Roccella erano le piazze concedute
già agli ugonotti quaf guarentigia della loro libertà religiosa. È chiaro perchè
la Roccella fosse la più importante fra tutte.
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dere e professare diversamente, perchè riesce, se non impossibile,
difficilissimo, almeno dove è una moltitudine quasi infinita nella
divisione della religione, che si unisca all' intera dipendenza di
queir imperio. Essendoché, non potendo ugualmente procedere con
ambedue nel delicato negozio della coscienza, è difficile che si con-
tenti di un principe stesso. Ma perchè colla caduta della Roccella,
coir oppressione dei principi protestanti della Germania, coli* ab-
bandono che degli Ugonotti ha fatto il re d'Inghilterra, è caduta in
grandissima parte la cospirazione di quella setta, e il tragico ed
intestino infortunio del Regno per tanti anni si trova molto infie-
volito e languente, i protestanti sono domati. E sopra questo non
facendo più lungo riflesso, dirò quel solo che appartiene all'acquisto
della Roccella (1). L' acquisto di questa famosissima piazza, dopo lo
stringimento di quindici mesi, ultimato con tanta felicità e riputazione
sugli occhi dell'armata inglese che professava di sciogliere Tasse-
dio per introdurvi il soccorso, l' impresa contro Roano (2) capo ed
anima di questa fazione, i progressi contro gli Ugonotti in Lingua-
doca colla ricuperazione di ben cinquanta piazze, hanno cosi sgo-
mentato i cuori e spossata la fortuna di quel partito, che, perdute le
forze interne e mancategli le straniere, si è intieramente rimesso
alla volontà del Re. Il quale perciò ha donato accordo a Roano,
ha ricevuto in grazia il duca della Tramoglia (3), tutti i figliuoli
del duca di . . . ., accolto La Forza (4) e Sciatiglion (5) e molti
altri grandi e potenti, i quali, chiudendo nel segreto dell'animo
quella credenza che vogliono, in apparenza si sono voltati al rito
cattolico. E sebbene hanno mostrato e pubblicato diversi motivi e
pretesti, la verità del consiglio e la certezza del fine è il partecipare
(1) La Roccella cadde il 29 Ottobre 1628.
*2) Enrico di Rohan, primo duca di Rohan, figlio di Renato visconte di
Rohan. Sposò la figlia di Sully. Capo del partito ugonotto, in seguito alla presa
della Roccella si sottomise colla pace di Alais, 27 Giugno 1629. L'anno dopo il
Senato di Venezia lo creò generale in capo delle truppe di terra della Repub-
blica. Diresse poi la guerra di Valtellina e morì nel 1638.
(3) Enrico de la Tremouille, figlio di Claudio e d'una figlia del Taciturno,
godeva di molto credito fra gli ugonotti, ma si era avvicinato al re fin dal 1621.
Abboccatosi con Richelieu durante l'assedio della Roccella, abiurò il calvinismo
rielle mani di esso.
(4) Giacomo Nompar de Caumont, marchese poi duca de la Force, sfuggito
prodigiosamente alla strage del S. Bartolomeo, riconciliatosi con Luigi XIII, fu
inviato in Piemonte ove prese Saluzzo nel 1630.
(5) Gasparo di Coligny, signore di Chàtillon-sur-Loing. Questa terra fu poi
eretta in ducato (1643) a favore di suo figlio, che aveva abiurato il calvinismo.
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degli onori e il godere degli emolumenti, dai quali anco in tempo
di pace venivano esclusi i fautori e i partigiani degli Ugonotti. Ora
l'umore di quella religione, pretesa riformata, è ridotto alla sola
gente bassa e minuta, la quale facilmente seguirebbe l'esempio dei
Grandi, se vi fosse chi davvero la promovesse, o per il sentiero
della vera pietà, o per la via di qualche comodo, o per altro moto
che con efficacia e premura la svegliasse a riconoscersi del suo er-
rore. V* ha però chi crede, che questa calma di quiete e di confi-
denza non sia per durare lungamente, e che il fuoco sia piuttosto
coperto che estinto ; perchè gli Ugonotti, quando avranno un capo
sedizioso e di credito, come membra dependenti e soggette, segui-
ranno sempre i moti e le disposizioni di quello.
Non devo qui tralasciare la considerazione e memoria degli
Stati che, per antichissimo uso, sogliono tenersi nelle provincie,
perciocché essi pure entrano con dannosissime conseguenze a de-
bilitare T autorità del Re, e ad impedirlo nella esecuzione. Gli Stati
sono le ragunanze dei ministri, degli officiali e simili, che nei luo-
ghi e tempi che nominano, propongono ciò che a loro piace nel
reggimento delle provincie, e spesso con diversione dalla ubbi-
dienza, e con deliberazioni per dritto contrarie e repugnanti all' as-
soluto dominio del Re Di questi però si può dire che furono, ina
che più non sono ; attesoché le smoderatezze e le contraddizioni e
le insolenze, usate da loro nelle congregazioni e decreti, hanno fi-
nalmente aperto Y intendimento a conoscere più che mai, che tanti
sono i comandi nel Regno quanti sono gli Stati nelle provincie, e
che la soverchia potenza loro rende impotente la Corona Reale.
Quanto al Cardinale, alla mossa predetta contro i governi ha
aggiunto non solo la diminuzione, ma la totale abolizione degli
Stati. I quali si trovavano già distrutti ed estinti in ogni provincia,
eccettuata la sola Bretagna, come quella che è stata Y ultima in-
corporata alla Corona, e perciò e per altre cause ha un certo più
vivo e più durabile privilegio. Ma se la pace del Regno cogli Ugo-
notti e coli' Inghilterra prenderà forza e continuazione, anche la
Bretagna dovrà cedere, e non ricusare gli ordini e le condizioni
ricevute dalle altre. Da questo nobilissimo e prudentissimo colpo,
oltre il beneficio della sicurezza e l' accrescimento della riputa-
zione, 600,000 franchi per ogni provincia cadono in nuovo emo-
lumento della Corona. Della quale dirò questo solo, non come di-
fetto naturale o abuso introdotto dal tempo o dagli uomini, ma co-
me miserabile avanzo delle passate guerre e rovine: che tutto
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quello, o poco meno, che cava <f entrata ordinaria, si spende in ri-
spondere agli annuali interessi di infiniti debiti. Ma non resta per-
ciò che, e per la correzione delle imperfezioni predette, e per l'age-
volezza di far denari, e per 1* opulenza dei paesi, il Re di Francia
non sia il maggior monarca del mondo, perchè egli comanda a più
genti, che non tutti gli altri monarchi dell' universo. Nè in ciò si
deve avere l'occhio all'ampiezza delle provincie, nè all'estensione
dell'imperio. Il quale, tuttoché non meno ben composto che vasto,
non è però superiore ad ogni altro, ma è degno d' essere posto in
considerazione essenziale, quello che intorno T ottima ed incompa-
rabile qualità di tutto il Regno ho di sopra accennato. Gli Stati ri-
cevono il credito ed acquistano la riputazione, non da quello che
paiono ma da quello che vagliono. Il Regnò di Francia pare sopra
quello che è, ed è sopra quello che pare.
E perchè sopra questo punto, come trattato abbastanza a luogo
ed a tempo, stimo soverchio di più aggiungere, passerò a quei par-
ticolari da me praticati e veduti alla mia prima comparsa in Pa-
nili. Dove ritrovai lo stato della Francia così diverso dal mio de-
siderio e tanto contrario al pubblico bisogno, che certo non so
risolvermi di dire, se, conforme all' apparenza, Y incontro avesse
origine nella diffidenza e gelosia degli uomini o degli eraoli miei.
Perchè (giova credere alla fatalità dei corpi celesti e alle cause
soprannaturali) incontrai tutti gli amici della Corona, come disse
un uomo valorosissimo, o mal visti, o mal noti, o mal graditi. La
Repubblica Serenissima in particolare, che già da tanti anni era
unita alle fortune ed agli interessi di quel Regno, non doveva certo
soggiacere alla disgrazia e sorte comune; e pure era in posto svan-
taggioso e deboia Cagione di questa stravagantissima metamor-
fosi era ed è un fondamento supposto infallibile: cioè che, andando
insieme d'accordo la Spagna e la Francia, bastino queste due ad
arrestare ed a smuovere tutte le altre potenze del mondo, aggi-
rando a voglia loro tutti i voleri degli altri principi. Si aggiungeva
a questo gon io e superbo concetto, che le due Corone tenevano in-
si^nvì macchinazioni e trattative d'assalire con pari forza e dispo-
sizione T isola d' Inghilterra. Nulla quale importantissima pratica,
siccome la Francia diceva per fare, e faceva conforme ai detti, cosi
l'altra non tardò molto a scoprire la sua incorreggibile adulterina
doppiezza; mentre, dovendo per la sua contingente porzione man-
dare sopra la Rosella un corpo di 60 legni tondi, poderosi e bene
allestiti, che dovevano passare con altrettanti del Cristianissimo a
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travagliare Inghilterra, Y effetto della promessa e la somma di un
siffatto apparecchio terminarono in soli 14 vascelli; i quali final-
mente, mossi a p inti di stelle e trascinati a forza di repliche, dopo
mille Volontari indugi, dalla Biscaglia si condussero nei porti della
Bretagna, sotto la condotta di don Federico di Toledo, mostrando
e nella poca attitudine di essi, e nella penuria dei viveri, e insom-
ma nel difetto di tutti gli altri apprestamenti più necessari, la poca
fede di chi li aveva mandati, e la prava intenzione di chi li aveva
da guidare. Ad ogni modo, eseguendo il Cardinale mol to di più del
promesso, si ritrovava a quel tempo una raccolta effettiva di sopra
70 navi, lo stato ed essenza delle quali erano per ogni capo diversi
dagli accennati vascelli spagnuoli.
Ora, tra il combattimento di tante molestie e tra le agitazioni
di tanti anfratti, la maggiore delle soddisfazioni che io potessi ri-
cevere fu, che, neir assoggettare la debolezza delle mie spalle a
quella laboriosissima carica, ritrovai a Parigi Pece. sig. procura-
tore Contarmi (1), il quale non mancando di soccorrere al mio, anzi
al bisogno della patria, col profondo dei consigli e colla gravità
delle sue parole, mi diede quella piena e rilevante istruzione, che
ben m'era debita al suo partire, e necessaria per il mio rimanere.
Questo eminentissimo senatore, mentre colla somma sua virtù so-
steneva la pubblica ragione e grandezza contro l'alterazione de-
gli animi e la malignità dei tempie la perversità degli incontri,
corroborava insieme il sentimento universale in modo che nel suo
interno tenesse gli abiti di una perfetta prudenza e di un esquisito
valore. E certo che, nella mente di S. M. e nella credenza dei mi-
nistri e nella fama del Regno, grande sovra ogni credere era il
concetto e l'estimazione che tutti avevano di lui. Il quale, colla
prudenza e colla diligenza incomparabile negli interessi ed affari
pubblici; con una costanza e franchezza esemplare nel sofferire la
difficoltà delle udienze, non poche volte negate, spesso differite e
sempre tronche, interrotte e sospirate; con una moderazione in-
vitta nel vedersi (felare i trattati di Monson (2) ed altre pratiche e
(1) Simeone Contarmi, eletto a dì 20 Settembre 1625 ambasciatore straordi-
nario in Francia, ove giunse il 20 Gennaio 1020. Vecchio e logorato nella salute,
domandò al Senato licenza di ripatriare. E la licenza gli fu concessa a dì 12
Agosto dell'anno stesso, deputandogli a successore Giorgio Zorzi, l'autore della
presente Relazione. ,
[2] I capitoli di questa pace, a gran torto coneliiusa 5 Marzo 1020j all'in-
saputa della Repubblica, si leggono in Dumunt, t. V, p. II ? pag. 187 e t^egg.
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conclusioni, che pure dovevano essere comuni; e finalmente col te*
stimonio delle apparenze proprie della grandezza della carica e
del decoro della pubblica dignità, soddisfece a tutte le parti e le
condizioni, che devono avere i più saggi, i più eccelsi e i più rive-
riti rappresentanti delle E. V.
Avendo io accennato alcune considerazioni intorno alle qua-
lità di questa Corona, che nell' universale si possono accomodare
ad ogni Re, si de' passati come di quelli che hanno a venire ; è
ragione che io riferisca qualche particolare proprio di Luigi XIII,
il giusto figliuolo del già gloriosissimo Enrico il Grande. Il quale,
siccome per naturale impedimento ha poca attitudine ai discorsi,
così per natura è molto raccolto in sè stesso, dando alla fissa-
zione dell' interno ciò che non concede all' esteriore della voce.
Ha meravigliosa attitudine a tutti gli esercizi cavallereschi e
guerrieri, ed a somiglianza di tutti i principi è dominato dal ge-
nio della caccia, il quale comanda a lui, come egli signoreggia
alla Francia. È molto geloso di quella autorità che non vuole
pari; ascolta volentieri chi ne. parla, ed aderisce pienamente a
chi la promuove. Per propensione naturale non si può dire che
buono, generoso e clemente; dove però si tratta di guerra fa del
male volentieri, e più ne farebbe se non fosse distornato da altri,
o se pure avesse più libera facoltà di risolvere da sè stesso. Fra
gli studi più rimessi e fra le cure più piacevoli, si diletta del suono,
del canto e del comporre, in tal modo che è sopra l' ordinario. Di-
pinge con così eccellente maniera, che, fuori delle mani d'un re,
l'arte sarebbe molto più ragguardevole. Insomma in tutte le cose
ed azioni, alle quali si applica coli' insegnamento altrui, penetra
con acutissimo intendimento; ma altrimenti non sa e non vuol sa-
pere che vi sia altro da apprendere per sè stesso, sopra quello che
gli viene mostrato, ed è a guisa di chi, camminando nell'acqua fin-
ché non discerna il fondo smarrito, o si arresta o si ritira. Nel-
l' esercitare 1' ufficio di sergente maggiore di battaglia, nel guidare
conforme alla moderna militare disciplina un esercito, nessuno l'a-
vanza; e vogliono che egli conosca e chiami distintamente per no-
m ? i soldati della sua guardia, che sono in numero di settemila, tutta
gente di garbo, agguerrita ed attaccata al Re. Al contrario, pare
°he egli non senta i veri ed i vivi stimoli dell' onore, perchè nella
s ^a somma fortuna, e Re tra i grandi il maggiore, non si cura di
re 3gere, anzi gode di vedersi retto, addomesticando 1' eminenza
del suo grado alla bassezza di una vita ordinaria, e non è di re che
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a misura, ma non quanto dovrebbe essere, attesoché altri possono
sopra di lui, quando non dovriano mai potere. Manca della più
bella parte e del più insigne ornamento di un principe, che è la li-
beralità, perchè è tenace nello spendere e mostra soverchia pre-
mura dell 1 oro. Ama e stima la madre, ma colla moglie va scarso
nell'una e nell'altra cosa (1); e v' ha chi crede che, come non pieghe-
rebbe a dar la primi per tutto, cosi sarebbe facile a rinunziare alla
seconda per poco. Col lume e coli' assistenza che governa i re ed
i monarchi, quando Luigi XIII è nei suoi termini naturali, e non
alterato da persuasioni contrarie e da suggestioni corrotte, sa e
conosce che, per ogni ragiono celeste ed umana, è nato per far bi-
lancia agli Spagnuoli e agli Austriaci, anzi per professarsi loro
aperto e perpetuo nemico. E veramente farebbe cose maggiori, e
più generose sarebbero le sue risoluzioni, se continuasse in questi
fervori e talenti. Ma perchè ad ogni minima rimostranza, che in
contrario gli venga fatta o dalla autorità della madre o dal genio
dei ministri, resta in un tratto mortificato e senza calore, questa è
la causa per la quale non si risveglia che a momenti, e non si ri-
sente che a lampi.
La Regina madre, dopo i molti compassionevoli ma non com-
passionati successi del maresciallo d'Ancre (2), non ha mai più po-
tuto riacquistare quel tanto di benevolenza e di credito, che ella per
lo innanzi teneva nel concetto dei popoli. Nel rimanente invece è la
stessa, anzi maggiore che fosse già innanzi, l'autorità del Cardinale,
che lo ha portato a dominare il governo, ed a muovere col suo
moto ogni cosa, e ad essere arbitro di tutti gli affari e negozi.
Quindi è avvenuto che, nella volontà del Re, ha occupato tanta emi-
nenza di posto, che se il Cardinale stesso, il quale è pur stato il
fabbro di tanta mole, ora volesse abbassarla, non lo potrebbe al
sicuro. E non mancano lingue asserenti che, essendosi la Regina
poco memore e corrispondente mostrata del merito grandissimo
che egli ha con lei, con il figliuolo e colla nuora, e ciò per il so-
spetto che egli incalorisse i pensieri e fomentasse" i disegni di
Monsù e della principessa Maria (.'}), avrebbe tentato di sminuire
la soverchia autorità sua presso il Re, quando non avesse veduto
(1) Maria de' Medici, madre, ed Anna d'Austria, moglie di Luigi XIII.
(fc) Concino Concini.
13) Il fratello del re [Monsieur) era Gastone Giambattista di Francia, duca
d'Orléans ,u. 1608), il quale nel 1626 aveva sposato Maria di Borbone, duchessa
di Montpensier.
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maggiore il pericolo dì scoprirsi con danno, che la speranza di
adoperarsi con frutto. La Regina madre, nè per lunghezza di tempo
nè per successione di cose, depone mai la memoria delle ingiurie
che le vengono fatte. E siane un solo testimonio ciò : cioè che ha
voluti vedere rovinati, come è seguito, quanti ebbero parte nella
rovina del sopra detto suo maresciallo. Ella, mentre nell' ampia
scena del Regno ambisce di rappresentare quella persona, che sola
nel decoro e nella sostanza dà vita e progresso alle azioni del co-
mando, nell' apparenza di fare ogni cosa neir ordine, non fa nulla
nel merito. Perchè, andando lei più d' ogni altra dietro agli umori
e alle passioni, ora porta alcuno dall' imo al sommo, ora trabocca
altrui dal sommo air imo, sempre coir oggetto di soddisfare sè
sota, e non cura punto, anzi neglige affatto il comune beneficio.
Per altro è generosa, splendida, e liberale in estremo. Ama le
lettere ed i letterati, e si compiace assaissimo del suono delle pro-
prie lodi. E direi che se ne mostra ben degna, se tanto si prestasse
nell'interesse e vantaggio della causa pubblica, quanto aderisce
alla pace cogli Spagnuoli. La quale, ambita e fomentata da lei per
i suoi fini, non partorisce che il danno della Corona ed il disonore
della nazione francese. Per lasciare qualche memoria di sè mede-
sima agli occhi dei posteri, come ne lascia molta ai cuori dei pre-
senti, fabbrica un palagio in Parigi, che, per ogni capo, sarà degna
fattura della prima donna del mondo, e conseguirà la intenzione
pretesa.
La Regnante è il meglio che abbia prodotto la Spagna, se
però in cotal genere si dà il positivo del buono, nei parti di quella
regione; e forse la natura ed il clima hanno fatto l'ultimo sforzo
nel produrre lei. Ella è bella quanto può essere, saggia quanto
deve, gentile sovra l'uso dei re. Per non avere la cittadinanza dei
figli, si può dire ancora forestiera nel Regno ; e, per dirlo alla fran-
cese, è più moglie del Re che Regina di Francia (1). Per questo e
per altri rispetti è compassionata da tutti, non invidiata da alcuno,
amata dai popoli, i quali mentre non la vedono in parte alcuna di
Stato e di amministrazione, la stimano per tutto offesa ed abban-
donata. .Ella e la suocera provano poco, anzi nulla, di quei raggi,
che uscendo dagli occhi si incontrano e, mescolati, producono amo-
re. Il vederle unite colle persone non presuppone in loro la disu-
(1) Intorno a questo argomento è da vedere il curiosissimo libro dol signor
Armand Baschet : Le Eoi chez la Heine.
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nione dei cuori, separati dal sospetto e divisi dall' interesse. La
Regnante, motteggiata un giorno dalla Reggente, che per opera di
lei era Regina di Francia, ebbe pazienza e prudenza di rispondere
solo questo : che anch' essa era uscita di buona casa.
Monsù, chiamato semplicemente così per sovranità dopo il
Re, è il fratello di S. M., ed ha nome Giovanni Battista. Ad ogni
modo, egli si compiace del nome di Gastone di Foix, dal che argo-
mentano in lui spiriti generosi ed irrequieti, disegni bellicosi e ma-
gnanimi. E veramente ha una testa misteriosa, e non fa poco se,
fermandosi nello stato presente, che di molto non eccede il privato,
si rimette senza rinnovare tentativi alle ragioni della natura. È
comune opinione che la madre, prevedendo in lui genio ardito ed
inclinato a travagliare e difficile a contentarsi, lo abbia lasciato in-
vilire e corrompersi nella educazione licenziosa, nei difetti dell'età
e negli abbandoni del sen^o, acciocché, imbevendosi di questi co-
stumi e crescendo con queste influenze, non si risentisse davvero,
e si applicasse a qualche novità ed alterazione, che per dritto an-
dasse a colpire in lei la grandezza e disposizione assoluta. Per al-
tro, è principe di beli' aspetto e di buona attitudine, ma senza
dimostrazione e senza impiego. Piega molto alla licenza e dissolu-
tezza francese, e, con malo osempio, va la notte per la città, distur-
bando or questo ed or quello. Perciò ha forse qualche seguito, se
non dai Grandi o dai buoni Francesi, almeno da quelli che lo vor-
rebbero vedere esca di qualche fiamma e mantice di qualche incen-
dio, che non avesse ad estinguersi che col sangue.
Per quello che giornalmente sono andato osservando negli
incontri del negoziare e nell* opportunità delle occasioni, i ministri,
o per le invecchiate passioni o per altri fini, sono tutti non so se
veramente di propensione spagnuola, o pure se professino massi-
me che, a mio giudizio, fanno comodo a quella nazione, mentre che
essi dicono di fare in questo modo il vantaggio e l' utilità della
Francia. Anzi in bocca di tutta la corte è questo odioso proverbio :
chi vuole diventare buono spagnuolo, venga a Parigi. Col quale
non saprei però indovinare, se vogliono intendere che la loro ac-
cortezza e prudenza è pari a quella degli spagnuoli, oppure se que-
sti abbiano campo d* avanzarsi tanto nella Francia, quanto nei
propri paesi colle arti e colle doppiezze.
Nelle vacanze e distribuzione degli offici ho avvertito un di-
fetto molto essenziale, del quale, sebbene non sono autori i mini-
stri, la conseguenza però o buona o cattiva dipende da loro.
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Questo è che tutte le cariche, non solo le ordinarie e di poco mo-
mento, ma quelle ancora che per diritto appartengono all' univer-
sità del Regno ed alla persona del Re, come la Segreteria di Stato,
il Guardasigilli, il Cameriere maggiore ed altri, si vendono. Dal che
ne avviene che i compratori, posti in tacita connivenza di riven-
derlo, adulterano il servizio a misura della spesa, ed a proporzione
dell'avanzo che pretendono sovra di quelli. Ho stimato non meno
riprensibile in quelli che assistono al governo, che la segretezza,
tanto necessaria ai ministri dei principi, si ritrovi in perpetuo esilio
sbandita dalle lingue, dalle stanze e dai cuori stessi. Dalle esposi-
zioni che si fanno da persone pubbliche non viene mai escluso al-
cuno, sia ài quale condizione si voglia. Affidano e comunicano
tutti le cose più rilevanti alle donne ; le quali, se per tutto e in tutto
sono garrule con vizio, in Francia, come più libere e sciolte che
altrove, peccano negli estremi, e mentre non è loro mai vietato
T andare ed il penetrare in ogni tempo, luogo ed affare, si condu-
cono a sapere quanto vogliono, ed o per termine di gentilezza, o
per mercede di servitù, o per intelligenza d' amore, dicono ogni
cosa e fanno ciò che a loro piace. Dal che ne nasce che, siccome
con queste pratiche i pubblici rappresentanti penetrano nei più se-
greti ripostigli e sanno le cose più recondite, così all' incontro non
possono i me lesimi sostenere con polso i negozi, mentre, alterati
dalle passioni e fatti di chi li sa prendere, perdono la riputazione,
incontrano confusioni, lunghezze e tracolli.
Tra gli affetti corrotti e tra i difetti dannevoli dei ministri,
solo il Cardinale mostra vivo e sincerissimo zelo del pubblico bene,
accompagnato da una retta e costante intenzione di fine. L'oro
della sua purissima fede non riceve che la marca francese. Il re-
spirare del suo cuore non può essere corrotto dalla malignità dei
fiati spagnoli, perchè egli ha l' antidoto del suo incorrotto talento.
Fa ogni cosa per restituire tutti i Francesi alla Francia, e tutta la
Francia al Re. Dopo la caduta del maresciallo d' Ancre è sorto
questo porporato ministro, nel quale vive e risplende una virtù
pellegrina, accompagnata finora dalle debite parti di fortuna e d' o-
nore. Egli spiritoso, eloquente e valoroso al possibile ; e tuttoché
si trovi molto della persona cagionevole, non resta però che non
si mostri infaticabile nelle assidue occorrenze del Regno, e che a
lui tutti gli emergenti come a rifugio, tutte le proposte come ad
arbitro, tutte le difficoltà come ad oracolo non facciano ricorso.
Parla, scrive e risponde tutto ad un tratto, e collà medesima ce*
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lerità mostra di apprendere e risolvere ciò che gli viene rappre-
sentato. Dal che ne nas^e che, non maturando le cose e non fa-
cendo sopra di quelle il necessario riflesso, gli effetti riescono
acerbi; e mentre i primi rimedi non sono proporzionati al male,
colla replica delle cure seguenti talora si inaspriscono, piuttosto
che si risanino le angoscie. Perchè infatti è impossibile all' umana
capacità, per acuta che ella sia, V arrivare al fine delle delibera-
zioni ed azioni perfette, senza toccare i mezzi delle considerazioni
e delle dimore. Nel particolare degli Ugonotti si mostra veramente,
come è tenuto, al grado che ei tiene nella religione che professa, e
all' ufficio che esercita. Ha giurato, come un altro Annibale sul-
l'altare del pubblico comodo al padre, del suo inviolabile debito di
essere loro sempre nemico. E lo ha mostrato davvero, col proporre,
assistere e terminare con tanto valore e costanza V espugnazione
della Roccella, la caduta della quale a lui ed al Re ha erètto trofei
di vittoria, e di pace alla Francia, e in Parigi più che altrove.
Della quale città dovendo pur fare qualche menzione, dirò che,
se di sopra ho rappresentato un picciolo mondo in tutta la .Francia
e nella mole del Regno, non sarà sproporzione che io chiami Parigi
una vasta provincia, come quella che è grande, abitata e doviziosa
singolarmente. Ha fama (già V ho accennato di sopra) di nudrire
un milione d' anime ; e, tra queste, 36,000 lacchè, tutti giovani da
spada, ben vestiti, risoluti, pieni di ardire e spesso di sedizione ;
100,000 cavalli, 12,000 carrozze, carrettoni e simili a propor-
zione, per la condotta dei viveri e delle merci, e per asportare le
immondezze che sono in eccesso. Le cose spettanti al vitto sono in
incredibile quantità, e, ad ogni modo, i prezzi di tutte sono ecces-
sivi, perchè il numero della gente supera ogni provvisione ; e si ar-
gomenti da ciò, che una casa di mole ordinaria e che non avrà più
delle necessarie comodità, paga mille scudi air anno per V uso.
Dicono che, mentre il re Francesco I si trovò prigione inlspagna,
venne ricercato una volta delle maggiori e più insigni città del suo
Regno ; e, rispondendo di alcune, non fece mai menzione di que-
sta. Di che maravigliandosi gli uditori, e mostrando di desiderare
di sapere la cagione, soddisfece loro con una tale risposta : Parigi
non è città, ma un paese, un paradiso. In questa meravigliosa
città godono i Francesi sopra ogni credere, perciocché, più che in
ogni altra del regno, l'ozio, gli agi, il lusso prevalgono e sono per-
petui. E veramente, per quanto ho veduto in pratica, solo i Fran-
cesi, nella dovizia dei beni terreni, e nella fruizione delle cose
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umane, con i gradi di una vita libera e spensierata ed allegra,
hanno saputo fabbricarsi la scala che, con soave ascendente, li ha
condotti nel loro paese ad una mondana felicità. Del che basti un
testimonio, nel vedere che essi hanno potuto vincere gli invincibili
affetti della natura, col levare gli stimoli della gelosia. La quale,
tuttoché inseparabile dalle passioni ed azioni d'amore, in essi però,
amanti e servidori di dame i più affettuosi e forse i più affettati del
mondo, non si trova o non appare. Godono e lasciano godere la
licenza quanto ognun vuole, ed ogni volere è concesso. L' onore
delle donne, die tra noi è la scena delle tragedie, tra loro è il con-
tinuo argomento delle commedie, e la morte delle contese.
Ora è detto sin qui delle qualità proprie del Regno, delle in-
clinazioni del Re e degli affetti delle Regine, delle passioni dei mi-
nistri, e di tutte quelle particolarità più specifiche, delle quali la
cognizione ho stimato giovevole al pubblico servizio. E crederò
di non riuscire soverchiaraente^tedioso, se, per accostarmi alla
chiusa di questo racconto, toccherò da rao' innanzi delle cose atti-
nenti al tempo che ho dispensato in questo per me sempre trava-
glioso e memorabile impiego. Non dirò per altro delle fatiche e dei
disagi, che nel lungo e difficile assedio della Roccella, e nei viaggi
stentati ed importuni della Linguadoca, della Sciampagna, della
Savoja e d'Italia, mi è convenuto di soffrire; nei quali, stando
di continuo fra Tarmi e Tarmate, nel mezzo della fame e della
guerra e della conta^bne, sempre mi mancavano le comodità
necessarie, anzi spesso spesso mi ritrovavo colle necessità sole,
senza potere aver mai nè luogo nò tempo per uno scarso ed inter-
rotto riposo.
Ritornato a Parigi, per cambiare luogo non cangiai fortuna
o mi avanzai di condizione, ma continuando in queste pene, T una
avversa T altra poco felice, arrivato appena in quella città, per il
ristoro di tanti patimenti, riportai con una ardentissima febbre tre
maligni ed eccessivi tumori contumaci. E dopo aveir fatto tutte le
prove, non arrendendosi al placido leniente degli olii, stancata e
delusa T arte, sforzarono la mano ad intraprendere nella mia vita
il rimedio aspro e rigoroso dei fori, con tale violenza che, per dire
il vero, mi ridussero a non riconoscere in me altro di sano e di
intiero che la vita e la inalterabile volontà di servire ai pubblici
interessi e comodi. In tale pessima disposizione mi ritrovavo, quan-
do incamminandosi il Re verso Susa, si aggiunse nuova afflizione
all' afflitto mio animo, mentre per questa causa restai interdetto
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dal potere seguirlo, e dal soddisfare per allora al desiderio ed al
debito, come scrissi reverentemente a questo Ecc. Senato. Il quale
nella mia assenza, riflettendo non meno alle occorrenze istantanee
che all' ordinario costume dei tempi andati, stimò bene di mandare
persona espressa, che col Re si rallegrasse della felice venuta di
S. M. di qua dei monti, e che lo assistesse finché si tratteneva in
Italia o si acquietavano i rumori. Sopra 1' ecc. sig. procuratore
Soranzo cadde la. sorte (1); il quale, nel violentare l'impossibile, su-
perando le difficoltà e gli incontri (non perù prima di me, piagato e
senza riposo), con precipitosa corsa potè arrivare alla corte. Della
qual cosa, come 1* E. V. con- caratteri non ordinari <f onore aven-
do mostrato straordinaria soddisfazione, cos'i bastò un così grande
testimonio per non poco raddolcire le mie amarezze. E tanto più
che colla scorta ed esquisita prudenza di un eminentissimo sena-
tore e mio signore singolarissimo, ebbi sempre cosi Y occasione di
imparare molto e di correggere non poco (mentre mi fu dato di
servirlo), come di trattare la causa pubblica, e di riportarne quel
frutto che, per non dare aumento al vero, non riceverà nè atte-
stato di penna, nè amplificazione di voce.
Ho avuto per mio segretario Giovan Domenico Battisti, fede-
lissimo nella sua carica, diligentissimo neir esser meco, ed infati-
cabile in ogni impiego del suo debito supremo e del suo ricono-
scentissimo ossequio. La virtù in questo buon giovane, parago-
nata con ogni altrà del suo ordine, se non è superiore a tutte, non
è certo inferiore ad alcuna. Perchè ella non resti affatto perfetta,
la cagione è solo degli anni. Non ha egli per anco alcun segno ed
argomento della pubblica grazia e munificenza. Eppure, colle con-
dizioni predette e con altri termini molto onorevoli e degnissimi, mi
ha servito in due ambascerie dispendiosissime. Passava meco i
monti per riposare nella patria dopo lunghe fatiche e pellegrinaggi,
e già ci trovavamo a Ciambery,* quando, richiamato dai comanda-
menti dell'Ecc. Procuratore (2), incontrò con somma allegrezza que-
(1) Adì 13 Febbraio 1629 orasi proposto in Senato di spedire un ambascia-
tore straordinario a Luigi XIII, « perchè sono così gravi le presenti occorrenze
d'Italia, a cui il re si avvicina con potente esercito, che conviene presso di lui
sia rappresentata la Repubblica »>. Questa proposta fu rispinta con cento e un
voto contrario e soli 48 in favore. Ma quando il successivo 3 Marzo giunse noti-
tizia che Giorgio Zorzi era gravemente indisposto, la proposta fu messa di nuovo
a partito e, presa, fu inviato a Susa Girolamo Soranzo.
(2) Girolamo Soranzo sopra citato, che rimase in Francia dopo il ritorno di
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lei
sta nuova spesa e servizio. Ed io, non senza notabile sentimento, ho
assentito alla privazione di così valoroso ed onorato ministro. Per-
lochè tanto più mi giova sperare, che la prodiga benignità dell' E.
V. sarà per concedere a lui, ciò che non è solito negarsi ad al-
cuno, quanto io pure svisceratamente le supplico, e mio proprio
stimerò il benefizio che in lui verrà conferito.
Tra gli effetti di gusto e tra le conseguenze di onore, che in
questo mio ritorno da Parigi ho incontrato, una, e la maggiore, è
stata che mi sia toccato in sorte di condurre alla patria V ecc. sig.
Vincenzo Capello fu Girolamo. Il quale, benché giovane e di fortune
opulentissimo ed unico nella sua casa, mosso nondimeno da spiriti
generosi e da fini magnanimi, nulla temendo i pericoli e meno cu-
rando i disagi, dopo di aver visitato la Germania, Y Olanda, la
Fiandra, e dopo di aver veduto l'assedio di Bolduch (Bois4c-Duc),
terminato colla resa di quella piazza, volle anco in un giro solo
scorrere e vedere V Inghilterra e la Francia. E rese in ogni luogo
cosi buon conto di sè stesso, con termini di prudenza, con dimo-
strazioni d' onore e con interessi di gloria, che certo migliori non
li avrebbe potati rendere anche in età più matura o perfetta. Qual
fondamento di un tanto e cosi valoroso gentiluomo possa fare la
Patria, a me non sta più il dire, ina lo rimetto alla somma ed in-
fallibile loro prudenza (1).
Di me, a costume degli altri, dirò, per concludere, qualche cosa;
e se in questo particolare paresse che mi diffondessi più del dovere,
sia grazia, dovuta al merito della verità, il considerare che, anche
più del solito, a me sono toccati impacci, travagli e difficoltà poco
meno che importabili. Nei quali se, nel negoziare col Re Cristianis-
simo o coi suoi ministri, il mio servizio per avventura fosse riuscito
non grande per debolezza mia, certo io non sarò stato negligente
per difetto. Perchè nella carica di ambasciatore datami delle E. V.,
con quella forza alla quale la nascita, l'educazione ed il talento non
lasciano neppur col pensiero capacità di opporsi, due massime in-
violabili proposi alla mia anima. L'una, di non alterare la sostanza
delle cose cogli ornamenti della parola ; l' altra, di eseguire con
puntualissima obbedienza la espressione degli ordini pubblici : fini
Giorgio Zorzi e fino all' arrivo dell* ambasciatore ordinario Alvise Contarini.
Questi, ambasciatore in Inghilterra, non fti a Calais prima del 6 Agosto 1629.
0) Non sì verificarono i lieti pronostici, giacché Vincenzo, sposata nel 16S4
Laura di Pietro Correr, inOrì nel 1641.
# 11
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162
questi, da me così sostenuti e conseguiti, che certo, sia chi si voglia,
come non potrà dire d'avanzarmi, cosi di lasciarmi indietro. Del
rimanente, gli altri tutti riescono, nel ministerio delle ambascierie,
di poco polso e di debole riflessione. E perchè l'occasione lo porta,
e che a me giustamente è dato di poter parlare a prova, non cre-
derò di far male se accennerò a questo passo, quale io ritrovassi
lo stato della Corte, allora che nel mio primo ingresso vi capitai
con i caratteri della dignità pubblica. Il che fu appunto quando,
per T accordo adulterino di Monson, le volontà delle parti erano
alterate e discordi, ed essendo i Francesi consci del proprio man-
camento, sono chiare l'È. V. qual fondamento si potesse fare nella
loro sincerità e fede ; quando, per i conti della Valtellina, riscaldati
hinc et inde i sangui, i Francesi con estrema premura insistevano
per il rimborso di 300,000 scudi, ed io, pure sostenendo in contra-
rio, terminai quella disputa, facendo constare loro chiarissimo, che
anzi di tanto per la medesima causa la Serenissima Repubblica an-
dasse creditrice ; quando con appassionatissima gelosia credevano
i Francesi che, per divertir Y assedio della Roccella, la Serenissima
Repubblica tenesse vive e segrete intelligenze col Re della Gran
Bretagna, in virtù delle quali ed incalorisse i disegni di quella Co-
rona ad impadronirsi dell' isola di Retz (Ré), e tentasse medesima-
mente di rinnovare le antiche sue pretensioni sopra quel Regno e
sopra la Gujenna e la Bretagna; e in particolare quando crede-
vano i Francesi, che l' armata di Roand non ricevesse altro oro e
non vedesse altra marca che di zecchini; e quando a me, come ad
ambasciatore delle V. E., fatto chiamare a parte nel Consiglio di
Stato, tra pochi Grandi, a viso scoperto ed a parole distinte fu
protestato che, non prima avrei veduto la faccia del Re, che la
Serenissima Repubblica non avesse mandato uno dei segretari suoi
del Senato, a dare la soddisfazione pretesa dall'ambasciatore Al-
legri (Aligre), allora qui dimorante, intaccato, come asserivano,
nella riputazione privata e regia per prigionia del suo servidore,
che dai ministri del Consiglio dei Dieci fu ritenuto appunto in quei
giorni per la contravvenzione di portare pistole.
In queste disgustosissime congiunture mi toccò di capitare a
Parigi, dove io non so se debbo dire che io mi vedessi o chiusa
la porta ai negozi o spalancata la strada ai precipizi. Neil' angu-
stia dei quali termini, avendo però osservato che, se non mostravo
sicuro il volto ed intrepido il cuore, poteva in pubblico detrimento
soccombere assai facilmente, schivando i motivi e gì' incontri di
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irritare gli animi maggiormente, ora col fare testa, quanto conve-
niva alla condizione dei tempi e delle congiunture, ed ora col mo-
strare che la Repubblica Serenissima è un principe grande di stato,
di forze, di senno, e che, sebbene confidasse in altri, in ogni caso
non si fidava che in sè sola ; invece di venire a rottura con quel
Governo, certo molto fragile e pericoloso, colla ricognizione degli
effetti posso affermare, di non avere inutilmente cosi riuniti gli
animi come gli interessi ed i fini. Ho proposto e persuaso il pas-
saggio dei monti al Re, colpo già passato in Italia in oblivione.
Ho. sollecitato con calore e diligenza la liberazione di Casale, la
quale, se fosse seguita più tardi del desiderio e della speranza di
chi ne sospirava l'effetto, dovea insieme rappresentarsi la stagione,
il paese, la gente, dove e con chi avessi io a trattare, e facendo un
breve riflesso sopra le difficoltà, le dimore, le ripugnanze, argo-
mentasse che T istanza di un solo, benché grandissima, non bastò
a superare che colla tolleranza e col tempo la validità di tanti con-
trari. Ho incamminato il trattamento della pare tra il Cristianissimo
e T Inghilterra ; e quando il mondo, per verosimili apparenze e di-
scorsi, si figurava meno riuscibile il fatto, allora anzi, con felicissimo
evento, ne ha veduto concluse e formulate le condizioni. Final-
mente ho congiunto i principi ed i progressi dell' accordo cogli
Ugonotti, rappresentando mille volte al Re, al Regno, alle Regine,
ai principi, alle nobiltà, alla plebe, che questo era V unico mezzo
per donare la quiete e la tranquillità alla Francia, per avanzarsi
alla protezione e difesa delle cose d'Italia, e per avere a cuore più
del passato il bilancio del mondo, le fortune dei suoi amici, e lo
stato dei suoi confidenti (1).
Queste, Serenissimo Principe, dei miei molti e stentatissimi
sudori sono state le continue e non piccole fatiche, nelle quali ho
versato per il corso di quarantaquattro mesi intieri ; nei quali, co-
me io abbia saputo introdurre cose si importanti, e risolvere azioni
sì grandi, giammai d' arrogarmi tanto crederei in questa vanità o
presunzione. Ben dirò, per non negare giustizia a me stesso, che
coi lumi della pubblica benigna grazia ho dato sempre V indirizzo
ad ogni mia trattazione; cosi col fervido del mio devotissimo affetto
non infruttuosamente mi è succeduto di rapportare, quando al Re
(li Di questi fatti discorrono diffusa m^nto i dispacci del Zorzi, dei quali
dispacci un ass.ii breve riassunto si leg^e nelle Iìel<;ziuni degli Stati Europei
wpra citata, Serie II, Francia, voi. II, prg 217 233.
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164
e quando ai ministri, le prudentissime rimostranze delle V. E. Alle
quali, per non rinnovare il tedio col racconto dei patimenti, delle
asprezze e delle pene sofferte, mi sarà lecito di aggiungere questo
solo, del di più che potessi dire: che oltre le incessanti ed eccessive
occasioni di gettare Toro a mani piene, e molte volte attrito dalla
violenza della peste e dalla tirannide della guerra, mi è convenuto
e spesso di dormire al sereno, e, non di rado, per stendere il mio
materasso sopra la terra al coperto, pagare ben due pistole per
ogni notte. Colpi che non si credono senza la prova, ma pur trop-
po provati da me; onde la sanità mia ne languì, e furono sviscerate
e smunte le fortune dello illustrissimo signor Caterino mio zio (1),
che colle decine di migliaia di ducati è concorso assiduamente alla
prodigalità di tanti stipendi. Se io in questo particolare dico il ve-
ro, lo sa chi in questo sacrario mi ascolta, perchè me ne ha fatto
le rimesse ; che, quanto alla perdita della salute, per non ne parlare
con accrescimento di pena, me ne rimetto a quello che si vede.
Chi nega la dovuta credenza alle mie parole, non può non prestare
fede al testimonio dei suoi occhi ; pur troppo chiaro scorgendosi
che, anco dopo tanto male, poco posso reggermi in piedi. Ma que-
ste noiose memorie, di molto svantaggio e di poco profitto, passino
donate all'ubbidienza ed al servigio che alla Patria ognuno è tenuto
a dare ; alla quale, come il servire è ringraziare, cosi il sapere di
non avere male servito è il sommo dei premi ed infinita mercede.
Ma, per venire al fine, dall' ordine e dal progresso di questo
racconto avranno le E. V. potuto osservare, quale sia lo stato s\
naturale come accidentale della Francia ; sopra dei quali, per adem-
pimento del mio obbligo ed in esecuzione della mente pubblica,
avendo io fermato e formato il presente riverentissimo discorso, per
cavare qualche frutto colle più proprie considerazioni, questo dirò
ancora in sostanza : che se le V. E. rappresenteranno a sè stesse
questo gran Regno come una potenza unita, dipendente dalla Co-
rona ed aggirata dalla opinione e sentimento di pochi buoni, da
molti interessati, e per lo più da donne appassionatissime, certo
non vi è ragione nè prova, per la quale sia loro concesso fondare
le speranze, stabilire i disegui ed assicurarsi gli aiuti opportuni,
sopra le espedizioni e costanza di tanta mole. Perchè infatti V a-
(1) Il Zorzi, « di casa non ricca e non usa alle ambascerie »>, fu educato ad
esse dallo zio Caterino Zeno, ch'egli amava e considerava come secondo padre.
Id. (bid., pag. 213.
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more dell' Italia e delle altre regioni non mette tal radice nei cuori
dei Francesi, che ogni fine ed og jetto che si propongano da conse-
guire fuori del Regno, per buono e grande che sia, non sia stimato
incomparabilmente minore di quello che credono e suppongono -di
godere nel loro natio paese. Che se vorranno considerare la Fran-
cia come divida in tante province diverse e molto lontane dalla
metropoli del Regno, compartite in tanti principi, pieni d'autorità
e di seguito, malcontenti per V ordinario e sempre desiderosi di
cose nuove e di travagliare, i quali, anche senza la grazia e licenza
del Re, fanno grosse levate di gente e le spingono dove loro piace,
in questo caso ed a loro modo possono le V. E. supporre di aver
capi e milizie ad un cenno. Perchè alla fama e mostra dell'oro,
alla quale, come avvezzi a diffonderlo, pur troppo sono proclivi i
Francesi, vedranno concorrere e diluviare i soldati, mossi dalle
disposizioni private che alle pubbliche, sotto a quel clima, preval-
gono sempre.
Il successore destinatomi dalla Serenità Vostra a quella Corte,
è stato Fece. sig. Luigi Contarini (l), nel quale se a questo Senato
augustissimo attesterò trovarsi somma virtù, diligenza esemplare,
spiriti generosi ed eminentissimi, dirò quello che, mentre è proprio
della sua nobilissima nascita e condizione, lo rende parimenti ve-
nerabile presso tutti. Del suo egregio e fruttuoso servigio io non
devo discorrere. L' esperienza fa V ufficio suo in tutte le occor-
renze, la patria ne gode V utile senza interruzione, ed a me non
sta che di affermare che, nelF adempimento di quella carica pesan-
tissima, non tralascia egli certissimamente alcuna di quelle parti,
che può la sapienza pubblica desiderare doversi eseguire dai suoi
rappresentanti, o nella forma e sostanza del negoziare, o nel de-
coro e conservazione del posto che si erge tanto sovra il comune.
Io che, dal sapere quale fosse, sapevo anco quale doveva riuscire,
non ho ricevuto l'onore di servirlo in altro, che nel conferimento
di quei particolari che ho stimati propri e necessari alla mutazione
del paese, alla diversità della gente, ed alla condizione dei tempi.
* Il regalo dei soliti argenti, fattomi da quella Corona, sta ai
piedi della Serenità Vostra ; cosi pure i donativi non soliti di un
(1* Abbiamo detto più sopra che Alvise Contarini giunse dall'Inghilterra
a Calais il 6 Agosto 1629. Rimase in Francia sino alla fine d'Aprile 1632. Qual-
che cenno di lui è da vedere nelle delazioni sopra citate, Francia, voi. II, pag.
253 e segg.
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diamante e di un giojello, fattomi dal Re e dalla Regina madre, per
la pace che io contrassi tra la Francia e V Inghilterra. L' avere io
ricevuto questi favori da quelle Maestà, non me ne costituisce più
padrone di quello che io ne fossi prima che io li ricevessi. I doni
del Re e della Regina diverranno benefici della benignità pubblica,
se pare loro, come vivamente la supplico, di farmene degno ; ed io,
non riputandone mio più che l'usufrutto e l'onore, ne conseguirò la
proprietà e V impiego ai cenni ed alle occorrenze della Patria, alla
quale non solo le poche stille di sangue che mi restano delle mie
inaridite fortune, ma tutte quelle eziandio che si rinchiudono nelle
mie vene, spargerò con generoso talento ; e quando dall' occasione
o dal tempo mi sarà rappresentato l' incontro, io non lo sfuggi-
rò mai.
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ANEDDOTI STORICI E LETTERARI
MlRATORlANA.
(G. Biadeoo.) — Alle lettere di Lodovico Antonio Muratori
da me pubblicate (Modena, tip. O. T. Vincenzi, 1881) aggiunsi una
bibliografia delle lettere a stampa dello stesso. Continuai questa
bibliografia ne\V Archivio Vendo (tomo XVIII, p. II, 1882), pren-
dendo occasione da un frammento di lettera inedita del Mura-
tori, che in quella occasione die li alla luce. Ora, pubblicando due
nuove lettere inedite del grande storico modenese, do un* altra
aggiunta alla bibliografia (1).
1750. Memorie isterico* cri fiche intorno ali* antico stato de' Ctnomani ed ai
\m confini, raccolte e pubblicate dal rubate Antonio Sambuca. In Brescia,
MIXX'L. dalle stampe di Gian Maria nizzardi.
A pajg. 337. 362, 384, 391, 392, 399 e 400, Lettere del M. al canonico Paulo
Gagliardi di Brescia.
1761. Opere del signor Ferdinando Caccia nobile di Bergamo. Bergamo,
appresso Lodovico Gavazzoli, 1762-1705.
Nell'opuscolo : Agionta a la risposta fatta al Signor lodouico muratori so-
pra il pergameno con un trat>,to d ortografia di ferdinando caccia. Bergamo,
Rowi, 1764. La lettera è diretta ni conte francesco brenbate, ed ha la data: <^ Mo-
dena 30 Ottobre 1748 ».
1789 Memorie degli scrittori e letterati parmigiani raccolte dal padre Ire-
neo Appo, tomo primo. Parma, dalla stamperia reale, MDCCLXXXIX.
A pag. 19: C/a rissimo ac hamanissimo Viro Tkomae Rara si no Ludoricus
Ant. Muratorias S. />., in data : Mutinae XII Kal. Quinctil. MDCCX.
1817 Opuscoli di varia letteratura dell'avvocato Riccardo Vannucchi. Fir.,
1H17. Nella stamperia di Antonio Brazzini, con approvazione, in 8.° di p. 468.
Da pag. 101 a pag. 162 Lettera di /. A. JA ad Antonio Maria Vannucchi
10 Maggio 1748 ».
1877. Per le illustri nozze del nob. conte Luigi Rizzardi colla nobile contessa
Vittoria Guerrieri. Verona, 1877, Franchini. (Lettere inedite di illustri italiani).
Lettera del M. « Modena 19 feb.° 1732 »
(1) Col go l'occasione per ringraziare tutti quelli che mi furono larghi dì
notizie su questo argomento; specialmente il cav. Giovanni Sforza e il signor
0. A. Spinelli di Milano.
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1882. L. A. Muratori. Letta* a Giuseppe Ottavio Bustanzo « Modena 12
Mìbrnjo 1741 » (V. Giornale ligustico, Dicembre 1882. Genova, 1K82, all'art. Fa-
rietà: Due lettere d 1 uomini illustri, pngg. 469 e 470).
1882. Lettere inedite di L. A. Muratori (a pa<?g. 270-278 del Giornale ligu-
stico, anno IX, fase VI-VII, Giugno-Luglio, 1882).
A Bonaventura Da Rossi lettere quattro; a Nicolò Domenico Muzio lettere
cinque.
1883. L A. Muratori. Lettera all'abate Anton Francesco Gori a Firenze
<« Modena 25 Gennaio 1736 » (p. 24 della Gazzetta Letteraria, Torino, 20 Gennaio
1883, n. 3, anno VII).
1883. Muratori Lod. Ant. Lettere inedite con introduzione del prof. Anto-
nio Selmi. Modena, tip. G. T. Vincenzi, 1883 (in 16.° p. 183).
1883 Tre lettere inedite del Muratori (al canonico Scotti di Treviso}. Nel
Preludio, Rivista di lettere scienze ed arti, anno VII. Ancona, 16 Agosto 1883, n. 15.
Furono pubblicate dal dott Ferruccio Martini.
1883. Tre lettere d'illustri letterati italiani del secolo XVIII (Muratori L. A.,
AmbrogrA. M., Cian fogni P. N.) al canonico Domenico Maria Vecchi da San
Gimignano, ora per la prima volta pubblicate con note e ricordi di storia eccle-
siastica della detta terra. Siena, tip. de 1 Sordo-Muti, 188*, in 16.° p. 30. Edi-
zione di soli LXXX esemplari.
1883. Federico Morandi. L. A. Muratori e i Tartarotti. Rovereto, tip. Ro-
veretana (ditta V. Sottochiesa), 1883. Estratto dal giornale 11 Raccoglitore, num.
101 102 del 1883.
A pag. 6 e segg. : Lettera di L. A. M. a Girolamo Tartarotti, in data « Mo-
dena 11 Marzo 1734 ».
Ed ora, ecco le due lettere del Muratori. Gli autografi si con-
servano nella Biblioteca Capitolare di Verona. Sono dirette al
marchese Scipione Maffei, il quale aveva da poco pubblicata V o-
pera intitolata Dell' impiego del danaro. Si sa che in questo libro
il letterato veronese sostenne, contro l' opinione di molti teologi,
che si può lecitamente cavare un onesto frutto dal danaro dato a
prestito. Molti si levarono contro di lui; e frutto di questa contro-
versia furono molte noie che ebbe da privati e dalla repubblica.
Ma, per suo conforto, gli si mostrò favorevole il Muratori, come si
può vedere dalle lettere che qui si pubblicano.
Riv.n» Sig. M. e Amico e P.rone Stimat. ino
Modena 23 novembre 1745.
L'ho veduta la Pastorale, ed ho scritto colà questi termini, ch'essa è formata
con summa prudenza, perchè si tien saldo il primo principio senza pregiudicar
punto alla necessità del pubblico comraerzio; e che niuno se ne risentirà. In fatti
ognun se ne può contentare. E' mi meraviglio, che dimandiate, se la sentenza
vostra e le vostre Cambiale sieno in sicuro, quando chiaramente si dice, che
nulla si determina intorno ad esso Contratto. La regola è questa: allorché una
sentenza è passata sotto Tesarne della S. Sede, nò vien condannata, essa si può
tenere tuta conscientia, finché venga altra Decisione, Questa poi verrà a mio ere-
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d*w nel dì del finale Giudizio, e sarà parente di quella della Concezione, e dal-
l'altra de Auxiliis. Pertanto mi rallegro con voi. Non ostante tutto il gran ru-
more, il vostro Libro e Nome sono stati rispettati, e non ne seguirà altro mai
più. E le Cambiali vostre in vece di perdere, han guadagnato; e chi dicesse in
contrario, non intende le parole e l' intenzione della Pastorale.
Solamente crederei, che chi ama voi, e seguita la vostra sentenza, non ne
abbia da fare gran galloria, nò scriva più una sillaba su questo, contenendosi
solo io dire, che quando la S. Sede deciderà in contrario, si ubbidirà; ma che
intanto ella non ha deciso. Corse voce che il P. Concina avesse ottenuto di ri-
spandere al vostro Libro. Per me noi. credo. E quando anche fosse, non arriverà
egli a decidere ciò, che chi ha l'autorità., non ha voluto per ora decidere. State
dunque allegro, e continuate ad amarmi con sicurezza, che la stima e l'amor
mio verso di voi non è mai cessato, nè verrà mai meno, finché vivrò. Mi rassegno
Lessi P opera vostra, vidi le acute vostre Osservazioni intorno al Mutuo e al
Prestito, uè oso giudicare, se le dimostraz , vostre sieno geometriche ; perchè
sempre mi fan caso quelle parole : Qui pecuniam suam non dedit ad usurante e
quel che praticano, o dovrebbono praticare gli stessi Giudei. To più tosto credo,
che non sappiamo bene ciò che sanificassero gli antichi Giudei col dare ad usu-
ra. Poiché quanto al pretendersi che non sia lecito il dar danaro a frutto: questo
è senza fondamento. Allora io non ho intenzione di far prestito o mutuo; ma
bensì un diverso Coutratto. I Cambi, i Censi, i Monti Cristiani de' pegni, son le-
citi contratti di danaro, a' quali s 1 è cangiato il nome. E voi saggiamente osser-
vate, che si conserva il dominio ne' sud.'! Contratti.
. La maggior forza da me fatta nel sostenere l 1 assunto vostro, è stata questa.
La Legge di Dio non è venuta ad imbrogliare il mondo. La necessità del com-
mercio porta il dar danaro a frutti. Quando questo non fo^se lecito, ecco venirne
un incredibile sconcerto al commerzio. Per non peccare, niuno oserà dar danaro
a'Coutadini, a Ricchi, o Poveri per soddisfare a' proprj bisogni, per far acquisti,
dar doti, far traffico etc. Tutti allora griderebbono, giacché ordinariamente in
casi tali la Carità è solo di Consiglio. È impossibile, che Dio abbia fatta una
Lesge, onde scaturiscano tanti incomodi al Pubblico. Adunque o noi non inten-
diam bene ciò, che significhino le Leggi poste agli Ebrei, o queste s'han da in-
terpretare, e accomodarle al bisogno del Pubblico. Il santificar le Feste è co-
mandamento più chiaro. E pure a i Poveri, e ne' bisogni della campagna ai Con-
tadini si dà licenza di lavorare. E con tutti i divieti de' Canoni, si fan le Fiere in
giorni di Festa.
Ma non occorre dirne di più dopo quel tanto che ne avete detto voi, e che è
stato rispettato da Roma stessa. Vivete quieto voi, e chi fa Contratti a frutto one-
sto senza eccessi, senza altre superchierie, alle quali la necessità d'alcuni, e l'a-
vidità d'altri suole trascorrere. Amatemi, e ricordatevi che son
Tutto vostro
Lod.° Ant.° Muratori.
Riv.™> S. r M. e
Mod* 15 Xbre 1745.
Tutto vostro
Lod.° Ant.° Muratori.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Relazione sugli Archivi di Slato Italiani (1874-1882). Roma,
tip. di L. Cecchini, 1883, un voi. in 4.°, di pag. 410.
Questa prima Relazione su tutti gli Archivi di Stato Italiani,
è opera del coram. Napoleone Vazio, direttore capo della Divi-
sione prima del R. Ministero dell' Interno, e da lui venne presen-
tata a Sua Eccellenza il cav. Agostino Depretis, presidente del
Consiglio dei Ministri e Ministro dell' Interno. Noi ne daremo una
succinta notizia, astenendoci da ogni apprezzamento e giudizio, se
pure l'indole del lavoro, che è di un resoconto amministrativo,
potesse ammettere un cenno di natura diversa. D'altra parte V au-
tore di essa, che è a capo dell' importante ramo amministrativo
degli Archivi, nella lettera colla quale la accompagnava al Mini-
stro, dubitando che per la sua novità e per altre ragioni possa
quel lavoro esser riuscito imperfetto e inferiore all'argomento, si
augura modestamente che « non sia interamente vano, e che possa
considerarsi comò un primo passo nella via da seguire quind* in-
nanzi in modo più acconcio e sicuro ».
Alla copia delle ricchezze storiche e delle glorie, « onde a ra-
gione è superba la patria nostra », debbono corrispondere le cure
e i provvedimenti per conservarne, renderne fruttuoso e trasmet-
terne integro ai venturi il prezioso patrimonio. Bene a ciò intese
il Ministro dell'Interno, quando per compiere la serie di provvedi-
menti a vantaggio degli Archivi governativi avviata dai suoi an-
tecessori, presentava nella scorsa legislatura al Parlamento un
disegno di legge per la istituzione degli Archivi Nazionali, il quale
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studiato da apposita Commissione (che lo corredò anche della rela*
zione), il Ministro si propone di ripresentarlo in questa nuova le*
gislatura.
Unificata V Italia, passarono alla dipendenza del Governo an-
che gli Archivi. Di essi però rimasero soggetti al Ministero del-
l'Interno quelli di Torino, Genova, Cagliari, Milano, Brescia, Par-
ma, Modena e Palermo ; al Ministero della Istruzione publica,
quelli di Napoli, Firenze, Lucca, Siena, Pisa, Mantova e Venezia;
al Ministero delle finanze, quelli detti finanziari, di Torino e Mi-
lano; altri al Ministero di grazia e giustizia, p. es., quelli degli
atti giudiziali in Lucca, e degli atti civili e criminali in Bologna.
Nei capoluoghi delle provincie napolitane e siciliane esistevano al-
tresì alcuni Archivi detti provinciali; veri e propri Archivi di
Stato, per le carte che contengono, passati con decreto 21 Gen-
naio 1866, dalla dipendenza del Ministero dell'interno, a carico di
ogni singola provincia.
Secondo le leggi dei diversi Governi e la varia dipendenza,
diverse erano anche le norme per Y andamento interno e per V uso
di cotesti istituti ; e urgente quindi il bisogno di unificare anche
tale importante ramo di servizio. Si presentò prima a tale uopo la
questione della dipendenza degli Archivi, sulla quale esprimendo
schiettamente il nostro parere, diremo che sia più utile ad ogni
instituzione quel Ministero, il quale può e vuole dedicarle cure più
assidue e amorevoli, accompagnate da energica vigilanza ; e a cui
è anche consentita dal bilancio maggior larghezza di mezzi.
Per decidere a quale dei due Ministeri, dell' Interno cioè e
dell' Istruzione publica, dai quali principalmente dipendevano gli
Archivi, spettasse la suprema amministrazione di essi, fu eletta,
nel Marzo del 1870, una Commissione composta del conte Luigi
Cibmrio, Ministro di Stato, presidente ; dei senatori comm. Mi-
chelangelo Castelli, e conte comm. Diodato Pallieri; del sovrin-
tendente generale degli Archivi Toscani, comm. Francesco Bonai-
nì; del direttore generale del grande Archivio di Napoli, comm.
Francesco Trincherà; del direttore dell'Archivio generale di Ve-
nezia, cav. Tommaso Gar ; del direttore dell' Archivio governa-
tivo in Milano, cav. Luigi Osio; del bibliotecario della Nazionale
in Firenze, comm. Giuseppe Canestrini; del capo di sezione del-
l'Archivio di Stato in Firenze, cav. Cesare Guasti; del segretario
dirigente l'Archivio di Stato in Parma, cav. Amadio Ronchine in
qualità di segretario con voto.
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Dodici furono i quesiti proposti alla Commissione.
Al i. conviene, per V interesse della scienza, del publico
servizio e dei privali, unire sotto un solo Ministero gli Archici
di Stato che ora abbiamo ? la Commissione rispose : non doversi
il governo degli Archivi commettere ad una sola Direzione, ma a
varie Sovrintendenze dipendenti da un solo Ministero, che a mag-
gioranza fu indicato dover esser quello dell' interno. Nelle pre-
messe a questa risposta scioglieva anche il quesito : 2. Sarebbe
utile la divisione degli Archivi? « storici » dagli « amministra-
tivi ? » Come potrebbe operarsi ? A tale divisione i commissari
preferirono di sostituir la denominazione di antica alla parte che il
Governo può mettere a disposizione degli studiosi ; e moderna a
quella che lo Stato ha ragione di tener riservata. E rispondeva an-
che così al quesito : 3. Da quale Ministero devono dipendere gli
Archivi storici ed amministrativi ?
. I due quesiti successivi erano :
4. Esaminata F istituzione degli Archivi provinciali, quali
regolamenti occorrono pei medesimi ?
5. Come devesi esercitare la vigilanza che allo Stato pare
competere sulla conservazione degli Archivi comunali, provin-
ciali e degli altri enti morali?
Fu risposto : i così detti Archivi provinciali altro non essere
che Archivi di Stato ai quali « la provincia dava il nome e pagava
le spese sul così detto fondo comune» ; diversa cosa quindi da que-
gli Archivi che « raccoglierebbero gli atti dei Consigli e delle De-
putazioni provinciali, dentro o presso a quelli delle Prefetture».
Proponevasi quindi che in ogni capoluogo delle provincie com-
prese nella circoscrizione di ciascuna Sovrintendenza, s' instituis-
sero Archivi di Stato come Sezioni di quelli « centrali », dove il
Governo avrebbe le sue carte, la provincia i suoi interessi ; e dove
il Comune potrebbe, volendo, depositare il proprio archivio e quelli
delle sue amministrazioni.
Circa gli Archivi comunali ne raccomandava la diretta vi-
gilanza alle Prefetture ; e alle Sovrintendenze commetteva lo sta-
bilire norme per V ordinamento delle carte ; invitando i Comuni,
di poca importanza e di scarsi mezzi, a deporle neir Archivio di
Stato.
Nella risposta al quesito : 8. Potrebbero riunirsi alcuni Ar-
chivi e quali? propose che i depositi o concentrazioni negli Ar-
chivi di Stato non si facessero più frequenti di 5 anni, nè più tarde
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di 10, fatta eccezione per gli atti giudiziari, la cui centrazione po-
tesse estendersi anche a un ventennio. Indicava le norme per gli
scarti; contro la esportazione air estero di documenti storici; per
la consegna agli Archivi di Stato degli atti e documenti publici che
esistessero nelle Biblioteche nazionali.
Sugli Archivi notarili (intorno ai quali l'ultimo quesito chie-
deva: «occorrono provvedimenti transitori per la cessazione degli
Archivi notarili attuali, secondo lo schema di legge approvato dal
Senato»), la Commissione, affermandone l'importanza storica, fa-
ceva voti perchè gli studiosi vi trovassero sempre agevolezza e
gratuità nelle ricerche.
I quesiti risguardanti il personale erano :
6. Devono farsi divisioni di carriera nel personale degli
Archici, per ragione del grado d' istruzione, che le diverse oc-
cupazioni d' ufficio richiedono ?
7. Quale sarebbe la gerarchia degli ufficiali d' Archivio?
9. Devono stabilirsi, per tutti gli Archivi, norme uniformi di
ordinamento ?
E la Commissione da ultimo rispondeva : che le Soprainten-
denze avessero un ruolo a sè per tutti gli Archivi compresi nella
propria circoscrizione; non dovere gì' impiegati degli Archivi es-
sere traslocati ; doversi dividere in due categorie, per cosi dire,
di concetto e di ordine, da ammettersi tutti, mediante esame ; isti-
tuire un insegnamento di paleografia e di critica diplomatica. Pu-
blicazione da farsi dalle Sovrintendenze, quella degl' inventari.
Malgrado la risposta che aveva dato la Commissione al que-
sito sulla dipendenza degli Archivi, il Ministero della Publica istru-
zione continuò a ritenere sotto di sè i sette Archivi : di Venezia,
Mantova, Firenze, Lucca, Pisa, Siena e Napoli; venendo frattanto
sottoposti al Ministero dell' interno gli Archivi delle finanze in
Torino e Milano ; l' Archivio militare del Regno di Sardegna ; l' Ar-
chivio dei notai defunti in Palermo, e quello di Stato in Roma, da
poco costituito.
Quando il senatore Girolamo Cantelli, Ministro dell' interno,
assunse anche 1' interim del Ministero della Publica istruzione,
promosse il Decreto Reale 5 Marzo 1874; col quale tutti gli Ar-
chivì di Stato vennero sottoposti al Ministero dell' interno.
Qui, nella Relazione, si enumerano i provvedimenti del Mini-
stero pel nuovo ordinamento del servizio archivistico durante i
nove anni scorsi dal 1874; la creazione di un Consiglio «composto
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ÌU
» di persone esperte nelle cose attinenti agli Archivi, e destinato a
» sussidiare, col suo illuminato giudizio il Ministero, sia coir opera
» primordiale delle nuove norme da stabilire, sia successivamente,
» in tutte le determinazioni da adottare riguardo alle cose più gravi
» attinenti al personale ed al servizio ». La divisione degli ufficiali
archivistici in due categorie; la costituzione di un ruolo separato
per le promozioni di inerito e di anzianità, cogli ufficiali di ogni
Sopraintendenza, e la inamovibilità di essi dal territorio della So-
printendenza alla quale appartengono; l'apertura, nei principali
Archivi, di Scuole di paleografia e di dottrina archivistica ; la no-
mina, infine, dei membri del Consiglio per gli Archivi ; furono prov-
vedimenti stabiliti col Regio Decreto 2(3 Marzo 1874, n. 1861,
suir andamento fondamentale del servizio archivistico.
Le provincie componenti il territorio di ciascuna Sovrinten-
denza furono cosi stabilite :
Sovrintendenze degli Archici:
Piemontesi: Alessandria, Cuneo, Novara, Torino.
Liguri: Genova, Porto Maurizio.
Lombardi: Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Mantova, Milano,
Pavia, Sondrio.
Veneti: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Venezia, Ve-
rona, Vicenza.
Emiliani: Bologna, Ferrara, Forlì, Modena, Parma, Piacenza, Ra-
venna, Reggio d' Emilia. s
Toscani: Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa, Pisa,
Siena.
Romani: Ancona, Ascoli, Macerata, Perugia, Pesaro, Roma.
Napolitani: Aquila, Avellino, Bari, Benevento, Campobasso, Ca-
serta, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Foggia, Lecce, Napoli, Po-
tenza, Reggio di Calabria, Salerno, Teramo.
Siciliani: Caltanisetta, Catania, Girgenti, Messina, Palermo, Sira-
cusa, Trapani.
Sardi: Cagliari, Sassari.
Con altro Decreto Reale 27 Maggio 1875, n. 2552, serie se-
conda, furono stabilite le norme pel servigio generale degli Ar-
chivi; e con Decreto Ministeriale 18 Giugno 1876, veniva appro-
vato il regolamento pel servigio interno di essi.
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175
Restava però, e rimane tuttora, da infondere efficacia di legge
ad alcune disposizioni dello stesso Decreto Reale sul servigio ar-
chivistico ; da provvedere alla instituzione, nella capitale dello
Stato, dell' Archivio del Regno, « destinato a ricevere, periodica-
mente, le carte dei dicasteri centrali del Regno, le quali più non
giovano ai bisogni ordinari del servizio » ; ed alla instituzione,
nelle città capoluogo di provincia, degli Archici nazionali, o pro-
vinciali di Stato.
« Diciasette Archivi », conchiude la Relazione, « che tale è il
numero di quelli regolarmente costituiti e soggetti al Governo, ven-
nero ad avere uniformità di organamento, di amministrazione e di
servizio » ; e ricordati i provvedimenti dei quali fu feconda la uni-
ficazione, nella dipendenza, degli Archivi, ricorda i ruoli organici
separati per ciascuna Soprintendenza la cui approvazione si fa voti
non venga più ritardata.
Nelle circa 300 pagine che seguono, sono riassunti i dati uffi-
ciali per ciascuno degli Archivi del Regno riguardo : ai locali — •
alle principali spese sostenute per la loro manutenzione, o per ra-
dicali restauri; — alle carte, dei cui archivi, o serie, si recano i ti-
toli, col rispettivo periodo di tempo ; — al personale ; — ai lavori
di ordinamento compiuti nel novennio scorso ; — agi' inventari
edagli indici', — agli scarti; — al ricupero di alti; — agli acqui-
sti; — ai doni; — al servizio publico; — alle scuole di paleo-
grafia; — alle bibita lecite; — ai musei storici; — esponendo, per
ciascuno dei nove anni compresi nella Relazione, il numero proto-
collare degli alti ; — le ricerche di documenti per uso ammini-
strativo, per interesse privato, per oggetto di studio ; — il numero
dei frequentatori nelle Sale di studio, nazionali e stranieri; — le
copie di documenti per uso amministrativo, per interesse privato
e per oggetto di studio ; — le tasse riscosse. I dati esposti per cia-
scuna Sovrintendenza sono da noi riassunti, per ragióne di notizia
e di qualche confronto, più innanzi.
Si accenna infine, nella Relazione, alla importanza del Consi-
glio per gli Archivi, alle materie sulle quali sono richiesti gì' illu-
minati suoi pareri, quali « la classificazione degl* impiegati ; gli
» esami di concorso e di promozione ; la compilazione di nuovi
» ruoli organici; tante altre questioni relative al personale; le pro-
» poste di scarti ; i provvedimenti per Y acquisto e il ricupero di
» scritture; lo scioglimento di dubbi neir applicazione delle adot-
» tate discipline ; l' introduzione, nei regolamenti, di nuove pórrne
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176
» suggerite dall' esperienza ; gli studi del progetto di legge per 1* or-
» dinamenlo degli Archivi nazionali ».
Presso che tutti gli Archivi furono visitati da parecchi mem-
bri del Consiglio, in ispezione ufficiale. Le sessioni di esso hanno
luogo nel primo e neh" ultimo trimestre dell' anno. Nel novennio le
sedute furono settantasette; il numero delle deliberazioni attinenti
all' ordinamento archivistico 39; risguardanti il personale 87; so-
pra proposte di scarti 17 ; per interpretazione di norme del rego-
lamento 3 ; circa altri oggetti 82 ; in tutto 228.
Accennato infine alle publicazioni curate dalle Direzioni degli
Archivi, da impiegati archivistici ed altre, se ne dà lo elenco.
Stanno neh' Appendice, i citati Decreti Reali 26 Marzo 1874,
n 1861, e 27 Maggio 1875, n. 2552, serie 2. a , colle modificazioni
portate dall' altro Regio Decreto 7 Agosto 1881, n. 388; e il Rego-
lamento pel servizio interno 10 Giugno 1876.
Ora ecco le cifre, alcuna delle quali dovrà ritenersi approssi-
mativa, non potendosi adesso, e per giusti 'motivi, aversi in conto
di precisa.
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I. Fabbricati, locati, scaffalatura, buste, registri, pergamene,
disegni, inventari ed ùntici degli Archivi di Stato Italiani.
Numero dei
VfptlM filiti —
i» J l^lll (MIO
Numero
AKl III V IU
drati degli
scaffali
fabbri-
locali
delle buste,
d^jtli in-
de^li
cati
mazzi e registri
ventari
indici
Torino ....
5
217
11 008
290,885
917
voi. 158
fase. 50
1
01
3087,58
84,901
5
Milano ....
2
102
10533,09
20-1,265
59
Brescia ....
T
26
■1740,20
18,819
1
Mantova . . .
A
1
1284,72
682
Venezia. . . .
4
415
10551,75
278,101"'
1129
idi Illa ....
2
45
32,082
271
voi. 15
Modena ....
T
114
4150,67
82,012
aleniti
alenai
Bologna . .
1
27
4044
1 28,047
9 in -2
TOl.
2407
Firenze ....
1
188
12516 11
289,404
580
Lucca
1
83
3137,19
86
216
Pisa
2
30
2297,30
30,416
25
132
Siena
!
60
1917,28
59,507
48
80
Roma
3
177
10900
195,384*
alenili
alconi
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del Regno .
1
17
1600
28,753
Xnpoli ....
1
379
15922 •
530,428
molli
molli
Palermo . . .
5
222
15722,91
392.373
168
Cagliari. . . .
1
1893
27,000
36
748
(li Buste 243 *20; registri 34,38J: perdamene, Ò4.%1\ disegni, 12.258.
(2 Ed 11 stanze e 12 vani per uso d' ufficio.
Tale è la cifra risultante dal prospetto stampato a pag. '^8 della bella
memoria dell'archivista dott. cav. Carlo Malagola: « L'Archivio di Stato di
Bologna dalla sua istituzione a tutto il 1882
(4j Crediamo che questa sia la cifra esatta dei metri quadrati di scaffalatura
dell'Archivio di Stato in Firenze; e l'altra di 30,828.61 sia quella dei metri
lineari.
(5) In questa cifra sono comprese pergamene 7805.
(6) Nel nuovo edificio i locali saranno 13.
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IV. Atti, ricerche, slu
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Carteggio
Numeri di
protocollo
Ricerche di documenti per
uso
amministrativo
interesse privato
oggetto di studio
N-.:r*i
1871
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1874
1882
1874
1SS-2
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1882
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Torino . .
2087
4397
. 2853
5654
695
2550
1386
4081
121
Genova . .
154
210
18
45
115
223
62
75
45
Milano . .
1970
2354
1539
1800
339
369
92
165
85 1
Brescia . .
391
392
78
78
27
82
4
3
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Mantoi b . .
984
1081
317
159
40
221
1
23
Venezia . .
1356
3816
1971
2221
1074
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4040
4811
69 1
Parma . .
197
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103
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57
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Bologna . .
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1093
2181
29
72
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102
Firenze . .
791
261
407
323
340
39
20
36 1
Lucca . .
101
460
74
19
71
56
46
56
46 1
Pisa . . .
213
259
38
14
79
66
4
6
13
Siena . . .
263
257
12
lo
64
20
4
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Roma . .
1110
6198
2352
3868
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Napoli . .
2760
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2817
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2610
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183
20
Palermo . .
4760
5180
2364
1417
818
918
254
1807
35
Cagliari . .
156
254
26
37
17
39
17
6
14
18.594
30 305
17,176
20,530
7610
9190
6227
13,397
584 1
(*) Sono Le cifre della pagine, non dei documenti.
(1) L'Archivio di Stato in Bologna fu instituno con Dee. Reale 22 Ottobre 1874, n.
(2) Dato del secondo semestre.
(8) Nel 1874 le copie di atti e fedi dello Stato civile furono 8362 e le altre
e Dei 1882 » » » » 10023
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ì$e negli anni 1874 e 1882.
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Copie di documenti per
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riscosse nel
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riscosse nel
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uso
amniiuistrativo
interesse privato
oggetto di studio
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1 882
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97
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Alla presente Relazione il comra. Vazio promette di fama se-
guir altre, onde chi prende interesse alla vita modesta, ma feconda,
degli Archivi del Regno, sia tenuto informato dell'incremento che
essi ricevono dalla amministrazione viva, e dei lavori che vi si com-
piono. E riassumendo l'opera del Governo nei nove anni da che
quegli istituti, furono sottoposti al Ministero dell'interno, egli ricor-
da: i locali accresciuti e migliorati; gli scaffali costruiti; i lavori di
ordinamento, gì' inventari, i regesti, gì' indici, ripresi e continuati,
con impegno; il servizio publico che ha dovunque andamento re-
golare; curati i versamenti, i ricuperi, e gli acquisti di scritture;
promosse, fatte, O é coadiuvate, utili publicazioni; diluse, mediante
apposite scuole, le cognizioni^ paleografia e di archivistica. Esser
questo pertanto, un buon presagio del futuro, anche « quando ve-
nendo approvata la Legge da cui l'istituzione archivistica attende il
suo pieno sviluppo ed effetto, l' impianto di novelli Archivi e il reg-
gimento di tutti, richiederanno opera più ampia e vigorosa».
E noi, riconoscenti a chi diede vita a questa prima publica-
zione collettiva sugli Archivi italiani, speriamo che essa valga a
fermar l'attenzione dei legislatori; onde, come ingentissime somme
agevolmente si largheggiano a ripetute « inchieste » e agi' inva-
denti bisogni .delle amministrazioni della Guerra e della Marina (i
quali, sembra ai profani servano talvolta quasi a ragione di gara
fra le nazioni); cosi facciasi fruire di maggiori mezzi l'istituto de-
gli Archivi, e si piantino alfine quelli nazionali, per raccogliere e
conservare le carte superstiti a tante vicende ed a lungo abbandono.
Esprimeremo da ultimo il desiderio che altra publicazione si-
mile a questa sia corredata di un indice e di prospetti che riassu-
mano i dati dei diversi Archivi; dal quale confronto, ci pare, pos-
sano, nel ristretto significato delle cifre, risultare tuttavia la varia
consistenza i bisogni degli Archivi del Regno; e che siano anche
publicate, a comune vantaggio, le risposte a quesiti di materia ar-
chivistica e di interpretazione dei regolamenti, date dal Consiglio
per gli Archivi e dal Ministero.
Venezia, 5 Dicembre 18S3,
• li, Cecchetti.
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Annali del regno dei Franchi solfo Carlomagno (789-814) di
Bernardo Simson (Jahrbùeher des frànkischen Reiches unter
Karl dem Gr^ssen von B. S.). XII e 650 pag. Leipzig, Dun-
cker et Humblot, 1883, 8.°
Il primo volume degli Annali del regno dei Franchi sotto
Carlomagno comparve già nel 1806; r autore di essi, Sigurdo
Abel, morì nel 1873 senza poter compiere il suo pregevole lavoro.
Ne fu affidata la continuazione al sig. Bernardo Simson, che aveva
già dimostrata la propria competenza e capacità col suo libro
sugli Annali di Lodovico il Pio (2 volumi, 1874-1876). Le qua-
lità di uno storico sicuro, buopa erudizione, serio giudizio, pru-
denza nella ricerca delle fonti e severa esclusione delle ipotesi, si
devono riconoscere nelf Autore, il quale con molta ricchezza di
citazioni accrebbe senza dubbio l'utilità del suo libro in ordine allo
scopo degli Annali.
Se la storia di Carlomagno, specialmente per la connessione
degli avvenimenti dell' Italia e della Germania e per la rinnova-
zione dell* impero romano, che diede al medio evo tanto in oriente
che in occidente un carattere determinato, deve sempre e general-
mente esser condotta ad un grado di cognizione chiara e certa, la
medesima ha poi un sommo incesse anche per Venezia a motivo
dei rapporti di essa si coir impero Bizantino, che col regno dei
Franchi;* e questo volume de 0 r li Annali ne offre una splendida te-
stimonianza.
Sappiamo per altro che alcuni avvenimenti, come l'assalto di
Pipino contro Venezia neh' 810, e per la natura delle fonti e per
le contraddizioni dei cronisti, non sono ancora assolutamente posti
iu chiara luce ; il sig. Simson perciò a questo fatto, e cosi pure al
trattato fra Carlo e l'impero Bizantino per la restituzione di Ve-
nezia, ha consacrato speciali dissertazioni. Nella critica delle fonti
intorno a questi argomenti, egli se 0 r ue con precauzione gli accu-
rati studi del sig. dott. Simonsfeld, già bene noti ai lettori dell' A t<
chicio Veneto.
Crediamo dunque nostro dovere di richiamare 1' attenzione
degli studiosi della storia italiana e della veneta di quei tempi, so-
pra questi Annali cosi copiosi e cosi ordinati.
G. M. Thomas.
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Benedetto del Bene, Giornale di Memorie 1770-96, a cura
di Giuseppe Biadego. Roma, 1883, tip. F. Zuppini nel Coli,
Artigianelli, un voi. di p. 150, in 16.° #
Nel 1770 in cui cominciò Benedetto del Bene a scrivere il suo
libro di memorie (1), contava 21 anno incirca: cominciava la sua
vita pubblica, come capo della propria famiglia, essendogli morto
il padre nel Marzo del detto anno. Raccoglie in questo volumetto,
e coordina cronologicamente i fatti che interessano la propria per-
sona, e la propria città, con tutta schiettezza e con un* aria di bo-
narietà ben intesa che attrae l'attenzione del lettore, e lo persuade
della verità di quanto vien riferii^. Il del Bene registra quanto
spetta alle proprie pubblicazioni, nota i lavori eh* egli fece per
la patria Accademia d'agricoltura che, giovane ancora, lo chiamò
nel suo seno. Parla delle cariche da lui sostenute, e ci fa vedere
passo passo quale fosse la carriera di un nobile, di robusto inge-
gno e di mediocri fortune. Eletto del Consiglio nel 1772 dovette
dimettersene nel 1788, dopo di essere stato eletto Cancelliere della
Sanità. Accettò quel posto lucroso per rimediare ad un po' di
sconcerto che e' era nella sua domestica economia : e i Provvisori
della Sanità ebbero gelosia di lui, e gli imposero, per non averlo
a collega nel Consiglio, di scegliere fra i due offici. Curiosa è la
pagina riguardante Ta. 1774, in cui il Del Bene fu Vicario della
Valpolicella (p. 20-1), dove una figura ben deplorevole fa il rap-
presentante veneziano Angelo Carminati; ma la fa ancora peg-
giore (p. 34) nél 1777 il rappresentante Daniele Dolfin, nelF occa-
sione in cui certo Gianfìlippi per broglio si fece nominare Podestà
di Peschiera. Nel Consiglio cittadino (al quale spettava reiezione)
il Gianfìlippi ebbe i voli contrari, ma il Dolfin mescolò i voti, e
fece approvare il suo amico. E poi ancor più indecorosamente in
una causa ch'egli ebbe colla città. In fine il Del Bene si lascia
sfuggire queste acri parole (p. 36-7), che mostrano lo stato degli
animi : « Io non posso omettere qui un passo di F. Paolo Sarpi nel
Consulto ms. alla Republica Veneta : «« riguardo a. Verona, Tre-
vigi .... ed altre città che hanno l'animo imperiale, si ostenti nel
(1) Il eh. editore non pubblicò il ins. per intero: ne omi3e peraltro (come
egli afferma) solo le notizie prive di « importanza per il pubblico v. E ha fatto
bene.
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governo una somma giustizia, ma non si trascuri occasione di de-
primerle»». Nella riferita massima di quel politico più nero nell'a-
nima che neir abito di Servita, chi per poco la penetrerà, troverà
forse una delle maggiori ragioni e fondamenti dell' antescritto giu-
dizio contro della Città, e a favore del Gianftlippi ». — Quando
mori il doge Paolo Renier « di non lodata memoria », aspirò alla
successione Sebastiano Mocenigo Podestà e Vice-capitano di Ve-
rona ; ma non riusci neh' intento, poiché fu eletto Lodovico Manin.
Ottenne invece di succedere a quest'ultimo quale Procurator di
S. Marco. Lo sdegno per lo scorno subito, e l' allegrezza per la
piccola vittoria, sono ritratti stupendamente. Il Del Bene sapeva
benissimo che le erano miseriiizze della vita.
Il Del Bene apparis.ce religioso, pio, dolce, e nell' istesso tem-
po acuto, ponderato, fino osservatore. Lontano da ogni diverti-
mento, e solo amante di una vita (com'egli dice) romita, trova vasi
a Padova nell'occasione della fiera del Santo l'a. 1788; ma lungi
dal recarsi all' « opera teatrale », egli « sempre impassibile a tali
inezie, e sempre avverso a tali prestici di molteplice seduzione »,
impiegò invece il tempo per visitare l'ab. Clemente Sibiliato vec-
chio professore di lettere greche e latine. Nel disimpegno dei suoi
uffici dimostrò attività instancabile. Chi fosse il Del Bene, già era
noto; ma da questo libro il suo profilo comparisce nitidissimo.
Pochissimo si occupa di cose politiche : i suoi giudizi sono av-
versi in generale alla rivoluzione francese. Egli deplora peraltro
la debolezza di Luigi XVI. All' a. 1789 (p. 101), precedentemente
alla catastrofe del Tempio, e prima che l'eroica morte del re fa-
cesse dimenticare al Del Bene le debolezze passate, scrive su di
lui questa frase vibrata : balordaggine delV inetto monarca Lui-
gì XVI. Interessanti sono i particolari sulla dimora del co.'di Lilla
in Verona. Sopra di essa già varie notizie aveva raccolto il Pe-
rini (1): qui si ha la conferma che il Borbone, quantunque vivesse
ritiratissimo, pure era circondato da fuorusciti, da rappresentanti
esteri ecc. : aveva in una parola una « ombra di trono » (p. 140-1,
UO-8), specialmente nel 1790.
In queste Memorie sono moltissime le notizie sulle vicende
atmosferiche, sulle malattie bovine, sulle piene d'Adige, sui terre-
moti. Al Del Bene interessava moltissimo il corso delle stagioni,
poiché possedeva beni in Soave e specialmente a Volargne. Non
il) Storia di Verona dal 1790 al 1822 (I ediz.), I, p. LXXXII sg{?.
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18S
pochi cenni si hanno sopra i letterati del tempo suo. Ricorda l' elo-
gio ch'egli fece (p. 84-6) del conte Zaccaria Betti, segretario per-
petuo deH' Accademia, per dire, fra Y altro, che vi cercò di armo-
nizzare le lodi colla verità, e che non sempre disse tutta la verità.
Scarse sono invere le notizie sopra scoperte archeologiche.
Anzi ce n'ò una sola (p. 14-6) all' a. 1774. Ricordando l'abbassa-
mento della strada alla Chiusa, ricorda che sul macigno, all'al-
tezza di circa 18 piedi (= 6 metri) si osservarono due scudi scal-
pellati, con al lato sinistro una iscrizione imperfettamente letta dal
P. Placido Cartolari, benedettino cassinese :
Factum fuit hoc opus
anno l). ni MCCLXXXV
Indict.* XIII in regimine nobilium
virorum Odo x G A Siti de
chastro
barcho
potestatis et
Alberti de la (scudo) (scudo)
Scala ge-
neralis ca-
pitanei populi
Il Del Bene, notando che le parole in corsivo della linea 4
sono d' incerta lezione, soggiunge: « fu interpretato Guillielmi ».
Propongo di leggere la quarta linea così: «virorum dnorum Guilli
(Gtrillelmi)», così che la ce sia una r colla coda tagliata (= rum).
Il podestà Guglielmo di Castelbnrco è ricordato spessissimo nelle
carte di questo anno: 29 Genn. (S. Martino d'Avesa, perg. n. 294);
2 Febbr. (ivi, n. 295); 22 Febbr. (S. M. in Org., perg. n. 844) ; 13
Marzo (S. Silvestro, perg. n. 56S, 577); 15 Maggio (S. Cristoforo,
perg. n. 63); 17 Maggio (S. Caterina Martire, perg. n. 27); 19
Maggio (S. M, in Org., n. 847); 20 Maggio (ivi, n. 848); 21 Lu-
glio (S. Martino d'Avesa, n. 299); 18 Ottobre (S. M. in Org., n.
852); 19 Ottobre (ivi, n. 831, 816); 29 Novembre (ivi, n. 854). .
Per giustificare la voce dtionun (al plurale), nonché il com-
plesso della frase, riproduco due passaggi desunti dalle aggiunte
ai così detti Statuti Albertini (tns. dei nob. co. Campostrini). Pag.
338 (14 Aprile [1301]): «corani magnitìcis yiris dnis lappo de
vbertis ver. pot. Bertholameo de iascalla penes Genitorem suum
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Ì8U
populi et coiaunis Ver. Capitaneo Generali ». — Pag. 5G7 (anno
1295): « HEc Sunt Statata et ordinamenta facta per Nobiles Vi-
ros dnos Merinum de suardis de pergamo honorabilem potestatem.
Et Albertum de la scala ac Bertholaraeum primogenitum eius pe-
nes eum comunis et populi Verone Capit. generales ».
Dalle quali due frasi risulta ancora che V epigrafe dev' essere
manchevole in fine, in modo da dover supplirsi cosi : « et cois v »
(= et communis Verone).
Secondo il Del Bene, l'opus qui indicato non deve intendersi
per un lavoro eseguito nella fortezza (rocca), la quale resta al-
quanto discosta ; ma sibbene per qualche riduzione della strada.
Non ho mai veduta questa iscrizione, nè so che altri n' abbia
fatto menzione.
Nella prefazione il Biadego, al quale devesi V edizione di que-
sto importante volumetto, dà alcune notizie bibliografiche, o indi-
cazioni varie sopra fatti qui appenna accennati e che altrove si
trovano meglio svolti. Mi limito ad accennare alla descrizione del
passaggio di Pio VI (brano edito altra volta, pure dal Biadego), e
alla inondazione del 1776. Questa, che è troppo succintamente
narrata dal Del Bene, formò oggetto ad uno speciale lavoro del
Biadego stesso: La piena d'Adige in Verona del 1776 (Verona,
1883).
Carlo Cipolla.
Dino Mantovani, Lagune. Roma, Sommaruga, 1883.
Il volume del sig. Dino Mantovani contiene tre saggi: Donne
e Madonne — Musa Palustre — San Marco. Argomento del pri-
mo è T impero quasi universale, che, a giudizio dell'autore, eser-
citò a Venezia la donna, così nella vita come nell'arte; il secondo
riassume la storia della poesia vernacola .veneziana ; nel terzo, si
studia e rappresenta la basilica di- San Marco, non solo come mo-
numento singolare d'architettura ma come documento solenne di
storia, come espressione sintetica del carattere, delle vicende, delle
fortune del popolo che la creava.
Pochi scrittori, al loro esordire, ebbero dalla stampa più liete
accoglienze del signor Mantovani : alte e comuni le lodi ; rare e
sommesse le censure ; condizionati appena i presagi d' un glorioso
avvenire. Fra gli altri, un giornale letterario scriveva :
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190 '
« Onore a le, o Dino, che le ^lustri (lo donno vene-
ziane) con esattezza di storico, con acume di critico, con preci-
sione di fisiologo, finezza di artista, slancio di poeta, affetto
d'innamorato In un ottantina di pagine, di tante, a un
bel circa, constayio codeste Donne e Madonne, il Mantovani ha
addensato, la materia di dieci volumi, senza lasciarli deside-
rare; e v adoprò tal magistero da chiarirsi primo fra' primi
scrittori estetici italiani.' È dir molto, ma non dir troppo.
€ Musa Palustre sotto le modeste parvenze di una
monografia intorno ai poeti dialettali veneziani, nasconde un
vero e proprio studio d! elica popolare Giammai, a mia
sapula, tranne forse dal Mazzini, la critica artistico-lctteraria
fu elevala a più nobile ufficio e con maggiore accorgimento
esercitata
« San Marco chiude il volume e in codeste settanta
pagine Dino Mantovani ha toccalo V apice, come critico, come
artista, come archeologo, come poeta, come scrittore, conte ve-
neziano, mirabilmente fondendone insieme tutte le qualità .....
Non mai quel sublime monumento .... ebbe un illustratore più
passionato, più alto, più vero, più degno » (1).
Ebbene: tutto ciò prova qualche cosa. Prova una volta di più
a che grado miserabile di scienza e di coscienza sia precipitata la
critica in Italia ; prova una volta di più che il mezzo più pronto e
sicuro per forzare le vie della fama è il plagio, è la raffazzonatura,
è lo sproposito.
Perchè, intanto, il signor Mantovani è proprio un plagiario e
un raffazzonatore. Egli leva di sana pianta — da autori moderni,
celebratissimi, che vanno o dovrebbero andare per le mani di tutte
le persone mezzanamente colte — immagini, comparazioni, giudizi,
squarci interi. In un modo solo s'afferma la sua individualità di
scrittore e di pensatore : ritoccando in quegli squarci qualche
espressione, rigirando a nuovo qualche cadenza, incastrando qual-
che inciso, rifacendo qualche costrutto, scavalcando cr spostando
qualche linèa, saltellando e spigolando di pagina in pagina. È tutta
un 1 arte minutissima di trasc^gliere, di combinare, di scomporre, di
riqomporre, di spalmare di stucco le commettiture ; più d' una
volta a un periodo solo hanno collaborato parecchie pagine di pa-
recchi volumi. Discoprire sotto le adulterazioni, le impiastriccia-
li) Pungolo della Domenica — N. 34 — 23 Settembre 1863.
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idi
ture, le Vera'.*:i, tutte le fonti di queste Lagune, rivendicare a ogni
frase di cosi vasto zibaldone la sua provenienza legittima, rista-
bilirne la versione originale, sarebbe opera degna di pazienza be-
nedettina, ma d'esito non dubbio. Altri ci si provi ; io mi restringo
ad alcuni raffronti, i primi che mi caddero, leggendo, sotf occhio :
Mantovani, pag 6: « Mi paTe ehe
al Terone . . . s'affacci una figura am-
pia, molle, ridente .... » — e cinque
righe dopo: « .... la bionda dall'aria
di colombo che piega e fa luccicare il
collo al sole .... ».
Mantovani, pag. 20: « . . . la car-
nagione densa, fresca, rosata dei climi
umidi ».
Mantovani, pag. 24 : « Ed ò pure
strano il contrasto che le veneziane fan-
no con le straniere inglesi da
la pelle liscia e sottile, da' zigomi ac-
cesi e dngli occhi luccicanti
che pajono i modelli del Lawrence
Kesso le figure del vecchio Palma e di
Tizinuo ».
Mantovani, pag. 26: <« Con l'oc-
chio della menta fiso al termine del suo
pellegrinaggio, egli {lo Chateaubriand
a Venezia) non si accorse del bello nuo-
vo che <rli stava d' intorno, non vide
che monasteri, ospizi e lazzaretti, e al-
cuni monaci armeni che lo guardavano
passare dalle finestre di San Lazzaro, e
irli sembrarono vecchi naviganti tor-
niti in porto dopo il naufragio. Narra
il Pananti, che una florida ragazza e
un vecchio curato guardavano insieme
le macchie della luna ; lui credeva ve-
dervi una chiesa col campanile, lei di-
scerneva perfettamente due amanti ab-
bracciati ,.
Mantovani, pag. 26-27 : « Egli (il
Montaigne) aveva sempre avuto une
TaINR, Voynge e a Italie, tome II,
troisième édition. Paris, Hachette, 1876,.
pag. 265 :« Ampie, ricuse et molle, elle
a l'air d'un paon ou plutòt d'un pigeon •>
qui fait chatoyer son col au soleil ».
Taine, pag 259: « cette carnation
frnlche et rose qui est propre aux Al-
lea des climats humides » — e poco ap*
presso « chair satinóe ».
Charles Blanc, De Paris à Venite,
Paris, Hachette, 1857, pag 121 : « Et a
cóté de ce type vénitien, il est curieux
d'observer Ips bel Ics anglaises
à la peau lisse, mince et satinée, à la
pommette luisanto. à l'oeil fiévreux . .
Les modèles de Lawrence à eòté
des figures du vieux Palme ou du Ti-
tien ».
Charles Blanc, pag. 133: <- L'oeil
fixé sur le but de son pèlerinage, le
puète ne s'apergut point de la beautó
de Venire. Il n'y vit qne des monastè-
res, des hospices, des lazarets, rt.quel-
ques moines arméniens, qui regardai-
ent passer sa gondole des fenótres de
leurs cellules, et qui lui apparurent
coni me de vienx nautoninrs rentrós au
pori après bien de naufrnges
Une jolie femme et un bon curé regar-
daient ensemble les taches de la lune.
Le curò croyait y vuir une église avec
un clooher surmonté d' une croix: mai*
la jeune femme y distinguait fort bieq
l'image de deux amants qui se tenaient
embrassés ».
Charles Blan% pag 177: - Mon-
taigne avait eu toute sa vie me fai m
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192
faim exh'èììie de roir Venise, ma allora
era tutto preoccupato delle sue coliche,
teneva il registro esatto di pasti e di-
gestioni, notava i decotti di ervngium,
l'erba del Turco e l'altre droghe, non
omettendo di segnare pur ciò che chia-
mava i suoi bénéfices de ventre ».
Mantovani, pag. 51-52: « .... per
la prima volta [nelle pitture di Giotto)
'* compariva il bello, scoperto o indovi-
nato o creato dalla libera espansione
del suo genio laico, che contrappone la
dignità dell'uomo superiore per intel-
ligenza al rigorismo monacale ed alla
umilità cristiana. Egli inventa il pae-
saggio, scopre l'ideale, trova l'espres-
sione ....».•
Mantovani, pag. 51, [a proposito
dei pittori bizantini) :
« L'artista eseguisce per tradizione
.... come un buon operajo .... » —
« La fìsouomia nou esiste .... » —
« le Vergini non sanno che incro-
ciare le mani sul seno e portare la gra-
ve cappa istoriata » —
« con la fiacca rassegnazione » —
« benché ritte o sedute o genuflesse
[le madonne bizantine) non sanno star
ritte m) sedute nè genuflesse ......
Mantovani, pag. 56 : « Le sue bion-
de Vergini [del Carpaccio) dalle teste
fini, ingenue, piene d'attraenza, talora
animate da una malizietta buona, sono
per certo le più caste figure dell'evo
mezzano Egli aveva quella fini-
tezza senza leccatura, quel fiore di co-
scienza cristiana che le età posteriori
non trovarono più ».
Mantovani, pag. 57: « Egli {Gio-
vanni Bellini) nou dipinge che quadri
(Tritare, mettendovi tutta l'anima sua
extrème de voir Yenise Il étoit
alors fortement preoccupò de ses coli-
ques, tenait un registre exact de ses
repas et digestions, notait les
bouillons d'eryngium, T herbe du Ture
et autres drogues módicinales, et ne
manquait pas de mentionner ce qu' il
appelait ses bénéfices de ventre ».
Taine, pag. 117: « Giotto a décou-
vert le beau » — pag 118: « e' est l'e-
sprit laì'que qu'on découvre en lui » —
e diciasette linee dopo « Voilà la
dignitó morale, la culture supérieure
de l'esprit ouvertement préféróes au
rigorisme monacai et aux mortifica-
tions chrétiennes» — e finalmente, pag.
119: « 11 semble qu'il ait tout décou-
vert, l'idéal et la nature .... et la vive
expression des sentiments ».
Taine, pag. 212:
« d'artistes ils sont devenus ou-
vriers » —
« Nulle physionomie » —
« leurs vierges ne savent toutes que
porter une couronne toutes avec
une grande étole bianche » —
« Us (f santi bizantini) ont cette ....
rósignation mollasse » —
Pag. 213: « ils [sempre i santi bi-
zantini) ne savent pas se tenir debout
quoique debout ».
Charles Blanc, pag. 199: «... ses
tétes de jeunes fllles, toutes ingénues,
flnes, blondes, remplies de charme,
quelquefois animóes d'une douce ma-
lico ». — Taine, pag. 328: «on trouve
chez lui les plus chastes flgures du uso-
yen àge et cet extréme fini .... cette
fleur de conscience chrótienne que Vige
suivant .... va fouler dans ses empor-
tements ».
Auo. Boullieb, L'art Vénitien. Pa-
ris, Dentu, 1870, pag. 74-75: <* 11 ne
peint guòre que des tableaux d'autei,
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religiosa, amante e ferma; ma nella
tecnica si trasforma e perfeziona conti-
nuamente ».
193
.... Il met dans da peintùre toute son
àme, religieuse, aimante et ferme — .
il se transforme sana cesse et se
perfectionne toujours ».
Mantovani, pag. 60: « Bisogna ve-
dere le Madonne (di Giovanni Bellini)
buone e semplici come paesane, su la
cui fronte sfuma l'ombra d'una mesti-
zia inconscia ».
Taine, pag. 326 : « Elle [appunto
una Madonna del Bellini) est bonne et
simple comme une paisible et simple
paysanne».— Per il resto, v.G. Carduc-
ci, Poesie. Firenze, Barbera, 1878. Pre-
fazione, pag. 18 : « la fronte (di <?. Im-
briani) su cui pareva sfumare l'ombra
% d' una tristezza interiore ».
Mantovani, pag. 60-61: « La so- Ch. Blanc, pag. 186: « cette opu-
bria opulenza del colore diviene ( nel lence discrète de la couleur devient
Bellini) più sensibile; nel frastuono plus sensible» — e due linee prima :«Au
della pittura veneta questo murmure milieu du tapage de T ecole vónitienne,
soavissimo va al cuore ...... ce doux murmure va au coeur ».
Mantovani, pag. 60-61 : « Io adoro Questo passo ha un'impronta tutta
questi artisti divisi . . . perchè ... in- soggettiva; pure io leggo in T. Gau-
carnano certi miei strani ideali ... ». tier, Voyage en Italie. Paris, Charpen*
tier, 1881, pag. 230: « 11 nous semblait
(davanti alla Madonna belliniana della
pinacoteca Contarini) con tempi e r le
portrait de notre réve inavoué, surpris
dans notre àme par l'artiste ».
Mantovani, pag. 62 . « Matrone e
cortigiane .... s'agitano allora (nella
pittura del 500) fra i manti di viola pal-
lido, presso le stoffe turchine o purpu-
ree; la loro carne s' impregna di luce o
nuota nell'ombra calda ......
Taine, pag. 259 : « Sur leure dra-
peries de violet pàie, près de leurs man-
teaux d'azur et d'or, leur chair vivante,
leur dos, leurs épaules s'imprègnent
de lumière ou nagent dans la pónom-
bre » — e a pag. 260 troviamo : » Tom*
bre chaude ».
Mantovani, pag. 62-63 : « la Ver- Ta^ne, pag. 351 : « la Vierge monte
gine dell' Assunta sale in un' aureola dans uoe gioire ardente .... ; elle est
ardente, è sana, forte, senza sorriso mi- saine et forte, san 8 exaltation ni
8tico, solidamente avvolta nelle vesti sourire mystique, fièrement campóe
agitate ». dans sa robe ».
Mantovani, pag. 63: « Paolo (Pe- Taine, pag. 358: « Ce quMl aime,
ronese) cerca ed ama e trova l'espan- e' est la beauté épanouie, la fleur ou-
àone prima dei bello, il fiore aperto ma verte mais intacte, au moment où ses
intatto, nel momento in cui i petali ro- pétales roses se sont tous dópliós sana
sei son freschi e tremolanti nell'aria qu'aucun d'eux soit encore flótri ».
che li accarezza ».
18
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194
Mantovani, pag. 63 : « paiono tutte
(certe figure del Veronese) contente
di Vivere ».
Mantovani, pag. 64 : « È la bellezza
(nel quadro Arianna e Bacco, del Tinto-
retto) della carne nuda, quale appare
uscendo dall'acqua, avvivata dal sole
e sfumata di piccole ombre ».
Mantovani, pag. 67 : « La cima
d'un piede nudo ch'esce dalla gonna
scagliata d'oro; una perla la cui luce
lattea trema, toccando una cervice di
neve ; il contrasto e l' accordo di due
toni di carne che si lumeggiano e fon-
dono nello scambio dei riflessi; un rag-
gio vacillante che viene a frangiare una
superficie oscura ; una macchia purpu-
rea avvivata da un tono verde : tutta la
ricca armonia delle tinte opposte, com-
poste, sovrapposte, vi empie l'occhio
come un concerto di strumenti empie
l'orecchio ».
Mantovani, pag. 253 : « Montano
[descrive la campagna veneta) le viti e
8' arrampicano in festoni .... correndo
di ramo in ramo, allacciandosi così da
dare un'eleganza inimaginabile al pae-
saggio. Le lunghe file d'alberi, tenen-
dosi per le braccia virenti . . . sembrano
inseguirsi attorno i campi in una ridda
immensa ......
Mantovani, pag. 313 : « Oggi la
nera incisione sottentro alla iridata mi-
niatura sui libri .... Come non com-
prendiamo più che su la scena o in car-
nevale l'uomo chiuso in un giustacuore
a sbuffi, avvolto in un mantello di vel-
luto purpureo, armato d'una superba
lama cou l'elsa a cesello, così siamo
mal pronti a gustare un'architettura
che ha per primo carattere l'armonia e
la disposizione delle superflci policro-
me ».
tAiNfi, pag. 260: « Il n*y en a paa
une qui ne soit contente de vivre ».
Taine, pag. 343: « C'est la sublime
beauté de la chair nue, ielle qu'elle
apparatt sortant de l'eau, viviflóe par
le soleil et nuancée d'ombres ».
Taine, pag. 375 : « Un bout de pied
nu qui sort d'une soie jaspée d'or, une
perle dont la lueur laiteuse tremble en
touchant un col de neige, .... le con-
flit et l'accord de deux tons de chair
qui se pénètrent et se transforment par
l'échange de leurs reflets, une lumière
vacillante qui vient franger une plague
obscure, une tache pourpre avivée con-
tre un ton vert, bref, une riche armo-
nie qui sort des couleurs ménagées, op-
posées, composées et qui emplìt
l'oeil comme le conce/t empiit l'oreil-
le ».
Th. Gautier, Voyage en Italie, pag.
64-65 : «... on la fait monter (la vite)
et grimper en treilles, en guirlandes . .
.... courant de branche en branche,
donnent (le viti) une élégance inimagi-
nable au paysage ces longuea
rangées d' arbres qui, reliós par leurs
bras de pampres, ont l'air de se don-
ner la main et de danser autour des
champs une farandole immense ... ».
Auo. Boullier, L'art vénilien. Pa-
ris, Dentu, 1870, pag. 12: « Dans nos
sociétés la gravure rem place
dans les plus beaux livres l'éclat des
miniature8 Nous ne comprenons
plus un homme serrò dans un pour-
point de velours, drapé dans un man-
teau cou vert de broderies, portant au
còte, sur des hauts-de-chausses en sa-
tin, une dague ciselée Nous
sommes mal préparés à goùter une ar-
chitecture dont un des mérites princK
paux est l'harmonie et la dispositìon des
aurfaees coloróes ».
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*
Mantovani, pag. 316: « Sembra
{spiega la formazione della basilica di
San Marco) che l'artefice, posto in con-
spetto della sua città, ne abbia riandata
la breve e giovine storia, abbia sognato
gli splendori delle patrie distrutte, gli
inizi fondati in un labirinto di secche
e di paludi, in un piano d'alghe verdi,
e ne abbia visto assorgere gli edifizl,
partire i primi navigli esitanti, matu-
rarsi le credenze e compiersi le gesta ;
sembra ch'egli abbia collocato tutti
questi fantasmi in faccia all'azzurro del
suo cielo e del suo mare ; e quando
quell'arte, quel passato redivivo gli si
fa aperto in ogni più riposta latebra,
quando queir idea gli apparve chiara e
luminosa nella mente, sembra che egli
l'abbia accarezzata con amore infinito,
scaldata d'ogni suo entusiasmo, finché
il fantasma bellissimo si mutò nella
larva d'un tempio, in cui, come gli ato-
mi in un raggio di sole, riscintillavano
tutte le vaghezze del suo paese ».
Mantovani, pag. 318: « edificio
{San Marco) fatto dai secoli, tutte le età
*i lasciarono i loro vestigi, vi stampa-
rono la loro impronta, vi indussero le
forme dell'arte loro ......
•
Mantovani, pag. 319 : «... il tem-
pio incoerente {sempre San Marco) dove
il pagano troverebbe l'ara di Nettuno
coi delfini, i tridenti, e le conche mari-
ne; dove ii mussulmano potrebbe cre-
dersi nel mirah della sua moschea, ve-
dendo le leggende e i versetti correre
?ia per le volte ; dove il cristiano greco
scorgerebbe la sua Panagia coronata
come un' imperatrice di Costantinopoli,
il Cristo barbaro dal monogramma in-
trecciato, i santi spettrali del suo ca-
lendario j dove il cattolico sente spi-
195
G. Guerzoni, San Marco nelV arte e
nella storia. Padova, Sacchetto, 1878.
Ripubblicato in Lettere ed armi. Milano,
Brigola, 1883, voi. I,p. 205-206: « Così
fece l'architetto o la famiglia d'archi-
tetti che edificò San Marco. Si pose in
cospetto di Venezia, ne interrogò la
storia, ne ripercorse le età (quanto alle
« patrie distrutte » v. Guerzoni stesso,
pag. 183) la risuscitò celtica e romana,
la contemplò itala e bizantina, la rivide
mercantessa e guerriera, l'ammirò na*
vigatrice e credente, la ricostrusse sulle
fondamenta fantastiche de' suoi scogli
e delle sue alghe, la collocò nel fondo
ceruleo e radioso del suo cielo e del suo
mare; e quando tutta la realtà da lui
evocata non ebbe più segreti, penetrò
fin dentro le sue viscere a cercarne
l'idea archetipa, l'afferrò, la* chiuse nel
proprio petto, la scaldò del proprio cuo-
re, la carezzò con tutti i vezzi della sua
fantasia, finché un giorno il caro fan-
tasma s'agitò vivo ed inquieto nella sua
mente, si vestì di forme corporee e sen-
sibili, si trasformò in un tempio in cui
scintillavano come in un raggio di sole
tutti i mille atomi dorati della città on-
de nasceva, e risplendette San Marco U
Guerzoni, pag. 182: « Edificio for*
mato dai secoli come le montagne, tutte
le età vi lasciarono i detriti della loro
arte, il deposito della loro civiltà, il
suggello del lor^ pensiero ».
Th. Gautier, pag. 87: « Ce tempie
incohérent, où le paì'en retrouverait
l'autel de Neptune avec ses dauphins,
ses tridents, ses conques marines ....
où le mahométan pourrait se croire
dans le mirah de sa mosquée, en voyant
les légendes circuler aux parois des
voùtes où le chrótien grec ren-
contrerait sa Panagia couronnée corn-
ine une impératrice de Constantinople,
son Christ barbare au monogramme
entrelacé, les saints spóciaux de son
calendrier .... où le catholique sent
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rare la fede ardente dell'età mezzana
......
Mantovani, pag. 320: « La tradi-
zione dà origine al simbolo sotto al
quale si asconde; i simboli si incrocia-
no, si moltiplicano, si confondono ; e
l'architettura che ne è la prima ima-
gine tangibile ferma e suggella nel
sasso un intero cosmo di concepimenti
successivi ».
Mantovani, pag. 321 : « Ma vengo-
no 1* Crociate, moto popolare che reca
lo scotimento dell'autorità, lo smem-
bramento deM' unità, la prevalenza del
feudalismo su la teocrazia : la catte-
drale si sottrae al sacerdote e si dà al-
l' artista, appartiene ormai non più alla
religione dominante, a Roma* ma
all'imaginazione, alla poesia libera, al
popolo ».
Mantovani, pag. 322: « In tanta
profusione (dì figure) non si guardano
le forme grette e meccaniche, non si ve-
dono che come teste nella folla ».
Mantovani, pag. 322: «L'opera ie-
ratica e rigida entra come un' anima
nell'opera calda ed inspirata ».
Mantovani, pag. 328-329: « I mb-
saici delle pareti, distribuiti nell'ordine
simbolico tanto caro alle età di mezzo,
rappresentano ciò che doveva ritenere
la memoria del popolo ignaro ma in-
telligente, tracciano i dogmi, le massi-
me, le speranze, di cui i preti gli parla-
vano dai pulpiti alti, la storia del Dio
ch'egli adorava, la leggenda dei santi
prediletti I mosaici, tenendo luo-
go di libri e di sermoni, avevano per la
folla devota il solo linguaggio intelli-
vivrc .... le christianisme mystérieux
et profond des àges de croyance . . . ».
Victor Hugo, Notre-Dame de Pa-
ris Paris, Hachette, 1871 , tome pre-
mier, pag. 257 : <* Les traditions avaient
enfantó des symboles, sous lesquels el-
les disparaissaient .... ; tous ces sym-
boles .... allaient croissant, se multi-
pliant, se croisant, se compliquant ....
Le symbole avait besoin de s'épanouir
dans l'édifice. L'architecture alors se
développa avec la pensée humaine ...»
— e ventidue linee prima: « On scella
chaque tradition sous un monument ».
Victor Hugo, pag. 260-261 : « Mais
les croisades arrivent. C'est uu grand
mouvemeut populaire L'auto-
ritó s'óbranle, l'unité se bifurque. La
féodalité demando à parta ger avec la
thóocratie La cathédrale ....
óchappe au prétre et tombe au pouvoir
de l'artiste Le livre arebitectu-
ral n'appartient plusau sacerdoce, à la
religiou, à Rome; il est à l'imagina-
tion, à la poésie, au peuple ».
Taine, pag. 278: « . . . . dans cette
profusion, on cesse de remarquer les
formes amaigries ou mócaniques. On
ne les voit que comme des tétes dans
une fonie ».
Taink, pag. 278: « L'oeuvre hiéra-
tique-et piate entre comme un fraginent
dans l'oeuvre inspiróe et sincère ».
Aug. Eoullier, V art vénitìen, p.
17: « Les mosai'ques des parois retra-
cent en traits splendides que retenait la
mómoire du peuple, et distribués dans
cet ordre symbolique qui avait dans le
moyen àge tant de charmes , les
do^mes, les maximes, les espérances
dont lui parlait le prétre au pied dos
autels, l'histoire du Dieu qu'il adorait,
la légende des saints préférós
En 1' absence de livrea, elles tenaient
alors à la foule ignorante le seul lan-
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glbile a prima giunta e nel tem-
po medesimo formavano la migliore de-
corazione del tempio. Giacché se il go-
tico, nella severa sua nudità, può ba-
stare a se stesso per la grandiosità delle
proporzioni e la snellezza delle sagome,
lo stile bizantino ha bisogno di rischia-
rare col raggio dell'oro e dei colori le
Tolte? uu po' schiacciate e i piloni pe-
, santi ».
Mantovani, pag. 329-330 : « Due
colori formano la nota tematica: quello
del marmo rossastro venato che riluce
su le colonne o tappezza i muri, e quel-
lo dell' oro che incrosta le vòlte e smi-
nuzza osrni getto luminoso con le sue
innumerevoli scaglie. Rosso e oro nel-
l'ombra, fusi e abbrunati dal tempo;
non si imagina un tono simile, non si
derive la potenza della luce imprigio-
nata e sparpagliata nell'ombra •>.
Mantovani, pag 330: «
ffoaidano solitari (t santi effigiati nei
mosaici di S Marco) vagano a coppie,
s'aggruppano a schiere, s'accumulano
in legioni ».
Mantovani, pag. 331 : « il Reden-
tore troneggia in un firmamento
infantile, nella immobile rigidità del
suo tipo ortodosso. Esso ha rughe piene
d'eternità; Shiva, il Dio della distru-
zione, non è più tetro e solenne nella
pagoda d' Ellora. Le teste smunte vi pe-
netrano senza guardarvi. I secoli rin-
culino in queste prospettive infinita ».
197
gage qui fùt à sa portóe. En méme
temps qu'un enseignement quotidien,
elles étaient la dócoration la mieux ap-
propriée à V architecture de 1' église.
Car si le gothique, dans sa nudité só-
vère, peut se suffire à lui-méme en lais-
sant parler toute seule la grandeur de
ses proportions, le style byzantin a be-
soin d' éVlairer du rayonnement des.
couleurs ses voùtes un peu ócrasées,
ses piliers un peu lourds ».
Taine, pag. 275: « Deux couleurs
le revétent : l'une, celle
du marbré veinó rougeàtre qui luit aux
fùts des colonnes, lanibrisse les murail-
les ; l'autre, celle de l'or qui ta-
pisse les coupoles, incruste les mosalV
ques, et par ses millions d'écailles ac-
croche la lumière. Rouge sur or et dans
l'ombre Le temps l' a foncé et
fondu on n' imagine pas un pa-
reil ton » — e nella pagina appresso:
« on ne-peut exprimer cette puissance
de la lumière emprisonnóe et óparpil-
pillée dans l' ombre ».
Guebzoni, pag. 177-178: «... s'a-
dunano in famiglie, s'aggruppano a
legioni, si sperdono a coppie, s'appar-
tano solitarie ».
Guebzoni, pag. 189 : « troneggia
tra le stelle d'un firmamento infantile,
nell'immota secchezza del suo tipo o-
rientale, il Redentore ....».— Gau-
tier, pag. 106 : « des rides plei-
nes d'éternitó sillonnent son front ....
Shiva, le dieu de la destruction, n'au-
rait pas une face plus monacante et plus
sombre dans la pagode souterraine d'El-
lora ». — Gautier, pag. 104: <• ses
grands yeux . . . . (aV una madonna bi-
zantina) vous pónòtrent sans vous re-
garder » -— Gautier, pag. Ili : <* Les
siècles se reculent dans des perspectives
infinies ».
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198
Mantovani, pag. 391-332 1 «... un
Innominato artefice del Duecento pro-
fuse le umili gemme della sua mosaica
bambina ».
Mantovani, pag. 333: « L'artista
del medio evo non concepisce la perfe-
zione dell'eroe, del Dio, dell'uomo che
basta a sè stesso, egli vede le genti, le
squadre, le tribù, egli ha il senso col-
lettivo dei molti e lo esprime in forma
collettiva ».
Mantovani, p. 336-338: « La linea
(nella pittura antica) domina sul rilievo
e sul colore, ha la più grande e la più
nobile parte della imitazione, esprime
quasi sola il carattere delle figure, il
pensiero nei volti, e tutte le sensazioni
per esprimere le quali noi usiamo pre-
cipuamente del rilievo e del colore. La
linea è l'elemento perfetto, e le doti
per le quali essa risalta sono proprio
quelle che noi stessi cerchiamo nel di-
segno puro e che ben di rado riusciamo
ad ottenere. 11 rilievo ed il colore, in
tutto subordinati, servono a far meglio
valere la linea e a questo limite si ar-
restano ».
« Così il rilievo, limitato a far spic-
care le principali sporgenze, a com-
piere l'energica rappresentazione delle
forme, non esprime tutto il modellato,
come dire l'esatta misura relativa della
luce e # dell'ombra, non cerca l'effetto,
come dire la combinazione di luci e*
d'ombre piacevoli all'occhio, trascura
gli espedienti e le bellezze del chiaro-
scuro, neglige il molle digradare delle
mezze tinte, pel quale la forma appare
in tutta la sua verità
G. Guerzoni, jteg. 100 : «... uno
del cento innominati artefici del XII se-
colo sforzarsi a profondere .... tutte le
pallide gemme della sua mosaica bam-
bina ».
Taine, pag. 277 : « L' artiste du
moyen àge .... ne comprend paa ....
la perfection de la personne isolée, du
dieu, du hóros qui se suffit à lui-móme ;
ce qu' il apercpit c'est le peuple,
la multitude humaine .... »
R. Topffer: Réflexions et menus
propos, ou Essai sur le beau dans *es Arts,
Paris, Hnchette, 1872, pag. 84-85: «.... % .
c'est le trait qui domine dans ces ouvra-
ges, par dessus le relief, par dessus la
couleur. Il est chargó de la plus grande
partdans l'imita tion, et de la plus noble.
Presque seul il exprime le ca radere dans
les figures, la pensée dans les visages
et toutes les nuances pour lesquel-
.les nous recourons en égale part au re-
lief et à la couleur. Ce moyen d'imita-
tion est porté à un haut point de
perfection ; et les qualités par lesquel-
les il se distingue sont bien celles que
nous recherchons nous-mémes dans
cette partie de l'art, celles méme que
nous atteignons rarement
Le relief et la couleur, entièrement su-
bordonnés au trait, ne sont en quelque
sort destinés qu'à le faire bien valoir;
ils s'arrótent dans cette limite ».
Ainsi le relief, borné à ce qui fait
saisir les saillies principales, a ce qui
complète l'énergique représentation des
formes, ne va pas jusqu'à exprimer dans
sa perfection le modelé, c'est-à-dire l'e-
xacte niesure relative des lumières et
des ombres il cherche l'expres-
sion, mais point l'eflet, c'est-à-dire une
combinaison de lumières et d' ombres
qui soit agréable à l'oeil; il néglige les
ressources et les beautés propres au
clair-obscur cette dégradatiou
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199
«Cosi il colore si limita ad una certa
verità di convenzione, poco al di là delle
tinte uniformi. Il fondo unito ed eguale
serve a contornar le figure e ad accen-
tuarne i profili, la carne non ha sfuma-
ture locali e individuali, il puro vermi-
glio segna le labbra e il nero le ciglia,
una stoffa verde è verde per tutto, senza
tener conto dei mille accidenti che, al-
l' occhio, modificano la superficie colo-
rata e che il pittore moderno, deve sa-
per bene ritrarre, sotto pena di non do-
ver più chiamarsi pittore ».
« Ora, ò la linea che risponde me-
glio air osservazione intuitiva, che par'
la più pronta all'intelletto, che dinota
più chiaro il carattere degli oggetti ;
onde è il mezzo imitativo per eccellenza
in nna pittura fatta pel pubblico. Prova
ne sia, che ogni raffinatezza di esecu-
zione insensibile a la folla appare a mi-
sura che T arte si va sottraendo al suo
ufficio pubblico e decorativo, giacché
gli effetti del modellato e del colorito
richiedono doti di osservazione e di cul-
tura per essere apprezzati e compresi ;
là dove tutto ciò che spetta alla linea,
che esprime subito l'idea, che dà il ca-
rattere, è tosto percepito dalla moltitu-
dine e ha solo potenza di attirarne gli
sguardi e l'attenzione ».
dólieate dea demi-teintes, au moyen de
laquelle on rend chaque forme dans
toute sa verità ».
TOpffeb, pag. 86 : - Elle (la couleur)
se borne à une certame vérité de con-
vention, peu au-dessus de celle que peu-
yent avoir des teintes platee
le fond, d'une couleur unie, .... n' a
d'autre emploi que de cerner les fìgu-
res, de mieux fai re sentir aux yeux la
limite du trait La chair est . .
.... sans nuances variées, locales, in-
dividuelles. Le pur vermillon marque
la forme des lèvres; le noir, celle des
sourcils. Une étoffe verte est verte par-
tout, sans tenir compte des mille acci-
dente qui, à l'oeil, modiflent cette cou-
leur et que le peintre de nos
jours doit rendre sous peine de passer
pour complètement inhabile dans son
art # ».
TOpffer, pag. 88 : « le trait
est ce qui répond le mieux à notre ma-
nière intuitive d'observer, ce qui parie
le plus promptement à notre intelligen-
ce, ce qui marque de la facon la
plus claire, le caractère et l'expression
des objets ; ne devait-il pas ótre
le moyen d'imitation par excellence
d' une peinture faite pour parler aux
hommes de la place publique ?
N'est-ce pas à mesure que l'art a cessé
d'ótre public qu'il s'est jeté
dans des perfectionnements d'exócu-
tion auxquels la fonie est insensible.?
N'est-ce pas dès lors qu'il a recherchó
les effets du modelé, les finesses du co-
loris, parce que ces qualités, pour étre
comprises, appréciées, demandent de
T observation, de la culture? .... tan-
dis que partout ce qui tient au trait, ce
4ui exprime la pensée, ce qui donne le
caractère et l'expression, frappe la mul-
titude, et a seul la puissance d'attirer
ses regards et de captiver son atten-
tion ».
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200
Mantovani, pag. 340 : « onde le fi-
gure (bizantine) sembrano più
presto il geroglifico d'un dogma che
la tentata riproduzione della natura ».
Mantovani, pag. 346: «bagliori
fulvi scaturiscono dai fondi d'oro i
contorni delle figure tremano su le pa-
reti scintillanti, ondeggiano le pieghe
stanche delle dalmatiche, una vita mi-
steriosa 8' insinua nelle effigie immote,
gli occhi accennano le braccia dal
gesto egizio s' agitano »
Mantovani, pag. 349-350: « In ve-
rità, se Venezia acquistò nel Duecento
e nel Trecento molte forme artistiche
del medio evo italiano, non ne intuì nò
condivise mai lo spirito; allora come
sempre essa fu singolare, non fu mona-
stica, non fu allucinata, non fu peni-
tente. Essa non ebbe mal feudalismo nò
teocrazia nò terrori ascetici ».
T. Gautier, pag. 101 : « Le desain
semole plutót l'hióroglyphe d'un my-
stère que la reproduction de la nature».
Gautier, pag. 110: « De fauves
éclairsjaillissentbrusquementdesfonds
d'or . . . Les contours des flgures trem-
blent dans ce réseau scintillant . . . Les
plis roides des dalmatiques semblent
8' assouplir et flotter: une vie mysté-
rieuse se glisse dans ces immobiles per-
sonnages les yeux fixes remuent,
les bras au geste egyptien s' agitent . . »
Boullier, pag. 64-65: « Venise . . .
.... ne procède que d'elle-méme. Le
moyen àge avec les caractòres quMl a
dans le reste de V Europe, lui reste
étranger. L' austerità monacale, Tascé-
tisme, le mysticisme, la féodalité lui
sont inconnus ». *
Mantovani, pag. 370 :«.... nel-
l'arca santa della patria [la chiesa di
San Marco) accumulavano quanto di
più ricco ed insigne possedevano le loro
navi ; ad essa le valve bron-
zee di Santa Sofia, i pilastri di Tiro e di
Rodi, le sculture dell'Attica e dell' Ar-
golide ad essa i gioielli d'ogni
epoca e i capolavori d'ogni terra, fino
ai cavalli di Nerone ».
Gubrzoni, pag. 200: « in qual luo-
go più sacro potranno essere deposte le
più ricche prede della guerra se
non nell'arca santa della patria?
A lei i marmi più squisiti di Tessaglia
e d' Acaja, le colonne più rare d' Ales-
sandria e di Tiro, i capitelli più mira-
bili di Jonia e di Corinto; a lei le valve
cesellate di Santa Sofia, le gemme più
antiche ; a lei persino quei quat-
tro cavalli dell' Ippodromo costantino-
politano »
E tralascio la moltitudine delle frasi, delle immagini, delle
comparazioni, o levate di peso o calcate su questo e queir autore,
come : « V arte dev' essere una carezza alla vita » (Panzacchi) —
« opulenza calma e ridente del genio » (Taine) — « t paesi del
sole », ripetuto non so quante volte (Gautier) — la Basilica di
San Marco paragonata dove a una « caverna d' oro » (Gautier)
dove a un « gigantesco messale d' architettura » (Ruskin) — « il
campanile di San Marco solitario e diritto come albero in nave»
(Taine) — « ipopoli dell'occidente si muovono sempre, o avanti
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201
0 indietro, e cangiano d* aspetto e di pensieri in non lungo vol-
gere d'anni e con assidua vicenda (Tòpffer) — « il popolo ....
rispetta la scaturigine viva del bello che esso porta in sè »
(Taine) — « noi moderni che vincemmo la religione con la na-
tura e V illusione poetica con la verità scientifica » (Trezz a) —
e via e via dicendo, chè T enumerazione sarebbe troppo lunga e
tediosa.
Qualche volta, però, il signor Mantovani è assalito dagli scru-
poli; non ch'egli rinunzi ad appropriarsi la roba d'altri — pare co-
desta una disposizione organica del suo individuo — ma gli pia-
cerebbe farlo più prudentemente, più delicatamente, quasi con
un'ombra di legalità; e vi s'ingegna, a dir vero, con molto onesti
e timorati artifizi.
A pag. 334, per esempio, egli scrive: « Credo che primo il
Tòpffer — Essai sur le beau dans les arts — abbia saputo ve-
dere per quali caratteri la pittura antica, venuta d f Oriente, si
allontani dalla moderna, indigena d 9 Occidente, così di costi-
tuire a dirittura uri arte nuova e diversa ; e per quali altri ca-
ratteri, superficiali del resto e punto astratti, sì V una come
1 altra abbia nome di pittura >.
« Credo che primo il Tòpffer . . », e messa così in
pace la sua coscienza, il nostro critico alleggerisce di qualche pa-
gina il troppo fitto volume dell' arguto pittore ginevrino : senza
più citarlo, s' intende.
Mantovani, pag. 334-336: « Anzi Tòpffer, pag. .70: <» La première
tutto non va dimenticato che l'arte, chose à observer e' est que l'art,
presso gli antichi, vive aderente alle chez les anciens, vit greffó sur les in-
istituzioni e non se ne separa che per stitutions publiques, et ne s'en
snaturarsi e decadere. Essa vive nei séparé que pour se dónaturer et dóchoir.
teatri, nei templi, ne'palazzi pubblici, Il travaille pour les théàtres, pour les
parlando a la folla, non, come a* tempi temples, pour les places publiques; il
nostri, servendo al capriccio dell'ama- s'adresse à la foule On ne le
tore, seguendo mille vie diverse, rifu- voit point, comme de nos jours,
giandosi per vivere nella varietà dei servir les caprices de l'amateur
soggetti e nella perfezione esecutiva, suivre mille routes diverses se
Essa è religiosa, monumentale, decora- rófugier pour vivre dans la variété dea
tiva, e, dovendo parlare a tutti, si man- sujets et dans le perfectionnement de
tiene ferma in un carattere di sempli- l'exéeution Voici déjà
cita, in cui le riposte squisitezze di fat- une peinture publique, religieuse, mo-
tura,cos\ pregiate da noi, divengono in numentale ; une peinture dans laquelle
qualche modo meriti oziosi e secondari, le dóeor entre pour élément; une pein-
Legata al culto, alle feste, ai monu- ture qui, s'adressant aux massqs, doit
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menti, attinge vitalità nelle leggende, offrir un caractère de simplicité à la
nei miti, nelle tradizioni, ed ò perciò es- portóe de la foule, et où les perfection-
senzialmente pittura di figure. Le quali, nements et les fineases de rezócution,
oltre alla fi bonomia che l'artista diede si prisées par nous, deviennenten quel-
loro secondo i suoi modelli, la sua ma- que sorte des mérites oiseux et secon-
niera o la sua fantasia, hanno per lo più daires Liée au eulte, auz fé*
un che di simbolico e una certa somma tes, aux monumenta, elle puisait dans
di attributi convenzionali: ciascuna di les traditions nationales, dans la my-
esse si riconosce nelle varie composi- tbologie, dans les lógendes; une
zioni, a uno stile particolare che im- pareille peinture doit traiter
presso nelle sue forme, nel suo viso, nel les sujets de figures •>. — Pag. lì : « . . .
suo atteggiarsi, la discosta dalle altre, à còté de la physionomie que Partiste a
In una parola sono tipi più presto che donnóe à chacune de ses figures, selon
individui. A punto come nella moderna que le guidait son imagination, son
arte sacra, in cui i santi e le divinità modèle où sa manière propre, on y re-
assumono certe caratteristiche indi pen- trouve v communément quelque chose
denti dalla fantasia del pittore che le de symbolique, certains caractèree de
creò. A punto come nell'arte egiziana, convention, certains traits attributifs ».
madre di tutte le arti antiche, ove do- — Pag 72: «... . chacune de ces flgu-
mina la tendenza di ridurre le figure res se reconnatt dans les compositions
rappresentabili a tipi invariati di re, di diverses à un style particulier, qui, ré-
sacerdc^i, di deità, di schiavi, aventi pandu dans ses formes, dans sa taille,
ognuno il carattere della specie, non sur son visage, la fait reconnaltre entre
mai quello della persona. Mille guer- lesautres; en un mot, elles sont des ty-
rieri sono effigiati in mille scene diverse, pes, plutót que des individualités. Nous
ma sono sempre lo stesso guerriero (1). retrouvons quelque chose de ceci dans
la sua casta è espressa con abiti, colori la peinture sacrée des modernes. Les
ed attributi speciali, e nessun segno figures des divers saints, sont
proprio vale a distinguere V individuo aussi des types, c'està dire des figures
da' suoi 8im ili ». où un caractère de convention
s'allie sans cesse au caractère indivi-
duel que l'artiste leur a don né ». —
Pag. 73 : « Dans tous ces morceaux (del-
la pittura egiziana) un' trait saillant
domine; c'est cette méme disposition à
rédnire les figures à des types géné-
raux, divinitós, héros, guerriere, pré-
tres, esclaves ils ont le carac-
tère de l'espèce, aucunement celui de
l'individu. Mille esclaves sont repré-
se ntés dans mille scènes dtférentet, c'est
tpujours le mime esclave; sa caste est
exprimée par ses attributs, sa couleur,
son costume, toujours les mémes, et au-
cun signe particulier n'ajoute à ces si-
gnes caraetóristiques de l'espèce, ceux
qui caraetóriseraient V individu ».
(1) 1 « mille schiavi » del Tópffer diventano nel Mantovani « mille guerrieri » ; non ai può
negare che il critico sappia mantenersi originale, anche imitando.
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« In tali condizioni, Parte è solo una
ruota di queir immensa macchina po-
litica e religiosa che con moti sempre
uniformi regolava il destino della pa-
tria: macchina di cui tutte le frazioni
della società formavano i necessari ad-
dentellati, e che riproduceva ad ogni
anno o ad ogni centuria gli stessi la-
vori, gli stessi portati, le medesime vi-
cissitudini. Di qui T assenza di liberi
impulsi nell'arte asservita alle più se-
vere condizioni di durata e di unifor-
mità: il suo concorrere ad ogni contin-
genza della vita religiosa e civile, in li-
miti preordinati : la sua natura simbo-
lica e rituale in cui dilegua ogni ori-
ginalità dell' artista, per il ripetersi co-
stante de 1 medesimi segni applicati ai
medesimi obbietti. La qual cosa avvici-
na l'arte alla scrittura geroglifica e ri-
sponde ai principi ch'erano base del-
l'ordine sociale, e ai fatti che ne conse-
guivano. Quei principi, sostituendo le
inegualità ereditarie alle inegualità in-
dividuali, tendono costantemente ad as-
similare* fra loro gli individui di cia-
scuna casta. Ne viene che due servi
hauno più linee comuni spettanti alla
loro classe, che linee distintive spettanti
al loro individuo, e sono le prime che
l'arte imita e fa sue negli inizi ».
203
Pag. 74: « l'art ne fut chea
lui (il popolo egiziano) qu'une pièoe
de cette immense machine politlque et
religieuse où, par un mouvement tou-
jours égal et semblable, s* ólaboraient
scs destinées ; machine dont toutes les
fractions de la sociótó fornfaient
les rouages nócessaires, et qui ... . ra-
menait à chaque annóe, £ chaque siè-
cle, les mémes travaux, les mómes biens,
les mémes vicissitudes. De là cette ab-
sence d' essor et de Hberió dans un art
asservì . . . aux plus sóvères conditions
de durée et d' uniformitó : de là son con*
cours à toutes les circonstances de la
vie religieuse et civile, dans les limites
prévues et réglées ; de là son caractère
symbolique, rituel, où s'efface
le cachet de l'artiste à cause
de la rópótition constante des mémes si-
gnes, appliqués aux mémes objets, et
qui, en Egypte, rapproche l'art ... de
1' écriture hióroglyphique
C'est qu'au fond il correspond parfai-
tement aux principes .... qui forment
la base d' un pareil ordre social, et aux
faits qui en sont Tinévitable consó-
quence». — Pag. 75: «Ces principes, en
substituant des inégalités hóréditaires
de c&stes aux inégalités individuelles,
tendent constamment à assimiler
entreeux les individus de chaque classe.
Il en resulto que deux parias ont entro
eux plus de traits communs apparte-
nantà leur classe qu'ils n'en ont de
distinctifs appartenant à leurs indivi-
dus; et ce sont les premiere dont l'art,
surtout dans l' enfance, s'empare pour
l'imitation ».
Senonchè, dopo tre pagine di- appropriazioni indebite,
il dubbio d' aver trascurato gli opportuni accorgimenti torna ad
assalire il signor Mantovani : il quale, per rimuovere ogni sospetto,
per sviare ogni ricerca sulla provenienza della merce, s' affretta a
concludere: «oggi V arte segna il carattere individuale copie sua
meta e trionfo, e vuol rendere in ciascuno de' suoi personaggi
un uomo, con tulle le qualità soggettive che lo differenziano da
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suoi simili, con le sue altitudini, col suo pensiero, col suo pro-
prio modo di sentire ». — Così conclude; e vi rimanda, con una
noticina in calce, all' Hegel, Aesthetik, ll ter Theil.
Naturale : davanti a un frontispizio tedesco il buon lettore
stupisce e non fiata ; ma il maligno lettore che s'avvisasse in quella-
vece di riscontrare nell' Estetici, hegeliana il passo testé riferito,
avrebbe un beir affaccendarvisi, e s' accorgerebbe in fine che il si-
gnor Mantovani, anche citando Guglielmo Federico Hegel, non ha
fatto che copiare Rodolfo Tòpffer: « Aujourd' hui nos arls d' imi-
tation recherchent le caraclère indioiduel; c est le
but de V artiste et le triomphe qu il veut obtenir il cher-
che avant toni à rendre dans chacun de ses pcrsonnages un
certain hommc, aoec Ics modificaHons particulières qu ont pu
apporter à sa physionomie à ses gestcs, à son aititude,
Véducation qui lui a óió propre, Ics moeurs qui soni Ics siennes,
Ics habitudes au milieu desquelles il vii; le cornile de son art
est de ììous faire saisir forte meni ce qui distingue cet individu
. ... de tous ceux qui soni de la me me condilion » (pag. 75).
Un po' più indietro (Lagune, pag. 325) si legge:
« E fu detto die tale architettura (di San Marco) non lux ca-
rattere ascetico » — e in calce: Boullier, L' art vénitien.
Ma al signor Mantovani codesta non pire seria e meditata
sentenza ; e imprende a confutarla. Ciò, dopo quel monco richia-
mo al Boullier, fa necessariamente supporre che la non seria ne
meditala sentenza appartenga al critico francese e la confutazione
al Nostro. Ebbene, ecco qua un'altra piccola delusione:
Mantovani, pag. 325, 326, 327 : Aug. Boullier, pag. 13, 14: « De-
«Dii che le religioni positivo smarrirono puis que les religions prócises ont moins
il loro tenace dominio salii uomini e d'empire sur les hommes et ont éte
diedero luogo a un senso vago del so- plus ou moins remplai-ees par une reli-
vrannaturale e del divino, si attribuì- giositó vague, on attribue volontiers
scono volentieri a certe costruzioni doti aux édifices, un caractòre religieux
religiosi che non esistono più negli aui- qu' on ne trouve plus dans les àmes, et
mi Così nacque la moda di la mode est venue de prétendre que le
considerare lo stile gotico come a*rte gothique est l'art chrétien par exeel-
per eccellenza cristiana E pure lence. Le gothique ne représente pour-
non rappresenta che un lato solo tant qu'une époque et un des cótés du
del cristianesimo, vale a dire il christianisme, le christianisme sombre,
lato doloroso, mistico, esaltato, quale mystique, exalté du moyen àge et des
fu intuito dalle razze germaniche. Di germains. 11 n'a existé, comme art vi-
più, esso dod esistè vitalmente che po- vant, que pendant trois siècles ......
che centurie e le imitazioni successive Car les pàles copies qu'on en essaye
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non apparteng ;.;o all'arte, ma sono un
fittizio richiamo a vita fittizia, in cui si
manifestano V impotenza di creare, i
difetti comuni a tutte le copie
Per verità, nella sua intima essenza, il
gotico non è più religioso dell'altre ar-
chitetture mezzane. Al tempo della sua
schietta fioritura, esso fu usato egual-
mente per ogni maniera di costruzioni,
nei ferrei castelli come nelle povere
case, nelle fortezze di guerra come nelle
chiese di pace Se ne fece il
tipo dell'arte cristiana quando l'inge-
nuità e* integrità della fede disparvero,
quando si cercò e si trovò nelle chiese
altra cosa che Dio. Fu il Montaigne, il
gajo e profondo scettico, che segnalò
pel primo, la impressione suscitata da
la fosoa vastità delle cattedrali nordi-
che ... . Alcune .... [manifestazioni
bW arte) si acconciano senza dubbio
meglio a questo che a quel modo di
sentire; ma e l'arte e un certo ordine
di sensazioni interne essendo varia-
mente comprese dai vari popoli, non è
maraviglia che le forme cangino alla
lor volta Nessun popolo cri-
stiano intese il cristianesimo allo stesso
modo d'un altro: Ciascuno
ebbe una forma architettonica consona
alia propria guisa d'intendimento ».
205
aujourd' hui ne sont pas de l'art. Elles
ne sont qu'une rósurrection factice où
so manifeste V impuissance
creatrice Le gotbique n'est
pas, par essence, plus religieux que le
bvzantin, le roman ou le elassique. A
l'époqueoù il a fleuri, il a été employó
indifferemment, dar.s toute espèce de
constructions, les chàteaux forts, les
palais, les maisons, les hòtels de ville
aussi bien que les óglises. On n'a songó
à en faire le type de l'art chrótien que
lorsque la nai'vetó de la foi a disparu,
et qu'on a vu dans les temples autre
chose que Dieu. N'est-ce pas Montai-
gne, ce sceptique charmant, qui le pre-
mier a signalé l'impression qui se de-
gagé de la « vastité sombre de nos ca-
thédrales? > Ce n'est point
à dire, que certaines formes de l'art ne
s'harmonisent pas mieux avoc tels ou
tels sentiments. Mais les sontiments
qu'a fait naitre le christianisme ont
variò suivant les pays et les races. Le
christianisme n'a jamais été compris
de méme, surtout chez le peuple ....
.... Quoi d'ótonnant que les édifices
qui lui ont été consacrés, aient été in-
spirés par un goùt diflerent, chez ces
nations diverses? ».
Sono pochi saggi, ripeto ; ma da questi pochi — raccolti du-
rante una prima lettura, da chi non s' è mai occupato in partico-
lare di tali studi — è lecito, panni, arguire il meraviglioso lavoro
d'intarsio di tutto il volume. E taccio — o, parlerò, se occorra,
un'altra volta — delle parafrasi, delle compilazioni, delle remi-
niscenze.
Strano! — il signor Mantovani, cosi fedele nel trascrivere
quando non cita o cita a mezzo, è altrettanto infedele quando cita
di proposito.
Pag. 25: « Ne andarono pazzi (delle donne veneziane) tulli
i visitatori stranieri, che la poesia di Venezia conobbero per
lungo e intelligente soggiorno. Fatevi narrare da Alfred de
Musset i tranquilli amori di San Biagio e della Giudecca ......
Il critico allude alla nota canzonetta del Musset: A Saint-Blaise,
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à la Zuecca. Badi però: questa non si riferisce punto, com'egli
mostra di credere, a donne e ad amori veneziani, bensì, ed esclu-
sivamente, alla Sand. Il critico se ne persuaderà di leggeri, ove
faccia attenzione alla data della canzonetta : « 3 Février 1834 »,
e la riscontri colle parole di Paolo de Musset: « Vers le milieu
de février ecc. » (1) ; sopra tutto ove ravvicini il verso
« Dans les prés fleuris cueillir la verveine » al verso « L as-tu
vu sur les fleurs des prés » e sgg. d' un'altra notissima
poesia d' Alfredo, A mon frère revenant d % Italie (2).
Pag. 86 : « Scrive il Hartmann, il terribile pessimista, che
V arte deve essere un raggio di sole entro la notte dei contrasti
e degli affanni, che avvalori tutta quanta la vita dell uomo, e
n»m più » — « Deve essere »? « Che avvalori tutta quanta la
vita dell uomo, e non più » ? Ma Edoardo Hartmann non ha mai
scritto questo, non ha mai proposto air arte un ufficio determi-
nato, nè quello che vorrebbe assegnarle il signor Mantovani, nè
altri; egli s'è inteso soltanto di rilevare e analizzare gl'intimi go-
dimenti che T arte e la scienza in genere (Kunsl und Wissen-
schaft) recano a chiunque le eserciti con intelletto <T amore (3).
— Il signor Mantovani svisa il pensiero del filosofo tedesco, per
la buona ragione che non V ha letto e che ne riferisce le parole di
seconda mano, a memoria, alterandole. E la sua fonte è lo studio
del Panzacchi sul Pessimismo (4) ; tanto è vero che il Panzacchi
conchiude : « Bisogna assolutamente che V arte sia una carezza
alla vita » — e il signor Mantovani, impcrturbato : « V arte
dev* essere una carezza alla vita ».
Pag. 314: La basilica di San Marco è « secondo V espres-
sione del Ruskin, la cronaca lapidea delle lagune . ... la cro-
naca prodigiosa fatta d' alabastro anzi che di pergamena, e
scritta di dentro e di fuori in caratteri d' oro ». — Veramente
il Ruskin non paragona la basilica veneziana a una « cronaca la-
pidea » ma a un « vasto messale alluminato, ecc. ecc. » (5) ; pa-
li) Biographie ch'Alfred de Musset. Paris, Charpentier, 1877, pag. 128.
(2) Puésies nouvelles. Paris, Charpentier, 1867, pag. 260.
(3) Filosofia dell' Inconscio, parte III.
(4) Fanfulla della Domenica, anno II, n. 14 e 17; 4 e 25 Aprile 1880.
(5} J. Ruskin, The stones of Venice. London, 1853, voi. II, pag. 92. —
L 1 immagine del libro istoriato (non della cronaca lapidea) che Venezia (non il
mondo) sfoglia da otto secoli senza stancarsi, è invece del Gautier, op. ci*.,
pag. 109.
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ragone che il signor Maitovani, come credo cT aver notato, trova
poi modo d' allogare, in parte, fra i suoi.
Ma 1* istinto delle vie oblique è in lui così radicato, che do-
vendo riportare tre linee dal Gautier — dal Gautier che pur egli
copia tante volte e con tanto garbo — va a pigliartele, già tra-
dotte, in un Discorso del Molmenti ! (1)
C è una parte dell' opera del signor Mantovani che .avrebbe
l'intenzione d'essere la più seria, la più originale, la più critica-
mente condotta : Musa palustre ; ma, vedi caso ! proprio questa è,
quanto al contenuto, la più fiacca. L' autore si propone di riassu-
mere la storia della poesia vernacola veneziana ; ma s' attiene a
una bibliografia compilata da più di mezzo secolo, nè v' aggiunge
di suo, manco male che lo confessa, la più lieve ricerca — • co-
nosce di vista appena le vicende del nostro dialetto — trascura
quasi affatto le notizie biografiche, anche le più strettamente neces-
sarie — nel ragionare dei tempi è manchevole, vago, scolorito, fin
che arriva al secolo decimottavo, di cui sa piuttosto ritrarre dalle
vecchie sintesi alcuni sparsi lineamenti comuni a tutta Italia, che
non penetrarne i caratteri, gli aspetti, i contrasti più propri di Ve-
nezia — ora si perde in analisi prolisse, ora commette dimenti-
canze inescusabili, ora si contraddice ne' fatti e ne' giudizi, nè gli
riesce mai di stabilir j on le altre letterature vernacole italiane
qualcuno di quei luminosi raffronti che pur la materia qua e là ^li
suggeriva e che ci avrebbero ben fatto intendere il come e il per-
chè della fortuna tanto minore dei nostri poeti — e quasi da per
tutto prodiga le inesattezze, le generalità, le ripetizioni, le ampli-
ficazioni; e tutto, sotto le carezze frasajuole della sua penna, si
spiana, s' uniforma, si liscia. Sicché della lunga storia ch'egli è ve-
nuto, a modo suo, riepilogando in duecento e più pagine, non ci
resta, a lettura finita, un' idea nè più larga, nè più precisa, nè più
ragionata, di quella che ne avessimo prima.
E anche qui mi restringo a poche prove soltanto : chè a pas-
sarle tutte in rassegna, non mi basterebbe 1' intero fascicolo del-
l' Archivio.
Neil' esordio (pag. 95) l' autore dichiara, come già accennai,
(1) Cfr. Lagune, pag. 57. — P. G. Molmenti, Vittore Carpaccio t Discorso.
Bologna, Zanichelli, 1881, pag. 49. — T. Gautier, op. cit., pag. 229.
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di servirsi unicamente « della bibliografìa impressa da Bartolo*
meo Gamba nel MDCCCXXXH, che si trova essere la più com-
pleta ed esatta » ; e, quasi a giustificarsi, soggiunge : « gli
altri componimenti che rimangono inediti offrono tutti molto
minore interesse degli stampati e non possono certo reggere al
paragone con questi». — Ma, viceversa, io leggo a pag. 177:
« La stolta verecondia degli amici e degli editori non consenti
che fossero stampate molte sue cose bellissime (di Angelo Maria
Barbaro) per la libera franchezza del dire; esse rimangono tut-
tora inedile, e sarebbero prezioso documento umano e civile » ;
e a pag. 259 : « rimase inedita la raccolta degli scritti satirici,
la miglior parte del Buratti, F opera sua più grande ». — Coe-
renza : sentenzierebbe Gabriele d' Annunzio.
Dal Lamento della sposa del crociato il signor Mantovani
salta a occhi chiusi al Lamento di prete Agostino, vale a dire dal
1277 al 1518; e non un cenno di quella rigogliosa fioritura poe-
tica franco-veneta, a cui la critica moderna ha assegnato un posto
e un'azione di tanta rilevanza nello svolgimento dell'epopea ro-
manzesca in Italia — e non un cenno di quel lungo Sirventese in
lode di Venezia, che nella sua monotona aridità è pur sempre insi-
gne documento della potenza politica e della floridezza commer-
ciale della repubblica, negli ultimi anni del dogado di Tommaso
Mocenigo (1) — • e non un cenno degli influssi e dei mutamenti su-
biti dal nostro dialetto in quei due secoli e mezzo, mutamenti che
provocarono più tardi qualche parziale tentativo di reazione let-
teraria.
A pag. 138, il signor Mantovani ci fa sapere che le Desperaie
di Andrea Calmo (1553) sono stramberie « senza esempio ». —
E noi, i quali credevamo che stramberie affini, molto affini d'into-
nazione, sebben diverse di metro, si potessero rinvenire nella poesia
italiana duecento e più anni prima della nascita del Calmo ! — e
che al secolo decimoquinto appartenessero certe Disperate di certo
Serafino Aquilano, sulla cui tomba si potè incidere il distico :
(1) Coli' appellativo generico di « quartine » è designato nell'edizione in-
completa del 1839, Per nozze Galvagna-Albrizzi, e nella Haccolta di poesie in
dialetto veneziano (Venezia, Cecchini, 1845). Ma si tratta proprio d'un sirventese
a strofe tetrasticho continuate e intrecciate: d'un sirventese, come fu modificato
nellu disposizione delle rime sul finire del trecento, e coltivato, meglio che da
ogni altro, dal nostro Leonardo Giustiniani, nella prima metà del quattrocento*
— T. Casini, Sulle/orme metriche italiane. Firenze, Sansoni, 1884, pag 1 . 00.
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Carmina plectra sale* risus upefi gaudio cantu*
Hoc sita sunt tumulo, quo Seraphine jaces,
e le cui edizioni si moltiplicarono fin oltre la metà del secolo se-
guente ! (i)
« U Griffi — trovo a pag. 208 — prende i soggetti dette sue
favole in parte da uno sfrano mondo cinese, tartaro, o
persiano, ch % egli si foggia neW imaginazione, a somigHanza di
quegli strambi affreschi del Tiepolo ne la villa Valmarana,
dove brulicano figure ornale di cappelli che sembrano pagode
e di vesti che sembrano paraventi: mondo fantastico e para*
dossale, pieno di 'minutaglie e di inverosimiglianze, chea lui
come al Tiepolo, come al Gozzi, servivano per esprimere e dar
corpo a* cento capricci del cervello ». — Vedi come il
critico rimpicciolisce i fatti, come riduce a mera fantasia indivi-
duale ciò che fu tendenza caratteristica d' un solenne momento
storico ! Quel mondo orientale, cui egli accenna cos'i alla leg-
gera, fu ben altro e ben più d'una fuggevole capricciosa inven-
zione del Tiepolo, del Gozzi, del Gritti : fu nel secolo passato
il tema favorito d'una folla di scrittori (ricordo per tutti e su
tutti il Voltaire) che si servirono a preferenza di quelle società
lontane, conosciute a mezzo, tanto diverse e, nel loro passionato
giudizio, tanto più savie delle nostre, per satireggiare le leggi,
gli instituti, i costumi della crollante Europa, per incarnarvi i
nuovi ideali umanitari, per trasportarvi le vagheggiate visioni
d'un avvenire di pace, di giustizia, di libera operosità. E codesto
mondo passò allora, con intenzioni filosofiche o meno, dal trattato
e dal racconto sulla scena: dove tra gli eroi compassati della tra-
gedia academica e gli eroi piagnucolanti del melodramma e del
dramma borghese, furono visti comparire, agitarsi, teorizzare sen-
timentalmente i novissimi eroi cinesi, tartari, persiani: e, aggiun-
go, americani ed indiani. Informi anche il Metastasio, anche il Gol-
doni, anche il Chiari.
Colla medesima larghezza di cultura, il signor Mantovani at-
tribuisce in proprio alla poesia vernacola del Lamberti (pag. 234)
(1 DI SEIiAPHlSO ! AQVILANO ! POETA ELEGANTISSIMO | Opere,
nudamente ricorrette, et \ con diigentia impresse , IN VENEGIA MDXLV11I,
P&£. 106 e8g£. — <Jfr Mazzccchelm, Scrittori italiani, tomo 1, parte II, pa£.
904 - A. D'Ancona, Studi di critica e storia letteraria Bologna, Zanichelli,
pag. 186.
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queir antitesi fra la natura, madre d'ogni bella e buona cosa, e la
società, turpe invenzione dell' uomo, che è per contro un vecchio
motivo idillico di quasi tutta la poesia italiana, divenuto in se-
guito. — specie per T importazione delle idee del Rousseau, di cui
certune del Lamberti non sono che un'eco lontana — motivo fi-
losofico.
Del resto, quanto perspicue e quanto ferme siano le idee del
critico circa il secolo decimottavo, apparisce, fra altro, da questi
due passi, che si leggono nel suo volume a una sola pagina di di-
stanza. Pag. 201-202: « Le mutate condizioni ciotti hanno
ormai scissa la fitta compagine acade mica che legava fra loro
le intelligenze, le, lasciano più libere, offrono loro molteplici m-
spirazioni, che esse accolgono secondo la propria natura
È cosi che la oppressa individualità si rianima e si apre una
via È così che Venezia ebbe i tre migliori poeti del suo
dialetto: Francesco Gritti f Antonio Lamberti e Pietro Baratti».
Pag. 203: « Nel resto il G ritti non è originale^ nè V originalità
era facile od anche possibile al tempo suo » !
Di Giorgio Baffo, nato nel 1091, il signor Mantovani tocca,
non si sa perchè, dopo il Labia, dopo il Barbaro, dopo il Mazzola,
dopo il Gritti (pag. 280, 281); e soggiunge che con lui e col Nalin
si chiude la serie dei poeti dialettali veneziani. Nuova cronologia !
— E siccome il Gamba afferma che « non v ha scritto di Gior-
gio Baffo che non sia licenzioso » (1), così egli copia e rincara
la dose: « non un solo emistichio di lui va immune di una lai-
dezza ». Eppure lo stesso compilatore della Raccolta del 1815
non aveva mancato d' avvertire che, se il Gamba si fosse data la
pena di scorrere per intero i quattro volumi del Baffo pubblicati
nel 1781), avrebbe mitigato alcun poco la sua sentenza (2). —
Ciò, s' intende, non per il poeta, animale porco e sporco se altri
mai, ma per la verità.
E dal Gamba è tolto il giudizio di Ludovico Dolce su Antonio
Molino, giudizio che il signor Mantovani dice male espresso, e io
dirò piuttosto, con sua buona licenza, male copiato (3) — e al
Gamba appartiene queir osservazione cosi vera, che il senso gen-
tile dei nostri gondolieri corresse il travestimento vernacolo della
(1) B. Gamba, Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano. Venezia,
Alvisopoli, 1832, pag. 154.
(2) Raccolta di puesie in dialetto veneziano. Ven., Cecchini, 1845, pag. 507.
Lagune, pag. 111. — Gamba, vp. cit., pag 80.
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2ÌÌ ■
Gerusalemme, in tutti quei luoghi dove accennava a trascórrerà
nella scurrilità e nella parodia (1).
Ma a proposito del Tasso, il critico continua : « Nel Goffredo
(i gondolieri non usavano il liiolo di Gerusalemme liberata o
conquistata) v è il soffio aqilanle de W epica religiosa, del fiero
amore della palria e dell 9 arte (?), come nelle storie di EnHco
Dandolo, di Carlo Zeno, di Sebastiano Veniero, di Francesco
Morosini. In questa analogia fra lo spirilo storico di Venezia e
quello del Tasso, va cercata la causa della fortuna eh* ebbe que-
sti nelle lagune. Il popolo, ormai non più condotto in lunghe
guerre e in spedizioni lontane, non più avvezzo a combattere le
pugne titaniche d' una volta, soddisfaceva il bisogno
naturale di azime esterna, V istinto avventuroso, le sue stesse
idealità politiche (?), imparando a memoria il poema di Tor-
quato. Forse, ripetendo le ottave sonore di tanto cozzar d" armi
e di tante grida trionfali, quel popolo ripensava al tempo antico
con desiderio ed invidia, gli piaceva queir intreccio di fatti pie-
tosi e superbi, lo esaltava la decorosa magnanimità di quel
duce e di quelli eserciti (pag. 1G7, 168).
Or è possibile, domando io, commettere con più sicumera
più peccati d'ignoranza? — No, caro signore: il segreto della
fortuna della Gerusalemme, cos'i a Venezia come altrove, è da
cercarlo non nel « soffio agitante dell* epica cristiana », non nel
« fiero amore della patria », che nessuno del resto, fuorché Lei,
ri trova ; ma proprio in quello spirito romanzesco e fantastico di
cui tanto s' accorava il poeta; sopra tutto nella sensualità velata
di misticismo, nella passione lacrimosa, nella dolcezza idillica, nella
musicalità, che son le note più caratteristiche e della poesia del
Tasso e dell'anima e della vita italiana in quei paesi dove il Tasso
fu più popolare ; anzi, in un certo periodo, dell' anima e della vita
di tutta Italia. Tanto è vero che gli episodi preferiti furono da per
tutto gli amorosi; tanto è vero che il primo canto che qui a Ve-
nezia si pubblicasse a parte, con favore -straordinario, fu quello
d'Erminia (2), divenuta indi a poco nel linguaggio della nostra
plebe un' antonomasia ; tanto è vero che questo canto si ristampa
anche oggi ne' fascicoletti a due soldi (3). — Sono dunque, salvo
(1) Lagune, pag. 166. - Gamba, op. cit , pag. 136.
(2) B. Gamba, op. cit., pag. 136.
fi) La Gerusalemme liberata, con prefazione di Guido Mazzoni. Firenze,
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le debite restrizioni, le cause stesse della voga eh 4 ebbe più tardi
il Metastasio :
Il gondolier ch'Erminia sol sapea,
Or va cantando Arbace ed Aristea (1).
Ma prima di finire, e perchè s 1 abbia un concetto preciso del
valore critico di codeste Lagune, ne prenderò in più accurato
esame due luoghi importantissimi. Nel primo si tratta del già ri-
cordato Lamento della sposa del crociato ; nel secondo, dei con-
tastorie veneziani
Pag. 97 e sgg. : il Lamento « sta scritto a tergo d' un rotolo
di pergamena, ridi' archivio di Sant'Urbano». — La notizia è
tolta dal Brunacci (2); ina il buon abate scriveva nel 1759, e l'Ar-
chivio di Sant' Urbano, appartenente al monastero di S. Maria in
Praglia, è stato soppresso fin da' primi anni di qnesto secolo, e nel
1848 incorporato al Museo Civico ! — E nè anche esiste più il ro-
tolo di pergamena ; almeno quel dotto uomo che è il prof. Gloria
ne ha fatto le più insistenti e diligenti indagini, senza riuscire a
scoprirlo.
« // linguaggio ne è rustico ». — Non tanto però che
dal fondo plebeo non si stacchino qua e là voci e maniere proprie
del frasario cortigiano (3). Che se il critico fosse appena all'alfa-
beto della poesia italiana del secolo XIII, avrebbe potuto rilevare
di prima vista una tal quale differenza idiomatica tra i primi set-
tanta due versi e gli altri trentasei : differenza tanto meno trascu-
rabile, quanto corrisponde intimamente all'indole diversa dei due
amori cantati nel Lamento.
Del quale, il signor Mantovani riporta dal Brunacci alcuni
squarci ; ma li riporta quanto più scorrettamente può (4) ; e non
Sansoni, 1883, pag. XXIV. - Cfr : L. Settembrini, Lezioni di letteratura ita-
liana Napoli, Morano, 1870, pag. 252 — G. Carducci, Studi letterari. Livorno,
Vigo, 1874, pap: 132. — F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana. Na-
poli, Morano, 1879, pag. 103, 108.
(1) A. Bertòla. Al S''pAa'o di Metastnsio, ottave — app. G. Carducci,
Poeti erotici del secolo XV 111. Firenze, Barbera, 1808, pagr. XXVI.
(2; G. Brunacci, Antiche origini della lingua volgare de* Padovani, Vene-
zia, MDCCLIX, pag X.
(3) P. e : «• et fino amor » — « entendanza » — « fè Hai » — « viso darò »
— « rica aventura » — « alta per natura > — <v querir mercè » ripetuto parec-
chie volte — ecc.
(4) « En zoa » per « en la soa » — « ogni » per « ogna » - «pianto * per
« pton/o » — * pianto * per « piante # — « torna in canto » per « v*en en tanto »
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Immagina neppure, nella sua beata innocenza, che esista una le-
zione del Carducci, di grafia più agevole alla comune dei lettori
d'un libro come il suo (1).
E nondimeno, se non fossero codesti squarci, dubiterei pro-
prio ch'egli avesse letto il Lamento; tanto è sbalorditoja la pa-
rafrasi ch'egli ne dà. — • Lasciamo che la « bona zilosia » del
testo è interpretata per la « triste gelosia della lontananza », e
soffermiamoci al capoverso seguente :
« E il pellegrino, su la terra infida ore accampa, sotto la
tenda che gli cela te sfelle, non può trovar sonno, o si desta
mila visione di lei che egli adora e che lo fa tanto penare. E
anch' egli pùnge e si lagna pel suo amore e per la sua donna,
mentre quesla*piange e si lagna pel suo amore e pel marito che
(ha lasciata e non tornerà più ».
Ma dove diavolo il signor Mantovani ha pescato la terra in-
fida, fo tenda, il non tornerà più? Il pellegrino della Cantilena
abita nella città stessa della sua donna e la vede e talvolta anche
le parla :
Eia li sta col viso claro
, Quan li favela ; mai de raro
I averi quela rica «ventura:
Kè Tè si alta per natura,
Ke, quando el è da lei apresso,
De dir parole sta confesso,
E sta contento en lo guardare; (vv. 85-91 )
e mentre succede tutto questo, il marito, che stando al nostro in-
terprete « forse non tornerà più », è già tornato da un pezzo :
K'el'atendè tanto al mano
K' el so deserìo fo compilo.
En verso lui mostra legreza,
Lassando tuta la grameza (2).
Dopo ciò, sarebbe vano chiedere al signor Mantovani un' opi-
nione qualsiasi sulla natura di questo prezioso cimelio della lette-
ratura dialettale ; a lui basta concludere, oh novità d'erudizione!
(, he « doveva cantarsi su una melodia popolare » — e non piut-
~ « tuiga »> per « minga » — « venire »> per « vegnire » — « so bona » per « fo
bona » — « ca p 0 » p er « cavo » — ecc
(h G. Carducci, Cantilene e Ballate, ecc. Pisa, Nistri, 187], pag. 22-2C>.
(2, Mi viene un dubbio: questi versi sarebbero stati spostati?
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tosto una parola suir ipotesi tanto ragionevole del Bartoli, che
<c sia frammento di più lunga poesia mescolata di narrazione e
di dialogo, in cui dovessero essere attori la sposa del crociato,
donna Friooa, il pellegrino e le donne » (1).
Nè il giudizio del signor Mantovani circa il valore letterario
del componimento, si mostra più sicuro; perchè dove prima aveva
affermato che « la frase tentenna incerta e dice meno che non
voglia », otto linee dopo si disdice: « la forma lascia trasparire
intero, cosi senza abbellirlo come senza oscurarlo, il contenuto ».
Il critico risponderà, immagino, eh' egli non ha voluto diffon-
dersi in particolari, che il suo è un rapido riassunto e un'altret-
tanto rapida illustrazione. E nessuno, in verità, gli chiede di più;
ma in sei pagine di roba — in un volume dove non c'è frasa che
non sia stata arricciata, verniciata, leccata — qualcosa di men vol-
gare e di più coscienzioso avremmo, credo, il diritto d' aspettarci !
E passo ai contastorie.
Pag. 283 e sgg. : « Nel volgo degli isolani serpeggia
ancora e mormora su la bocca dei nonni la leggenda cavalle-
resca, che si sparse a Venezia sin dall' 'età mezzana e vi fu rin-
vigorita e perpetuala dalla Gerusalemme del Tasso. Gli eroi
delle Crociate non sono spenti nella coscienza di questi marinai
che furono signori dell' Adriatico e dell' Jonio e parlano de 9
paesi d'Orinile come di luoghi vicini, dove si va in un salto e si
è in casa propria ; i nomi di Orlando e di Ruggiero e Ricciardo
vi rimasero impressi Hanno i loro contastorie, rapsodi
analfabeti, che tengono vivo lo spirito amante di gloriose avven-
ture e di favo 7 e. Io ne ricordo uno, vecchio di Pellestrina, dal
berretto rosso e dal largo pastrano dalmatico, un bel tipo di na-
vigatore in riposo, ma pieno ancor di vita negli occhi usati a
interrogar V orizzonte. Ai giardini pubblici, egli sedeva in alto
d 9 una montagnola il vecchio traduceva nella sua libera
prosa il contenuto di poemi diversi e disparali, cucendone in-
sieme i brani, foggiando un bizzarro accozzo di tradizioni re-
mote. Ogni sua parola era poesia, e la cantilena del dialetto iso-
lano ne accompagnava i moti con le cadenze profonde:
« — re Argante et bestemiave Idio e 7 pare ve luto
spiritao da la bile. El bon cavaliero Tancredi monte in scia, ci
(1) A. Bartoli, Storia delia letteratura italiana, Firenze, Sansoni, 18*79,
voi. II, pa$. 98.
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ciape a durindana e 7 dixe: Vie' acanti, felone, se ti ha cuore!
A saveu, fìoi y 'ossa 'he cole dire feloneì .... A sarta come
'he nualiri diressimo .... — e qui una sudicia e scultoria frase
del gergo ».
Intanto : che la Gerusalemme abbia rinvigorito e perpetuato
a Venezia la leggenda cavalleresca del Medio Evo, è affermazione
così vaga e cervellotica, com'è spropositata l'altra della popola-
rità di Ricciardo e di Ruggiero, scambiati probabilmente con Ri-
naldo ed Uggeri.
E nemmeno è esatto chiamare i nostri contastorie analfa-
beti, quando anzi taluno di loro è, a modo suo, vero e proprio
letterato (i).
Il vecchio dei giardini pubblici non può esser altri che Er-
menegildo Sambo. Ora il Sambo era nato a Chioggia, non a Pel-
lestrina. E non è vero ch'egli cueisse insieme « brani di poemi
(licersi e disparati, foggiando un bizzarro accozzo di tradizioni
remole ». Si veda, per un esempio, la sua Rotta di Roncisvalle y
riferita testualmente nel bellissimo studio del Fusinato : a quella
narrazione hanno concorso non già « poemi diversi e disparali »
ma semplicemente redazioni varie del racconto medesimo, e forse
anche, secondo pensa il Fusinato, un filone di tradizione orale, in-
dipendente da ogni influsso letterario. Nò la mescolanza era in
ogni caso opera del Sambo, il quale altro non faceva che racco-
gliere e ripetere con esattezza scrupolosa tutto che gli era stato
tramandato o insegnato.
Quanto alla citazione: « . . . . re Argante ci bcstemiave Mio
ecc. ecc. » essa è un magro parto della facoltà inventiva del si-
gnor Mantovani. Perchè, in primo luogo il Sambo non raccon-
tava mai la Gerusalemme liberata — in secondo luogo, la grafia
dello squarcio che gli viene attribuito non corrisponde nè al suo
vero dialetto nè alla sua vera pronuncia — in terzo luogo, quan Jo
mancassero altri argomenti, basterebbero a tradire la falsifica-
zione quelle parole: « El bon cacai iero Tancredi monte in sela,
e't ti'ipe a durindana ». Certo, durtindana ha per noi
il significato generico, un po' donchisciottesco a dir vero, di spa-
[\ Per questa e per tutte lo notizie che seguono, v. G. Fusinato, Un can-
tastorie chioggiotto. Giornale di filologia romanza, n. 9; — cfr. anche R. Renier,
la discesa di Ugo a" Alt) ernia allo Inferno. Bologna, Romagnoli, 1883, pag.
CLXXlIcsg,?.
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. 21(1
da, spadone; ma per il cantastorie, no. Il cantastorie, religiosa-
mente fedele alla tradizione, se non altro perchè la fedeltà è il
massimo pregio che in lui ricerchi ed ammiri 1' uditorio, non
chiamerà durindana che la sola spada d'Orlando. Lo sappiamo
dal Sambo stesso: « Olivieri glie dà un gran ro verso
co' la spada che se chiamavi A If achiara (perchè alora tute le
spade gai' èva un nome, come i omeni; cussi gitela de Orlando
se chiamava Durlindana, quela del D inese Cortona, e cussi
tuie le altre) .... » (1).
Ma basta anche di ciò ; basta di questa Musa Palustre, dove
non è nè larghezza geniale di sintesi, nè acume d'analisi, nè bontà
di metodo, nè novità di vedute, nè copia e precisione di notizie :
tanto da potersi dire che nel volume del signor Mantovani, con-
siderato come lavoro critico, le sfrontate ruberie dell' amanuense
s' alternano con la garrula superficialità del dilettante.
Resterebbe a esaminarlo come opera d'arte; ma e l'indole
della nostra Rivista non lo consente, e forse il tema mi porterebbe
troppo lontano. Riassumo dunque il mio pensiero, e concludo.
Delle idee, al signor Mantovani poco importa: caso mai, e
son casi che gli succedono cosi spesso ! egli sa bene dove andarle
a pigliare. Ciò che gli sta a cuore è tutt' altra cosa : è 1' epiteto, è
T avverbio, è la frase, è Y onda del periodo ; le parole hanno per
lui, come avevano già per i puristi, un pregio e una bellezza in-
trinseca, indipendente dai concetti che son destinate ad esprimere.
Ma nè anche nel meccanismo puro della forma gli riesce d'essere
originale ; e come la prosa dei puristi è tutta reminiscenze del tre-
cento e del cinquecento, così la sua è tutta reminiscenze contem-
poranee, italiane e forestiere. Spesso tu non sapresti indicare con
precisione da chi e come egli abbia attinto, ma pure la frase, la
cadenza, il periodo ti si compiono nella mente prima che tu li ab-
bia rilevati per intero sul libro. Il sommo dell'arte sua sta nel tro-
vare di quando in quando un vocabolo vistoso, un giro ambizioso,
un vezzo di trasposizione, un effetto coreografico di descrizione,
una volata romantico-sentimentale : altrettante prove della sua or-
ganica incapacità a produrre alcun che di schietto, di virile, di
fortemente meditato e disciplinato.
Parrà incredibile ; ma leggendo codesto libro, che ha tante pre-
ti) G. Fusinaxo, op. cit., pag. 177.
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217
lese di modernità, non poteva uscirmi dalla memoria il marchese
Basilio Puoti. « Ricordo sempre — scrive il Bonghi — lo strano
spettacolo che mi riuscì, un giorno che andai a fargli visita, il sen-
tirlo a risolvere con un suo scolaro se in un periodo del Serdonati,
ch'egli attendeva a ristampare, s'avesse a leggere potrcbbono o
potrebbero. Tutta la materia della d cisione la raccoglieva leg-
gendo il periodo più volte da capo, e procurando che V orecchio
gli deliberasse se V una o V altra terminazione tornasse più so-
nora — Cosi m'immagino che debba pensare e scrivere il signor
Mantovani. L'orecchio esercita in lui le funzioni del cervello.
Antonio Fradeletto.
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BULICHINO DI BIBLIOGRAFIA VENETA
(v. tom. XXVI, pag. 201)
39. Chronicon Vcnctum quod vulgo diclini Altinate, edidit
H. SlMONSFELD.
Abbiamo potuto vedere questa nuova edizione dell* Altinate, la quale oc-
cupa le prime pagine (1-97) del tomo XIV desili Scrittori nei Monumenta
Germania* Historica. I nostri lettori, che sanno (Archivio Veneto, tom. XVIII *
e segg.) con quali e quanto pazienti studi s* apparecchiasse il Simonsfeld a que-
sto critico lavoro, possono argomentarne l'importanza. Ci basti dunque annun-
ziarlo. Ben è da deplorare che a cosiffatte fatiche non si sobbarchi alcuno dei no-
stri studiasi, a cui non manchi né la dottrina, nò la critica, nò la perseveranza
dei nostri amici d'oltralpe. Allora fora' anche si eviterebbero alcune mende, da
cui uno straniero non può sempre assolutamente guardarsi. In via d'esempio, ove
1* Altinate, parlando della spedizione di Udalrico patriarca d'Aquileia «super
Graduili, volens capere castroni ipsum », soggiunge: « quod cum duci nunciatum
fuisset, paratas quas habebat protinus misit galea». Sed quedam galea de Con-
tratta, alias preeedens galeas, venit ad locum ad quem venerant hostes » (pag.
77). Qui il Simonsfeld annota: « Vocem contrada lingua italica significare
Strasse vel Gerjend notum est; excidit fintasse nomen ipsius contratae » (not. 7).
All'erudito editore sfugge il significato che i nostri antichi davano alla voce
Contrade, Eppure egli conosce i libri del Filiasi e del Sandi, ove è ricordato che
Torcello e ìe sae contrade (Sandi, I. 541) dava soldati, marinai e navi alle armate
delia Repubblica, e, « benché fosse ormai in grande decadenza dieile tre
(galere) compiutamente armate nella celebre guerra genovese del 1379; die<lele
però unitamente alle isole (cioè alle eontrad**) che da essa dipendevano » (Filiasi,
III, 198). Ma qui è proprio il caso di ripetere l'oraziano: Ubi plirra nitent ....
40. Die Verlrdge dar Kaiser mil Venedig bis zum Jahrc
083 von Adolf Fanta.
Nelle Mittheifuìiffen des Iastitnts /«V osterreichisrhe Gcschichtefomchunci
(I Krganzungsb., I Heft, pag. 51 e segg.) troviamo questo importante studio, del
quale renderà conto ampiamente m i fascicolo prossimo il nostro valentissimo
professor Carlo Cipolla.
.41. Die Briefsammlungcn Petrarca* s (Le raccolte delle
lettere del Petrarca ed il gran cancelliere Benint-endi — de' Ravi-
21Ò
gnani — ) di Giorgio Voigt. Monaco, 1882, pag. 101, 4.° (Estratto
dagli Atti dell' Accad. bavarese, ci. Ili, tom. XVI, p. III).
Trattando delle lettere originali del Petrarca, VA. ricerca se la loro forma
esterna, quale si trova, per esempio, nello edizioni di Basilea e nella Raccolta del
Fracassetti, sia o no originale. A questo fine indaga l'origine delle varie raccol-
te. Stando anzi tutto, come importantissim i, quella di dieci lettere, senza dubbio
originali, della cui conservazione siamo debitori a quello stesso che le ricevette,
oioè a Moggio da Parma, amico ed ammiratore del Petrarca. Osserva l'À. che in
queste lettere la sottoscrizione è alla fine, come si usa nelle moderne, e che, in
cinque di esse, lo scrittore si rivolge alla persona cui scrive, usando il numero plu-
rale contro l'uso antico. E eerto, dice FA., che la forma presente (conforme al-
l'antica latina) fu introdotta in esse dal primo editore Sebastiano Manilio ro-
mano, che le pubblicò a Venezia nel 1402. Mette poi in dubbio l'originalità
delle due lettere del 1338 e del 1341 a Giacomo Colonna, anche perchè in quel
tempo erano in uso simili falsificazioni; e sostiene che furono falsamente attri-
buiti alla mano dei Petrarca i due manoscritti delle lettere di Cicerone; ma crede
genuina la lettera a Leonardo Beocamugi (data da Venezia, 4 Gennaio 13G2).
Discorre pai della redazione delle varie raccolte di lettere petrarchesche, no-
tatalo ohe il Petrarca non usava dettarle, ma faceva ricopiare quelle a cui attri-
buiva maggior valore letterario. Non si può determinare quando sia sorto in lui
il pensiero di riunire in un libro le sue lettere famigliari. Voleva egli bensì far
credere di essere poco soddisfatto delle opere sue, ma le amava come qualunque
altro, non esclusi i sonetti, che ben presto lo resero celebre, e dei quali pure
spesso parlava, come se dovesse vergognarsene. Alla raccolta delle sue lettere,
tracie pubblicò poi Giovanni da Ravenna nel 1305, il Petrarca pensava di dare
il titolo: liber de rebus fftmiliarìhns ; erano 350, e già Secco Polentone le eono-r
•**eva divise in "24 libri; sono esse conservate in tre manoscritti, due parigini ed
uno romano, secondo il quale le pubblicò il Fracassetti. Oltre a queste lettere
abbiamo nelle edizioni un altro gruppo col titolo: Variarinu epistolarinn liber,
la cui conservazione si deve attribuire agli amici ed ammiratori del Petrarca,
Francesco Nelli, Marco Barbato da Sulmona, Benintendi do' Ravignani cancel-
liere della Repubblica Veneta e finalmente un anonimo. I/A. con ingegnose ri-
cerche, e dopo aver trattato diffusamente della vita e degli scritti del cancelliere
Benintendi, riesce a provare che questo anonimo fu il veneziano Paolo de Ber-
nardo. Tutto il lavoro è condotto con accurato studio delle fonti, ed illustra in
buona parte la vita del Petrarca e quella del Benintendi, nonché il tempa in cui
vissero. \on vogliamo peraltro dissimulare air A., che se egli vorrà rileggere
VArehìrin Veneto, toni. IV, pag. 389, potrà riconoscere l'equivoco in cui lo trasse
il Basehet, relativamente al cancelliere Corrado (pag. 51). Come documenti, se-
maio alla dissertazione diecinove lettere latine, edite ed annotate con molta cura.
42. Emilie Vanden Bussche. Bruges et Venise. Quelques
notes sty* Ics relations pohtiques et commerciales qu eùrent en-
tro elles ces deux villes au moyen àge.
K un articolo (pag. 357-308) del giornale La Fiandre, Henne des Moutf-
l'ients- d' Histtùre et d* AntiquiUks (ann. 1883), a cui speriamo che seguano altri
t' più importanti, giacché 1* A. dice elio attende a uà tro.mil. ylm grami ci ylm
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ds Vorìent mropSen. oeuvre laboricme, qui notts demanderà eneore de loiujues
années et beaueoup de reeherches. Fra le altre rose, l'A. si propone di visitare
grli Archivi italiani e speoialmente quello di Venezia, del quale egli ricorda la
raccolta dei Patti e dei Commemoriali. Non pare peraltro che egli conosca i Re-
presti del nostro bravo Predilli. Nei quali avrebbe potuto notare le commissioni
date nel 1319 ad un ambasciatore veneziano per il conte di Fiandra e gli scabini
di Bruges (II, 202); l' eccezione fatta al commercio veneziano in Bruges, e, vice-
versa, le concessioni e le promesse fatte ai veneziani dal borgomastro, dacrli sca-
bini e dal Consiglio del Comune della stessa città nel 1322 (II, 321, 322), e nel
1357 (V, 220, 221); la parte che ebbe nel 1358 Daniele Cocco, console veneziano
in Bruges, per la questione delle franchigie commerciali (VI, 17, 25); la decisione
del borgomastro e degli scabini di Bruges a proposito di una lite insorta nel
1362 (VI, 304) eco. ecc. Sarebbe troppo lunga l'enumerazione dei documenti, spe
cialmente ora eh' è uscito in lu^e il terzo tomo dei Regesti medesimi. Se l'A.
vorrà consultarli, vedrà, anche senza uscire dalla sua patria, allargarsi straordi-
nariamente il campo alle sue ricerche, e riconoscerà la speciale importanza del-
l'opera a cui il eh. prof. Predelli ha posto mano per consiglio della veneta De-
putazione di Storia Patria, ed a cui, per benevolenza del R. Ministero, speriamo
che presto darà compimento.
43. Docurnenis inédits relatifs à V histoire de la Grece au
Moyen dge publìós . . . par C. N. Sathas. Ven., 1882-81, Visen-
tini, tom. III-V, pag. IV, 506, XCI, 341, 341, 8.° gr.
L'editore, pubblicando questi tre tomi, si è affidato a mani migliori. Leg-
giamo in fatti (IV, xci): c M. Giorno, le paléographe si distingué, a eu l'o-
bligeanee de surveiller très avec beaueoup de soin la publication de ces Sta-
tuts ». Non s'incontrano dunque più i farfalloni che abbiam notato altra volta.
Ma con qual criterio siano stati scelti i documenti, almeno dei tre primi tomi,
non sapremmo ancor dirlo. I due ultimi contengono gli statuti di Corone e Mo-
done, Nauplia, Monembasia ecc. ecc. Non sarebbe giusto il dire che una raccolta
così voluminosa, benché lasci molto a desiderare, sia priva d'importanza. È anzi
una nuova fonte, alla quale è vero che gli studiosi non si terranno contenti, ma
che potrà avviarli a nuove ricerche.
44. Los móiailleurs italiens des quinzième et seizième siè-
cìes par Alfred Armand architecte. Deuxiéme édition revue,
corrigóe ci consùlérablemenl aagmmtée. Paris, 1883, Plon, voi.
La prima edizione di quest'opera comparve nel 1879. Esaurita in breve, 1* A.
ne apparecchiò la seconda, riveduta, corretta e, veramente. coìisidèrable>ti<mt
uuymcntéc, giacché mentre la prima edizione ricolmava sole 750 medaglie, questa
seconda ne contiene quasi 2600, giovandosi dei recenti lavori del Friedlander,
dell' Heiss, del Keary, e dei preziosi consigli del nostro Gaetano Milanesi («c le
savant éditeur de Vasari, le mieux informe des érudits sur tout ce qui concerne
les artistes italiens »), al quale, dice l'A., « nous devons de précieux renseigne-
ments et d'utiles rectifieations » (pag. XIV). L'opera è divisa in due parti: ar-
tisti noti ed ignoti. Gli artisti noti sono disposti per ordine cronologico; le uieda-
2, pag. XVI, 308, 368, 8.°
— L
glie di ciascun \ per ordine alfabetico. Le medaglie anonime (nel secondo volume)
sodo disposte per tempo e per luogo: ad ogni quarto di secolo si rinnova la serie
per ogni provincia d'Italia. Le medaglie sono diligentemente descritte, dritto e
rovescio, e accompagnate d'utili illustrazioni; delle inedite sono ricordate le col-
lezioni che le posseggono. Chiudono tutto il lavoro quattro indici : degli artisti,
dei personaggi rappresentati, delie leggende e delle materie. Ogni desiderio può
essere cosi soddisfatto colla massima facilità ; ed anche gii studiosi di Venezia e
delle singole provincie del Veneto troveranno in quest'opera ricco alimento alla
loro curiosità e buono indirizzo ai loro studi così nel primo come nel secondo
volume. Veggansi, per esempio, le medaglie di Vittore Camelio (I, 114) e quelle
di Paolo II (li, 31), colle riflessioni che suggerisce all'Autore il confronto della
medaglia di Sisto IV: « op . Victoris . Camelio . Vb . », con quella di Paolo li ;
f ALDUS STIA . PUBLICA . PONT .MAX . ».
45. Intorno alla acconcialurd del capo e calzatura delle
donne veìieziane (sec. XV e XVI)* Venezia, 1884, Cecchini, pag.
29,8.°
Le signorine Angelina e Leopoldina, figlie del comm. Guglielmo Berchet,
ben noto ai nostri lettori, andarono spose il giorno 7 Febbraio al sig. Gì B. Cuc-
chetti e al sig. dott. Marco Allegri. Queste nozze furono care alle ninse, giacche
oltre ad un'ode intitolata La Festa delle Marie (Ven., tip. Visentini) e ad un
epigramma (Ven., tip. della Gazzetta), di cui non conosciamo gli autori, il eh.
prof. Giovanni Tamburlini pubblicò una bellissima canzone di circostanza (Vem,
tip. Ferrari), P. Radaelli ed E. Marsich un sonetto (Ven., tip. Ferrari), Pietro
dott. Piccoli uno stornello: Pax tibi Marce (tip. del giornale La Yenezia), P.
Stefanelli alcune poesie (Ven., tip. dell' Emporio), e il dott. Federico Berchet,
zio delle spose, nientemeno che la raccolta delle poesie e delle prose di Giovanni
Berchet, edizione fuori di rommercio (Ven., tip. Visentini), tratta da quella di
Francesco Cusani (Milano, 18t>3, Pirotta). Non possiamo intrattenerci su queste
composizioni poetiche, nè sulle affettuose lettere del sig. Bandarin e del sig. P.
Faustini, dirette al padre delle spose (Ven., tip. della Gazzetta), e nemmeno sul-
l'arguta scrittura di Clotaldo Piucco: Giornalisti e scrittori (Veu., tip. della Gaz-
zetta), o sulla lepida compilazione di alcuni giovialoni che imagi narono un gior-
nale Numero unico, intitolato Spruzzi, Sprazzi e Lassi (Ven., tip. Ferrari).
Diremo solo che scrittori e tipografi fecero a gara per vincerei d'eleganza, e sono
perciò degni di molta lode. Quanto ai documenti storici che videro la luce in
questa lieta occasione, dobbiamo ricordare prima di tutti, come più antichi di
tempo, quelli che l'ab. Nicoletti dedicò allo sposo sig. dott. Marco Allegri, pre-
mettendovi una breve notizia delle ragioni che indussero la Repubblica di Ve-
nezia ad instituire nel 1513 il magistrato dei Provveditori sopra le Pompe. I
pericoli del lusso erano stati avvertiti già molto prima, nè i suoi eccessi furono
frenati dalla nuova magistratura; non foss' altro, lo dimostrano questi docu-
menti, dei quali il più antico ò del 1480, e il terzo è del 1530. Sono tre soli, ma
molto significativi, e l'ab. Nicoletti vi aggiunse una serie di calzature, coi nomi
che ebbero alle varie epoche, quasi appendice all'opera del sig. Corazzila* L'arte
del calzolaio (Brescia, 1882, in 4.° fig.).
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48. La Chiesa e la Madonna della Vittoria di A. Mantegna
in Mantova. Lettura del . . . prof. cav. Attilio Portioli. Man-
tova, 1883, Mon.lovi, pag. 28, 8.°
L'A. lesse (22 Aprile 1883) questa dissertazione all' Accademia Virgiliana di
Mantova, che la inserì nei suoi Atti dell'anno 1882-83. La vittoria, a cui si ac-
cenna, è la battaglia di Fornovo (6 Luglio 14 ( .*5). Due anni prima un Daniele
Norsa, israelita, aveva comperato in Mantova una casa, sul muro della quale
era dipinta una Madonna col bimbo. Ottenne facoltà di levamela, onde grave sde-
gno nel popolo, e, probabilmente, nel duca che obbligò il Norsa a pagare un'am-
menda di 1 10 zecchini. Intanto lo stesso duca, in pericolo di vita nella battaglia
del Taro, fece voto di erigere in Mantova una chiesa alla Vergine. E la chiesa
fu eretta sull'area della casa del Norsa, e l'ammenda di 110 zecchini da lui
pagata fu il prezzo della Madonna dipinta da A. Mantegna. La Chiesa, detta
della Vittoria, ove ammiravasi il quadro del Mantegna, fu dai francesi volta ad
usi profani dopo il 1797, e ridotta a magazzino nel 1877 dal genio militare ita-
liano. La Vergine del Mantegna, rubata già dai francesi, non venne restituita
nel 1815 ed è tuttora custodita nel Louvre. Queste ed altre particolarità, rela-
tive all'argomento, son dichiarite dal chiarissimo prof. Portioli con quella copia
d'erudizione che rende pregevoli tutti i suoi scritti.
47. L'ambasciata giapponese del AfDLXXXV. Ven., 1884,
tip. della Gazzetta, pag. 24,- 8.°
Nelle nozze delle signorine Berchet, il corani. Paride Zajotti dedicò all'amico
Guglielmo, padre «Ielle due spose, alcuni documenti che si riferiscono agli studi
di questo. Di fatti i nostri lettori ricordano molto bene che nell'Arci. Veneto
(toni. XIII, pag. 245 e segg., XIV, 150 e segg.) il Berchet pubblicò un saggio
storico sopra Le antiche ambasciate giapponesi in Italia, dimostrando all' evi-
denza la verità di quaste ambasciate, che avevano dato argomento a dubbi e discus-
sioni diverse. Ora, nel detto Saggio, il Berchet accenna (XIII, 265) al passaggio
degli ambasciatori giapponesi per i domini di casa d' Este, convalidando il pro-
prio racconto con due documenti tratti dall'Archivio di Modena (XIV, 166, 167).
Dal quale sono tratti pur questi, che il comm. Zajotti pubblicò per la lieta oc-
casione. Sono due lettere, una di Leonardo Conosciuti (25 Giugno) e l'altra di
Filippo Montecatino (26 Giugno) al cardinal d'Este, e una serie curiosa di iVo-
tizie delle spese fatte dalla corte di Ferrara nel 158Ó per V ambasciata giappo-
nese, tratte dai libri d % amministra sione della casa. Anche queste notizia con-
tribuiscono, se ce ne fosse bisogno, a mettere fuori di dubbio la verità della lega-
zione giapponese.
48. Galileo Galilei e lo Studio di Padova per Antonio Fa-
varo. Firenze, 1883, Leraonnier, voi. 2, p. XVI, 469, XI, 520, 8.°
Questo libro e per 1* importanza dell' argomento e per la diligeuza della
trattazione riscosse lodi autorevoli. In sostanza racconta la vita di Galileo nei
diciottenni (1592-1610). nei quali il grand* uomo insegnò nello Studio di Padova.
Era un periodo che meritava una illustrazione particolare, giacché le vicende po-
steriori di Galileo avevano fin- qui assorbita l'attenzione degli studiosi. Vero è che
T A. nella sua modestia non crede l'argomento esaurito; ma le sue ricerche son
cosi varie e la sua critica cosi imparziale, che difficilmente, crediamo, si troverà
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qualche cosa d , rettificare o da aggiungere. Il Favaro hu scritto in fatti una
storia non già un panegirico, e l'ammirazione al suo protagonista non lo in-
duce a tradire o a dissimulare la verità. Veggasi, per esempio, quello che egli
dice siili' insegna mento di Galileo relativamente al moto della terra (II, 158 e
seg.,, e come serenamente discuta la storia dell'invenzione del telescopio (I, 3&J
e segg.), che pure ha reso cosi popolare il nome di Galileo. Quanto alla varietà
delle ricerche, basti che l'opera è accompagnata da 150 documenti, il più ine-
diti, e alcuni d'importanza grandissima, tratti da privati e pubblici archivi, fra
cui giova ricordare quello dell' Università patavina, al quale o pochi o nessuno
aveva finora rivolto la meritata attenzione. Con questi aiuti l'A. potè seguire
passo a passo la vita di Galileo sulla cattedra, in casa, nell'insegnamento pri-
\ato, nelle relazioni scientifiche od amichevoli, informandoci cosi non solo di
ogni particolarità concernente il sommo filosofo, ma dandoci altresì importanti
ragguagli Intorno allo Studio ov'egli insegnò ed alla società fra cui visse. Cosi
non l'avesse abbandonata mai, avventurandosi alle incertezze d' uu avvenire, che
gli pronosticava quasi profeticamente Giovanfrancesco Sagredo nella ben nota
sua lettera del 1611 ! Venezia ne fu indispettita, ma pure lasciò vacante per al-
cun tempo la cattedra, sperando sempre ch'egli tornasse ad occupare il suo posto
(li, 17 e segg.); e col mezzo di Pietro Duodo mani festa vagli questo desiderio me-
desimo ancora venti anni dopo (11, 21), significandogli oltracciò che il procura-
tore Francesco Morosini, uno dei Riformatori, « aveva intesa la difficoltà che ve-
niva messa in alcune sue opere», e che, se egli avesse voluto pubblicarle a Vene-
uà, «lui come riformatore le avrebbe senz'altro sottoscritte ». Le memorie della
Repubblica di Venezia e di Padova dovevano essere adunque fra le più care del
venerando vecchio, se il 23 Giugno 1640 faceva scrivere da Arcetri a Fortunio
Liceti a Padova: « non senza invidia sento il suo ritorno a Padova, dove consu-
mai fi diciotto anni migliori di tutta la mia età. Goda di cotesta libertà ......
Per parte nostra auguriamo che l'A. dia mano a quella nuova edizione degli
sfritti galileiani, della quale ^ui svolge il programma; e chevi premetta una
Vita del grand' uomo, ove tutte le questioni che la riguardano siano discusse
con (juella dottrina e con quella critica, di cui questi due volumi sono guaren-
tigia sicura.
49. Relazione del regno di Francia di Giorgio Zorzi. Ven.,
1884, Vicentini, pag. 31 8.°
Vedi quello che ne abbiamo detto a pag. 132 di questo fascicolo.
50. La scienza politica in llnlia di Ferdinando Cavalli. To-
mo quarto. Ven., 1881, Antonelli, pag. :)80, 4.°
Dei tre primi volumi di questa importante Raccolta abbiamo parlato nel
tomo XVII, pag. 172 e segg. dell' Are hicio Veneto. Ora p issiamo aggiungere che
il tomo quarto, cioè l'ultimo, contiene le biografie ed i transunti delle opere po-
litiche d'ottanta Autori, fra i quali il Genovesi, il Gerdil, il Casti, il Turchi, il
Verri, il Denina, il Gerani, lo Spedalieri, il Pagano, l'Alfieri, il Pepoli, il Vale-
riani, il Romagnosi, il Botta, il Gioja, il Dal Pozzo, il Coco, l'Orioli, il Butta-
lini, il Balbo, il Della Margherita, il Ventura, il Tapparelli, il Zambelli, il Ro-
smini: vite, ingegni, tendenze, latori molto diversi ma tutti degni di studio.
Parlando di noi e delle nostre proviucie, Venezia trova Nicola Donato e Pietro
224
Mocenigo con Francesco Algrarotti. Giammaria Ortes, Oiannantonio Torriani,
Luigi Gonzaga, Giandomenico Brustoloni ed Alessandro Pepoli; Padova, Mel-
chior Cesarotti; Vicenza, Cristoforo Muzani; Verona, Giacomo Giuliani; Porto-
gruaro, Lorenzo Pelleati ; Udine, Fi*ancesco Maria Franceschinis e Camillo Ma-
netti; T Istria, Gianrinaldo Carli; la Valtellina, Antonio Foppoli e Alberto de
Simoni; Belluno, Giuseppe Fantuzzi e Giambattista Zannini: contribuzione pre-
ziosa alla storia letteraria della nostra regione. Quanto ai pregi della raccolta,
TA. è sempre eguale a sè stesso; e rimettiamo perciò il lettore a quel che ne ab-
biamo detto nel tomo XVII. Ma non vogliamo chiudere questo cenno senza ripe-
tere il voto che abbiamo espresso cinque anni fa. E il voto è questo: che V illu-
stre Autore dia un complessivo giudizio sullo sviluppo in Italia della scienza pe-
litica nei vari secoli, e sul posto che nella storia di questo sviluppo compete ai
principali scrittori. Egli sa bene che il suo lavoro non riuscirà una inutile ripe-
tizione dell'opera di Giuseppe Ferrari. E raccogliendo le svariatissime fila del
suo lavoro, e coir acuto sguardo aggruppandole, l' A. mostrerà un'altra volta di
avere col nome ereditato anche il senno di quei patrizi veneziani, che hanno me-
ravigliato r Europa colla loro sapienza politica.
51. Lettera inedita di Lodovico Antonio Muratori a Gian
Francesco Madrisio. Udine, 1884, Doretti, pag. 10, 8.°
. Era già stampata (pag. 167 e segg. di questo fascicolo) la Muratorian/i del
dotto ed operoso bibliotecario veronese, quando ci giunse questa breve ma in-
teressante pubblicazione, procurata dal nostro valente amico prof. Giuseppe
Oecioni-Bonaffons. È una lettera autografa, in cui il Muratori, addi 20 Ago-
sto 1721, prega il Madrisio a volergli procurar copia dei Frammenta chroniri
foroiuliensls (che pubblicò nei RR. IL SS., tona XXIV) e della storia di Ai-
lino (che pubblicò nelle Antiq., tom. III). « Ne aveva copia un personaggio
che sta in Roma; ma ella sa che non avrebbe genio di comunicarla ad altri, e
meno a me ; anzi se sapesse tal mia ricerca, si opporrebbe, come fa in tante altre
cose. Però la supplico a tenere in sè le mie preghiere >. Così dice il buon Mura-
tori, alludendo ben chiaramente a mons. Fontanini. La lettera è dunque curiosa.
Ma è altresì un monumento: intrisa ancora di sangue, ricorda il banco del bec-
caio udinese a cui era stata venduta! Fu salvata dall' ab. Giambattista del Negro
che la depose nella Comunale di Udine; ed ora, pubblicata dal sig. F. Cantarutti
per le nozze Valentinis-Ostermann, fu illustrata dall'egregio prof. G. Occioni-
Bonaffons. Dal quale per altro aspettiamo qualche schiarimento a quella nota
ove dice, che « di tutti i governi della penisola, solo quelli del duca di Savoia e
della repubblica di Venezia tenevano chiusi ermeticamente i propri archivi ».
Nello Studio storico del prof. L. Vischi, La Società palatina di Milano (Arch,
Storico Lombardo, Anno VII, fase. Ili, pag. 495 e segg.), troviamo bensì ricor-
date le difficoltà che il Muratori incontrò a Genova, a Roma, a Torino, ma di
Venezia non troviamo fatto alcun cenno.
52. Relazione di Paolo di Daniele Renier, inquisitore so*
pra i dazii nella Terraferma (1730-1732). Ven., 1884, tip. del
l'Emporio, pag. 19, 8.° bisl.
Per le nozze della signorina Cecilia Zannini col dott. Carlo Donati, il mar-
chete Bentivtiglio d'Aragona pubblico questa Relazione scritta dallo rio del pan*
225
ultimo doge. A Ition diritto l'editore chiama importantissima questa scrittura,
perchè dimostra * le tristi condizioni economiche, in cui versava allora la" Re-
pubblica », e noi diremmo altresì porche dimostra gli abusi che prevalevano an-
che nella prima metà del secolo scorso, e che, più delle « tristi coudizioni econo-
miche », furono « vera e precipua cagione » della caduta della Repubblica.
53. Due capitoli ed un sonetto del conte Gaspare Gozzi. Ve-
nezia, 1884, Filippi, pag. 8 non num., 20, 8.°
Per le nozze Zannini-Donati il coni ni. Giovanni Vcludo, prefetto della Mar-
ciana, dedicò ai genitori della sposa questi versi, tratti da un Codice marciano
già appartenuto al bibliotecario Morelli. E inutile ricordare V eleganza così del
sonetto come dei due capitoli; dei quali dobbiam piuttosto avvertire, colle parole
del eh. editore, che non mancano d' una « certa curiosità, per rispetto alla con-
dizione domestica e alla vita morale di quel gentile e caro scrittore ».
54. Mómoircs de M. Goldoni pour servir à l histoire de sa
vie et à celle de son thédlre dédiés au Itoi. Tome premier. Ri~
stampate sali* edizione originale di Parigi (mdcclxxxvii) e cor-
redale con annotazioni da Ermanno von Loehner. Ven., 1883,
Visentini, pag. XVI, 4o0. (Edizione di soli 150 esemplari in carta
distinta.)
Con questo volume i fratelli Visentini hanno voluto iniziare una Biblioteca
Veneziana del secolo X\ III che prendono a pubblicare . Non ispetta a me di lo-
dare questo primo volume, che già fu accolto con manifesto aggradimento dal
pubblico, tanto è vero che l'edizione ne è quasi esaurita. D'altra parte i lettori
dt\Y Irchicio sanno quali cure abbia dedicato il sig. Lohner a determinare al
possibile la cronologia goldoniana, e a risolvere le varie difficoltà che s'affac-
ciano agli oculati lettori delle Memorie. Ricorderò un passo che non deve esser
nuovo ai lettori. Voleva il Lohner chiarire quel luogo, ove, parlando della pro-
pria fede di battesimo, Goldoni dice (pag. 7 l J): «je ne sais pas quel a été le Saint
qui a fait le miracle, inaiti jc sais bien que je ine suis coliche un jour n'ayant
queseize aus, et que le lendemain à mon réveil j'en avais dix-huit », l'età per
1 appunto necessaria ad essere ammesso nel collegio Ghislieri. « La massima dif-
ficoltà era quella degli anni », dice egli stesso nella Prefazione al tomo VII
(pag. 3) dell'edizione Pasquali. « Non so, non mi ricordo, e non mi curo di ricor-
darmi, come siasi a ciò rimediato». Queste parole, a dir vero, son di colore oscuro,
e dovevano essere rischiarate. E perciò il sig. Lohner va difilato a Pavia, trova
nell'Archivio del collegio Ghislieri la fede di nascita del poeta, e vi scopre falsi-
ficato l'anno di nascita che da 1707 è trasformato in 1705. Questo fatto, ripeto,
uou è nuovo ai lettori dAV Archivio Veneto (v. tomo XXIV, pag. 10); ma lo ri-
cordo, perchè non si creda che il Lohner avesse sotto le mani tutte le notizie di
cui son ricche le sue annotazioni. E voglio altresì sottoporre al giudizio dei let-
tori la congettura ingegnosa, e che non mi pare improbabile, sulle cause che
indussero il Goldoni ad abbandonare precipitosamente Venezia il 18 Settembre
1743. € Perchè tanto affanno ì » domanda il Lohner a pag. 357 e segg. € Perchè
era morta la Baccherini, o perchè aveva dovuto pagare 6000 lire .... per T in-
gaggiatore napoletano? Noi erodo. Queste parole, a giudizio mio, svelano molte
cose, Ardisco dire, senza poterne peraltro addurre finora veruna prova, che Gol*
226
doni non aveva lasciato Venezia volontariamente, ma per ordine degli Inquisi-
tori di Stato. Di fatti eredo impossibile che il tremendo tribunale non avesse
pulito sentore dei maneggi che, informi Goldoni stesso, in piena luce si ordivauo
in casa del console genovese, e che compromettevano o potevano compromettere
una Repubblica, la quale, sentendosi debole, si teneva ansiosamente neutrale fra
le grandi potenze. Su questo argomento nella Venezia del secolo XVIII non si
transigeva. Non credo tuttavia che il Goldoni sia stato sfrattato ufficialmente:
sarebbe stato uno sfregio alla Repubblica di Genova, i rapporti colla quale erano
sempre un po' tesi. Crederei piuttosto che gli Inquisitori, col mezzo di qualche
patrizio, p. e. di Nicolò Balbi, e magari dello stesso Grimani, abbiano fatto sa-
pere al Goldoni, che per certi riguardi egli avrebbe latto bene a cangiar aria
per qualche tempo. Forse egli ricevette la visita di uno di que' nobili di Terra-
Ferma, che a questo tempo erano gli agenti e i nunzi semi-ufficiali degli Inqui-
sitori presso il corpo diplomatico; o forse il famoso « Ignazio» (Beltrame), il
noto Fante dell' « Eccelso », invitò il poeta a visitare 1* anziano degli Inquisitori,
non già in Palazzo a S. Marco ma nella sua casa privata. Si capirebbe in questo
caso perchè le indagini coscienziose del Belgrano non siano riuscite a trovare
nulla, oltre il congedo accordato al Goldoni addì 9 Marzo 1743. Crederei oltrac-
ciò che il Goldoni, uscito una volta dallo Stato di S. Marco, scrivesse confiden-
zialmente al secretano del Senato genovese, o a qualche senatore di Genova,
spiegandogli, Dio sa come, le sue disgrazie a Venezia. Durante la guerra, il con-
solato genovese può facilmente essere rimasto vacante, e di fatti la prima lettera
del console genovese a Venezia, Antonio Luigi Biffi, che anch'io ritengo succes-
sore del Goldoni, è del 2 Gennaio 1750. Si noti che la pace d* Aquisgrana fu
conclusa nell'Ottobre 1748, ma il nuovo ordine di cose non si stabili in Italia
che nell'autunno del 1749 ».
55. Carlo Goldoni (per cura del ComilaloJ. Venezia, 20 De-
cembre 1883, tip. fratelli Vicentini, pag. 24, 4.°
È una pubblicazione elegante, colla quale il Comitato, costituito in Venezia
nel Marzo 1875 per erigere un monumento a Carlo Goldoni, volle segnalare il
di 20 Decembre 1883, in cui la statua in bronzo del grande commediografo, la-
voro dell'egregio artista Antonio Dal Zotto, fu scoperta nel campo di S. Barto-
lomeo. In questa pubblicazione troviamo, di stranieri e d'italiani, versi e prose
sfuggite quasi interamente ai due maggiori pericoli a cui si va incontro in simil
genere di pubblicazioni, la ripetizione e la retorica. Così dice Enrico Castelnuovo
nelle due parole d'esordio, che sono fra le più belle pagine, di questo fascicolo.
Avremmo desiderato che il Alolinenti, ricordando la lapide e il medaglione che
indicano la Cesa o>e nacque boidoui, non avesse taciuto il nome del poverissi-
mo prete, Vincenzo Zemur, che, a malgrado delia sua povertà, pose lapidi e me-
daglioni alid cuti ove nacquero o morirono o lavorarono C. Goldoni, Ap. Zeno,
»Uai*ceiio, u. uozzi, L. Dandolo, A. Manuzio: esempio non imi tato dai citta-
dini più riceui, e a stento e con parsimonia grande dal Municipio attuale. Una
Macc/uetta GotduiUanu e il titolo d' una breve memoria di A. d'Ancona, il eguale,
colia sua solita erudizione e maestria, racconta le vicende dell' Anonimo, cioè di
quel buonafede Vitali \ló Luglio 1680-2 Ottobre 1745;, che Goldoni ricorda nel
cap. XXIX del primo tomo delle Me/norie. Ernesto Masi, uno dei più arguti ed
eleganti studiosi del commediografo veneziano, ripubblicò due lettere del Gol-
227
dóni relativi a Leonardo da Vinci. Convengo col Masi «sull'importanza delle due
lettere: se poi fossero dirette o no al De Paga ve, non mi pare che sia posto asso-
lutamente fuori di dubbio. 11 Belgrano pubblicò un Memoriale steso dal Goldoni
(juand'era console genovese a Venezia. Sono assai note, e furono molto e merita-
mente lodate, le Imbreciature di Gioca/ini riha (Genova, 1882, Sordomut.,
pag. 492, 16.°), nelle quali il Belgrauo raccolse molte e interessanti memorie
della sua Genova. E nondimeno parecchie pagine di queste Imbreviature pos-
sono giovare alia storia della nostra letteratura (p. e. ove si parla del Foscolo,
pag. e segg.), o ricordarci le tristi condizioni della città nostra nel primo
(juarto del secolo presente (pag. 40 Ij. Ma buona parte del libro (pag. 15-96,
479-488) è consacrata al Matrimonio e consolato di Carlo Goldoni, col corredo
di lettere e documenti tratti dall' Archivio di Stato genovese. Sventuratamente
il Belgrano non trovò tutto quel che cercava; e ben fece ad arricchire la pub-
blicabile commemorativa del monumento col Memoriale recentemente scoperto
con altre lettere goldoniane da Achille Neri, e che si riferisce a un negozio di
cui aveva diffusamente discorso nelle Imbreviature sopra citate. Altri articoli,
piiio meno importanti, d'indole storica leggiamo in questo fascicolo, ma sopra
tutti meraviglioso mi sembra l'annunzio del sig. Urbani de Gheltof (pag. 19),
il quale possedè un'appendice autografa, a quanto egli assicura, delle Memorie
goldoniane. Questo annunzio mi pare meraviglioso, perchè il sìg. Urbani de
Gheltof dice fra l'altre cose: « sulla fine del Dicembre 1792 ha termine l'Ap-
pndicc, e una mano ignota, forse quella della buona Nicotina, vi scrisse nel
Gennaio seguente queste parole: M. Goldoni est déeédé aujourd' hui G jauvier
à 5 h. du soir ». Non c'è pericolo che abbia sbagliato il tipografo, giaccnè l' A.,
senza aggiungere la più piccola osservazione, ci avverte che la buona Nicotina,
u chiunque si fosse, scrisse net Gennaio seguente che Goldoni mori «caujourd'hui
ti jancicr ». Dunque Goldoni sarebbe morto il 0 Gennaio, mentre la sua fede di
morte dice che morì il G Febbraio. Ben farà dunque il sig. Urbani de Gheltof a
pubblicare al più presto la sua Appendice, che recherà, com'egli ci fa sperare,
« nuova luce e verità intorno agli ultimi anni del grande commediografo »; .e
bene avrebbero fatto i compilatori di questo fascicolo a mettere sull'avviso il
$ -b r - Marc Mounier, che (pag. 4) creile fuor di questione la data del G Febbraio.
Ma forse il Comitato pensò quello die penso ancor io, e che probabilmente pen-
&-uo anche i lettori: lino a dimostrazione contraria starsene contenti al Febbraio.
56. G. M. Urbani de Gheltof. Carlo Goldoni a Chioggia.
L'Ateneo Veneto, nel suo numero di Deeenibre 1883 (pag. 323-331), pubblicò
questo articolo, l'A. del quale, sulle traccio delle Memorie goldoniane, rifa la
storia del soggiorno del poeta in Chioggia. La parte nuova dell'articolo sarebbe
«luesta: il sig. Urbani de Gheltof avrebbe trovato, nell'Archivio Civico di Chiog-
gia, c il resoconto dei processi, gran parte dei quali è scritta di pugno del Gol-
doni >, che al commediografo avrebbero dato « il tessuto delle Baruffe Chiog-
giotte ». lu prova di che FA. cita un processo del 1731, ove si trovano i tipi di
Tittanane, di Lucietta e di Tolì'olo Zavatta; e un altro processo del 1732, ove si
trova quello di paron Fortunato. Secondo 1" Urbani di Gheltof il podestà Bon-
tadini fu eletto podestà di Chioggia nel 1731 ; il suo cancelliere era lo Zabottini,
e il Goldoni coadiutore di questo. Ecco perchè, di pugno di Goldoni, potrebbero
trovarsi nell'Archivio di Chioggia i processi del 1731 e del 1732. Ma il aig. Er-
228
manno von Lohner aveva latto notare fin (lai 1882 {Arch.Ven., XXllI, 49, XXIV,
24) che il Bonfadini fu podestà a Chioggia dal 1727 al 1729, e coadiutore a
Ghi aia il Goldoni nel 1728 e nei primi mesi del 1729, dopo i quali il poeta
passò ai servigi dello Spinelli a Feltre. Qui, lo stesso Lohner, nel suo commento
delie Memorie (pag. 159), lo trova nella seconda metà del 1729 e nel 1730, e nei
dispacci dello Spinelli riconosce più d' una volta la mano del Goldoni. Anzi egli
dice che, « col soggiorno di Feltre e V ufficio di Coadiutore pretorio dello Spi-
nelli », la cronologia goldoniana «esce dalle incertezze». Io lo confesso: l'autorità
del sig Lohner in questi argomenti mi pareva superiore ad ogni altra; ma,
d'altra parte, le affermazioni del sig. Urbani di Gheltof erano cosi sicure, ciie ho
creduto di dovere rivolgermi all'Archivio di Stato per averne le più precise no-
tizie intorno all'epoca della podesteria del Bonfadini a Chioggia. Ed ecco, som-
mariamente, la risposta che n'ebbi dalla gentilezza del sig. coraJh. Cecchetti.
Francesco Bonfadini fu eletto podestà a Chioggia il 9 Marzo 1727, ed entrò in
carica il 9 Settembre dello stesso anno. La sua prima lettera è del di 1 1 Set-
tembre 1727, e di fatti egli vi dice: « Seguì l'alti*' hieri il mio ingresso a questa
carica ». L'ultima lettera del Bonfadini da Chioggia è del di 30 Marzo
1729. Il suo successore, Agostino Maffot ti, scriveva T 8 Aprile dell'anno stesso:
€ In questo giorno ho intrapresa la carica consegnatami dal N. H. ser Francesco
Bonfadini podestà, precessor, che l'ha sostenuta con lodevol attenzione e con
uni versai agradimento et applauso della città ». Lo stesso comm. Cecchetti mi
aggiunge: «Nell'Archivio; civico di Chioggia, del quale possediamo l'inventa-
rio, ai num. 533-537 leggo registrati processi criminali, lettere pubbliche ecc.
del reggimento del Bonfadini 1727-1729 ». Sarà dunque possibile che del 1731
e 1732 si trovino nell'Archivio di Chioggia i processi ricordati dal sig. Urbani
de Gheltof, ma è impossibile che appartengano air amministrazione del Bonfa-
dini; ed è del pari impossibile che il Goldoni, passato a Feltre, tenesse, corno
vorrebbe l'Urbani de Gheltof, il registro dei processi di Chioggia del 1731 e
1732, e che anzi gran parte di essi sia scritta « di pugno del Goldoni ». Lascio
la conclusione al lettore.
57. Di Carlo Goldoni e delle sue opere. Alcuni cenni di D.
Z. Ven., 1883, Cordella, pag. 48, 1G.°
Il 20 Decembre 1883 vide la luce anche questo libretto, l'A. del quale è di
certo un uomo di eccellenti intenzioni. Ma ci sorprende che egli non abbia ricor-
dato il nome di chi alla casa di Goldoni pose l'epigrafe ch'egli trascrive, e il
medaglione che chiama « povera effigie ». Al Zenier la fortuna aveva negato i
suoi doni, non l'animo generoso. E, tornando al libro, ci spiace di vedervi attri-
buito al Chiari il Re Cervo e l'altre Fiabe di Carlo Gozzi. Ci pare troppo grave
l'equivoco per non avvertirlo.
58. Achille Neri. Passatempi letterari. Geuova, 1882, Sor-
domuti, pag. 203, 1G.°; Costumanze e sollazzi. Geuova, 1883,
Sordomuti, pag. 217, 1(5.°; Aneddoti goldoniani. Ancona, 1883,
Morelli, pag. 82, 16.°
Il sig. prof. Neri nei suoi studi non si dimentica mai di Venezia, e di questa
memoria amichevole gli dobbiamo esser grati. Naturalmente Genova è la ch-
etante preoccupazione dell' A.; ma nei Passatemjri (pag. 33-48) troviamo parti -
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rolari notizie intorno ad Elena (n. 1518; figlia di Pietro Bem.bo, e nelle Costu-
marne leggiamo le Impressioni di viaggio di un anonimo che passò per Vene-
zia nel 1762. Vi arrivò il 29 Gennaio, e non vi si fermò pochi giorni, giacché
assistette anche alla fiera dell' Ascensione ; ma tuttavia poche pagine (90-96) son
dedicate a questo soggiorno. L'anonimo viaggiatore previene i lettori che non
scenderà a troppi particolari, non avendo l'animo « sgombro da passioni». E
certo le « passioni » che accusa, gli fecero vedere una Venezia diversa da quella
che tutti i suoi contemporanei vedevano; tanto è vero che, volendo specialmente
studiare « l'indole e le costumanze degli abitanti », riconobbe, fra l'altre cose,
che i veneziani sono < molto concisi nel parlare ». Quanto agli Aneddoti goldo-
niani, usciti all'epoca in cui fu inaugurato il monumento a Goldoni, un critico
erudito vi notò qualche inesattezza; ma non è meraviglia che a Venezia Goldoni
sia conosciuto meglio che altrove.
59. A. Pascolato. Carlo Gobioni avvocato.
Nella Nuova Antologia (Decembre 1883, pag. 633-651) l'A. vuol mettere
in *odn la dottrina giuridica del commediografo veneziano.
60. Onoranze a Cario Goldoni. Discorso del prof. Michele
Rosa, R. Provveditore agli studi Ven., 1883, tip. del Tempo,
png. Il, 8.°; Per V inaugurazione in Venezia del monumento a
Cario Goldoni Discorso di Ferdinando Galantl Padova,
Allo scoprirsi del monumento a Goldoni furono pronunziati questi due di-
sborsi, che ri tra girono egregiamente l'indole dei due oratori. Egualmente felici
nello scolpire in pochi tratti il' carattere di Goldoni, e l'uno e l'altro il consi-
dera dal proprio punto di vista educativo od estetico. Naturalmente, il profes-
sare di pnfcigogia e regio provveditore agli studi ammira il Goldoni, « che tanto
adoperò per fare del teatro una scuola serale di educazione». Il professore di
limine lettere e buon poeta egli stesso, ammira il riformatore che « atrli insta-
bili e scorretti abbozzi . . . sostituì le forme statiche e ben disegnate della com-
media scritta; alle improvvise e assurde volgarità, le pensate e vere realtà della
vita; alle stramberie dell'attore, il sentimento del poeta; alle maschere fauci ul-
lrs^he e scurrili, la persona viva ed urbana ». Così i due oratori rendono intera
l'ini urine del commediografo sommo, che non sarebbe stato poeta senza essere
nliK'utope. ne sarebbe stato educatore senza esser poeta. Ed è questa l'.intima ra-
irione pernii e l'uno e l'altro discorso ottenne meritamente il più difficile ma
an^he più durevole applauso: quello che è suggerito da una ponderata lettura.
61. Lettere di Carlo Goldoni e di Girolamo Medebacii al
conte Giuseppe Antonio A regnati Visconti. Milano, 1882, Ci velli,
Pag- 70, 8.°
Avremmo dovuto annunciare as^.ti prima quest i importante raccolta, che
merita un posto distinto nelle pubblicazioni goldoniane di questi giorni. Sono
ì**lici lettere inedite del Goldoni e nove del Medebac, che il nob. sig. Alessan-
dro Spinelli, per gentile condiscendenza del conte Andrea Sola e della contessa
Antoniola Busca- Arconati- Visconti consorte di esso, trasse dal prezioso archivio
Soia-Busca e pubblicò per le nozze del conte Luigi Salina'colla nobile signora
Luigia dei marchesi Litta-Modignani. Nella Premessa V editore ragiona del-
1884, Salmin, pag. 12, 16.°
530
l'importanza di queste lettere e del vantaggio che può ritrarne la biografia del
poeta; e si intrattiene ragionevolmente a discorrere del conte G. A. Arconati
(1698-1763). che forse potrebbe essere poco noto agli studiosi del Goldoni. Al
quale proposito ri piace ricordare la protesta dello Spinelli « contro il comune
andazzo di voler screditare il secolo passato, e dipingere gli ottimati di esso
quali ignoranti, prepotenti, boriosi del loro blasone, e spregiatori di tutto quanto ,
non fosse nato di magnanimi lombi. Il secolo scorso ci è ancora poro noto, e per-
ciò di esso si giudica spesso a caso, e quando lo si studia si modifica di molto
l'opinione che ce ne siamo fatti, e si trova che era molto migliore di quello che
non si credesse. E se non fosse così, non sapremmo spiegare questa corrispon-
denza di stima, di intimità vera che p^ssò fra tanti patrizi e tanti semplici cit-
tadini, che si elevarono altissimo solo con la potenza del lóro genio. Come spie-
gare quella reciproeanza di affetto che corse fra il Goldoni e l' Arconati, se non
ammettendo che il concetto che si ha da noi del secolo scorso basa sul falso? E
sì che nel ca*so dell' Arconati e «lei Goldoni bisogna anche tener presente questi
ciivostanza ricordata dal Masi, il quale dice che il Goldoni «« ha dovuto parteci-
pare a quella oscurità, quasi solitudine in mezzo alla gente, di cui il pregiudizio
circondava le persone di teatro»». Dividiamo, in sostanza, l'opinione del eh. sig.
Spinelli, tant'è vero che ne abbiamo voluto riportare le proprie parole. Ma sic-
come sappiamo che nell'Archivio Soia-Busca si conservano preziose memorie, e
conosciamo a prova la nobile generosità del conte Andrea Sola, preghiamo pub-
blicamente il eh. sig. Alessandro Spinelli a rompere finalmente i lunghi indugi,
e arricchire le nostre pagine colle interessanti pubblicazioni che ci ha fatto spe-
rare, e che non annunziamo ai nostri lettori per serbare ad essi tutto il piacere
di una gradita sorpresa.
62, Una lettera del Goldoni.
Il conte Tiberio Roberti fece assai bene a ripubblicare nella Rantegna Xa-
zitmah* (1 Aprile 1881) una lettera di Carlo Goldoni (Versailles, 5 Maggio 1780)
già pubblicata dallo stesso co. Roberti, qualche anno fa, per le nozze Bertolini-
liUgo. Questa lettera, die' egli, « che mi viene sempre chiesta » per la sua im-
portanza, « è ormai esaurita ». Fece dunque assai bene, ripetiamo, a ri pubbli--
caria, ma forse non sarebbe stato gran male se l'avesse accompagnata di qualche
illustrazione, come fece nel 1880 il prof. Ottone Brentari, che la ripubblicò e
commentò. Non sappiamo se il prof. Brentari abbia raccolto le sue osservazioni
sulla lettera goldoniana in un opuscolo speciale ; noi le abbiamo lette nel gior-
nale r Adriatico (8-12 Aprile 1880), e a tempo debito ne abbiamo dato l'an-
nunzio ai nostri lettori.
63. Lettera di Giustina Rknier Michiel a N. N. sulla &i-
dula di Venezia. Ven., 1884, Fontana, pag. 16, 8.°
Questa lettera (pubblicata dai sigg. C. ed E. de Chantal per le nozze Zaunini-
Donati)'fu scritta dalla Michiel prima del trattato di Campoformio; e i due «li-
tori ne vantano la sagacia delle previsioni. E di fatti la nobil donna fra 1* altre
cose diceva: « Nous ne voulons pas ótre a l'Empereur (d'Austria), nous voulons
étre libres; mais si les choses ne chan gent pas, il va nous engloutir ». Dio voglia
che la Michiel non sia stata indovina anche quando diceva: « Venise va divenir,
ainsi «ju'elle fut à son commencement, la seule habitation des poissons et d<-
quelques famillcs de pauvres pècheurs ».
231
64. Nozze Zannini- Donati. Rovigo, 1884, Minelli, p. 21, 4.°
, Il sig. Giulio Gargnani, p?r festeggiare queste nozze, pubblicò tre lettere
dell ì contessa Giustina Rcnier Michiel dirette a Francesco Negri (2 Novembre
1813), a Ippolito Pindemonte (9 Febbraio 1814) e a Leopoldo Cieognara (30 Ot-
tobre 182*2); e una lettera diretta air autrice dell' Origine delle Feste veneziane
dall' ab. Pietro Bettio (13 Deeembre 1823), bibliotecario della mareiana, in cui
le comunica alcune notizie sui Veneziani in Atene nel 1687, e due madrigali
composti per la venuta di Enrico IN re di Francia a Venezia.
65. Due lettere di Pier Alessandro Paravia ad Ippolito
Pindemonte. Verona, 4884, divalli, pa?. 16, 8.°
•Sono due lettere, del 15 Giu-no 1822 e del 12 Giugno 1828. Nella prima
ringrazia il Pindemonte cbe gli aveva rrnnd ito il primo tomo dell'Odissea : è
naturale, ed era giusto che lo lodasse. Ne aveva anzi scritto un articolo, che la
Gazzetta di Venezia pubblicò la sera stessa del 15. Ma il Paravia si lagna che
fosse pubblicato in ritardo, « amando meglio qnesti signori gazzettieri di dar
notizia dell'opera in musica e del ballo .... anziché di un libro come il suo, da
fira onore al secolo ed all'Italia ». Si lagna poi che h\ I. R. Censura avesse can-
cellata dall'articolo « una scappata contro il dignissimo sig. Acerbi ». Si sa chi
fisse, e da chi fosse protetto l'Acerbi. Domando per altro se e quanto la critica
delle Gazzette si sia mutata da quella che era sessanta anni fa, benché la censura
non usi più le sue forbici. Nella seconda lettera si riferiscono due epigrammi im-
provvisati da Giov. Ladislao Pyrker. E dagli autografi, custoditi nella comunale
di Verona, trasse e illustrò queste due lettere colla sua solita diligenza il sig.
Pietro Sgulmòro vicebibliotecario, che avrebbe potuto dirci qual fosse quel Gior-
nale del Taparelli, che è ricordato a pag. 10.
66. (Pasini Antonio). / cinque Cancellieri del patriarcato di
Venezia negV ultimi cinquant anni (1833-1883), Venezia, 1884,
tip. dell* Immacolata, pag. 18, 16.°
Sono raccolte qui brevi ma succose notizie sugli ultimi cancellieri della
curia di Venezia: Giuseppe Roveri n (1833-37), il quale, benché non sostenesse a
lungo T ufficio, assettò la cancelleria e pubblicò (1831) uno Stato personale del
clero veneto* ricco di « minute e preziose note storiche, riguardanti in partico-
lare furti i sacri edifici, dalla Basilica alla più meschina chiesuola »; Giambat-
tista Ghega (1838-64), il quale « con molta facilità ed eleganza poetava latina-
mente e grecamente » ; Giuseppe Zuannich (1864-75), « dottissimo in diritto ca-
nonico »; Pietro Pesenti (1875-81), valente ma sempre modesto letterato, che
pubblicò senza nome d'autore molte cose degne di lode; e Pio Cargnelli (1881-
pio e dotto giovane, rapito immaturamente all'amore di quanti lo conosce-
vano. Gli fu sostituito Antonio Marchiori, e in quest'occasione l'A. dedicò il pre-
sente libretto a mous. Francesco Mion, canonico penitenziere e vicario generale
•Idia diocesi di Venezia. E mons. Pasini face assai bene a raccogliere queste no-
tizie moderne; ma speriamo ch'egli ritorni all'antico, e che voglia finalmente
r-adeiv di pubblico diritto le preziose notizie ch'egli ha raccolto specialmente
sul Tesoro della nostra Basilica.
67. Alcuni versi di Adriana Renier Zannini. Ven., 1881,
tip. dell'Ancora, pag. 40 non num., 8.°
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€ Trattò la tannini con uguale felicità la poesia e la prosa; ma con mag-
giore predilezione la poesia; nella quale costantemente ammiri l'affetto, la deli-
catezza e la schietta bontà della forma ». Con quanta ragione così scrivesse il
Veludo (Archivio Veneto, XI, 223) dimostra, non fosse altro, questo libretto eh*
Pietro Zannini dedicò alia sorella Cecilia nel giorno delle sue nozze. È dunque
un dono nozzeresco, direbbe il Veludo, che ha un valore letterario, e che qui ri-
cordiamo anche perchè molti dei versi che vi leggiamo accennano ad avveni-
menti storici, p. e., alla condizione delle fortezze venete durante la campagna
del Ì866, all' ingresso di Vittorio Ernmannele in Venezia ecc. ecc. Ma la nota
predominante è T affetto. La Renier Zannini mancò a dì 16 Febbraio 1876; e
non possiamo senza commozione rileggere l'affettuoso Sonetto che poco prima
(22 Novembre 1875), quasi ringiovanita dal desiderio, dirigeva con lieti auguri
alla sua diletta Cecilia. Al qual sonetto accennando, l'amoroso fratello poteva
ben dire alla sposa: « mi par che risusciti per quest'ora solenne la santa inda-
gine di tua Nonna, e come fosse presente ti benedica ».
68. Slemma e bandiera di Venezia, Cenno di Filippo Naxi-
Mocenioo. Ven., 1883, Coletti, pag. 22, 8.°
Il co. Filippo Nani-Mooenigo è un patrizio colto quanto modesto, e che
alla nostra storia ha già reso qualche importante servigio. Ricorderò solamente
il Capitolare dei Signori di Notte da lui pubblicato nel 1877 (Venezia, tip. del
Tèmpo, pag. 251, 8.°), e di cui abbiamo già fatto cenno in questo medesimo Ar-
chivio (XIV, 235). Il co. Nani-Mocenigo in questo mezzo non ha interrotto i suoi
studi, nè ha cessato di tener dietro alle questioni d'indole storica: ne fa fede
l'opuseoletto che annunziamo. Nel quale con savia erudizione e con giusta critiea
discorre d'un argomento, intorno a cui in questi ultimi giorni si disputò lun-
gamente (nei caffè e sui giornali) : quale, cioè, debba essere lo stemma e la ban-
diera di Venezia. « Esistono (dice l'A.) parecchie note ufficiali di Comuni italiani
i quali, opportunemente interpellati, risposero di aver propria bandiera
Anzi, fra le altre, ricordo la fiera e dignitosa lettera di Firenze, firmata dal Pe-
ruzzi, in favore della propria antica bandiera »
69. Notizie sulla antica pieve di Frùsseda ora comune di
Ponle-nelle- Alpi e sulla parrocchia di Cadola e dei suoi pievani
compilate dal professore abate Francesco Pellegrini. Belluno,
1884, Cavessago, pag. 36, 8.°
Se tutte le provinole avessero conoscitori così precisi d'ogni loro palmo di
terra come il prof. Pellegrini conosce ogni palmo di terra del suo Belluno,
potremmo dire d'aver già pronta la geografìa e la storia della patria comune.
Chi legga questo libretto vedrà ohe le nostre lodi all' A. non eccedono il vero.
Egli prende la sua pieve di Frùsseda dai tempi più remoti, e attraversando i
tempi romani e medievali, senza fare inutile sfoggio di erudizione, si mostra cosi
perito di geologia e di geografia come di archeologia e di critica storica. Poche
pagine, ma che mostrano 1' uomo. Segue la sorie degli arcipreti di Cadola,
giacche questa parrocchia formava una parte dell'antica .pieve di Frùsseda; e
dal 1184 ai di nostri ricorda trentatrè arcipreti, facili a conoscersi nei tempi a
noi più vicini ma non nei secoli anteriori al decimoquinto e al decimosesto. E di
tutti dice quanto può suggerire un'erudizione minuta ma non inutile, finche
233
viene al penultimo, don Andrea Possali, buon padre e pastore e buon cittadino,
a cui in segno di rispetto e di gratitudine per i molti benefici da lui recati alla
parrocchia di Cadola con operosa carità e con saviezza di consiglio , il sindaco,
gli assessori, e il secretano e vicesegretario del Comune dedicarono l'erudito
lavoro del Pellegrini. Il Fossali, « affranti) nella salute, rinunciò alla parrocchia
eoa dolora di tutti i buoni il 1.° Deceinbiv 1883, ritirandosi a vita privata ». Ma
nella quiete del suo ritiro lo conforterà seuz i dubbio la memoria dei benefici e
la riconoscenza dei beneficati..
70. S. Zenonis episcopi veronensis sermones. Veronae, 1883,
Colombari, pag. CLXI, 359, 4.°
Aurli studiosi dell'antichità sacra piacerà molto il sapere che una nuova edi-
zione di S. Zenone fu pubblicata testé in Verona dal benemerito mona. G. B.
Carlo co. Giullari, con tutti i sussidi della critica e dell'erudizione moderna.
L'edizione di S. Zenone ha una storia, h" editto prinreps (1508), naturalmente
assai difettosa, e le successive edizioni procurate dai due vescovi Agostino Va-
llerò e Gianfraneeseo Barbarico nei secoli XVI e XVIII, furono superate di
lurida mano da quella dei fratelli Ballerini (1739), i quali l'avevano illustrata
fon quella abbondanza e con quel discernimento che era proprio dei nostri eru-
diti del secolo scorso. Ma non era forse possibile che la lezione del testo fosse dai
Ballerini risanata così da non lasciare desideri parecchi. E di fatti Bartolammeo
Perazzini pubblicò nel 1773 le Ani/nadcersìones, e nel 1775 le Correctiones et
Explicatìoèies, che dovevano agevolare una nuova edizione. In Verona, che era e
si conserva tuttodì centro operoso di studi, il Perazzini trovò molti amici, che si
restituirono quasi in Accademia allo scopo di restituire al possibile il testo ge-
nuino del loro santo patrono. Ma i tempi si facevano ogni di meno propizi a
questo genere di studi, e rimise cosi all'infaticabile mons. Giuliari il merito di
avere riassunto le fatiche altrui, ripigliato e completato gli studi intorno a
S. Zenone, ed apparecchiata un'edizione degna di essere o (Ver tu a Leone XIII,
che ne ac etto benignamente la dedica. Nulla di fatti manca alla nuova f.itica
del benemerito editore di S. Zenone: l'epoca, la vita, il culto, le opere del Santo
sono illustrate nei prolegomeni, ove è anche esposta la dottrina di esso, dalla quale
apparisce che la Chiesa cattolica credeva nel quarto secolo quello che crede nel
secolo deci monono. Ma il eh. editore ha saputo giovare più direttamente alla
storia, consacrando particolari capitoli alla liturgia, allo, filosofia, all'archeolo-
gia sacra e profana: lavoro veramente grave, e che mostra non solo la pietà ma la
dottrina e l' intelligenza dell'erudito bibliotecario. Certo, non mancherà qualche
neo: qualcuno, per esempio, non avrebbe voluto leggere quelle parole: <c inspi-
eere tempus non concessi t » (pag. CXL). Ma il Giuliari, e per l'esame dei codici
principali e specialmente del pistoiese, e per la critica con cui discusse, e per la
dottrina con cui chiari ogni difficoltà del suo testo, potè dire con giusta fiducia
ai lettori: « ouram certe maximam adhibuimus ut haec editio nuineris omnibus
absoluta prodiret ». E noi ce ne congratuliamo con esso; giacché egli ha cosi
raccomandato il suo nome ad un monumento, veramente aere perenni us.
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VARIETÀ
DN NUOVO DOCUMENTO SU GUTTEMBERG
Ne* paesi civili continuano le ricerche per conoscere una buo-
na volta chi fosse il vero inventore della stampa a tipo mobile. In
questi ultimi mesi diedero opera a simili indagini i signori Eugenio
Dutuit ed A. Claudin, nell'opera periodica Le Liore, Rame du
monde littèraire. Archioes des écrits de ce temps. Paris, A.
Quentin, 1883, in 4.° (fascicolo d'Ottobre, pagg. 320-334, e fase,
di Novembre, pagg. 360-372).
Il Dutuit tende a rivendicare il merito della prima invenzione
della tipografia, se non a Lorenzo Coster di Harlem, certo al-
l'Olanda; perocché, dice lui, non v'ha fumo senza fuoco, e quindi
v'ha da essere qualche cosa di 'vero nella tradizione olandese.
Maggior peso non hanno le autorità e le ragioni ch'egli adduce,
non più valide di quelle recate in mezzo più di un secolo fa dal-
l'erudito Meerman (Origines Typographicae, Hagae Comitum,
1765). Ma non bisogna confondere la nebbia col fumo: da questo
voleva Orazio che si sapesse cavare la luce, anziché indovinare il
fuoco; ma il più delle volte nebbia e fumo non fanno che oscu-
rare le cose (1).
Riferendosi alla dissertazione critica del Dutuit, prodromo di
una sua opera maggiore che vedrà la luce, il Claudin la dice por-
tato d' un' opinione imparziale,, che sarà accettala da chiunque
(1) Intorno alSasrgio dei Dutuit parla il comm. Carlo Lozzi nel suo Biblio-
filo, anno V, Marzo 1884, num. 3, Bologna, in un suo primo articolo, In cui intan-
to e^li afferma: « elio il Coster abbia di alquanti anni preceduto il Guttembergr
non c'è dubbio ; come è pure accertat i < h • il Coster abbia pubblicato alcuni sè-
fruiti xilografici ad impressione tabellare, ma non è egualmente certo che abbia
per primo formate lettere mobili in l 'imo, e con esse impresso qualche libro ».
Aspettiamo ci venga dimostrato, non f»on normazioni autocratiche, le quali oggi
nulla provano, come la prima cosa non sia punto dubbia, come la seconda sia
accertata, e come la terza sia solamente seggetta a dubbi.
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^ *k accecato dallo spirilo di nazionalità. E dice troppo, ma
^buon senso di soggiungere, che quell'opinione non debb' es-
SSre. accolta senza qualche riserva.
Ma che riserve fa il sig. Claudin, non riuscendo che a con-
durre i suoi lettori tanto per Harlem quanto per Magonza alle
stesse conclusioni? Dopo aver letto l'articolo del sig. Claudin non
si sa a che attenersi: nell'arte compariscono tutte e due come le
prime inventrici di tutto. Altro che riserve ! (1)
Delle riserve però e moltissime ne facciamo noi, non per Har-
lem, di cui non vogliamo occuparci per ora, sì bene circa V ultima
conchiusione a cui esso Claudin par voglia fermarsi commentando
un nuovo documento su Guttemberg. Il suo articolo è- intitolato :
Un nouveau doeument sur Gutenberg. Tòinoignage d' Ulric
Gering, le premier imprimcur pn risieri et de ses compagnons
cnfaceur de V intenieur de V imprimerie. E, quando egli dice
i>npri>nerie, intende stampa a tipo mobile, diretto e fuso.
Si vedrà come il sig. Glaulin abbia voluto forzatamente far
parlare a modo suo e compromettere dei morti ; e, peggio, come
il documento stesso, senz' essere una vera e buona testimonianza a
favore di un Guttemberg primo inventore della tipografia, con-
traddica eziandio a quelle premesse storiche che lo stesso critico
qua e colà giudica degnissime di fede.
In cotali contraddizioni cadono troppo sovente bibliografi e
(1) 1 bibliografi, per non continuare ad andar essi a teutoni ed a farci ca-
dere sui loro passi, abbiano una buona volta la bontà e la bravura d'intrapren-
dere il lavoro ebe ora andremo additando. Prese le mosse dallo Sp?culum fiuma-
na* snhationis. da quello, cioè, ebe dicono del 1439, ed interamente a carat-
teri mobili, vengano giù giù fino allo Iustinianus, lnstitutiuncs, Magonza,
1468. e tecnicamente ci facciano toccare con mano i successivi miglioramenti
dell'arte Anzi la stessa operazione vuol essere prima eseguita su quelle xilo-
grafia e lavori d" impressione ebe furono proclamati anteriori al 1439, siano
d Harlem o di Strasburgo o di Magonza o di qualsivoglia altro paese d'Europa.
Allora si vedranno le fos , i passi progressivi dell'urte, allora si conoscerà in
che consistesse o potesse consistere il merito guttembergiano, ed in die i van-
tati ed essenziali perfezionamenti introdotti da Pietro Schoeffer Corredino il
tutto con buone tavole fotolitograficbe ; perchè fidarsi è bene, e non fidarsi ò
loglio E, per carità, noti si mettano a tal lavoro ammaliati dalle parole di que-
sto odi quello scrittore, da questa o da quella sottoscrizione di stampatori. È da
scommettere che si troveranno in grande imbroglio; perocc hè vi sono (fra le
altre cose) delle pagine' date dal Meerman come lavori tipografici dH tempi di
Lorenzo Coster, ebe superano per esecuzione materiale qualsivoglia lavoro attri-
buito a Guttemberg ed a tutta la scuola magontina.
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230
critici, e tra' primi caduti è da annoverarsi anche il Meerman, Chi
più di lui ha accatastato prove e documenti a favore di Guttém-
berg, più a danno che a vantaggio del suo prediletto Coster ì
Cuoci e ricuoci le uova, metti troppe droghe nei cibi, e diventano
i ìd.gesti e perniciosi al povero ammalato, che dovea, invece, rice-
verne nutrimento e ristoro.
Dove il sig. Claudin è andato a pescare il suo nuovo docu-
mento ?
In una lettera del savioardo Guglielmo Fichet, dottore di teo-
logia e retorica nel Collegio della Sorbona, poi cameriere secreto
di Sisto IV. Quella lettera è diretta al suo amico e già scolaro Ro-
berto Gaguin, e trovasi premessa (fol. 2 verso), solamente in pochi
esemplari, all'opera intitolata Gaspariui Pergamensis Orlogra-
phiae Liber, in 4.° piccolo, stampata a. Parigi, ma senza data. Ne
dovrebbe avere un esemplare la Biblioteca Brera di Milano, se-
condo che attestava il prevosto dell' Ambrosiana don Giacinto
Amati, a pag. 000 delle sue Ricerche slorico-critico-scicnti fi-
che ecc. Milano, Pirotta, 1830, in 8.° Vogliamo sperare che quel-
l'esemplare non abbia preso il volo come tanti altri libri preziosi.
Gaspare, sopranominato Barzizza dal luogo della sua nascita, •
presso Bergamo, latinista e letterato, nacque verso il 1370, inori
nel 1431. Ignoriamo che vita menasse a Bergamo, e se questa
città molto si curasse di lui, o piuttosto, per l'antico proverbio
Nono prophcla in patria sua, si limitasse ad accordargli l' ospi-
talità delle strade pubbliche. Certo è che gli prese vaghezza o
sentì il bisogno di andar a stabilirsi a Milano. Eragli amico il duca
Filippo Maria Visconti, presso cui stette parecchio tempo, libero
letterato in subdola corte. Furono le sue Epislolae, specie di eser-
citazioni scolastiche, il primo libro stampato a Parigi nella Sor-
bona, chi dice nel 1409 e chi nel 1170; e sono fogli 118, in 4.°
Per la loro prima stampa i Parigini avrebbero forse dovuto fare
una migliore scelta, dopo l'esempio di Roma e di Venezia; ad ogni
modo è consolante per noi, massime- in questi tempi di dispetti e
di male ispirati sfregi, il vedere come la Francia, a quei di faro
di sapere per tuffo il mondo (1), giudicasse, anco giusta l'opinione
della sua stessa Sorbona, di avere qualche cosa da apprendere pur
dai nostri scrittori di secondo online. Chi scelse l'opera fu Gio-
vanni la Pierre, priore della Sorbona, per consiglio dello stesso
il) Vedi più innanzi i versi posti in fine alle Epistola* di Gaspurino,
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2«7
Fichet, conuì riferisce il Chevillier nell'Origine de l' imprimé-
rie de Paris, Paris, De Laulne, 1C04, a pag. 40.
Per fissare la data della stampa dell' Orlographia il signor
Claudin parte da quella delle Epistoh.e, che, a suo dire, devono
essere state impresse alla fine del 1 1G9, oi al principio del 1470 al
più tardi. L' ' Hain (Reperforium bibliograpJticum) ed Ambrogio
Firmin-Didot (Enciclopédie moderne, Histoire de la Typogra-
phic) escludono (il secondo più esplicitamente del primo) la data
del 1469, ammettendo invece l'uno il circa 1470, l'altro, senza
dubbi il 1470. Finché non sia provato il contrario, noi riterremo
adunque che le Epislolae datino da quest' ultimo anno : indotti a
ciò peculiarmente dalla lettera di Fichet al Priore La Pierre, pre-
messa a quelle Epislolae {Guillermus Fichetus Parisiensis Theo*
logus Doclori I vinni Lapidano Sorbonensis Scholae Priori, Sa-
lulem). On lil, dice il Chevillier, 1. e, pag. 41, dans les regislres
de la Faculté de Thèo ì ogie i qu il fui Prieur deux fois ei de
deux années inlerrompues: la première fois en V année 1467
la seconde fois en 1170 (1).
Incerto fra il 1409 ed il 1470, il sig. Claudin questo però af-
ferma come positivo, che i caratteri dell' Or/ogrcrphh, ne portenl
nucunc trace d'usure, et paraisscnt eidierèmcnl neufs (2); de-
ducendone che ce fiere a sitivi fe premier, ayanl àie cxeculó
par les mómes imprimeurs, qui vieanenl d' imprimer les Lei-
(rea de ce mème Gasparino. Notiamo, anzi tutto, che il Brunet
dice dell' Orlographia: « Èdition imprimée avec les mèmes cara-
ctères que les Epistobte » ; in secondo luogo, che il latino del Fi-
cheti qui jam pridem Gasparinì litleras impresserunt, che si
legge nella lettera premessa all' Orlographia, è ben lontano dal
significare una successione pronta ed immediata; dappoiché, come
si rileva da un passo di Cicerone (Àtt. 23 , se mai se ne avesse bi-
sognoj'am pridem ha il valore tli gran tempo, di molto tempo
fa e simili. Forse il sig. Clau lin confuse pridem con pridie, fa-
ti- Pt r far datare dal 1469 la lettera di Fichet e l' Ortog rapititi del Gaspa- ,
mio biso£u> Tubb 4 confondere 1" Università di Parigi coi Collegio deiia Sorbona,
fr'ce in una nota ii Dupoxt (Histuire de la typugraphie, to. I, i>a<r. 94): II (De In
Pierre; fut pri*ur de Sorbonne en 1467 et 1470; il avtit succedi a (rutilante
Fkhtt, en 1469, dans le rectorat de /' Unirei siti de Paris.
In ciò discorda il Chevillier, Origine de V imprimer ie de Paris, pag 1 . 491,
Scendo delle EpistAae: (e caractère de ce volume parati ncuf % et n arutr pomi
<*cw urti: aux autres livrea il paroit un peu usi.
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^3S . ,
tendone col jam un nuovo modo avverbiale di tempo, e dandogli
un signuìcato che non ebbe mai.
Si potrebbe aggiungere che lo Chevillier (1. c. pag. 36) dando
la nota cronologica dei libri pubblicati a Parigi dal 1470 al 1472,
registra quinta la Ortographia di Gasparino, facendola precedere
dalle Epistolae gaspariniane,. dal Floro, dal Sallustio, e dalla Re-
thorica del Fichet. Di più, il Firniin-Didot (1. e, col. 737), citando
le prime stampe parigine, pone dopo quelle del 1471 il Libvr
Or log rapirne. Che se facciasi l'eccezione ch'essa Ortographia
comparisce fra i libri senza data citati dal Firmin-Didot, sarà fa-
cile rispondere doversi por mente a questo fatto, che col carattere
dalle Epistolae, lo attesta lo stesso Firmin-Didot, qu.egli impres-
sori stamparono successivamente (a. 1470 o 1471) il Sallustio. Se
il Liber Ortographiae, che il Claudih ritiene essere stato la se-
conda stampa parigina, ebbe bisogno di un nuovo carattere, forse
perchè logorato il primo dalla stampa delle Epistolae, come si sa-
rebbe proceduto col loro carattere logoro a stampare il Sallustio?
Insognerebbe supporre che fin da principio la stamperia di Gering,
Friburger e Krantz avesse già in pronto due caratteri nuovi, e
che, stampando nello stesso anno, o poco dopo, due opere dello
stesso autore, cioè del Barzizza, runa la imprimessero in un ca-
rattere e T altra in un altro : il che ci pare abbia poca verosimi-
. glianza. Non sappiamo come siasi formata la tradizione che Y Or-
tographia fosse il secondo lavoro tipografico parigino ; probable-
ment, dice prudentemente il Brunet; ma nò il carattere nuovo, as-
serito dal sig. Claudin, e molto meno le parole del Fichet, dateci
dallo stesso signore, gli servono a prova. E se Epistolae ed Orto-
graphia uscirono nello stesso anno dalla medesima tipografia, per-
chè non se ne è fatto un solo volume, anziché aggiungere all' Or-
tographia predetta un trattato del Guarino (De Diphthongis), che
non ha che nove fogli ?
E qui dovremmo meravigliare che nè Hain, nè Brunet, nè
Graesse, nè Claudin ci abbiano in lieato il numero dei fogli del-
l' Ortographia, cosa che almeno V ultimo avrebbe potuto fare be-
• nissimo, avendo fra mani la stampa da cui egli trasse la lettera di
Fichet.
Nella incertezza adunque di quella data, come potremmo noi
contraddire all' Hain, che assegna all' Ortographia un tempo po-
steriore al 1470 [Forte Parisiis, post 1470) ì E come fa il signor
Claudin a sostenere che la lettera del Fichet al Gaguin debba es*
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sere della firn .lei 1470? Forse perchè quella lettera termina con
queste parole: JEdibus Sorbonac .... kilendis januariis? Ma
poiché esso signor Glaudin trova necessario avvertire i lettori che
il Gennaio era allora il primo dei tre ultimi mesi dell' anno, che
cominciava a Pasqua, non pare a lui che la lettera, anziché del
1470, non abbia piuttosto a dirsi del 1471 i E presso alla fine del
1471 ci farebbe forse giungere lo Ghevillier (1. e, pag. 2D) affer-
mando che Sisto IV fece venire Fichet a Roma sur la fin d' oclo-
bre de 1471. Ed anche si potrebbe rimandare la sua partenza al
1473, perocché si apprende dal Dupont (1. c. f tom. I, pag. 57) che i
dottori La Pierre e Fichet non lasciarono, forse definitivamente,
la Francia, che in quest' ultimo anno. È errore o contraddizione
del Dupont, che prima avea detto (pag. 94 in nota) che sulla line
del 1471 il card. Bessarione, incaricato dal papa di una missione
presso Luigi XI, condusse Fichet a Roma, dove fu benissimo ac-
colto da Sisto IV ? Ovvero furono due le andate di Fichet, e la
prima con riiorno a Parigi?
Vedrassi più innauzi che nella Epistola di Fichet al Gaguin,
premessa all'edizione dell' OrJographia del Gasparino, corse un
errore di grammatica: un libri per libros. Tutti i Francesi ci gri-
derebbero la croce addosso, se di tale errore noi facessimo respon-
sabile il loro magno latinista Fichet; dunque dev' essere stato er-
rore degli stampatori ; dunque il Fichet non deve aver rivedute le
bozze di stampa di quella lettera ; dunque egli doveva essere allora
lontano da Parigi, cioè trovarsi a Roma nel suo nuovo ufficio, dopo
il 1471, forse nel 1743 ed anche dappoi; dunque V Ortographia
non fu stampata nel 70, sebbene la Epistola possa essere stata
scritta in queir anno.
Quali ragioni inducessero il Fichet ad omettere l'anno in
cui scriveva la lettera al Gaguin non è facile indovinare. Forse
egli non volle con una data precisa vincolare gli stampatori, la-
sciando loro, invece, con queir omissione la libertà di stampare
1' Ortographia a tutto loro beli' agio ; ovvero furono gli stessi
stampatori che, pubblicando parecchio tempo dopo la lettera, sop-
pressero l'anno per non far parere cosa vecchia lo scritto del
Fichet, vicino o lontano. Ma vedremo che i tre tedeschi, oltre la
data, soppressero forse qualche altra cosa, cioè tutta la lettera. 0
forse il Fichet non avea 1" uso costante di porre intere le date alle
sue lettere, come si vede nella sua epistola a La Pierre, premessa
^ Epistolae, e che termina colle parole : Scriptum apud Sur-'
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bonam velocissima Ficlieted marni (Chevillier, /. e, pag. 41, e
Dupont, /. e, pag. 93).
Era necessario precisare la data del nuovo documento offer-
toci dal Claudin; si troverà quindi ragionevole che intorno tal
punto noi spendessimo più di qualche parola. Nulla si prova asse-
rendo recisamente. E l' affare delle date, in argomenti come que-
sto, è per noi della massima importanza, perocché più si allonta-
nano dall'epoca, non dei tentativi, ma deir invenzione della stam-
pa, che, secondo i più riputati critici, sta fra il 50 ed il 57, anziché
fra il 40 ed il 57, del 1400 (l); e più scema per noi il valore dei
(1) Il Sabellico nella Storia Veneta ci apprende che sotto il doge Pasquale
Malipjero (a. 1457-02) fu in Italia trovata la stampale nell'altra sua opera Eneadi,
X, 1ÌU..YI, aggiunge: Moguntia res pvimum tentata est . . . annis cirater XVI
priusquam in Italia res coepta sit rulgari.
La predetta Storia Veneta in quel modo ci faceva vogare per cinque anni,
non precisando proprio l'anno dell'asserita invenzione italiana. A supplire in
pran parte a ciò noi presentiamo ora il passo di un'altra opera, che pare dello
stesso autore, e che trovasi in questa nostra Marciana (Manoscritti Latini^ Classe
A', XLIy 0). •
Così parla il Morelli in una sua nota manoscritta premessa ad esso Codice •
« In questo Codio*! trovasi un' Epitome dell'istoria veneziana del Sabellico
con alcuni lunghi passi di questo storico inseriti letteralmente. Al principio, ec-
cettuate alcune poche righe, trovasi un pezzo di esso Sabellico, che nell'edizione
veneziana del Lovisa comincia a carte 127. Ma in appresso l'autore dell' Epito-
me vi agg"iun .e del suo, e fra le altre cose nolla facciata terza cita il testamento
di Ubertino da Carrara come esistente nell'Archivio dei Procuratori di S. Marco.
Quel pezzo di questo libro eh 1 è intitolato de Beilo Carrariensi, e comincia Fra-
ctis Scaligerum tyrannorum viribus etc trovo ch'ò preso a parola per parola dal
Sbellico p. 347 (diz. citata, il qual pezzo come di autore ignoto fu pubblicato
dal N. U. S. Flaminio Coruaro dietro alla Cronaca Veneziana di Lorenzo de
Monaci ».
« Potrebbe anche essere tutta questa Storia Veneziana dettata dal Sabellico
stesso prima che scrivesse V Historia diffusamente. Ma non v'è alcun indizio per
assicurarsi di ciò ».
La suddetta opera ms. porta nel frontispizio questo titolo: Saltellici Epitome
His?or. Venet. ab anno*MCCX usque MCCCCLXXVII (le^rjjri piuttosto 1 4*78, come
resulta da quanto si legge alla carta 113 recto) ew Sabel'ico potissimnm desumpta.
È da notarsi che il frontespizio è di carattere molto meno antico; e che la scrit-
tura del codice è del secolo XV.
Non sappiamo come il Valentineili, copiando dal Morelli, nella sua lithliu-
theca Manusripta Viri Marci, fattosi a discorrere di questo codice, di carte 1 1G,
iu 4.", del secolo XV ^notisi bene) potesse uscir fuori dicendo: Statini a princi-
pio focus ex Sansovino ad verburn nspundet pag. 127 editiunis renetae 1718. Ma
il benemerito uomo non prese nella sua mortale carriera questa sola cantonata.
La Marciana uou ha nessun codice o carta di accertuta scrittura del Sabel-
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documenti che ad essa si riferiscono. Le sottoscrizioni, quando vi
sono, degli antichi stampatori e le parole degli storici e letterati
del XVI e XVII secolo e dei successivi sino ai nostri giorni, son
belle e buone, per altro sono parole; ma nel decennio dal 1457 al
1467, quando gli stampatori mistificavano il pubblico e storici e
bibliografi tacevano, vi sono i libri che colle loro materiali qualità,
parlano assai chiaro ed assai giusto a quelli che sanno leggerli. Le
cose che si vedono coi propri occhi senza traveggole, quelle sì. non
hanno menzogna.
Ma veniamo finalmente al testo latino del Fichet. È un brano
di lettera, diretta, come più sopra abbiam detto, a Roberto Gaguin.
Essa non sarà certo rimasta senza risposta, e la risposta, se si
potesse trovare, recherebbe la necessaria luce sulla missiva di
Fichet e suir anno in cui venne stampata la Ortographia di Ga-
sparino. Ma furono inutili le nostre indagini; alla Marciana tro-
vammo un epistolario del Gaguin, Epistolae et òrationes Gaguinù
M. Duratici gerlìer; carte numerate 78). Doveano quelle lettere
essere stampate, come si rileva da una lettera del Gaguin del 1498
(fol. 3 recto), dallo impressore Jodoco Badio, ma, morto costui;
Roberto affidava la stampa delle sue lettere ed orazioni a durando
Gerlerio Parissano biblyopole, non solamente sottoscritto nel
frontispizio, ma che ha pure la sua marca (Z). G. gotici) entro
una xilografia del primo foglio recto. In nessuna delle sue Epistole
a Guglielmo Fichet il Gaguin accenna air Ortographia, ed in nes-
suna di quelle è segnato V anno in cui venne scritta (1).
lieo, sebbene egli sia stato per qualche tempo custode della Libreria Ducale; ci
riesce quindi impossibile di far i necessari confronti per affermare se veramente
questo sia un suo autografo. Forse all'Archivio Veneto di Stato le ricerche sa-
rebbero più fortunate.
Una volta dimostrato essere un abbozzo del Sabellico, quest 1 Epitome riu-
scirebbe di qualche importanza, specialmente per il seguente passo, che si legge
a carte 97 recto : librorum (vi si dice) imprimendorum ratio primum (sotto il Ma-
Hpiero) est in Italia reperta, ed in margine, dello stesso carattere: Librorum im-
primendorum inventio 1457 tei H59.
Ciò dà luogo a questa ragionevole supposizione, che nelle E ne adi il Sabel-
lico portasse i primi tentativi dell'arte Maguntina all'anno 1441 od al 1443 e la
rtptriiiunt e l'esercizio, già cominciatosi a divulgare, della stampa in Italia
all'anno 1457 od al 1459, tenuto stretto conto di quelle parole anni* circiter
XP/ ecc.
U) Nel foglio 12 recto, Gaguin scrivendo a Fichet, dice: Nam quia te prae~
uptorem appello, mefichetistam vocant multi, et quod a me editum sciunt, rnor*
fcftf. In una sua orazione a Giovanni, re di Portogallo, egli fa precedere questa
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Ecco il documento :
.... Magnimi lumen novorum librariorum gentis attulit
quos nostra memoria (sicut quidem equus TrojanusJ quoquo
versus effudit Germania. Ferunt enim Mie, haut (sic) procul
a cimiate Mogontia, Joannem quendam (sic) fuisse cui cogno-
mento Bonemontano qui primus olim impressoriam arlem eoc-
cogitaverit quare non calamo fui prisci quidem alii J ncque
penna fui nos fingimusj, sed aereis lilteris libri (sic) fingunt et
quidem eocpolitc, polite et pulclire. Dignus sane hic vir fuil quod
omnes Musae, omnes artes, omnesque eorum linguae quae libris
deleclanlur divinis (sic) (1) laudibusque oment coque magis Dis
Deabusque anteponatur . . . Atque ut ... . prima Ceres unco
glebam dimovil aratro, prima dedit fruges alimentamicia ter-
ris. Al Bonemonlanus iste longe gratiora dicinioraque inventi,
quippe qui litteras ejusmodi exsculpsit quibus quidquid dici aut
cogitari potest propediem scribi ac transcribi et polestati memo
riae mandar i possit. Neque praesertim hoc loco silebo qui su-
perant jam 7)iagislrum quorum Udalricus, Michael ac Marli-
nus principes esse dicuntur, qui jam pridem Oasparini epistolas
impresserunt quas Joannes Lapidanus emendami . . . JEdibus
Sorbonae raptim a me kalendis januariis diluculo scriptum
Da questo brano di lettera, mancante della più necessaria nota
cronologica, cioè di quella dell'anno nel quale fu scritta, che pro-
fitto vuol trarre il sig. Claudin per la causa di Guttemberg?
Egli vuol dimostrare :
data, dove mancano le centinaia: Anno safutis M. septuagesimo sesto (foglio 53
•verso). Ha poi nel foglio 76° una lettera a Iacobo Vimperselingo spiremi, in cui
10 manda a studiare la storia moderna a proposito e difesa del re di Francia, che
11 Vimperselingo avea aspramente censurato pel ripudio di Margarita, figlia di
Massimiliano, e per le sue nozze con Anna, che dicevasi sposata a costui. Fa se-
guito subito dopo, fol. 78 verso: Eiusdem Roberti Qaguini ad eundem Iùcobum,
qui Mia Francorum marcescere scripserat Epigramma. Dev 1 essere quel lacobus
Wimphellingius natas Seìestadii in Aìsatia V7 julii a. 1450. ibidemque drcesstt
15 hai. Decemb. 1528, citato dal Meerman, 1. e, t. II, pag. 138.
(1) Par che il Claudin abbia omessa la parola kunoribus. 11 trevigiano Gi-
rolamo Bononi qualche anno dopo, cioè nel 1477, si servì delle stesse immagini
mitologiche per lodare un quicunque inventore della stampa, Tortela Aretini
De Ortographia dictionum e Graecis tractarum. Treviso, Manzolo, in fol. Il Bo-
noni, per mettervi qualche cosa del suo, vi aggiunse anche Mercurio. Poi venne
Quinzio Emiliani colla giunta delle ali di Dedalo e colle manine di Pali ade
{Bibita latina, Venezia, Herbort, 1483).
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1. ° che questo documento non è stato finora conosciuto da al-
cuno storico della stampa ;
2. ° eh' esso documento va innanzi per tempo a tutti gli altri
conosciuti, a cominciare dalla Cronaca dei papi di Filippo de Li-
gnamine, Roma, 1474 ;
3. ° ch'esso documento è l'autentica testimonianza di coloro che
stampavano libri col mezzo del metodo nuovo ;
4. ° eh' esso documento dimostra chiaramente e precisamente
. avere il Guttemberg non solo escogitata per il primo 1' arte della
stampa, ma anco inventati i caratteri mobili di metallo.
Di tutto ciò appena regge il primo asserto, qualora perù, poco
ragionevolmente, non si vogliano risguardare come storici quelli
che attesero alla bibliografia delle stampe del quattrocento, e che,
completamente o no, s' occuparono anche del ' libro dell' Ortogra-
fia di Gasparino, edito a Parigi da Gering e soci. Fu per incuria,
o per non crederla importante eh' essi non si fermarono a discor-
rere di proposito su quella Ietterà? Riteniamo che sia stata negli-
genza de' bibliografi e degli storici, che pur trassero in mezzo do-
cumenti d' assai minor valore. C è poi V attenuante, che quella
lettera si trova in pochissime copie.
Che la lettera di Fichet sia il primo documento che nomina-
tivamente ricordi Guttemberg, è asserzione assolutamente gra-
tuita; perocché anteriori a quella lettera, fosse pure essa de la fin de
r année 1470, abbiamo il processo di Strasburgo del 1439, l'altro
processo del 1453, e la lettera dell' Humcry del 1468. 0, per av-
ventura, il sig. Claudin ritiene che tutti questi documenti non siano
proprio degni di considerazione e nulla provino a favore di Gut-
temberg come primo stampatore a lettere mobili? In ciò noi sa-
remmo d'accordo con lui, e lo abbiamo dimostrato, più di un anno
prima del suo articolo, nell' opera : Siili' invenzione della stampa
a tipo mobile fuso, rivendicata all' Italia. Firenze, Galletti e
Cocci, 1882, in-16). Ma, se M. Hessels ha dichiarato non è gran
tempo, come scriveva anche il Dutuit nell'Ottobre del 1883, che
mancano i documenti per affermare Guttemberg inventore della
tipografia, neppure la lettera del Fichet viene a supplire ad una
tale mancanza, come vedremo più innanzi.
Nella suddetta lettera del teologo della Sorbona si vede il re-
tore e di più l' erudito non bene informato delle cose intorno a cui
si era messo a discorrere.. Ha bisogno di fronzoli per riempiere il
vuoto e dissimulare la scarsità delle sue cognizioni avariate» Come
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rètore lasciamolo sbizzarrire ó trastullarsi col Cavallo di Troia,
sebbene questo grande animale a ruote non abbia menato in giro
per Lutto il regno di Troia e molto meno per tutta Europa i guerrieri
greci ; e condoniamogli quegli esagerati suoi confronti fra i supposti
meriti di Guttemberg e quelli degli dei e delle deesse della mitologia,
compresa anco Cerere, ch'era pur venerata come la datrice del
pane. Fu certo involontaria omissione, s' egli non mise appiedi del
suo idolo anche le Grazie. Poco istrutto della materia che avea
tra mani mostrasi esso Fichet quando asserisce che un cerio Gio-
vanni, un quidam, un tale qualunque, poco lungi da Magonza,
escogitò l'arte della stampa: chi è proclamato degno di templi e
(T incensi, un nuovo dio non avrebbe dovuto designarsi con quel
quidam (1), che lo qualitìca quasi come ignoto ; di più, Strasbur-
go, che, secondo la tradizione, fu la prima culla dell'arte Guttem-
bergiana, non è cosi vicina a Magonza, come farebbe supporre
Vhaudprocul, quasi che si trattasse di Altavilla. Strasburgo dista
da Magonza quasi dugento chilometri, e di strada ferrata (2). È
del pari poco esatto il Fichet, quando dalla scritturazione a penna
passa a quella delle lettere metalliche, come se questa fosse imme-
diatamente seguita a quella, come, cioè, fra r una e T altra fase
dell'arte non vi fosse stata la xilografia, cioè l'incisione della scrit-
tura sul legno o sul metallo.
Era allora brutto vezzo quello di latinizzare con elementi af-
fatto diversi i cognomi ; ed il Fichet, come per quello di La Pier-
re in Lapidanus, rendette quasi irreconoscibile il cognome di Gut-
temberg, trasformandolo in Bonemontanus h che n'è la traduzione
latina, ed anche un po' libera. Di un buon monte se ne è fatto un
buon montanaro (3). Di ciò non vogliamo veramente dar grave
(1) Molti altri scrittori però usarono del quidam parlando di Guttemberg ed
anche nominandolo E l'invenzione fu detta quaedam a cominciare dallo Piai-
morum Codex del 1457.
(2) La tanto strombazzata e vantata autorità del Tritemio è oosì poco si-
cura nelle sue affermazioni; che in una sua lettera del 1507, chiama Magonza
metropolim Francorum, ed in altra del 1508 metropolim Alernannòrum. Nel 1507
non c T era di mezzo il Reno?
(3) Il WimfelhÌng (nel Catalogo dei Vescovi di Strasburgo, Strasburgo,
1508) dice alla sua volta: ductu cuiusdam Joannis GenszfUisch, ex senio caeci,
in domo Boni Montis, Gutenberg, in quo hodie collegium est juristarum, ea ari
Computa et cutisummata est. Lasciando pur stare il Gudenburch dello Zeli, altra
autorità co' nocchi, che dire dell' Ansicarus del predetto Wimfelhing, tradu-
«ione, come dice il Meerman, di Qensfleisch, altro cognome di Guttemberg 99
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carico al Fichet, ma, trattandosi di un nome eh' egli voleva tra-
mandare alla posterità, non era buon mezzo quello di esigere non
solo che i suoi lettori conoscessero il latino, ma imparassero anche
il tedesco. E per sapere il nome (Von Stein) del sopradetto ale-
manno Priore della Sorbona essi avrebbero dovuto apprendere,
oltre il tedesco, anche il francese.
E qui lo stesso sig. Claudia si presterebbe a indicarci delle
altre inesattezze nel latino del Fichet. Non ci riferiamo al libri
yerlibros: anche con questo errore di grammatica, seppur quel,
teologo lo avesse fatto proprio lui, quel teologo-rètore poteva di-
venir cameriere secreto di Sisto IV ed aspirare al cardinalato. Ma
ciò che più appunta lo stesso Claudin si è quell'appellativo di sco-
lari di Guttemberg dato a Gering ed a' suoi soci. E porge ragione
della propria censura con queste parole: C est par métaphore (?)
qm Fichet dit que de tels élèves depassenl déjà leur maitre.
Il ne faut pas interprèter ces paroles dans le sens que nos trois
typographes auraient appris leur métter dans V atelier de Guten-
berg, leur maitre à tous et leur idole. On pourrait le prèsti-
merpour Martin Krantz, mais cela ne % serait pas exact pour
les autres. Dans nos notes inédites, nous avons la preuve qu' en
1461, à la veille du siège de Mayence Michel Frtburger et Ulric
Gering étaienl éludians à V università de Bàie et passaimt leur
premier grade en compagnie d'un nommé Gabriel Granlz; de
Stein eie.
È il sig. Claudin che su questo particolare taccia di inesat-
tezza il Fichet ; e noi non vogliamo essere tanto sgarbati da dargli
una smentita. Altri potrà replicargli che Guttemberg può esser tor-
nato a lavorare fino al 1465 (1), e che quei tre scolari dopo il 61,
senio caeci? Ma qui si tratterebbe di un altro Guttemberg 1 , di un supposto suo
fratello, inventato di pianta, dice il Firmin-Didot, per favorire le pretensioni di
Harlem (1. c., p. 579).
A Guttemberg furono inoltre dati i nomi anebe di Pietro, di Roberto, di
Giacomo ed altri ancora. Antonio Wood, nella Storia dell'Università di Oxford,
1674, a pag. 226 lo chiama Tossanus (Tussanus quidam, Joann. Guthenbergus
alittr appellatasi . Il Cbevillier traduce (papr. 24) Toussaints, Ognissanti?!
Quanto a Fust, per eufonia Fuest in un libro stampato nel 1526 da due tede-
schi, come diremo più innanzi, poco mancò che non si trasformasse in un Gu-
man, più o meno spàgnuolo. Vedi Giov. Cario, nella Cronaca, lib. Ili: Joannes
Faustus, quein Gutmannura vocant ecc ; ed il Meerman, l. e, tom. II, pag. 166.
(1) Guttemberg addì 17 Gennaio 1465 dall'arcivescovo di Magonza Adolfo
di Nassau fu nominato suo courtisan pensionné (Firmin-Didot, l. c. t col. 601)
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o per poca vocazione allo studio o per altri motivi, non è inverosi-
mile che abbandonassero le lezioni della Sorbona per dedicarsi al-
l' arte impressoria.
È una vera esagerazione che i tre nominati impressori parigini
venerassero il Guttemberg come loro idolo, e può essere prova ne-
gativa di ciò il fatto che in pochi esemplari dell' Qrtographia di
Gasparino trovasi Ja lettera di Fichet che porta a cielo il Guttem-
berg, E, meglio che esagerazione, potremmo forse chiamarla asser-
zione gratuita. Quei tre nelle loro sottoscrizioni non lodano che la
Germania, e, com' essi, così fecero nel secolo XV tutti gli stampa-
tori tedeschi di colà, e venuti di colà, i quali non lo ricordano mai
nei loro libri col suo cognome, o per invidia, o per ingratitudine,
o per inqualificabile dimenticanza, o per non credere o per sa-
pere veramente Guttemberg non essere stato l'inventore primo
della stampa, vogliasi tabellare o vogliasi a tipo mobile. Quando nel
1468 Pietro Schoeffer, nella sottoscrizione delle Regulae Gram-
matices, dichiarò che quel" libro era stampato dalla Ditta Fust-
Schoeffer, unde caragma venti, chi gli chiese spiegazioni? Quan-
do nella giunta in versi alla sottoscrizione del Juslinianus, Insli-
tutiones, Magonza, 1468, in fol., lo stesso Pietro Schoeffer fece
proclamare da un Francesco, che due Giovanni Magontini — e i
due Giovanni da alcuni vengono interpretati l'uno per Guttemberg
e l' altro per Fust ; ma potrebbero essere anche Fust e Medem-
bach (1) — ; diciamo quando P. Schoeffer fece proclamare che quei
due si misero in via per trovare l' arte impressoria, ma che anda-
vano tanto adagio e così incerti, che Pietro (cioè lo stesso Schoef-
fer) accompagnatosi a loro, cursu posterior, fu introeundo prior,
chi ad Altavilla, od a Colonia od a Roma, dove a mezzo di tede-
schi era stata introdotta la stampa, chi ha mai protestato in favore
di Guttemberg, passato allora agli eterni riposi solo da qualche
mese ? (2) E quando Giovanni Schoeffer, figlio di Pietro, nel secolo
cependant ilparaitrait que par V impressoti de la Circulaire de Thierry d'Issetn-
berg Gutenberg aurait pris parti pour le rivai d* Adolphe de Nassau.
(1) Nella Cosmographia del Munster, lib. Ili, Basilea, 1554, è detto che Gut-
temberg ebbe come adjutores alios duos Moguntinos, Johannem Faustum et Jo-
hannem &fedimbachium, qui artem hanc in secreto tenuerunt, famuìisque de ea
non propaganda jurejurando constrictis. Ma Guttemberg, Fust e Medembach non
li avranno obbligati a tenere a perpetuità occulti anche i loro nomi.
(2) Se volete stampe del Secolo XV che proclamino Guttemberg quale in-
ventore della stampa, bisogna cbe ricorriate a libri italiani, alla Cronaca di Du-
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XVI, cioè nel 1505 (Tito Livio tradotto in tedesco) accordò, e poi
nella sua sottoscrizione al Breviarium secundum ritum Ecclesiae
Moguntinae, del 1509, e nell'altra sottoscrizione al Breviarium
historiae Francorum, del 1515, negò a Guttemberg il merito della
invenzione della stampa, dicendo sempre però nelle citate prima e
terza sottoscrizione, che fu trovata nel 1450, per gratificare di tal
merito il solo Giovanni Fust e del perfezionamento dell' arte Pietro
Schoeffer, quale dei tipografi tedeschi lo redarguì di audace men-
zogna? E quando si lesse nella stampa del Tito Livio, latino, im-
presso a Magonza dailo stesso Giov. Schoeffer, nel 1518, il privi-
legio dell' imperatore Massimiliano, in cui non si dubitava di affer-
mare che l'invenzione della stampa per testimonianze degne di
fede si doveva al predetto Giovanni Fust, chi apriva gli occhi a
quella maestà germanica, chi le ridava a leggere il Tito Livio in
tedesco del 1505, nella cui dedicatoria alla sua stessa sacra per-
sona era pur stato detto che Y ars typographica ab ingenioso Jo-
hanne Gutlenberg anno a nativilate Christi Domini nostri 1450
era stata inventa? Ma nel 1505 affermava il solo Giovanni Schoef-
fer, e nel 1518 colla sua v'erano più altre testimonianze, certa-
mente di tipografi tedeschi. Ecco in qual modo costoro idolatras-
sero Guttemberg anche nei primi anni del secolo XVI !
Quanto poi si preoccupassero gli stampatori tedeschi di ciò
che intorno alla storia dell'arte altri diceva nelle opere che usci-
vano pur dalle loro stamperie (1), e come fossero più curanti del
guadagno che della verità, apparirà da questo fatto, che nel 1526
Giacomo e Giovanni Cromberg, tedeschi, lasciarono pubblicare in
una loro stampa fatta a Siviglia Fuesl essere stato ucciso a Ma-
gonza la notte di S. Simone e Giuda del 1431 (Vedi Meerman, 1. c.
II, p. 104). E dire che la prima stampa magontina che porta il nome
nato Bossio, Milano, Zarotto, 1492. Poi venne la Cronaca di Colonia del 1499,
tanto bene informata, che alterò persino il nome di Guttemberg , in quello di
Gudenburch. Ne avesse fatto di zecca almeno un Guldenburchio !
Si fa un gran caso della testimonianza di Filippo de Lignamine, aKro ita-
liano, cbe nel 1474 nella sua Cronaca dei Pontefici ed Imperatori, sotto Tanno
1458, scrive che Giacomo Gutemberg e Fust erano esperti (periti) nella stampa.
Ma altro è avere perizia in una data cosa, altro inventarla!
(1) Si vide anche il caso, e questa volta fra i parigini, facili ad accendersi
per ogni nonnulla, che a Parigi nel 1520 Giovanni Savigny, fattosi editore e
correttore dell'opera De institutione Reipublicae del vescovo Francesco Patrizio,
?i premetteva la dichiarazione che, se vi si trovassero errori, il lettore non do-
vesse pigliarsela con lui, ma coi tipografi ignoranti e briachi.
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. 248 .
di Fust è del 1457! Della noncuranza poi o dei pochi o nessuni
riguardi avuti per Guttemberg da' suoi connazionali ne' secoli XV
e XVI avrebbesi a riempiere un volume di giusta mole ! (1).
Ciò che è peggio, vi furono impressori tedeschi o loro scolari
che o per imperizia del latino, o per le difficoltà che incontravano
nella prosodia dei versi che ad ogni costo si dilettavano di porre
in fine ai loro libri, tacquero il nome poco poetico di questo o di
quel loro idolo, e per essere sinceri, o per altri motivi d'interesse
o convenienza momentanea, sacrificarono la stessa Germania, per-
fino ritorcendo da essa ad altre nazioni il merito della invenzione
della stampa. Teodorico Martens, d' Alost, allievo, secondo il Fop-
pens, di Giovanni di Vestfalia, loda egli Guttemberg o la Germania
od -almeno il suo maestro e socio Giovanni ? Invece, in una sua sot-
toscrizione del 1474 (Fratris Bapfistae Mantuani, De vita beata
(1) Dice fi Dutuit, Le Livre, pag. 332: « Méme à cette dernière époque
(1471) il y avait sans douto encore quelques ancien» collabórateurs de Gutenberg,
et, en tout cas, le rócit des faita réels a dù nécessairement s' étre transmis à la
nouvelle gónération de la famille typograpbique. D'où vient donc ce silence?
Peut-on sonsrer à une sorte de conspiration pour méconnattre les droits lésriti-
times de lMnventeur au moins à la gioire posthume? Nous croyons qu' il ne
faut cercher à expliquer tout cela que le plus simplement du monde. Nous pen-
sons que dès V origine on n'a jamais bien su le nom de Tinventeur des types
mobiles. parce que personne n'a revendiqné cet honneur pour lui-méme ». Ma
le quistioni sono due e bene distinte: 1.° chi ha inventato in Europa la stampa?
2.° chi ha primo inventato ed introdotto il tipo mobile? Alla prima risposta po-
tevasi rispondere la Germania e in Germania ; alla seconda sarebbe stata troppa
impudenza far la stessa risposta. Si volle quindi tener poco conto della seconda
invenzione, facendola passare come un naturale ed ovvio sviluppo e conseguenza
della prima: così la Germania si assorbì anch< la gloria della seconda. Se si fosse
pronunziato costantemente un nome, quello di Guttemberg. o di Fust, o di Sehoef-
fer, si sarebbero potute esaminare tecnicamente le rispettive loro caratterizza-
zioni: allora si sarebbe veduto se erano a tipo mobile ovvero a sistema tabellare,
e sarebbesi trovato che a tutto il 1468 procedettero col metodo xilografico. Le
poche volte che si fecero i nomi, fu per interessare a quistioni personali o nazio-
nali, non già per far trionfare la verità e dar a ciascuno il proprio merito. Nel
1467 comparisce a Roma per Sweynheym e Pannartz il tipo mobile; ma quegli
stampatori sono oriondi tedeschi, e la logica tedesca permise che la Germania
fuori della Germania appropiasse a sè il merito anche della seconda invenzione.
Scarsi quindi e combattuti gli elogi ai nomi d'individui supposti inventori della
stampa a tipo mobile, e numerosissimi a quello della Germania. Per questa sta
il grande argomento del tempo, cioè di quello della stampa tabellare da essa
introdotta; e per l'Italia, quello, ben maggiore, della qualità, perocché è gene-
ralmente riconosciuto e proclamato la vera e miracolosa utilità della stampa
consistere nel tipo mobile.
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l&ellus, Alost, 1474), egli cos\ si esprime: Hoc opus impressi
Martinus Teodoricus Alost — Qui Venetùm scita Flandrensibus
afferò cuncta. Avrebbe sbàgliato egualmente il secondo verso, se
in luogo di Venetùm avesse posto Germantìm o GuttembergL Gli
è lo stesso Martens % nel cui epitaffio scrisse Erasmo : Ars eral im*
pressis scripta referre typis.
È tutta fatica perduta quella del sig. Claudin nello sforzarsi a
dimostrare che Gering, Friburger e Krantz nominativement sont
garante de V assertion di Fichet, e che sont des mailres impri-
meurs qui soutienrtent leur dire puisqu ils V imprimente Essi non
costituiscono un témoignage aufhentique et irrécusable, perocché
l'autore della lettera non l'avrà scritta colla testa degli stampato-
ri, e questi non potevano essere responsabili delle opinioni manife-
state da lui. Ciò è accaduto e accaderà sempre ; e molto più in quel
raso, se è vero quanto da alcuni storici affermasi, che cioè, anche
Fichet avesse perorato per far venire quei tre tedeschi a Parigi, e
poiché questo è proprio vero, eh' era- ad essi cortese della sua be-
nevolenza, privi della quale essi avrebbero stentato a mantenersi
senza contrasto a' servigi della Sorbona mantr' egli stava a Parigi.
Se furono essi che fecero scomparire dalla maggior parte delle co-
pie dell' Ortographia di Gasparino la lettera del Fichet, profittando
della sua partenza da Parigi e della sua continuata assenza, avreb-
bero fatto pur qualche cosa, anzi una ben seria protesta contro le
di lui parole. Ma questo puossi affermare che in tutte le loro sotto-
scrizioni fino al 1478, essi non si mostrano adoratori d'altri idoli
che di quello della Germania. Cominciamo dal loro primo lavoro,
che dicesi essere stato le Epistolae di Gasparino. Vi hanno dei versi
in fine. Ma di chi sono? Il Meerman, di sua testa, dice che furono
dettati dal Fichet (1. e, t. II, p. 112), ma, invece, dalla lettera di co-
stui al La Pierre resulta chiaro che quei versi erano degli stampa-
tori o di La Pierre incaricato da essi. Dice il Chevillier (Origine de
C imprimerie de Paris, Paris De Laulne, 1694, a pag. 40): Fichet
voulut mettre à la téle du livre une lettre adressée à Lapierre,
en manière de Prèface et Ics imprimeurs ajoulerent à la
fin une Epigramme de huit vers. Quella lettera è data nella sua
interezza dal Chevillier, ed in parte- dal Maittaire (AnnaL Typo-
graph., Hagae Coraitum, 1719, t. I., p. 23), e fu tutta tradotta in
francese dal Dupont (Histoire de la Typographic, Paris, Rouveire,
1334, t. I., p. 93). £ssa comincia colle parole: Misisli nuper ad
me suavissimas Gasparini Pergamensis Epislolas 9 non a te
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modo diligenter emendateti, sed a tuli, quoque Germania impres-
soribus nitide et terse transcriptas ; e più innanzi : e tua Germa-
nia librarios ascivistt. Tedeschi quelli che introdussero l'arte a
Parigi, e tedesco chi li ha fatti venire. Le riferite parole del Fichet
fanno vedere assai chiaramente che dopo stampate le Epistolae di
Gasparino, esse gli vennero mandate dal La Pierre ; per conse-
guenza, che la lettera del Fichet non fu aggiunta che dopo stam-
pato tutto il libro, e quindi anche il suo ultimo foglio contenente
parte delle lettere di Gasparino ed i versi degli stampatori.
Messo ciò in sodo, vediamo che dicano gli stampatori — e qui
soggiungiamo che devono propriamente essere essi quelli che par-
lano, poiché nessuno poteva, non autorizzato da essi, fare una pro-
messa, come è quella che sta nell' ultimo verso :
Vt Sd lumen sic doctrinam fundis in orbem
.Vusarum nutrix regia Parisius.
Hinc prope divinam tu, quam Germania novit
Artem scrihendi, suscipe promerita.
Primos ecce libros, quos haec industria finxit
Francorum in terris, aedibus atque tuis,
Michael, Udalricus, Martinusque ifagistri
Hos impresserunt, ac facient alios.
Qui di Guttemberg, dell' idolo, del maestro dei tre impressori
nulla è detto; e quanto alla Germania le si fa fare una ben magra
parte: conobbe Varie! ma altro è conoscerla, altro escogitarla ed
inventarla. Perchè non porrà nel terzo verso: Hinc divinam, quam
primum Germania novit? (1) Quando tipografi e letterati vollero
dire, adoperando il noscere, che l'arte fosse per la prima volta
tro *ata, inventata da questo o da queir altro, si fecero bene scru-
polo di non omettere il primum. E taluni l'usarono anche coW in-
venta (Cronaca di Colonia, Gupalatino, Caxton, ecc.) Ma se i tre
impressori tedeschi di Parigi lasciarono fuori quell'importantissi-
mo avverbio, e fecero un po' di torto alla Germania, non lo lasciò
fuori, ed a tutta perdita della Germania stessa, un altro tedesco, in
società tipografica con un inglese. In un'edizione di Oxford del
1485, Lettere di Falaride, Teodorico Rood, di Colonia, e Tommaso
Hunte, inglese, non dicono già che Guttemberg o la Germania abbia
primum conosciuta l'arte, ma invece cantano in versi esametri e
(1) Senza il prope si trova divinitus emersa nel Bertoldo, arcivescovo, in un
suo mandamento de Codicibus Graecis etc. (a. 1486) ; — divino beneficio nella de-
dica dello Schall, Historiae ecclesiasticae Eusebii (Man#va, 1479; ; — qua arie
nulla ... divt'nior et sanctior (F. Faber, Uistoria Suevorum) etc.
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pentametri a questo modo : 0 Veneti! — * Quae fuerat vobis ars
primum noia, Latini, — Est eadem nobis ipsa reperta premens.
Che servizio prestasse il Fichet alla memoria di Guttemberg,
e come sia proprio vero che più di qualche volta si lodano i morti
per avere un pretesto di adulare utilmente i vivi, rilevasi da quelle
parole del Fichet: Neque praesertim hoc silebo qui superanl jam
magistrum. Col loro primo libro delle Episiolae i tre tedeschi non
aveano certamente fatto un capolavoro tipografico ; tutto al con-
trario: ce lo attesta il competentissimo stampatore e bibliografo
Ambrogio Firmin-Didot (1. c. col. 738) colle parole: Quelques lei-
fres soni défectueuses, et parfois la fin des mots est laissée en
Mane pour élre remplie à la piume ; il che viene confermato an-
che dal Dupont (1. e, t. I, p. 05), che carica ancona più la cen-
sura : On y remarque plusieurs imperfections typographiques,
des lettres, des tnots à demi formés etc. E tanto il Firmin-Didot
quanto il Dupont non ripetono che una parte degli appunti che lo
Chevillier (1. c. p. 38) fa alla stampa delle Epistolae (1). Or quale
doveva essere stato il merito artistico del Guttemberg, se i suoi
scolari, pur superandolo, avevano così grossolani difetti? Il me-
rito vero di Gering e soci non data certo dalle Epistolae di Gaspa-
rino, lodate in quel modo esagerato dal Fichet, sì da altre edizioni
successive.
Dimostrato eh' è destituita di ogni prova V affermazione che
la lettera di Fichet a Gaguin sia del 1470; — che non è punto vero
che delle espressioni di essa lettera siano e si dichiarino responsa-
bili i tre primi stampatori parigini ; — che questi non furono nè
scolari nè mai dichiarati e speciali ammiratori di Guttemberg ; —
che la lettera di Fichet è piena d'incertezze e d'inesattezze e di
falsi giudizi anche intorno a ciò eh' egli aveva sott' occhi ; passia-
mo ora alla parte più importante della riportata lettera dello stesso
Fichet e dei corollari che ne vuol trarre forzatamente il signor
Claudin.
Una sola parola di quella lettera basterebbe a rovesciare tutto
l'edifizio innalzato dal sig. Claudin. Codesta parola-terremoto è
quella di femnt. Poiché non sono già nè Gering, nè Friburger, nè
(1) P. e lo Chevillier (l. c.' dice: Il y a méme quelques Epitres imprimées.
àont V inscription n' est que wanmerite. Ecco i prìncipi dell'arte tipografica nel
1470 o 147], quando già lavoravano mirabilmente Sweynheym e Pannartz, Vin-
delino da Spira, lo Jenson ecc. ecc. ! Ma il Fichet non era obbligato a mostrare
di saper tante cose, e poi i prìncipi d'allora avevano tanti difetti !
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Krantz che dicano, che affermino il fatto di cui si occupa il Fichet,
ma sono invece dei quidam, .degli innominati, degli oscuri. È una
tradizione, è una diceria; è il crediiur del Sabellico e di molti altri
storici, che direttamente non li comprometteva nè punto nè poco.
Se quei tre stampatori ebbero a maestro Guttemberg, e se sono
essi che parlano, perchè vendono fuori con un ferunt, e non sono
proprio essi quelli che ferunt, che parlano, ed hanno bisogno di
ricorrere a terze persone senza nome? Quando fossero stati anche
semplicemente allievi di Fust e Schoeffer, come ci vuol far credere
il Dupont (1. e, t. I, p. 93), la loro testimonianza, se avessero par-
lato essi, sarebbe stata diretta, ed allora sì la responsabilità del-
l' elogio a Guttemberg sarebbe veramente caduta sopra di essi.
Invece con quel ferunt (quidam) egli stesso il Fichet schiva qua-
lunque responsabilità.
Per questa ragione la lettera del Fichet non è venuta che per
piombare nella voragine di quelle di cui dice il Dutuit : On vott
qxC il rìy a en faveur de Gutenberg, cornine inventeur de la
typographie, que des témoignages des tiers, plus ou moins prò-
cis et souvent contradiefoires, posterieures à son dèces. Hs ne
peuyent avoir que la valeur d'une tradition confuse, et ne revè-
tent nullement le caractère de cerlitude.
Fra exeogiiare ed invenire s' è fatta sempre differenza ; non
cosi il Fichet ed il Claudin ; ma il primo forse intese dire che Gut-
temberg ebbe primo l'idea dell'arte impressoria ma senza riu-
scire così subitp noli' intento, per la qual cosa altri avrebbe at-
tuata quell'invenzione prima di lui e senza di luL E ciò riceverebbe
forse luce e conferma da quanto rapporta (secondo la traduzione
dello stesso Claudin) il Wimpfeling nel suo Calalogus Episcopo-
rum krgentinensium, in cui ci fa sapere che Guttemberg, dopo la
perdita del suo processo di Strasburgo, giungendo a Magonza nel
1445, vi trovò della gente che faceva come lui degli studi e dei ten-
tativi sulla stessa arte : in hac arte investiganda similiter làbo-
rantes (1).
(1) Notisi bene che noi diciamo secondo la traduzione dello stesso Claudin,
perocché non ci pare ch'essa renda proprio il senso di questo periodo del Wim-
pfelingo, riportato anche dal Meerman (tom. II, pag. 140) : S*b hoc Roberto (epi-
scopo) nobilis ars impressoria inventa fuit a quodam Argentinensi, licet incom-
plete. Sed cum is Moguntiam descenderet ad alios, in hac arte investiganda simi-
liter laborantes, ductu cuiusdam Joannis Genszfleich, ex senio coeci, in domo
Boni Montis, Gutenberg, in qua hodie collegium est Juristarum, ea ars completa
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'253
Chi primo estrinsecò il pensiero, chi T attuò non sarebbe stato
dunque Guttemberg: questi non avrebbe inventato che la caratte-
rizzazioìie metallica, qui lilteras eiusmodit, cioè aereas, exscul-
pserit. Ma ripetiamo volerci un articolo di fede, e di quella che fa
camminare le montagne, per credere che Varie impressoria cT uno
sbalzo sia passata dallo stato di xilografia a quello di tipografia,
come vorrebbe il sig. Claudin.
Quando narra il Fichet che dicesi aver Guttemberg escogitata
l'arte impressoria, non dice già che quell'arte, inventala da altri,
illieo et immediate si servisse di lettere melalliclie, ma che a' suoi
tempi tale modo di scritturazione era in uso ; egli parla in tempo
presente (fingimi), non in tempo passato. E, se più avanti soggiunge
un longe graliora et diviniora inoenìl, accompagnato dalle parole
qui lilteras ejusmodi exsculpsit, quibus quidquid diciaut cogitari
polesl propediem scribi ac transcribi et posteritati mandari pos*
sii; in tali parole non si può dedurre che le lettere scolpite costi-
tuissero la invenzione della stampa e fossero caratteri mobili. Egli
non avrebbe detto lilteras, ma almeno singulas lilteras, o sigillatici
lilteras, o fonnulas aeneas exsculpsit. Da* quel passo altro senso
non si può cavare se non che, trovatasi la stampa, già solamente
escogitata da lui, egli portasse un perfezionamento all'arte im-
pressoria, o incidendo su tavole di metallo, o stereotipizzando le
tavole xilografiche, le quali offerivano per la loro materia, il le-
gno, poca resistenza a* .orchio. E qui notiamo che il brano della
lettera del Fichet non parla punto di quelle famose lettere di le-
gno, con cui, a detta di alcuni partigiani di Guttemberg, sarebbero
state eseguite alcune sue stampe (1).
et consummata est. Era tanto famoso il nome dell'inventore primo e secondo della
stampa, che anche nel secolo XVI (il Catalogo del Wimpfeling fu stampato nel
1508 a Strasburgo; vi si premetteva un quidam I
(1) Senza nessuna buona prova vengono attribuite a Guttemberg otto edi-
xioni : 1.° Le Lettere d'indulgenza del 1454; — 2.° La Biblia di 42 linee, ante-
riore al 1457; — 3.° il Catholioùn del 14(50; — 4.° la Biblia di 36 linee, ante-
riore al 1461; — 5.° la Circolare di Thierry d'Issemberg del 1462; — 6.° un
trattato di Matteo di Cracovia; — *7.° uno Speculum sacerdotum di Ermanno de
SaldU; — 8 ° un trattato de celebratione missarum ; questi tre ultimi senza de-
terminazione di data. Ma che cosa avvenne del famoso Speculum humanae sa~
luti*, che sarebbe stato, secondo parecchi bibliografi e storici, sino dal 1439 il
primo tentativo di Guttemberg? Se ne sarebbe egli dimenticato, o sarebbe suo
lavoro quello Speculum humanae salvationis che il Brunet dice intieramente
impresso io caratteri mobili e stampato verso il 1439? Ed allora perchè Fusi nel
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Dare il valore di caratteri mobiliai semplice vocabolo litterac
gli è un voler andar contro al significato riserbato da secoli e se-
coli a questa parola. Non si può dare ai vocaboli un valor mag-
giore o diverso da quello che essi hanno, sotto pena di falsare le
intenzioni e le idee degli scrittori che si citano o si commentano.
Nessuno è obbligato a ricevere una moneta per un valor mag-
giore di quello eh' è segnato sopra di essa. Bisogna una buona
volta rinunziare alla folle pretesa di voler precisare dei fatti con
testimonianze punto punto precise ed infarcite d' errori.
Per indicare qualsivoglia caratterizzazione, qualunque scrit-
tura fu usata dagli antichi migliaia e migliaia di volte la parola Ut-
terae, senza che per questo si volesse o si potesse significare ca-
rattere o tipo mobile. Eccovi Cicerone: 2 Q. F. 1-3: Venio ad
luas lilteras, quas plurimis epistolis accepi. Lo stesso : 2 Divin. :
41 : Sortes in robore insculptae priscarum litlerarum nolis. Lo
stesso ; ivi, 1, 13 : Sus rostro si humi A luterani imprcsserit ecc.
Il Ducange poi, nel Lessico della bassa ed infima latinità, ribocca
di esempi, in cui per significare caratteri di diverse forme e maniere
veggonsi usate le espressioni lettere beneventane, bolognesi, pi-
sane, rognose, rotonde, unciali, sparse, inflesse, quadrate, cubi-
tali, barbale, rosse, tosale, ecc. ecc. V'erano anco le letterine va-
1453 avrebbe sciolta la società coli' inetto Guttemberg, se questi già da tanti
anni era riuscito a realizzare il graude e vero perfezionamento dell'arte?
La serie delle edizioni attribuite a Guttemberg non è finita. Palmer, nella
sua History of Printing, 1733, in 4.°, a pag. 99, ha citato quesi' altra opera: Ex»
plicit Liber quartus Dyalogorum Gregorii; dopo di che in lettere rosse: Presens
hoc opus factum est per Iohan. Guttembergium apud Argenttnam. Anno millesimo
cccc.lviij (1458j ; edizione e sottoscrizione affatto sognate.
Dice il Firmin-Didot (l. e, col. 583) che sarà sempre ben difficile sapere
quel* furent les procidés employés par Gutenberg pour obtenir les caractères qui
ont servi à V impression du Catholicon et de la Bible de trente six lignes. Ma se
nulla si può dire intorno alla caratterizzazione di quelle opere, che cosa si po-
trà affermare su quella della Biblia di 42 linee, proclamata anteriore al 145*?, ed
attribuita allo stesso Guttemberg? Quale fu il procèdi de 1 suoi caratteri, e quale
il procédé dei caratteri delle altre edizioni che si ascrivono allo stesso magontiuo?
Quello forse che fu usato per i Salmi, del 1457, sottoscritti da Fust e da Sehoef-
fer, oppure un terzo sistema? Di più, col Catholicon siamo al 1460, colla Biblia
di 32 linee a tempi anteriori al 1461. Ma nel 1460 Fust e Schoeffer aveano già
pubblicato tre opere: i predetti Salmi nel 1457, il Durante nel 1459 e le Costi-
tuzioni Clementine nel 1460. Che differenze essenziali si scorgono nei metodi im-
piegati da Fust e Schoeffer per ottenere i caratteri di queste loro edizioni ri-
spetto a quello seguito da Guttemberg? V'erano allora più sistemi, almeno due,
l'uno alla Guttembergiaua, l'altro alla Fust-Schoefferiana?
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alianti. Nel i Zòo si scriveva che un antico libro con lettene bene-
ventane a paucis legi poterai, e nel 1308, che s'era veduto un
libro assai bello e con ottima lettera bolognese. Non vi si parlava
certamente di carattere mobile. E quando si venne a tempi poste-
riori, riferendosi a libri stampati si si fece intendere colla propria
espressione di lettere d' impressione. Il vescovo di Aleria nelle pre-
fazioni-dedicatorie delle stampe di Sweynheyra e Pannartzj dà
ai loro caratteri veramente mobili — ed è prima del 1470 — il
nome di litterae imprimendae. La quale espressione .fu usata poi
anche da Filippo de Lignamine nella sua Chronica summorum
Ponti/icum, Imperatorumque, ediz. di Roma, 1474. E di ciò anche
più innanzi.
11 Guttemberg, cioè il Bonemontano del Fichet, avrebbe se-
condo costui inventate e scolpite le lettere. Ma è ben persuaso di
ciò W sig. Claudin? No, anzi non è pur disposto ad ammettere, nel-
lo stesso articolo, che l' arte della stampa fosse escogitata da Gut-
temberg. Uditelo : C est écidemment dans les Pays-Bas que les
premiers essais d % impression ont élé tenlés. Que ce soit à V élat
d' impression fixe ou tàbellaire, et que plus tard (l) ón ait fait
mage de letlres separóes les unes des autres, gravées soit en bois,
soil en plomb, soit nióme fondues par des procédés imparfails t
le fait est que ce que l' on est eonvenu d! appeller l'école hollan-
daise ou de Harlem, n a laissóe que des produits d' un art loul
à fait rudimentale, più innanzi: À une date plus ancienne
peut-ètre qu on ne pense, en divers endroils, tant dans les Pays-
Bas que sur les bords du Rhin r en Allemagne, on s' occupati se-
crètement de trouver les moyens de reproduire V image et de la
multiplier ainsi que V écriture par des moyens malèriels et mé-
caniques sans le recours de la piume. On trouvera, dans le re-
marquable ouvrage de M. Hessels sur Gutenberg (p. 7) quelques
nonis d' arlisans dans ae genre d' industrie avec des dates, cer-
taines et 1' indicalion des villes qu ils Jiabilaicnt. Or se V arte
della stampa fu escogitata à une date plus ancienne peul-èlre
qu" on m pense; se prima di Guttemberg gli Olandesi aveano let-
tere separate le une dalle altre, incise in legno o in piombo, che
cosa ha escogitato e che cosa ha fatto esso Guttemberg, e che bi-
sogno ed opportunità e' era di tirar fuori la lettera del Fichet, e
sforzarsi a tutto uomo pour montrer le degró de confìance que
f on doit accorder au (émoignage de trois irnprimeurs qui ont
pu connaltre V inventeur de leur arti
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La parola exsculpsil non è tale che dia luogo a controversia;
essa significa scolpire, incidere, e si poteva cxsculpere nel legno,
nel marmo, sul metallo e su altre materie. Scolpivano, incidevano
anche i xilografi. Quintil, f. 2, c. 19 : Exsculpere signum ex
lipide. E scolpite furono le lettere nella Vergine circondata da
Santi, del 1418, che si conserva nella Biblioteca di Bruxelles, e nel
famoso S. Cristoforo, del 1423, che è posseduto dal Gabinetto delle
stampe di Parigi.
Piuttosto è da fermarsi sulla frase scribi et transcribi. Or bi-
sogna por mente .che quelle parole significano non la composizione,
scomposizione e ricomposizione dei caratteri, ma sì le diverse co-
pie e edizioni che si possono ottenere di una data opera. Il che po-
teva aver luogo tanto colle tavolette xilografiche, o colle lamine
incise di metallo, quanto col tipo mobile. Anzi è da notare che colle
tavole xilografiche la trascrizione è più vera, cioè sempre eguale;
laddove le nuove edizioni di un libro a tipo mobile o poco od assai
si scostano materialmente dalla edizione principe.
Scrivere dagli antichi stampatori fu usato moltissime volte
invece di imprimere; dunque lo scribere ed il transcribere non
altro dicono che slampare e ristampare. Se Fichet avesse voluto
riferirsi alla composizione e ricomposizione delle stesse lettere, non
avrebbe detto transcribere (copiare (1) ma piuttosto rescrtbere\
parola buona, buonissima, appropriata ed appropriatissima, usata
anche da Svetonio nel significato di scrivere di nuovo. Ma 1* ul-
timo colpo di grazia lasciamo che lo dia lo stesso Fichet. Non
scrive egli a La Pierre nella lettera premessa alle Epistolae di
Gasparino, lodandolo perchè diligenter emendatas da lui, ed a
Oermanis impressoribus nitide et terse transcriptas ? Chi vorrà
vedere in quel transcriptas la speciale operazione del comporre
o del ricomporre Te stesse Epistole ? Un' altra parola. Il Ducange ci
dà esempi dei secoli XIII e XV, in cui tromscripta non ha .che il
valore di copie. Potevasi egli nel secolo XIII parlare di composi-
zione tipografica ?
Letterati e stampatori del quattrocento non mancarono di ter-
mini e di modi per esprimere adeguatamente le cose che volevano
esprimere (2). Quando proprio si volle indicare il tipo mobile si ebbero
(1) Cic. 3. Nat. D. 30. L. Alenus transcripsit tabula* publicas, cum ckirogra-
phum sex primorum imitatus est.
(2) A Venezia Giovanni da Spira introdusse nelle sue sottosoriiioni la frase
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subito in pronto le parole proprie od almeno delle circonlocuzioni,
Lo vediamo anche da un passo del Grapaldo, che riporteremo più
innanzi. Intanto valgano a provarlo luminosamente poche liuee di
Ogoibeue Leoniceno, stampate nel Maggio dei 1471 (cioè pro^u^.*-
weute prima dell'anno in cui usciva 1 Ortog rapida colla lettera
del tìchet (Dedicatoria del Quintiliano ; Venezia). 11 Leoniceno
loda Niccolò Jenson come libruriae artis mirabilia inventar; non
ut scribantur calamo libri, sed celali gemuta imprimantur ac
yrope sigillo, primus omnium ingenùjse monstraviL Notisi questo
oionslravil, che può farsi in due modi, tanto offrendo un modello
di pagina od un opuscolo a tipo mobile — e qui fuor di luogo bi-
sognerebbe far una disgressione polemica sul Decor puellarum del
lidi — quanto colla sola voce, insegnando altri a fare.
Ma potrebbe dirsi che la gemma o il sigillo di cui si servi per
paragone il Leoniceno, può immaginarsi grande quanto una pagina
e quindi tornarsi alla xilograda. Allora abbiasi quest'altro passo,
di opera ugualmente stampata nel 1471 (Venezia, coi tipi di Cle-
mente Padovano), cioè del Mesua, De Medicinis universalibus.
Niccolò Gupalatino nella dedica al dottore Pellegrino Caval-
cabue cosi dice di quella stampa : hoc novo exseribendi genere
prope divino, nostris invento temporibus, impressum. Qua arte
habet luiec aelas prò fedo inaudilum cunctis seculis celebrandum
miraculum, ut quingeata (1) volumina unius aucloris nane fieri
facile possinl, quanto tempore velox scribenlis manus difficile
unum tantum exscriberet. Ita enim eaiiha litterae inscribunlur
aeneis formulis eisdem ut lubet dispositis, et quoddam alveolo
collocali, veluli quis diversarum imaginum gemmis ?nullis
ùnpressum o pressum formis aenis, che fu adottata da molti altri; ed a quel for~
ni* fu dato il significato di lettere. Qualche altro, come il Lavagna nel Càronicon
Eusebti, Milano (1745?) si servì dell'espressione tabulis ahenis. Or si ha a fare
distinzione fra funnae aeneae, tabalae aeneae e litterae aeneae? Perocché trovia-
mo che lo Zeiner alle Etimologie di Sant'Isidoro, 1472, fece questa sottoscrizione:
Ittteris impressi ahenis. Parecchi altri in luogo del vocabolo litterae, usarono
queilo di furuiuiae, tra i quali 1). Clemente Padovano. Parlasi molto della confu-
sione che i bibliografi fecero nella storia della stampa, ma neppur gli antichi
tipografi cooperarono a far la luce.
ti) Cinquecento copie di un libro non si stampavano nel 1457; ecco come il
Gupaiatino si riferiva a' suoi giorni, pretendendo pur di fare la storia di tempi
anteriori ! E cosi tauti altri storici e bibliografi che si citauo trionfalmente con
uioìu leggerezza.
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prò voto positis ac coarclatis in cerea tabella super compressa
caracteres imprima!. 0 bonum Germanum illuni ecc. (1)
Sia detto di passato e fra parentisi, che queste parole stampate
in un libro impresso da don Clemente gli valsero in Germania le
più esagerate lodi del mondo ; solo per esse il Panzer lo pone a
fianco di Guttemberg, di Fust e di Schoeffer, cioè della triade
proto-tipografica! botisi però che nel 1471 vi erano in Venezia
due correnti Y una per Jenson, l'altra per Guttemberg, tanto V uno
che T altro da alcuni scrittori del 400 riguardati e detti tedeschi.
V espressione arte imprcssoria, usata da Fichet, e comune
ad altri scrittori del quattrocento, ci richiama a molti passi delle
sottoscrizioni delle antiche stampe maguntine, nelle quali si legge:
adivcntione qaadam imprimcndi ac o seu caracterizandi. E non
solamente nelle stampe di Magonza o di altre città tedesche, ma
anche in edizioni italiane, come a rao' cT esempio negli Statuti di
Verona, stampati in Vicenza nel 1715 da Erm. Levilapide (2).
Badando al significato di quei due gerundi si potrà riuscire ad
una sufficiente interpretazione di quel passo. In esso, chi noi vede ?
si fanno sinoniini i due verbi; dunque, il caratterizzare consiste
neìV imprimere. Ora qual è il significato ordinario d' imprimere?
E quello di premere in aliquid; il che si ottiene sia calcando con
uno stampo o con altro oggetto sopra una data materia, sia inci-
dendo su di essa. Ecco alcuni esempi: August. 2, Doctr. Christ. 23:
lmpressiones nummo rum. — Apul. I, Dogm. Plat. : Inilium om-
(1) Ecco altri esempi che dimostrano qualmente si seppe nel secolo XV tro-
var il modo di esprimersi per indicare il tipo mobile : Nello Johannes de Monte-
regio, Kalendarium, Venezia, 1482, in 4.°: Hoc augustensis Batt oli gemanut
erhardus — Dispositis signis, undique press tt opus. — N\ 1 Baldi de Cùaldis, Com-
mentaria (Venezia ?) 1487; nella prefazione: cum literis divine s r ulptis ac con-
jlatis. — Nel Fr. Isydorus Isolanus, Liber de Bcgutn principumque omnium in-
stitutis, Milano, Mantegazzi, 1497: diligenti cura atneis Utsris qunm emendatis-
siine compactis. — Nel Muzius Macarius, Poema de Christi trtumpho, Venezia,
1499: impressit Venetiis preshiter Franciscus Lucensis cantor eeclesiGe Sancti
Marci, et Antonius Franciscus Venetus litterarum artiftx. — In una pergamena
del Settembre 1487, già spettante al monastero di S Pietro in Modena (Archivio
di Stato di Modena) è ricordato un Iacopo, figlio del fu Zeno de Buziis, da più
anni sculpitor litterarum a stampa de Mantoa, allora abitante in Ferrara.
(2) Nel Psalmoram Codex del 1457: imprimendi ac caracterizandi ; nella
Biblia del 1462: imprimendi seu caracterizandi.
11 Tritemio colla lodata sua esattezza nel Ckronicon Sponhei mense: ars ùw-
primcndi et caracterizandi, forse per noti aver bene interpretato qut 1 passo della
6ottoscriziono del Ptaltnorum Codex, dove ac sta per seu.
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niim corporum materiam esse : hanc signari impressione for-
marum. Cic. 4, Acad. : Signa anulis impressa. — Cic. Orat. 3:
Vestigia in aliquo loco imprimere. — Petron. Satyr. : Stigmala
enptioorum frontibus impressa. — Gir. 2 Divin. 23: Snlcus
tius irnpressus. — Id. Mil. 27 : Memoria tabulis publicis im-
pressa. Tutti questi esempi sono dati dai vocabolari. Potrassi ag-
giungere anche queir altro di Cicerone più sopra riportato.
Ne è a dirsi che nel medio evo la voce imprimere avesse
modificato o cambiato il suo significato ; il Ducange non la registra
neppure ; il che vuol significare eh' essa segui la sorte di quelle pa-
role latine che mantennero inalterato il loro valore.
Se tale è il significato d' imprimere, perchè si pretende con-
fonderlo con quello di compone re, che indica mettere insieme di-
verse cose che prima stavano disgiunte le une dalle altre? E del
componerc si avevano esempi classici. Cic. Orat. 43: CoUocationis
est componerc et struere verbi sic, ut neve aspcr concursus etc;
e più materialmente Cels. 8, 10, n. 2: Componerc ossa, vel luxata
veponere. La parola componerc vedesi usata come vocabolo tecnico
tipografico dagli scrittori del quattrocento. Lo dimostra Francesco
Mario GrapaMo, parmigiano, nella sua opera scritta nel 1488, in-
titolata De parlibus aeclium, stampata a Parma dall'Ugoleto verso
il 1191. Scomparirebbe il componerc dal passo del Grapaldo, se
noi lo dessimo come si legge nel Meerman, Origines Tipographi-
cae, Hagae, Comitum, 1705, to. II, pag. 133, poiché egli inconside-
ratamente saltò una riga ; riferiamo dunque esso passo nella sua
interezza secondo la stampa dell' Ugoleto che ultimamente abbiamo
trovata nella Biblioteca Reale di Parma. È da premettere che vi
si esaltano i tedeschi, ipa che non vi si nomina Guttemberg. Ecco
le sue parole : Nuperrime coepit, utpote, me puero in crc^undis,
ars ohm, ut aiunt, a Germanis inventa, aere litteras compo-
nendi, et ita libros formis, ut vulgo dicitur, excudendi. Il solito
ut aiunt, eh' è il ferunt di Fichet ; il che non accerta che siano
stati proprio i tedeschi, ed in Germania, i veri inventori dell' arte
tipografica propriamente detta. E se non furono in Germania,
che gloria resta a Guttemberg, a Fust, ed a Schoeffer? Quella di
xilografi o d'incisori in metallo.
11 componerc poi, per quanto sappiamo noi, non trovasi così
usato in quel secolo da scrittori o da stampatori tedeschi, ma sì da
queir italiano : circostanza notabilissima, e che mostra per avven-
tura, come quel termine tecnico tipografico da non gran tempo
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fosse in uso e l'uso cominciasse in Italia. Creano i vocaboli, danno
i nomi alle cose coloro che le inventano.
Nè abbiasi a dire che una specie di composizione fa capolino
anche da una giunta in versi alla sopracitata sottoscrizione di P.
Schoeffer, posta in fine al Juslinianus, Inslitutiones, del 1408; dap-
poiché le parole caragma, prothocarag malici librorum e syn-
tagma Orlhosyntheticum non vogliono dire che incisione, primi
incisori di libri, e collocazione od ordinazione rettamente ordi-
nata (1), ed al più, non fanno altro che ripetere in parte quel tanto
della sottoscrizione del Catholicon del 14(30, dove si accenna alla
proporzione e concordia delle patrone e delle forme (2). E potrem-
mo anco soggiungere, se volessimo far digressioni, che nel 14G8
il tipo mobile, e quindi la composizione tipografica, era da un anno
già in uso nelle officine di Sweynheym e Pannartz, come abbiamo
nel predetto nostro libro dimostrato. E certo poi che Y ortosintetico
rimase piantato nei bassi fondi del Justinianics, e come termine
(1) Come guerra guerreggiati* Leggiamo nello Stefano, Thesaurus Graecat
Linguae, voi. MI, col. 1453 iParigi, Firmin-Didot, 1848-1854): Interdum
Tayna est volumen compositum ; ed il volume si compone di pagine e di fogli, e
per comporlo non basta stamparlo. La parola sintagma non fu creata al tempo
della invenzione del tipo mobile ; nessuno potea quindi attribuirle altro valore
da quello che le aveano dato gli antichi, quando non si stampava nè a tipo mo-
bile nè a sistema tabellare. E quanto ai prothocaragmatici, aggiungeremo che il
Dutuit dichiara che encore n' est-on pas d % accori sur V interprétation précise de
ce mot; Af. Ilessets es< ime qu' il ne signijice pas nicessairement « Ics premiers
typographes du monde » et qu' il peut disigner cussi bien « les principaux tv-
pograpbes » [Le Livre, to. I, p. 331). E siamo sempre lì a dar alle parole signi-
ficati che naturalmente non hanno: lasciamo stare i tipografi, che ci portano al
tipo mobile; contentiamoci dei caratterizza tori , di quelli che ci regalarono la
scrittura incisa e moltiplicabile, e furono i xilografi.
(2) Li Biblia di 42 linee attribuita a Guttemberg, secondo il Firmin-Didot
(l. e, col. 590) sarebbe stata stampata in tempo anteriore al 1456, precedendo
per tal modo il Catholicon. In essa non tutte le pagine hanno lo stesso numero
di linee; e dei due volumi l'uno ha 324 carte, V altro 3.7.
Quella Biblia, sia di Guttemberg o d'altri, fu stampata prima del Catholicon
(a. 1400, ; essa ha i difetti che lo stampatore di questo libro nella sottosct izione
dicedi aver voluto evitare mercè patronarumformarunique concordia, proportione
oc modulo. Ciò condurrebbeci, per caso, a scoprire una buona volta il significato
di quelle ancora inesplic ite patrone ì S -irebbero esse il contenente, cw-è il libro,
e le forme il contenuto, vale a dire i singoli fo^li di stampa, cinè quante pagine
occorrono per formare quella che anche ogixi chiamasi forma ? Il libro antico co*
suoi assi, colle sue borchie, co' suoi fermagli era una vera cassetta. Se ne sono
spacciate tante delle confetture che si può gabellare anche questa.
2fil
tecnico, indicante la principale esecuzione tipografica, non fu usato
da nessun tipografo tedesco o d'altra nazione (t\
Se l' imprimere, come dice il Ducange, equivale al caracle-
rizare.se non si parla che del modo con cui fu fatta la scrittura,
il carattere, ne viene di conseguenza che la caratterizzazione ese-
guivasi calcando, premendo in al/quid, appunto per impressione,
la quale poteva farsi in due modi, cioè calcando od incidendo, non
essendo l'incidere esso stesso alla fin fine che una specie di calco.
La stampa dunque resultava da due operazioni, in ciascuna delle
quali avea luogo la pressione ; da ciò ne venne che lo insieme
delle due suddette operazioni, dello stampo o del bulino e del tor-
chio, potè chiamarsi coli* unico verbo imprimere. Rare volte si
fece differenza ; vale a dire si usò di due termini ; ma Timo all'al-
tro prossimissimi, come si scorge nel Missale Pataviense (Passa-
via, 1491), preceduto da un decreto di quel vescovo, che dice aver
commesso di stampare quel Messale a Giovanni di Pietro, colle
parole imprimi et impressati statue rimus.
Aggiungasi che il nome per cosi dire ufficiale o tecnico degli
antichi stampatori cominciò e continuò per assai lungo tempo ad
esser quello di calcografi.
Quanto alla primitiva caratterizzazione per la stampa, il calco
poteva essere usato, nella successione di tempi, di più maniere.
Ci. fermeremo alle seguenti due: 1.° calco per l'incisione delle ta-
vole di legno o di metallo; 2.° calco a mo' di punzone, per le sin-
gole figure delle lettere e per i nessi, da improntarsi mano mano
sopra materia in liquidazione a poco grado di calore. Si sarebbero
in questo secondo modo ottenute le matrici delle pagine, non delle
singole lettere ; la stereotipia, che da molti si afferma usata in quei
tempi, avrebbe dato il rimanente, cioè la pagina in rilievo pel tor-
chio. Solo a tal modo poteva essere possibile quella strabocchevole
quantità di nessi che si trova in alcune stampe maguntine del se-
colo XV, nessi di più sillabe, segni di abbreviazione di parole posti
1; Qui soggiungiamo che non basterebbe neppure il eoiaponere accompa-
gnato eziandio col littcrarum charaderes per esprimere tipo mobile, caratteri mo-
bili. Eccovene una prova, che non ammette replica: Il Tritemio negli Annales
Hirsaugitnm scrive : In primis igilur characteribus Mtterarum in tabulis li-
gneti per ordinem $criptis,fonnisque compositis Vocabularium (i bibliografi non
vogliono che qui si alluda al Catholicon del 1460) nuncupatum, impresserunt,
itd cum iisiern formis nihil aìiud potuerunt imprimere, eo quod characteres non
fuerant amovibiles de tabulis, sed insculti, sicut disimus.
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sopra, sotto ed ai lati delle lettere, e talvolta soprastanti a due let-
tere vicine; i quali avrebbero reso difficile e faticosissima la com-
posizione ed importato una spesa grandissima di carattere, se, fusi
in parallepipedi, si fossero dovuti adagiare V uno dopo V altro
nelle linee per formare le pagine ed i fogli. Ognuno di codesti
calchi — specie di punzoni — poteva da solo imprimere una
grande quantità delle stesse lettere e nessi ; ed allora i calchi o
punzoni per una stessa lettera essere più d' uno, e da ciò origi-
narsi una certa disuguaglianza negli stessi nessi e nelle medesime
lettere. Supponiamo che le diverse lettere e le combinazioni e per-
mutazioni delle medesime sommassero a dugento; ecco che con
dugento calchi era possibile imprimere un libro; laddove, se il
tipo, in luogo d' essere indiretto, fosse stato diretto, come fu dap-
poi, uno stampatore avrebbe avuto bisogno di milioni di carat-
teri ed il compositore della memoria di Fico della Mirandola e
della pazienza di Giobbe. E come quegli stampatori avrebbero po-
tuto trasportare, poveri operai conT erano, tanta e sì pesante sup-
pellettile da Magonza a Roma, da uno in altro stato lontano?
Potendo, riuscirebbe assai utile stabilire le fasi delle diverse
caratterizzazioni e le epoche in cui avvennero; non dimenticandosi
però delle eccezioni, che debbono essere state molte. Forse non si
andrebbe lontani molto dal vero proponendo alcune epoche di pro-
gresso nell'arte e non escludendo certe date per alcune stampe di
Venezia e di Bologna, che come false non si vogliono ammettere :
Multa renascenlur qùae iam cedriere, cadenfque — Quae nunc
sunt in honore, come delle parole dice Orazio. Su quelle date,
come su tante altre cose non ancora la critica può aver detta
T ultima parola : resta molto a vedere ed a sapere.
Ma, tornando air argomento dei calchi, quando vediamo nel
Cicero, Officia et Paradoxa di Magonza, del 1405, che la mano
del pucr (cioè di Pietro Schoefler), operaio e genero di Fust, nella
costui sottoscrizione è vantata come allora operatrice di un nuovo
trovato (l;, non ci è lecito supporre altro se non che egli, per il
(1) È veramente ameno il sig. A. Firmin-Didot (1. c., col. 595) quando, ri-
ferendosi alla sottoscrizione del Catholicon, del 1460, stampa attribuita a Gut-
temberg, nella quale si legge che nostro Signore Iddio numero sa epe parvuUs
rereìat quod sapientibus celat ; e, nel tempo stesso, alla sottoscrizione del Cicero,
Officia et Paraduxa, dei 1465, in cui Fust dice eh** la mano del puer (Pi -tro
Schoeffer) ha introdotto i perfezionamenti che si vedranno in queir op<ra, trova
nella frase supposta guttembergiana un'allusione al detto puer, cioè a Pietrj
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tipo indiretto, incidesse gli stampi in legno od in metallo delle let-
tere e dei nessi.
Di veri punzoni d'acciaio, per l'uso a cui servono a' giorni
nostri, non parliamo, perocché non li ammettiamo allora possibili,
ed anche perchè non sono nominati in nessuna scrittura o sotto-
scrizione di stampatori e in nessuna storia a tutto il 1467; ed il
carattere che duino punzoni e matrici, per la sua freschezza è ben
diverso da quello che prima davano e potevr.no dare gli stampi,
le incisioni, le xilografie ; come si può rilevare confrontando una
pagina del Cicero, Epistola?, ad familiares, di Roma, 1467, con
una dello Justinianus, Insti! utiones, di Magonza, 1468.
Su qual materia poi calcasse lo stampo non può dirsi precisa-
mente: s'era xilografia, sulla carta sopraposta al legno, giusta il
metodo chinese; e cosi pure, s'era incisione, sul metallo: e, s'era
una specie di stereotipia, sul metallo in fusione o sopra altra materia
alquanto molle che si andasse rassodando. Per tal modo i calchi
potevano essere di legno, di vetro e simili ; e doveano essere cal-
chi, o voglionsi dire stampini, le lettere di legno che si asseriscono
trovate nelle officine di Guttemberg e quelle di vetro che negli
antichi tempi si affermano state fabbricate nelle vetrerie di Ve-
nezia.
Schoeffer Costui era calligrafo a Parigi nel 1449 o 1450 Por lo meno diamogli al-
lora 20 anni di età; dal 49 al 60 saranno passati anche per lui altri 11 anni; in tutto
sarebbero anni 31. Se arrivassimo al 1465 col Cicero suindicato, verremmo a 36.
Or come si può chiamare parvulus un puer, cioè un operaio, un figliuolo adot-
tilo, che ha passata la trentina? A Venezia non gli darebbero certo del piccolo.
Ma che, pei* caso, a Magonza, avvenisse come a Firenze, dove ai caffè e alle trat-
tori alle volte vi capitano davanti per servirvi certi bambini colla barba più o
meno brizzolata d 1 argento? È poi Guttemb^rg che loda il socio del suo rivale
Fust, la causa forse delle sue disgraz'e! Pietro SehoefTer non s'accompagnò a
Fust che nel 1449 o U50, eFust solamente nell'edizione del 1465, Cicero, Officia
et Pnradoxa, loda la mano di quel puer. Or la data 1465 è quella della cessazione
del lavoro da parte di Guttemberg; dunque a Guttemberg fino al 1465 restava
a Aire più di qualche cosa nell'arte. Ma chs c'è nel detto Cicero che non si trovi
m quilcho altra precedente stampa magontina? Guttombirg, provocato in quel
moJo da Fust, sebbene, come consigliere aulico, potesse f.ir'o st;ir in riga. tace.
Ma è pur da notarsi che nello stesso anno 1465 stampatasi a Subiaeo il Lattan-
zio, che. postj a confronto con quel Cicero, non vi dirà certamente inferiore
quanto ad esecuzione. Anzi il Cicero, De Oratore, dello stesso monastero di Su-
biaco, è un quid simile del Lattanzio, e dovette esser fatto un anno prima. Vi
fu dunque una mano di un altro puer in Italia, che, indipendentemente da quella
di Magonza, antecipava le stesse meraviglie! Crudeli date, più rrresistibili della
forza del destino !
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L'uno o l'altro sistema d'impressione una volta trovato, non
isbandi per sempre quello che lo avea preceduto; si xilografò an-
che quando era stato inventato il tipo mobile, diretto e fuso, come
abbiamo dimostrato con prove irrefragabili nel nostro libro sopra-
citato. Che la stampa nel secolo XV non avesse un solo modo di
esecuzione, oltre le prove già addotte, ci viene attestato da altre
carte di quel tempo. A proposito di Parigi, di Gering, Friburger e
Krantz, e delle loro prime edizioni, eccovi questo passo: Michiel
Friburgier, Uldaric Guering et Martin Granetz natifs du pais
(V Alematgnc .... soni venus demeurear en nostre rogatone
puis aifcun temps en ga, pour V exercice de leurs arts et me-
stieri d 9 escriptures en mosle et autrement (Lib. nat. 1474, Re?.
195 (1). La vore mosle, di forma antica, deve corrispondere alla
moderna m,oule, che il Littrè dice significare mntière crcuséc de
manière à donner une forme précise à la ciré, au méfal eie.
qu 9 on verse en forme liquide. Se non che lo stesso autore del
gran Vocabolario francese aggiunge che tal vo^e ha pure il signi-
ficato di planche de bois oh soni gravés les models des carfes à
jouer. Senza questo secondo significato si sarebbe arrivati final-
mente a scoprire il valor vero della parola modulus. corrispon-
dente a moule* la quale si legge nella sottoscrizione del Cafholi-
con del 1460, Magonza, attribuito alle officine di Guttemberg. TI
carattere di quella stampa sarebbesi egli ottenuto colla incisione
sul legno, xilograficamente, ovvero colla fusione di tutta la pagina,
o mediante gli stampi metallici fusi, o tipi indiretti, o, come gratui-
tamente pretenderebbesi da taluno, colla composizione delle sin-
gole lettere fuse ad una ad una,' formate col punzone ed uscite dalla
matrice? Che nelle officine magontine ci fosse fusione nel 1468, è
cosa che nessuno mette in dubbio, poiché è attestato dalla sotto-
scrizione delle Regulae Grammatices col verso: Al moguntina
sum fusus in urbe libellus; ma dal 1460 al 1468 erano decorsi
otto anni, e fino dal 1465 Guttemberg aveva cessato di lavo-
rare. V'ha fusione e fusione; e fusione di pagine non necessitava,
almeno fino al 1468 in Germania, il duplice e precedente lavoro di
punzoni d'acciaio e di matrici mercè quelli ottenute.
(1) Parigi, Archivi dei rejrno, sezione storica K. 71. Quelle lettere di na-
turalizzazione furono pubblicate per la prima volta da Craprlf.t, ttudts prc-
tiques et littèraires sur la typographit, p. 14; opera rimasta interrotta per 1
morte dell'autore.
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Senz'altro divagare, tornando all'espressione di Fichet arte
impressoria, la troviamo con un accompagnativo abbastanza si-
gnificante in una lettera di Vitale de Thebes, professore di diritto
canonico, in calce al Decreto di Graziano, ed. di Parigi. 1501, di-
retta a Berchtoìdo RctnboU artis impressoriae architeeto pri-
mario. Queir architetto fa proprio vedere che i suoi libri non
erano xilografati, ma eseguiti mediante la composizione delle let-
tere, specie di muratura, non come nella Epistola di Ficbet, dove
Yarfe impressola di Guttemberg non è determinata per alcun
modo. Seguendo l'idea di quel professore de Thebes, l'arte stessa,
p^r la composizione delle lettere separate le une dalle altre, avreb-
be potuto chiamarsi anche musaico.
Ora dicano i lettori se non claudichino, non zoppichino tutti
$i apprezzamenti e ragionamenti che il sig. Claudin fa sopra la
lettera del Fichet.
Per ricusare ogni fede alle asserzioni di quest' ultimo, anche
se fossero state ben formulate e precise, avremmo potuto servirci
di un argomento perentorio, come è quello ch'egli altro non fa-
resse che ripetere una delle opinioni che contraddette vagavano
a' suoi tempi, quella cioè che Guttemberg avesse trovata e perfe-
zionata l'arte. Anch' egli, il Fichet, avrebbe, come tanti altri, rife-
rito a* tempi più vecchi ciò che non era che de' suoi. Già nel 1471
o 1473 il tipo mobile da qualche anno era in uso ; citeremo sola-
mente Roma e Venezia. Ed è facile indovinare come nella maggior
parte degli storici e dei letterati, digiuni d* ogni conoscenza pra-
tica dell'arte impressola, sorgesse tale equivoco; quando si consi-
deri il secreto da cui gelosamente era circondata l'arte e con cui
era esercitata sì a' giorni di Guttemberg, di Fust, di Schoeffer, e
si per molto tempo dopo. Chi non conosceva tecnicamente l'arte,
chi non sapeva far confronti fra l'ima e l'altra maniera di lavoro,
non potea farsene un concetto distinto, e riteneva anco lecito
«li chiamare col nome di menzognero o di sognatore chi distin-
guesse l'arte nuova dall'arte nuovissima, la moderna dalla mo-
dernissima. E questi superlativi non cominciano a comparire
nelle sottoscrizioni degli stessi impressori tedeschi che dopo l'ap-
parizione delle stampe italiane, dopo il 1467, cioè dopo il Cicero,
fyistolae ad familiares, di Roma, stampate in quell'anno.
Un' ultima osservazione. Il Claudin dà alla lettera del Fichet
1J n importanza eh' è implicitamente sconfessata dallo stesso suo
autore, come quello che la chiudeva colle parole : raplim ... a
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me scriptum. Per arrivare al pinacolo del vero, per giungere
senz'avarie allo scosceso monte dell'immortalità, bisogna andare
adagio : ci arriva meglio uno sciancato col suo bastoncino ed uno
zoppo colle stampelle. E la fretta di far bene o male una data cosa
era dei confessati anzi vantati difetti di monsignor Fichet: Scri-
ptum apud Sorbonam velocissimi, Ficheted manu si legge an-
che nella Epistola di lui al teologo la Pierre premessa alle Lettere
di Gasparino. Quando si fanno di tali confessioni con tanta disin-
voltura, si corre pericolo che il lettore nel suo giudizio sostituisca
alla parola mani queir altra di piedi; infatti con questi ultimi la
corsa è più spedita e naturale.
Il beneficio unico e reale che poteva, e può ancora, cavarsi
dalla lettera di Fichet al Gaguin era quello di correggere con essa
le asserzioni dei bibliografi che hanno detto essere stata stampata
T Orlographia del Gasparino nel 1470, o poco giù di li, laddove
quella lettera ci accerta che venne impressa molto tempo dopo le
Epistolae del medesimo Gasparino, affermale essere del 1470. E,
inoltre, toglie affatto il dubbio, messo innanzi dall' Hain, che V Or-
tographia non fosse pubblicata a Parigi dai medesimi tipografi.
Lo abbiamo detto in altro luogo, che le prefazioni, le dedica-
torie e le sottoscrizioni in prosa o iu versi dei libri antichi, pos-
sono avere della importanza, ma non bisogna poi esagerarla, ed
è assolutamente necessario di leggerle non mpfim nè vclocUer
ma attentamente. Allora si potranno anche di mezzanotte rilevare
le esagerazioni e gli errori in cui caddero quei vecchioni pur sulla
prima luce del giorno.
Prof. Francesco Berlan.
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ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE VENETA DI STORIA PATRIA
DA ÀLTINO AL L1VENZA
10 Ottobre 1883.
In questo giorno, i sottoscritti membri della Commissione,
essendosi scusati per ragioni cT ufficio i sigg. cav. Fulin e comm.
Yeludo, lasciata Venezia alle ore 7 del mattino, recavansi, accom*
pannati dal sig. avv. M. Allegri, per Mestre alle Tre Palade sul
Sile, limite al quale era giunta T esplorazione del 31 Maggio pp.
Le sezioni della via romana, dal Sile al Piave e dal Piave al
Livenza, che dovevano essere campo a' nuovi studii, presentavano
difficoltà molto maggiori di quelle trovate nelle due sezioni prece-
dentemente percorse. Gli scrittori che, fino ad ora, avevano for-
nito non poca luce alla Commissione, si trovavano ormai in aperta
contraddizione fra loro, e la superficie del suolo offriva cosi scarsi
e dubbii indizi, da non potere da sè soli mostrare come V Emilia
procedesse per questo lungo tratto di circa 30 chilometri.
Infatti, mentre il Filiasi (Meritorie sui Veneti primi e se-
condi, ed. 2. a , tom. II, pag. 201) l'aveva prima condotta sul trac-
ciato che prende nome dalla Claudia Augusta per 10 miglia ro-
mane, nella carta della Venetia Terrestris (ivi, tom. V) le aveva
attribuito un corso proprio, rivolto a nord verso Meolo. Il Mom-
msen (Corpus Inscrip., voi. V, parte II) la segnava invece ret-
tilinea da Aitino a Concordia, con leggiera deviazione a Ceggia.
Kiepert la notava diretta, per quanto si può scorgere dalle ristrette
dimensioni del suo Atlante della Storia Antica ; e la Relazione
della- Coiìimìssione Pro o inaiale Veneziana sulle ferrovie (Mal-
dini, Bertolini, Collotta) nel dotto studio unitovi sulle strade ro-
mane della Venezia, accennava alla direzione dell'Emilia da Ai-
tino per Meolo, San Donà, Torre di Mosto, a Concordia.
Il Filiasi aveva osservato che, lungo l'alveo del ramo del
l^iave nel quale corre oggi il solo Sile, e particolarmente sulla
riva sinistra, il suolo doveva essere stato, anche nell'antichità,
assai inclinato e molle, come lo dimostra il fatto che la via romana
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da Musestre a S. Cipriano fu imbrecciata ad argine ; e ne dedusse
che, se anche quelle paludi che al suo tempo si vedevano poco pra-
ticabili fossero state al tempo romano praterie uliginose, non era
tuttavia probabile che si fosse condotta una via ad est di Aitino
senza alzarla ad argine. Credette quindi che r argine detto del-
l' Agozzo {Claudia Augusta) avesse dapprima servito alla sola
Emilia più antica, la quale si sarebbe poi, col giro di Meolo, ri-
volta ad est. E molto più si trovò inclinato a quest'opinione dal-
l' udire che ne' contorni di quella vecchia borgata di Meolo (Me-
dullus) esistevano tradizioni di abitazioni romane, ed erano stati
rinvenuti sepolcri di quel tempo. Al Mommsen e al Kiepert, d'al-
tronde, soccorreva il fatto di una pietra miliare mandata da Ceg-
gia al Seminario della Salute a Venezia. Non sapendo ch'era stata
trovata a qualche distanza da quella terra, si determinarono a
tracciare senz'altro sull'asse di Ceggia, rettilinea, o quasi, la via
da Aitino a Concordia.
Al nostro tempo, migliorate di gran lunga dalla rifiorente in-
dustria agricola le condizioni locali ; raccolte le acque in canali, o
naturali o artificiali ; rifatte per tanta parte asciutte quelle campa-
gne frammezzo le quali corrono strade, o provinciali o comunali',
in tutto degne della rete veneta, una delle più belle d'Europa, a
primo aspetto si comprende che in condizioni consimili nulla do-
veva impedire che da Aitino 1' Emilia volgesse a Concordia, senza
allungarsi fuor di ragione alla volta di Meolo. Così aveva pensato
la Commissione sino dalle precedenti visite ad Aitino, e gli studii
intrapresi sui documenti avevano poi rinforzato le sue congetture.
Sino dal secolo IX, nel paese oltre il Sile, spettante allora al
regno d'Italia, i boschi si mantennero certamente, per lunga età,
assai frequenti. Nel patto di Lottano imperatore coi Veneti (anno
840), restava espressamente concesso a quelli di lesolo dì racco-
gliere legna (capillare) quanta si potesse reggere sulla schiena,
dalla ripa Soli Zenonis (Canale dei Lanzoni?) sino a quella del
Meolo (Medulli, o Medauli più probabilmente che Metamauci, co-
me si legge nei testi), e di costà sino alla Fossa Genlionis, cioè
al Zenzone. Anche a quelli di Cittanova (già Eraclea) era accor-
dato un privilegio simile dal Piave maggiore, eh' è il Piave di og-
gidì, sino al Piavone (cf. Romanin, Storia Ven., voi. I, Documenti).
Dalla convenzione fra il doge Ottone Orseolo e gli abitanti di Cit-
tanova, nel 1015, s'impara che il principe solea cacciare cervi e
cignali nei boschi verso il Livenza (Cod. Trevisaneo, doc. 81). I
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documenti editi dal Verci (Storia della Marca Trev.. tom. XII)
ricordano i boschi di Croce e di Musile, proprietà del Comune di
Treviso nel sec. XIV. Marco Cornaro, verso la metà del sec. XV,
scriveva: « visto el ti urne Medolo pien de boschi e ciese . . . item
» el Valli.) el qual tien infiniti boschi e gran quantità de legname
» da fogo, et «la navi et galie etc. » (cf. Filiasi, o;>. sud., Il, 319)
Gran selve infine e campagne attorno a San Dona, sono ricordate
dagli atti di locazione di quella gastaldia negli anni 1409, 1458,
1468, che abbiamo sotto gli occhi.
Se, pertanto, si poteva affermare che questo paese, nel secolo
scorso ridotto un desolato e marcido deserto, in età non tanto
lontana da noi erasi trovato in condizioni relativamente fiorenti,
quale non doveva essere e per popolazione e per industria agri-
cola all'età romana? Quali ostacoli potevano impedire ai romani
di condurvi le strade e consolari e vicinali ? è
Stava peraltro sempre il fatto che, per parecchie miglia da
Aitino, non era rimasta alcuna visibile traccia di via romana fin
oltre Ca' Malipiero. L'abbassamento naturale del suolo, aveva do-
vuto complicarsi qui col rialzo artificiale prodotto dai depositi delle
alluvioni ; e più che altrove verso il Silo, ove, come si disse, il
suolo era rnaggiormenfe avvallato. Erano adunque necessarie in-
dagini accurate e molteplici ; bisognava far capo nei proprietari
delle terre ; raccogliere dai villici stessi le tradizioni locali e le os-
servazioni che avevaiu potuto fare nei lavori campestri. Soltanto
dopo questo primo studio, sarebbe stato possibile alla Commissione
di procedere, colle ricerche sue, alle verificazioni del fatto.
Questo sistema riuscì, come si sperava, assai pratico ed effi-
cace; nè poteva essere diversamente in una regione, come la
nostra, antico albergo di coltura e di cortesia. Il nostro appello ai
proprietari fu sempre accolto cordialmente, e V intélligenza dei
villici superò sovente la nostra aspettazione. Perciò la Commis-
sione professa pubblicamente la sua viva gratitudine al sig. conte
avv. Antonio Ivanovich, ai sigg. fratelli Luigi e Federico Trevi-
sanato, al N. U. co. Gio. Battista Giustinian patrizio veneto e se-
natore del regno, al cav. Gregorio Bressanin di San Donà. Senza
le preziose notizie e gli aiuti d'ogni maniera che questi egregi le
fornirono, il compito suo sarebbe stato ben più arduo, e forse, in
qualche parte, inadempibile. — Ma veniamo ormai ai fatti.
Nella precedente nostra relazione, parlando delle strade dei
contorni di Aitino, dicemmo che V Emilia, risalendo da Pagliara fra
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il Dese e il lago di Cona, avanzava*! rettilinoa al punto, dove si
crede che sorgesse la porta Boreana, di !à quindi volgendo sino
alle Brustolae: e soggiungemmo che non appariva se di costà ti-
rasse diritta al Sile, o piegasse ad est verso Tre Palade. Ora,
nuove osservazioni c'inducono a ritenere che il breve tronco di
Brustolae, che tuttora si vede alla superficie del suolo, ricordi un
grande sobborgo della città che doveva spingersi sino al fiume.
Sui margini suoi, si trovarono in ogni tempo molti sepolcri e ru-
deri di ville suburbane. Quanto all'Emilia, assai più probabilmente
essa attraversava la città, dal Montirone ad altra porta più orien-
tale della cinta altinate, le ruine della quale possono aver formate
quelle molle o tumuli che si vedono presso alla Ca' Bianca, e di
là, come ci affermò anche il signor Carlo d'Este che fu, per molti
anni, benemerito sindaco di S. Michele del Quarto volgeva retti-
linea alla Ca' Corner, dove, come vedremo, passava il fiume.
Sulla riva sinistra del Sile, quel tratto di campagna che, a
sud di Ca' Dolfin, si stende lungo il fiume per circa due chilometri
e mezzo con poche e sparse abitazioni, ha nome di Bagajolo. Dove
questo comincia, ancora sul principio del secolo sorgeva un mo-
nastero di Benedettine, patronato dei conti di Collalto, sul luogo
ov'è ora una fattoria e un fenile del cav. Trevisanato, che pro-
spetta la Ca' Foscolo della riva destra. Verso la fine poi del Ba-
gajolo, una casa rustica della signora Lazzari-Costantini, eretta
al vertice di una assai marcata curva del Sile, riesce di faccia
alla Ca' Corner, già de' Franceschi, ora Forti ; e quivi era il ponte
dell'Emilia, a un chilometro o poco più, in linea retta, a sud delle
Tre Palade. La via passava a destra della boaria, dove un lungo
fosso di recente escavazione, mostra a un metro di profondità le
ghiaje, ed alle estremità sue frammenti diversi e copiosi di marmi,
fra i quali fa raccolto da noi un bellissimo pezzo di cornice d'ala-
bastro orientale. Gli embrici a limbello sono frequenti d'altronde
in quelle campagne e segno certo di abitazioni romane.
Il contadino Angelo Canio, da noi interrogato, depose che un
miglio e mezzo più addentro nella campagna, nella palude di pro-
prietà dei RR. PP. Mechitaristi, si riconosce l'Emilia che vi passa
diretta verso S. Liberale, ben determinata dagli antichi fossi late-
rali, sebbene coperta quivi da forte strato di torba.
A Bagajolo, presso il Sile, il terreno d'alluvione ha la pro-
fondità di circa un metro, e di tanto ricopre le ghiaje della via ro-
mana ; le quali, compatte e sovente durissime, sono commiste a
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è7i
cementi e a ìvsidui di marmi delle lapidicine altinati, e ricordano,
probabilmente, gli ultimi risarcimenti delle strade militari della
Venezia nei secoli bassi dell' impero. Manca in generale il selciato
superiore per le ragioni dette altre volte, non senza peraltro che
se ne vedano ancora non pochi pezzi sporsi pei vicini campi, spe-
cialmente nelle vicinanze di Aitino.
In que' terreni pastosi e grassi, dove i ciottoli sono così rari,
i villici poterono sempre, assai facilmente, osservare quelle ghiaie
lavorando i campi e conoscerne la larghezza e la direzione, molto
più che, scostandosi dal Sile, la profondità loro va gradatamente
diminuendo, fino a dover essere necessariamente raggiunta nel
rivolgere col vomere la terra.
Il co. Ivanovich che, dietro le norme da noi indicate, aveva
precedentemente incaricato il contadino Cagliato di esplorare il
paese fra il Sile e il Piave, lo aveva mandato poi incontro alla
Commissione, perchè le servisse di guida.
Ambrogio Rizzetto detto Cagnato, uomo di età matura, parco
di parole, robusto e intelligente, appartiene a famiglia che dimora
nel paese da più generazioni. Suo padre vive ottuagenario, e V avo
suo mori in tardissima età. Non v'ha tradizione locale a lui sco-
nosciuta; nè zolla, per cosi dire, che gli sia ignota: guida migliore
non si poteva trovare. Egli ci fece constatare che la via passava
a circa 100 metri dalla macchina idraulica di Ca' Tron, attraver-
sando il Fosso delle Uauue, il Vallio Vecchio alla presa detta Tal-
pone, il Martegia e il Vallio Nuovo e i fondi detti di San Liberale
di proprietà Cordenonsi fra il Vallio Nuovo e il Meolo, e final-
mente il canale. della Fossetta (cavato nel 1633), a 100 metri
circa a sud-ove^t dall'osteria di questo nome. Dal Martegia in
poi, la via lentamente s' incurva, finché, poco oltre 1' osteria, ridi-
viene rettilinea.
I villici di que' luoghi, interrogati da noi, attestarono con-
cordi che, nella moderna rettificazione dei nominati canali, si trovò
l'intero nucleo dell'Emilia. Peccato che nessuno di quegli inge-
gneri si sia preoccupato di quel fatto assai interessante. Quanto a
noi, fra i molti assaggi fatti in que' terreni, ci limiteremo a notare
che, sul Vallio Nuovo, a S. Liberale, sul profilo del canale, le
ghiaje corrose dell'Emilia compariscono ormai alla sola profondità
di centimetri 35 a 40, e che, per nuovi accidenti del suolo, oltre
la Fossetta, essa ridiscende a un metro. Ciò osservammo a circa
200 metri ad est del canale, nella perfetta direzione del}& via, fa~
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cenilo scavare per la larghezza di circa iG metri sotto un fosso
che attraversa il mappale A T . 8^ di Musile. Da quel punto poi,
continuando attraverso 1 campi nella direzione nord-est, l' attento
osservatore può ravvisare irruenti le ghiaje antiche riportate
dai lavori campestri alla supemoie; strisele hiaucheggianti cne se-
gnalano la prosecuzione rettilinea della via nei mappaii xN. #2'dr££à,
6£o, ióo di iVlusile, e clie indicano per se stesse, cne cola la super-
ficie odierna non differisce che di pochi centimetri dall'antica. Ed
e ciò tauto vero ciie, giunti all' aratorio detto le Bedesine, di pro-
prietà ^nna, la straua stessa apparisce hnalmeute sopra suolo,
larga circa 14 metri. La Commissione la percorse in tutta la sua
lunghezza. Essa passa a traverso lo scolo di Croce dirigendosi alla
casa detta le Beaeauie, che si trova appunto dove l'Emilia è rag-
giunta da altra heila via antica che va verso Ca' Malipiero, e nella
quale parve alla Commissione di ravvisare una vicinale per Meolo
ad Ouerzo, molto più che alle liedesiue o a Cassiuelle sembra vi
Tosse un vico di qualche importanza, o qualche villa. Avauzi di
costruzioni antiche e frammenti di cornici architettoniche furono
sterrati, alcuni anni or sono, ne' campi a 00J metri a sud di Bede-
sine, e 00 metri a levante della via; e la Commissione stessa,
avendo fatto praticare uno scavo nello stesso luogo, ritrovò alcuni
blocchi di pietra; ma privi affatto d'importanza. A Cassiuelle si
scoprirono altri ruderi di iabbnche, e vasi cinerari e vinari, e or-
duoli diversi, e monete, e un ferro di lancia de' bassi tempi.
L' Emilia, sempre sopra suolo e rettilinea, attraversa le Cas-
siuelle, costeggiando il Gorgazzo per circa due chilometri, e si di-
rige verso l'antica Rotta e l'argine di San Marco al Piave, non
discosto più di metri TUO. Qui si perdono le sue traccio, e il nome
stesso delia Rotta ne spiega le ragioni. 11 Piave che, anche all' età
romana, col suo ramo maggiore correva a questa volta, ne' secoli
seguenti spostò più volte il suo letto, come avvenne pure nell* ul-
tima piena dell' anno scorso. Di conseguenza, non si vede segno del
luogo ove doveva essere il ponte, come, del pari, è perduta ogni
tradizione della mutazione Sanos o Sanus (non ad Sarnos cf. 1 1 Ì-
uasi) indicata dall'Itinerario Gerosolimitano, a dieci miglia da Aiti-
no su questa via, cioè appunto al Piave. Era sulla riva destra o sulla
sinistra del tìume^ A Musile o a San Dona i Misurando col com-
passo sulla nostra carta militare la via scoperta da Aitino in poi,
e seguendo il rettilineo da Cassinelle, risulterebbero appunto le
dieci miglia romane air argine attuale di S. Marco, di faccia a Mu-
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sile. Pare adunque che la mutazione Sanos dovesse stare colà, e
quindi, alquanto di sotto, il ponte sul Piave maggiore, detto cosi
anche nei più vecchi documenti del magistrato del Piotego. È poi
assai probabile che questa maggiore diramazione del Piave di co-
stà al mare, fosse il termine orientale dell' agro altinate coir opi-
tergino, giacché si sa che nelle consuetudini romane territoria
inkr civitates, alia fiuminibus finiuntur, alia summis montium
jugis ac divergiis aqmrum. (Slrab., lib.X). Considerando i do-
cumenti medievali che si riferiscono al paese fra il Sile odierno e
il Piave, si può altresì con buoni fondamenti conoscere quali fos-
sero i confini da questa parte fra la consociazione veneziana e il
regno italico e il posteriore Comune libero di Treviso. Siccome ap-
partennero sempre a quesf ultimi Musestre, Meolo, Fossalta, Mu-
sile e San Donà (anticamente piccola Pieve, Plebs Seti Donati), e le
valli salse non incominciavano che a mezzodì dell'Emilia, ne con-
segue che la linea stessa della strada, presso a poco, doveva se-
gnare que' termini. Conferisce a provarlo il fatto che il confine
antichissimo di lesolo, che fu sempre compresa nel Dogado, a nord
giungeva a Tagia de re* {Taleate in doc. del 1070 — Taliata de
relibus, 1227 — Taliata, 1256 — Tajada regis s 1409 e te. nei
Processi del Piovego) 9 estremo pùnto a nord dell' isola di Villa-
franca, poco nota ai nostri geografi, ma che si può ora perfetta-
mente riconoscere. Tagia de re' era presso al luogo dov' è ora il
Porto del Taglio, un chilometro circa a mezzodì di Musile. Per
singoiar fortuna di parole, quest' umile nome è la vera origine di
quello pomposo di Taglio da Re, dato in altro senso dal volgo al
grande alveo nuovo del Piave, da qui condotto al mare dalla Si-
gnoria di Venezia nel sec. XVII.
Giunta frattanto al Piave sul far della sera, la Commissione
si separava dall' ottima sua guida, e recavasi a pernottare a San
Donà, dove il cav. Bressanin le offriva la più cordiale ospitalità,
11 Ottobre 1883.
In questa seconda giornata, la Commissione si proponeva di
esplorare la direzione dell 1 Emilia dal Piave al Livenza. Sapevamo
che nessuna traccia di questo tronco esiste sopra suolo ; e quanto
alle linee indicate dagli scrittori, le osservazioni fatte nella gior-
nata precedente e' istruivano abbastanza sul conto eh* era da far-
ne. Lo stesso esame accurato delle mappe censuarie non ci aveva
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offerto alcuna luce ; pur tuttavia i saggi consigli del caw Bressa-
nin e le sue premure ci procurarono in quella stessa sera qualche
indizio di anticaglie osservate presso il Fornetto ; e gli avvisi che
ci erano stati favoriti dal conte Giustiryan, il quale aveva com-
messo al suo fattore cav. Bisinotto di venirci incontro, ci lascia-
vano^ sperare che la fortuna avrebbe continuato a secondare le
nostre ricerche.
Partì adunque la Commissione da San Donà al levare del
sole, col gentile suo ospite che volle accompagnarla per non breve
tratto, per la strada detta Calnova. Giunta nelle terre del cav. A.
Thomas al Fornetto, in breve potò convincersi che gli offerti in-
dizi non erano infondati. Le testimonianze locali affermavano, e se
ne ebbero le prove, che al punto detto il Pradetto, a 30 centimetri
di profondità sulla superficie attuale del suolo si trovavano pietre,
embrici e ghiaje a que' terreni affatto estranee, e di composizione
uguale a quella notata nel giorno innanzi. I risultati stessi si ot-
tennero nei campi detti 11 Serraglio, e neir argine della risaja di
questo nome si potè scorgere quasi il profilo della sezione dell' an-
tica strada, larga circa 18 metri. La attuale Calnova la taglia due
volte. Dapprima a sinistra delibi Cavana fin dietro la Fiorentina,
e quindi nel fondo Galliccioli, al casonetto abitato da Lorenzo Ba>
gnara. In molti punti eziandio si trovarono embrici a limbello,
resti di antiche abitazioni. Se tuttavia, dopo queste osservazioni
avesse potuto restare qualche dubbio, uno sguardo alla carta mi-
litare lo avrebbe dileguato. Fornetto, che è certamente il Forni-
clinus dei secoli bassi ricordato nei documenti del Piovego, non è
lontano che tre miglia e mezzo romani dall' estremo punto del-
l' Emilia a Cassinelle, e mantenendo il rettilineo della via, si rag-
giunge precisamente quel punto. Così ne risultava anche la situa-
zione del ponte sul Piave, circa un chilometro a sud-est di San
Dona, allo sbocco della strada diretta da Code (Cauda Premar-
celli) verso il fiume, che quindi è verosimile che sia stata imbrec-
ciata sull'Emilia stessa.
Poco oltre Code, verso il Fornetto, doveva stare, a nostro
avviso, la colonna miliare che porta il XII numero e che ora si
conserva nel Seminario della Salute a Venezia, trovata, sino dal
sec. XVI, assai probabilmente nelle terre del patriarcato di Vene-
zia, e trasportata alla sede a Castello.
Questo interessante monumento, alto metri 1.40 sopra la
base, e col diametro di m 0.45, porta due iscrizioni, a ricordo
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forse di due grandi riattamenti della via, una in onore dell' impe-
ratore Tito Vespasiano nel settimo suo consolato, che si riporta
all'anno 79 dell' e. w, l'altra agli imperatori Valentiniano, Va-
lente e Graziano, che regnarono insieme dal 367 al 375 dell' e. v.
Giova riprodurle qui dal Momiiisen :
Il Mommsen (op. cit., toni. V, p. Il, p. 934) avendo interpre-
tato le iniziali F. F.* della prima iscrizione Flaviam Fedi, inclinò
ad attribuire la miliare alla via Flavia dell'Istria, congetturando
che potesse essere stata trasportata da Trieste al palazzo patriar-
cale di Venezia, dove fu conosciuta sino dal sec. XVI. Qualche
dubbio tuttavia gli rimase che potesse aver appartenuto ad altra
vìa fra Trieste e Aitino, o costruita, o risarcita dagli augusti Ve-
spasiano e Tito. Il Moschini peraltro (Chiesa e Seminario di S.
M. della Szlute, p. 91), che aveva avuto ogni comodità di studiare
queste iscrizioni, invece di F. F. aveva letto P. F. (Perfecil o
Publicam fecit), locchè toglierebbe il fondamento alla congettura
dell'illustre professore tedesco. Se la Direzione del Seminario ve-
neziano fosse in grado di far collocare questo marmo in quel-
l'onorato posto che merita, la questione, non priva d'interesse,
potrebbe facilmente essere decisa; ma finché esso giace addos-
sato ad un angolo e mezzo coperto da altre pietre, sarà bensì con-
servato; ma non ad incremento degli studi.
Un Codice Marciano citato dallo stesso Mommsen (ivi), a pro-
posito di codesta miliare, sembra accennare che pervenisse al pa-
triarcato dal loco Gallinario. Sarebbe mai Gainiga, che troveremo
più avanti oltre Ceggia? Qui, non meno che al Fornetto e altrove,
i patriarchi di Venezia possedevano latifondi, quali" eredi del ve-
scovado di Eraclea o Cittanova ; ed è poi notissimo, come in pa-
recchie occasioni osservò il Filiasi, che molte pietre prese in ter-
raferma per le costruzioni loro da quelli di Eraclea, lesolo ec,
dopo la rovina di quelle città furono, "allo scopo stesso, riportate
nei villaggi del vicino continente. Così, senza difficoltà alcuna, si
può credere che la nostra colonna miliare dai dintorni del For-
LMP • XIIII • P • P • CENS • COS • VII
VIAM • F • F •
XII
IMP • TITVS • CAESAR
VESPASIANVS • AVG
PONT ■ MAX • TR • POT • IX
DDD NNN
VALENTINIANO
VALENTI • ET
GRANO • AVGG
B R N
XII
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netto sia passata ad Eraclea, e quindi da Eraclea a Gainiga e in*
fine a Venezia.
Dal Pradetto, riprendendo la direzione ad est, cioè verso il
Livenza, la via romana continuava rettilinea attraverso la cosi
detta palude Fossà, verso il canale del Grassaga. Questo piccolo
fiume, sovente nominato ne' più antichi documenti di questa re-
gione, era colà valicato da un ponte di pietra, gli avanzi del quale
non sono molti anni, come ricorda il conte Giustinian, servirono
a costruzioni rustiche del luogo che si chiama Fiumicinetto. Esplo-
rando coi remi il fondo del canale, si toccano facilmente i mate-
riali che ancora vi giacciono. Eravamo quivi a due chilometri circa
dalle rovine di Cittanova (Eraclea), la prima capitale dei Veneti
secondi, e ci soffermammo alquanto ad ammirare il paesaggio che
da quel lato si presenta assai pittoresco e attraente. Se avremo la
soddisfazione di poter compiere quesf arduo lavoro sulla topogra-
fia de' tempi romani e dar mano alla topografia medievale, ritor-
neremo col più vivo interesse a studiare questi luoghi e i ruderi
della città, dove si costituirono i primi ordinamenti sociali del
grande Commune Venetiamm.
Passato il Grassaga, si entra nella cosi detta palude di S. Ber-
nardino. Questi fondi appartengono da qualche secolo alla patrizia
casa Giustinian, che ne fu investita, verso lieve censo, dalla mensa
patriarcale di Venezia. Erano, non è molto, deserte e paludose
lande : ora sono, quasi interamente, ridotte a coltura, mercè la ge-
nerosa iniziativa del conte Giustinian, assistito dall' opera Intelli-
gentissima del suo fattore cav. Bisinotto.
Quest'ultimo era già venuto incontro alla Commissione col
gastaldo Marco Novello, un simpatico tipo di villico, di mente
aperta, affezionatissimo a' suoi signori,- e 1' uno e 1' altro, guidan-
dola nel non breve cammino, resero assai facile il suo com-
pito. Il signor Bisinotto aveva già fatto praticare presso alla riva
ove fu il ponte sul Grassaga un largo scavo, che mise a giorno il
consolidamento della strada che ivi mettea capo. Avendo poi do-
vuto, quando la valle fu bonificata, praticare molti e profondi scoli
in varie direzioni, non era sfuggito alle sue osservazioni che qua
e là si ripresentava l'imbrecciata solida dell'Emilia, alla profon-
dità di circa un metro e con larghezza costante sotto l'attuale ter-
reno d* alluvione. Ed aveva avuto la precauzione d' indicare con
paline tutto il giro della via romana sotto quei fondi ; provvedi-
mento facile e ben degno d'essere imitato in consimili casi.
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La Commissione potè quindi constatare che, lasciando il Gras-
saga, la via prosegue ad est per circa 300 metri, finché, trovato
un argine antico, lasciando a sinistra la casetta al N. 15, s'in-
curva per breve tratto a sud-est, e quindi quasi sempre rettilinea
entra nelle proprietà dei Loro e dei Zeno verso Zancana, e così
procede a Pra' di Levada e a Gainiga.
Nella impossibilità di continuare a piedi in quella direzione an-
cora paludosa, la Commissione dovette rifare il cammino riavvi-
cinandosi al Grassaga, ove V attendeva una barca, che in breve
ora la condusse alla fattoria di Fossà.
Il conte Giustinian ci aveva già informati che nel 1875, nello
scavare sul ciglio dello scolo Malio, a circa 150 metri dalla fatto-
ria, erano stati rinvenuti dai villici alcuni vasi cinerari. Disgra-
ziatamente, essi si affrettarono a spezzarli credendo di scoprirvi
tesori, conforme a leggende comunissime in que' paesi, dove è an-
cor viva la memoria di Attila « di statura gigantesca ; che parlava
quasi abbajando come un cane » ; che personifica ancora, ne' rac-
conti de' vecchi al tradizionale focolare nelle lunghe serate d'in-
verno, le diverse invasioni dei barbari. Furono peraltro salvati da
que' guasti alcuni vasetti unguentari che diedero aumento al
museo de' vetri antichi, allora incipiente, di Murano; due pic-
cole coppe di terra cotta, V una colla vernice rossa, V altra ver-
deggiante pegli ossidi; e due monete donate alla doviziosa raccolta
numismatica del conte Nicolò Papadopoli. Le monete trovate in
consimili casi, per quanto di poco conto per sè stesse, sono sem-
pre importantissime, perchè servono a determinare V età de* se-
polcri. Codeste due, come gentilmente ci communicò il conte Papa-
dopoli, appartengono ad Augusto.
Percorrendo la strada provinciale per raggiungere ancora a
nord le traccie della via romana, la Commissione sostava a Ceg-
gia per osservarvi le mappe censuarie e raccogliere informazioni.
Il Filiasi (Mem. slor. dei Veneti primi e secondi, ed. II, tom. II,
p. 325) riporta come esistente nella casa del Vicario di quella bor-
gata una bella iscrizione frammentata, ad onore di un augustale,
legato delle legioni, governatore di provincie in Oriente e nel-
T Africa, curatore della via Appia, cittadino probabilmente di Opi-
tergio o altinate, che era stata dalle rovine di Cittanova ripor-
tata in terraferma; ma nessuno seppe additarcela. Si poterono in-
vece vedere altri frammenti di marmi eracleani con sculture sim-
boliche e fregi bizantini, che servono ora da gradini alla parroc-
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chiale di Ceggia. Conoscevamo poi, giacché anch' essa è cònser-
vata nel museo del Seminario a Venezia, la colonna miliare man-
data da Ceggia in dono dal dottore Pietro Agostini nel 1835. Seb-
bene edita dallo Zambaldi (Monumenti storici di Concordia, San
Vito, 1840, p. 48), dal Moschini (Chiesa e Seminario di S. Maria
della Salute, Venezia, 1842, p. 103) e dal Mommsen (Corpus ln~
scriptionum Lat., voi. V, p. II, p. 937), la ripetiamo qui;
DN FL IVLIO
CRISPO NOB
CAES
• XX
Secondo i computi nostri, dovette essere rinvenuta presso a
Pra' di Lèvada, a forse due chilometri da Ceggia, giacché a quel
punto corrisponderebbero perfettamente le notate 20 miglia ro-
mane da Aitino. Vuoisi qui notare, per chi si affatica in questi
studi sulle vie romane, come la numerazione delle miglia poteva
continuare dalla città principale anche fuori dell' agro suo, e tra-
versando in qualche parte l' agro di altro municipio, come avvenne
in questo caso che la via correva sull' agro opitergino dal Piave
al Livenza. Noi ci avevamo proposto • questo quesito, come ele-
mento di qualche valore per riconoscere i confini degli agri mu-
nicipali.
Oltre Ceggia, si ritrova nuovamente la via romana a Gaini-
ga, al luogo detto Noci, prima a destra e poi a sinistra della, at-
tuale strada provinciale. Nelle campate di que' fossi laterali, uno
strato composto di ghiaje e di frammenti diversi, come si era al-
trove osservato, segna la sua direzione per lungo tratto e sèmpre
rettilinea, finché, lasciando la provinciale, passa pel così detto Ar-
gine dei Cogoli, avanzandosi fra campi di proprietà GaHotti e Ze-
no, a profondità di circa 30 centimetri, dove qua e là si vedono
portati alla superficie, dai solchi del vomere, sassi e materiali cor-
rosi dal tempo. Dopo il fondo Zeno, passa per quello delle Assicu-
razioni Generali di Venezia, dove, alla situazione detta II Gonfo,
si trovarono materiali laterizi ed altre traccie d'abitazioni, miste a
resti di consolidamento stradale in ghiaja. La via giunge final-
mente al Livenza a circa 400 metri sopra corrente dal nuovo ponte
provinciale, alquanto a sud-est di Sant'Anastasio.
L'arciprete di Sant'Anastasio don Luigi Furlan, uomo colto
e cortese, che mostrò vivo interesse per questi studi, faceva no-
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tare alla Commissione che la sua parrocchiale apparteneva già ad
un monastero di Agostiniane, e sorgeva altra volta presso alla via
romana. Si possono ancora vedere i ruderi dol monastero nella
casa dominicale della possessione, spettante già ai Ventura, ed ora
alle Assicurazioni suddette.
Trovato così il punto dove la via giungeva al fiume, la Com-
missione recossi sulla riva sinistra, precisamente di fronte. Colà,
nella frazione di Biverone del Comune di S. Stino, alla casa di Lui-
gi Zulianelli, al n. 3, erano state dissotterrate appunto alcune fon-
damenta del ponte romano sul Livenza. Un grande blocco di pietra
giace ancora nel cortile di quella casa, mentre un altro consimile
fu, alcuni anni or sono, trasportato ad Annone Veneto da Elena
Gajarin. In quello stesso cortile la Commissione osservava una
colonna di pietra alta metri 2.50, scavata di fianco alla, casa ; e
seppe che, 300 metri più addentro nella campagna, erano stati tro-
vati in gran copia materiali di antiche fabbriche, e grandi embrici
quadrati che servirono a nuove costruzioni. Era qui, assai proba-
bilmente, la prima mutazione da Concordia ad Aitino, ricordata
nell'Itinerario Gerosolimitano. Fuor di dubbio poi, la via passava
sotto la casa Zulianelli proseguendo verso i due poderi di Dome-
nico e di Cesare Bevilacqua ; ma a questo punto la Commissione
Veneziana fermossi, essendo giuirta là, dove i suoi studi devono
essere ripigliati dalla sub-Commissione di Concordia.
Ripensando al viaggio compiuto in queste due giornate e alle
cognizioni che si avevano precedentemente, essa poteva dirsi assai
soddisfatta de' risultati, avendo scoperto la direzione della via
consolare, pel non breve tratto di circa» 33 chilometri da Aitino al
Livenza, assai diversa da quella proposta dai grandi maestri Fi-
liasi e Mommsen. *
Sono altresì da considerarsi di non lieve valore le osserva-
zioni che si poterono fare in quest'occasione sulle condizioni locali
ne* secoli bassi. Accennammo ai confini di lesolo verso il regno
italico; nè troveremo ormai difficoltà insuperabili per fissare il
luogo, ove sorgeva Bine ricordata dal Porfirogenito, e i confini del
territorio di Cittanova che si allargava notevolmente, più che il
Iesolano in terraferma, e comprendeva in sè, per la lunghezza di
circa 10 miglia romane, la» via consolare. Ora si può riconoscere
benissimo il corso del Piave prima che fosse eseguito il gran ta-
glio detto di Re, e quello dell'antico canale Livenzuola {Liquace*
simus) e del Livenza, il quale, con buona pace del Filiasi, come si
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vide chiaramente nel cercare la situazione dei ponte, fino a questo
punto non può avere spostato di molto il suo corso, dall'età ro-
mana in poi.
Vogliamo soggiungere infine che, da Aitino sino al Piave, si
mantiene viva e generale fra i paesani la tradizione che la via ro-
mana da noi esplorata si chiamasse Emilia o Orlànda, mentre, dal
Piave al Livenza, l' ultimo nome non si udì più, e il primo assai di
rado. Rammentiamo questi fatti, senza attribuirvi maggior valore
che non si soglia accordare alle tradizioni popolari. Invero, è cre-
denza generale fra i dotti che l' Emilia fosse imbrecciata da Ri-
mini almeno fino ad Aitino, comunque vogliasi intendere il lungo
giro attorno alle paludi accennato da Strabone. Se poi da Aitino
ad Aquileja prendesse il nome di Annia, come se n'avrebbe indi-
zio da una miliare aquilejese ; o lo mutasse in quello di Flavia,
come si potrebbe sospettare da altre miliari e come accennò, pure
in qualche modo il dottissimo Mommsen (Sive altera via, exempli
causa Tergeste Altinum, a Vespasiano Tiloque slrata est, op.
cit., voi. V, p. II, p. 934), lo chiariranno forse ulteriori studi. Frat-
tanto, per quanto giovi stabilire il nome antico d'una via romana,
ognuno converrà che l'importanza maggiore consiste nel ricono-
scerla.
Antonio Contin
Nicolò Barozzi
Guglielmo Berchet
Federico Stefani relatore.
Giovanni Bianchi, Gerente responsabile.
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NÙoVA serie!
ARCHIVIO VENETO
ANNO XIV
18
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DELLA ORIGINE
DELLA
SEDE VESCOVILE DI CAORLE
NELL' ESTUARIO VENETO
Nella prima parte del tomo XXVI (fase. 51, pag. 112-125)
dell' Archivio Veneto mi trovo onorato dell' attenzione cT un va-
lente cultore di storia ecclesiastica. Il degnissimo canonico mons.
Ernesto Degani, notando nel mio studio sulla storia di Venezia del
Gfròrer la negazione del ritorno d' un vescovo di Caorle all' unità
cattolica già ai tempi di Gregorio Magno, ne fa i suoi apprezza-
menti, e intende con essi di confermare V esposizione, dello storico
tedesco, che col Noris e coi compilatori dei documenti ecclesiastici
credette allora accaduto quel fatto (1).
Non è con un semplice ringraziamento alla sua cortesia che io
posso rispondere alle osservazioni critiche del chiar. oppositore, ma
altresì con una prova evidente della serietà del mio studio, anche
nelle parti secondarie di esso. Prima però devo pregare l'egregio
canonico a voler credere che da molt' anni era noto anche a me,
per T attenta lettura del Rubeis, essere assai spesso adoperate ne'
documenti le parole Hisiria ed Hislrici, trattandosi della diocesi
e dei vescovi suffraganei d* Aquileia o di Grado; ed egli se ne può
senz' altro accertare rileggendo altrove (2) il testo e le note di
quello stesso studio, in cui trovò a ridire. Pure nel Rubeis ancora
e in parecchi altri documenti ecclesiastici contemporanei di Gre-
gorio I vien fatta, come prima ed anche dopo, la distinzione dei
due paesi d' Istria e di Venezia (3). Ad ogni modo convien ricor-
(1) Vedi la Geschichte Venedigs voti seiner Grundung bis zum Jahr*
Ì084. Grate, 1872, pag. 21-22, o la versione di quest'opera nel fascicolo 23
dell' Archivio Veneto, pag. 20.
(2) Fase 49 dell' Archivio Venato, pag. 30-31, 33-34, 40.
(3) Db Ruatts (Mon. EccL Afuileiénsis, cap. XV, 5, pag. 139), ai tempi di
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darsi che nel nostro caso non si tratta nè della diocesi nè dei ve-
scovi, bensì <T una isola, come si vedrà a suo luogo.
La piccola isola di Caorle, più volte rifugio dei vescovi di
Concordia durante le prime invasioni barbariche, non divenne
però sede vescovile, se non quando in Italia già regnavano stabil-
mente i Longobardi da parecchi anni e la ferocia loro era alquanto
scemata. Il vescovo Clarissimus di Concordia, che vi si era pro-
babilmente rifugiato ai tempi del Concilio Gradense, doveva poi
essere ritornato all' antica sua sede, come quegli altri vescovi, che
con lui a Marano, soggetta ai Longobardi, riconoscono ancora il
patriarca Severo (1). Così dicasi del suo successore Augusto, che
sottoscrive la supplica all'imperatore Maurizio a sostegno dello
scisma dei tre capitoli, stando nella sua sede di Concordia sotto il
dominio barbarico (2). Perciò a Caorle fino al 591 non v'era sede
vescovile ; nè un equivoco del Chronicon Gradense, per quanto
antico sia questo fonte (3), vale ad infirmare il documento del
Leone Magno e di Pelagio 1, riconosce la distinzione dei due paesi. Vedi poi gli
atti del Sinodo gradense 579 (Mansi, Ed. fior. Coìicil., IX, 913 e segJ, dove Grado
vien proclamata totius Venetiae . ... et Istriae Metropoli. Vedi pure la lettera
di papa Onorio I (De Rubeis, 297-300) diretta ai dilectissimis fratribus uni"
versis cpiscopis per Venetiam et Istriani constitutis. — Che il pontefice Gregorio
Magno stesso intendesse talvolta colla parola Histria la sola penisola, lo si vede
chiaramente nella sua epistola 36 del libro X, dove scrivendo al vescovo Mas-
simo di Salona, cosi s* esprime : conturbor quia per Histriae aditum jam ad Ita-
liani (Sclavorum gens) intrare coeperunt.
(1) Paolo Diacono, dove parla del conciliabolo di Marano, non mette Cla-
rissimus tra i vescovi che sono col Patriarca, cioè sotto il dominio greco; vuol
dire adunque che il vescovo di Concordia aveva allora la sua sede antica, come
del resto risulta evidente dalla sua partecipazione all'adunanza tenuta su terri-
torio longobardo. — Muratori, Script. Rer. it., I, 448 (lib. Ili, cap. 26). Confr.
Db Rubeis, Mon. Eccl. Aq. f cap. XXIX e XXX, 587 e seg.
(2) Notevoli e decisive sono alcune espressioni del Libellus supplex diretto
ali* imp. Maurizio, e sottoscritto dal vescovo Augusto di Concordia insieme con
gli altri soggetti ai Longobardi: « Deinde nec obliti sumus sanctam Rempubli-
cam vestram et adjuvante Domino redire totis viribus festinamus — nobis ab-
sentibus, et a se (Archiepiscopo nostro) ad praesens divisis — et credimus nos
celeriter devictis gentibus (Langobardorum), ad pristinam libertatem deduci >.
— Mansi, Edit. Fior. Condì., X, 463-466. Confr. Trova, Cod. dipi, long., nella
St. d'It. Med. Evo, IV, 154-163.
(3) Oltre il GfrSrer, più di recente anche il Simonsfeld riconobbe l'anti-
chità del Chronicon Gradense, ma fece insieme comprendere la inattendibilità
di esso rispetto alle nuove sedi vescovili nelle lagune venete, quantunque vi sia
ricchezza di particolari in fatto di chiese e simili. — Archivio Veneto, XIV, 88-
^9, fase. 27.
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Concilio Gradense, in cui apparisce naturalmente il solo vescovo
di Concordia (1). Non parliamo del Chronicon Attinaie, che in
questo copia od è copiato dal Gradense (2).
Veniamo ai tempi di Gregorio Magno. Augusto è ancora ve-
scovo a Concordia, e la chiesa di Caorle evidentemente od obbe-
disce a lui o, se le vicende politiche F impediscono, al vescovo di
Opitergio (3). Quand' ecco che quel grande pontefice scrive nel
598 e nel 599 alcune lettere, in cui nomina una insula Capritana
o Caprea, e tratta della fondazione di un vescovado prima a No-
vas. poi neir isola (4). La più importante di queste lettere è ap-
punto la decima del libro IX, della quale mons. Degani ha voluto
favorirci la versione per dimostrare che in essa il pontefice ac-
cenna non a due ma a tre vescovi, e che il popolo di Caorle non
trascurò di rientrar subito in grembo alla chiesa cattolica. Però
il terzo vescovo è soltanto un pio desiderio di Gregorio Magno (5),
e niente affatto di storico, inquantochè inutilmente si cerca nel-
F Epistolario del papa e negli Annali della chiesa il suo nome o
notizia alcuna di lui (6). Non è poi del popolo di Caorle (Capru-
(1) Mansi, Ed. Fior. ConciL, IX, 913-928, e Trova, op. cit, id., pag. 17-20,
testo e note, specialmente la nota 3 a pag. 19. Vedi ciò che ne dissi nel mio stu-
dio su Gfrorer in questo Arch. Veneto, XXV, 33-34.
(2) E. Simonsfeld propende a credere che il Chronicon Gradense non sia
che una copia incompleta ed alterata Geli* Altinate, e prova V anteriorità di que-
sto a quello, attribuendo la cronaca di Aitino alla prima metà del X e forse alla
seconda metà del IX secolo, e però la stima originale nella parte, da cui fu tratto
e compilato il Chronicon Gradense. Archivio Veneto, XIV, 90, 105; XVIII,
245-247, 257.
(3) Vedi Ughelu, Italia sacra, V, 326; confr. X, 151, 153, 154.
(4) c .... in Castello, quod Novas dicitur, Episcopus fuerit constitutus —
alius illic fuerit ordinatus .... tamen .... non in praedicto castro, sed in sua
insula habitare debuisset ». Epist. Greg. Magni, lib. IX, 10. Ed. Parigi, 1705,
tomo II.
(5) Veramente egli scrive a Mariniano arciv. di Ravenna: « . . . . Sanctitas
tua illic (in Capritana insula) Episcopum ordinet, eamdemque insulam in sua
Diocesi habeat, quousque ad fidem catholicam histrici episcopi revertantur . . .»;
ma Mariniano doveva far ciò soltanto dopoché F altro vescovo, « qui ad schisma-
ticorum errorem reversus est . . ., admonitus redire contempserit ... ». Epist.
Greg. Magni, id., ibid.
(6) Vedi gli Annales del Baronio e del Muratori negli anni del pontificato
di Gregorio Magno, e nell'Epistolario di quest'ultimo, dove anzi nella lettera
33 del libro XIII, corrente l'anno 603, il grande pontefice scrive air esarca Sma-
ragdo, ritornato in luogo di Callinico da pochi mesi, che .... ante adventum
Vestrae Excellentiae (circa il 601) Firmino, vescovo di Trieste, era rientrato
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lae) t ma degli abitanti dell'isola Caprea ch'io dissi « ma poi ab-
bandonati dal pastore fattosi scismatico, tardano e forse trascu-
rano ancora per lungo tempo di rientrare nella comunione catto-
lica ». Difatti nell'ultima delle cinque lettere di pp. Gregorio I,
da me citate, diretta appunto agli abitanti dell' isola Caprea, Ili-
striae parlibus, questo pontefice dichiara d' accogliere con gioia
il desiderio da essi espresso di riun'rsi alla chiesa e li eccita a
compiere la loro conversione (l); ciò vuol dire che in que' luoghi
non s' era ancora raggiunto, anzi s' era alquanto lontani dal rag-
giungere lo scopo, come lo prova chiaramente la lettera di racco-
mandazione che il papa fa all' esarca per i messi di quei pochi
isolani che tendono a farsi cattolici (2). D'altronde, come già nel
mio studio 'sull'opera del Gfròrer ho osservato (3), in nessuna di
quelle cinque lettere il solerte e grande pontefice nomina mai nè
Concordia, nè Opitergio, e così nemmeno Augusto, nè Giovanni,
vescovi, T un dopo l' altro, della sede Concordiense, ma soltanto
quidam Johannes de Pannoniis veniens, Novas ed insula Ca*
prilana o Caprea.
Questo Giovanni, che veniva dalla Pannonia e che, appena
fatto vescovo a Novas, n' era espulso e poi non ricompare più tra
quei di Caprae, è ben altro che il vescovo Giovanni di Concordia;
il quale vive tranquillo nella sua sede sotto la protezione di Teo-
dolinda fino al giorno in cui Agilulfo, volendo influire politica-
mente sui vescovi hislrici, ed osteggiando il nuovo patriarca Can-
didiano che li richiamava all'unità, costringe anche questo suffra-
gane© di Grado a prendere sede nuova e stabile a Caorle (4). A
nulla vale l' omonimo ; anzi in questa circostanza si potrebbe me-
nella chiesa cattolica, ma che poi Severo di Grado gli aveva eccitato contro
. . . seditionem . . . suorutn civium. Ciò vuol dire che altri vescovi non s' erano
riuniti a Roma fino a quel tempo, contro le speranze del papa.
(1) € . . . Responsalium nostrorum salubria postulantium laetificavit (nos)
adventus, per quos significastis . . . unitati vos sanctae Ecclesiae reformantes . . .
tenderetis ». Op. cit., lib. IX, ep. 97.
(2) « . . . . Harum siquidem latores de Histriae ad nos partibus veniente»,
Schismaticorum, inter quos erant positi, vitantes errorem . . . habere dignemini
commendatosi quatenus ad propria renieantes, .... vestiue tuitionis auxilium
inveniant». Op. cit., IX, 95.
(3) Archivio Veneto, XXV, 32, nota 2.
(4) Confr. le lettere IV del lib. IV, XLIII del IX, e XII del XIV, dirette alla
regina Teodolinda, e gli Atti del Concilio Mantovano in Db Rubeis, Mon. Eccl.
AquiL, pag. 414 e seg.
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glio supporre che il Iohannes de Pannoniis veniens, espulso da
Novas, sia stato accolto alla corte del duca longobardo del Friuli,
favorito poi da Agilulfo, e fatto antipatriarca d'Aquileia, in oppo-
sizione a Candidiano di Grado (l). — Della capacità al vescovado
d'un prelato straniero, come poteva essere ed anche non essere
Giovanni (l' espulso), non ho menomamente dubitato, anzi neppur
pensato; ma come mai poteva stabilirsi un nuovo vescovo (sia
pure il primo od il secondo della lettera citata di pp. Gregorio I
a Mariniano are. di Ravenna) in una nuova sede (2), se questa
gincpva nella giurisdizione d' un vescovado ben noto, e senza che
di tutto ciò si facesse menzione alcuna ?
Quanto al castello di Novas, l'egregio mons. Degani vorrebbe
farlo credere esistente ai tempi di Gregorio Magno, fondandosi su
deduzioni ipotetiche da lui e da altri fatte, e difendendole colle
quasi incredibili modificazioni che il nostro litorale subì nel medio
evo (3); ma, se ciò vale per quei luoghi che son citati dafi docu-
menti contemporanei e locali, non regge però con buona critica
nel nostro caso. Il Gussanville, commentando la lettera del ponte-
fice, ne fece mala prova coir indicare Eraclea, siccome quella che
allora portasse il nome di Novas; la prima capitale della re-
pubblica insulare veneta, ebbe Y altra denominazione di Civitas
nova soltanto nel nono secolo, prima era sempre conosciuta per
Eraclea od Eracliana (4). Nè è lecito supporre Novas nella diocesi
(1) Leggasi negli atti del Concilio Mantovano la lettera di questo antipa-
triarea al re Agilulfo, e ciò che ne dicono il De Rubeis, op. cit., 416-417, ed il
Baronio, Ann., XII, 77.
(2) Non soltanto le singole espressioni da per sè stesse, ma il contesto in-
tero della lettera X del libro IX convince della novità del fatto, indipendente-
mente dall'esistenza d'un vescovado in quei luoghi. È vero che i latores della
• lettera sono il Vicedominus ed il Defensor dell'isola capritana; ma bisogna no-
tare che queste dignità erano appunto sorte allora col trasferimento della nuova
sede da Novas nell'isola stessa. Vedi Op. Greg. Magno, Parigi, 1705, tomo II,
pag. 935.
(3) Vedi BoTTANi, Saggio di storia della città di Caorle, e mons. Degani,
Notizie e documenti della diocesi di Cqncordia. — Del resto qui mi permetto di
osservare al chiar. mio oppositore, che i concordiesi rifugiati a Caorle, e i loro
primi discendenti, non avevano assoluto bisogno ed immediato d'un vescovo,
trovandovi subito l'autorità del patriarca di Grado, e potendo per allora essere
anche custoditi da un sacerdote di minor grado, come lo erano altre isole nel
sesto secolo. Vedi ancora in Dandolo e in Giovanni diacono ne' luoghi citati.
(4, Op. cit. f II, 1000, nota 1 ; e Gfrorer stesso si contraddice là dove con ira-
perfetta critica cita prima confusamente i due nomi, fondandosi sul Chronicon
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di Concordia, perchè in tal caso quei dell' isola di Caorle avreb-
bero assalito Giovanni su territorio longobardo (l), cosa molto
improbabile e tanto straordinaria, che il papa ne farebbe cenno.
All'opposto non ne dice nulla affatto. Se poi si volesse ammettere
un castello Nove nella diocesi <T Opitergio, oltre che provarne
T esistenza e il sito, bisognerebbe con esso escludere la contempo-
raneità del vescovado di Concordia ; il che mi pare assurdo.
Dell' isola capritana, ricordata dal pontefice nelle sue lettere,
ripeto anzitutto, ch'egli la nomina Caprea e non Caprulae, come
è sempre chiamata e registrata nel medio evo Caorle, e che la
dice posta in Histriae partibus e non nella diocesi istriana (2).
. Infine Gregorio Magno scrive che quesf isola capritana era quasi
unita al Castello Novas per Dioecesim (3); adunque non v'era pro-
priamente il vincolo diocesano, come sarebbe stato fra Caorle ed
il supposto Nove, di cui non si sa indicare il sito, nè in nessun
modo accertare la passata esistenza.
L' esimio oppositore adduce in favor suo a testimonianza
molti e valentissimi scrittori di storia ecclesiastica, ed asserisce
che tutti narrano a un dipresso : essere passata la sede vescovile
di Concordia a Nove per opera di Giovanni della Pannonia. Però
l' Ughelli non ne fa parola ; anzi s' accorda con Dandolo (4), di-
cendo che il vescovo di Concordia passava a stabilirsi in Caorle
soltanto nel 605. È vero che il commentatore dell' Ughelli intro-
duce la lettera di pp. Gregorio I, dove si tratta del vescovado di
Caorle, mal spiegando o copiando Caprea per Caprulae, ma an-
Venctum (Pertz, VII, 4-5-1 1), nei eap. IH e IV, e poi alla fine del XII cou Dan-
dolo (Muratori, Script., XII, 163) ammette senza altro, come è di fatto, la sosti-
tuzione del nome Cicitas nova ai tempi di Angelo Particiaco. Vedi Stori t di
Venezia, ed. ted., 28, 30, 37, 138-139.
(1) Vedi nella Stor. doc. di Venezia del Romaxix, I, pag. 88; il confine set-
tentrionale doveva essere la Livenza, come è accuratamente segnato dall'illustre
Th. Menkb, Grande atlante storico, carta 21.
(2) Lettere citate 9, 10. 95, 96, 97 del libro IX dell'Epistolario di Gregorio
Magno, confi*, col Chronicon Attiriate, libro III (Arch. star. t'Uil., Vili, 100), col
Gradense (Pertz, Mon. Germ. hist., VII, 43), col Venetnm (Pertz, VII, 4-5) e
con gli Annales Dandu li (Muratori, XII, 110). È vero che Costantino Porfiro-
genito la dice Ksttos, ma egli altera quasi tutti i nomi delle isole. Vali 1>*'
Admin. Imp., 27, III, 122.
(3) « . . . . cui Castello (Novas) eorum insula, quae capritana dicitur, erat
quasi per Dioecesim conjuncta ...» Epist. Greg. Magni, IX, 10.
(4) Ughblu, Italia sacra, V, 1335-1336.
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eh* egli non fa parola del definitivo trasporto della sede da Con-
cordia a Caorle che nell'anno surriferito (1). Fu il Noris, come
già notai, che per primo volle interpretare in tal modo le lettere
.di Gregorio Magno ; egli però nomina Concordia senza alcuna ra-
gione critica, come fa pure leggermente intendendo Caprea per
Caorle e sostenendo che Giovanni, quello proveniente dalla Pan-
nonia, v'era andato senz'altro da una sede all' altra (2). Manca
in quest'autore ogni discussione critica e qualsiasi comparazione
od illustrazione delle lettere, su cui pur fonda quanto asserisce,
contraddicendo ai fonti del doge Dandolo e del diacono Giovanni.
Lasciamo il Baronio ed il Muratori che, ragguardevolissimi in gé-
nerale, qui hanno un' autorità limitata, compilando eglino sempli- %
cernente quanto trovavano negli altri (3). Chi invece merita mag-
gior attenzione, e dovrebbe servir meglio a mons. Degani, è senza
dubbio l' ili. De Rubeis, con cui stanno il Liruti, il Beretta e quanti
da lui son nominati. Ma De Rubeis, sebbene sia tratto in errore
dall'autorità del Norisio (4), che l' induce a creder Caprea Caorle,
non nomina mai Concordia, qual luogo d' origine dei vescovi, che
furono a Novas od a Caprea, mentr era pontefice Gregorio Ma-
gno (5). Di più quest'autore fa un po' di confusione su Giovanni
di Pannonia, che secondo lui (6) sarebbe rimasto a Caorle, dopo
cacciato da Nova ! E questa confusione par quasi cercata per con-
fondere appunto il Giovanni di Novas con Giovanni di Concordia,
e così coonestare meglio la malfida interpretazione de' luoghi. Se
non che l'arte critica ai giorni nostri ha maggiori esigenze, aven-
do a sua disposizione le nuove forze che le son pòrte dalla paleo-
grafia, dalla linguistica e dalla geografia storica ; scienze garanti
della verità, e che respingono quanto di vago, d' ipotetico finora
fu ammesso. Appunto perciò ho dovuto negare e confutare nuo-
vamente ciò che l'ili. Gfròrer sostenne nella sua storia di Venezia
intorno all' origine della sede di Caorle ; appunto per ciò, osando
appena esprimermi con un forse, opinai che Novas e l'Insula Ca-
prea possano rintracciarsi sulle coste dell' Istria. Là combatteva
allora contro gli Slavi (Avari?) l'Esarca Callinico, a cui pure
(1) Id., ibid.
(2) Norisii, Opera omnia, I, 729.
(3) Baronii, Annales Ùcci., Vili, 153-154; Muratori, Annali, 590-605-616.
(4) Dissertatici de Schismate ecc., cap. XV, pag. 141-143,
(5) Mori. Ecc. AquiL, 285 e seg.
(6) Id., cap. XXXII, in fine, 288.
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scrisse il papa (1) per V affare di Caprae ; là mancava in que' tempi
una sede stabile, perchè spento il vescovado di Cissa (2), città an-
tica distrutta, e vi si presentano il territorium, la Insula, vicinis-
sima alle rovine (3), e più lontana, ma sempre sulle coste, ad
oriente la Chrìlas Capràe detta anche Iustinopolis (4), a mezzo-
giorno poi la Civitas Nova Aemona (5). L'isola porta preciso il
nome, da cui deriva l'aggettivo Caprea, adoperato dal pp. Gre-
gorio Magno; e De Rubeis stesso, non sciogliendo affatto la diffi-
coltà da me proposta, ma offrendo piuttosto nuova occasione ad
essere corretto, confessa che l'Anonimo ravennate conosceva quel-
l' isola per Capris, come la denominavano pure gli Acfa transla-
. tionis SS. MM. Firmi et Rustici (6). Esattissima e corrispondente
poi è la dizione cnprense attribuita al territorio circostante alla
Civitas od Oppidum Capris (Caprae — Capo d' Istria — Giusti-
nopoli); mentre non può essere che un'abbreviazione erronea da
(1) «c Inter haec quod mihi de Sciavis viotorias nuntiastis, . . . latore» prae-
sentium de Capritana insula .... ab Excellentia vostra transmissi sunt ......
Ep. 9, IX.
(2) Dopo Vindemio, ricordato da Paolo diacono, non si conoscono altri ve-
scovi successori in Cissa, che con molta probabilità fu distrutta dagli Slavi, in-
vasori dell'Istria. De Gestis Lonyob., Ili, 26, 1. e, e Y Epist. 36, X, già citata,
del grande pontefice Gregorio I.
(3) L'Insula di Caprae si trova presso alla punta della Cisana, sito dell'an-
tica Cissae, ricordata da Plinio, NI, c. 26 e da Guido di Ravenna, come nota
Rubeis stesso, op. cit., 259-260.
(4) Rubeis, Man., 397; Gfrorer, Stona di Venezia. XX. Apostolo Zeno
nelle sue eruditissime lettere a mons. Giusto Fontanini naturalmente stima
spuria la famosa iscrizione a Giustino, ma ammette che esistesse ai tempi degli
imperatori greci che portarono quel nome. Non ernie che portasse più antica-
. mente il nome greco di Aegida, secondo lui inventato posteriormente, ma ac-
cetta la tradizione delle capre, senza di che non si può toccare l'origine della
denominazione. Pure, non credendo ali* esistenza più antica di C.ipodistria, non
riesce a mettere in chiaro dove precisamente e fin dove s'estendesse il nome an-
tico di Capraria; che probabilmente fu dato ai tempi di Plinio a tutto il terri-
torio. Tant'è vero che Zeno stesso rileva il nome di Caprile dato fin dal secolo
XIII e più indietro ad un convento di quelle parti, e dai .documenti da me citati
trae le voci Capris e Cajrras. Cfr. nelle Lettere di Ap. Zeno, ed. Venezia, 1785,
voi. IV, 437, 401-9; V, 6, 19, 22, 41, 81, 89.
(5) Questa terra acquista veramente il nome di Civitas nel IX secolo; ma
quello di Nova lo porta dalle sue origini insieme con l'altro di Aemona. Vedi
Uohelu, op. rit. t 227-229; Trova, Storia d'Italia, IV, 17-18.
(6) Rubeis, Man. Eccl. Aquil., cip. XLV, pag. 461-462. Dall'idiotismo Ca-
pris si spiega l'altra dizione aggettiva C 'pritmia, con cui papa Gregorio Magno
denomina l' isola nelle lettere IX e X del libro IX.
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Capmlensis il Caprensis, con cui il pp. Giovanni Vili distingue
h una sua lettera il vescovo Leom di Caprulae, e di cui il De
Rubeis si fa un altro appoco apparentemente favorevole all'in-
terpretazione del Noris ; da lui seguita per le citate lettere di Grego-
rio Magno (l). Però il diminutivo di Caprulae è evidentemente po-
steriore al positivo Caprae, e servendo appunto di distinzione, non
permette in nessun tempo, nè in molo alcuno confusione di sorta.
Che poi col nome di Caprae si continuasse ancora per molt* anni
a designare quella Civita* e la vicina Insula in Istria, lo provano i
notissimi documenti degl'Istriani a Venezia e di Ottone II, impe-
ratore tedesco, a Rodoaldo patriarca d' Aquileia, in cui nel 933 e
nel 977 si fa sempre distinta menzione di Capras (2). — Così sa- »
rebbero designati a pieno i luoghi, e verrebbe data ragione del
sorgere d'un nuovo vescovado, senza contraddizioni e senza
dubbi. Giovanni, fuggendo dalla Pannonià, invasa dagli Avari,
sarebbe venuto in Istria, ed avrebbe fermata la sua sede nel ca-
stello di Civitas nova (perciò forse denominato Aemona) ; ma gli
abitanti del vicino ed esteso territorio di Caprae (da Pirano a
Capodistria) no '1 vollero, ed elettone un altro, gì' imposero per
sede T Insula. Poco dopo, quando già il nuovo vescovo ed il po-
polo stavano per torsi dallo scisma, quello s' allontana, e gran
parte degli abitanti ricade nell'errore, in cui certamente rimasero,
finché quei vescovadi col patriarcato di Grado, donde per allora
dipendettero, non furon rientrati in seno alla Cattolicità (3).
Questi i risultati del mio studio, ch'io però limitai, ed ancora
limito, qui conchiudendo, alle poche riflessioni già fatte intorno
alla sede vescovile di Caorle. Da un lato stanno le tradizioni rac-
(1) Territorium Caprense, leggesi nel documento dei missi dominici di
Carlo Magno sul placito tenuto in Istria. Ughelu, Italia sacra, V, 1097; Rubeis,
op.cit., 397, cap. XXXVIII; Leo Caprensis è mal scritto nella Coli. Concil. Vedi
Jaffè, Reg.pont., n.2300; Rubeis, id., XLV, 463-464; ed Ughelu, Italia sarra,
V, 1336.
(2) Il patto del 993 fra il marchese d' Istria co* suoi e la repubblica di Ve-
nezia, trovasi in Tafel e Thomas, Urkundeu zur alterai Handcls-und Staats
Geschichte, I, 10-11. Il diploma di Ottone II al patriarca Rodoaldo nel 977 in
Rubeis stesso, op. cit., c. LI, pag. 478. In entrambi i documenti la dizione, sia
per la città di Capodistria (Giustinopoli) che per V isola o pel territorio, è sem-
pre Capras, idiotismo di Caprae, e non Caprim o Capraria, come altera per
comodo suo Dandolo ed il Rubeis, e copia mons. Degani. Vedi ne* luoghi citati.
(3) Il lettore può in proposito vedere quanto ne scrissi nello studio su Gfrò-
rer. Are*. Yen., XXV, 32-33, testo e nota 4.
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colte nelle cronache Gradense ed Altinate, che fanno risalire la
fondazione dei nuovi vescovadi nelle isole venete al V secolo;
dall' altro le precise notizie storiche, che ci danno Giovanni dia-
cono e Andrea Dandolo doge, nominando i vescovi, registrando
Tanno (1). La più elementare critica metteva in chiaro che, al
pari delle altre sedi vescovili della Venezia, quella di Concordia
fu più volte provvisoriamente a Caorle, ma non vi si fermò del
tutto; se non quando nell'antica sede sorse un nuovo vesco-
vado scismatico, ai tempi adunque di Candidiano patriarca e me-
glio dei papi Diodato ed Onorio I (2). Le cinquejettere sopra ci-
tate del gran pontefice Gregorio I, essendo prossime di data a
quest'epoca, indussero facilmente il Noris, e dietro a lui molt'altri
scrittori, ad asserire trasferita già nel 599 la sede da Concordia a
Caorle senz' alcun altro fondamento, benché con qualche verosi-
miglianza ; che però svanisce prontamente al paragone d' una at-
tenta critica.
Colla quale non siamo caduti nel buio, anzi ne siamo usciti,
ritornando a quella modesta, ma sicura luce, che due faci immor-
tali, direi quasi in questo caso infallibili, diffondono sull' origine
della sede vescovile di Caorle.
Pietro Pinton.
(1) Si noti ohe il diacono Giovanni, intimo degli Orseoli, ministro del doge
e del patriarca, uomo adunque oompetent issi ino, aveva a sua disposizione i mi-
gliori fonti della storia patria. Altrettanto dicasi del doge Andrea Dandolo. Di
fatti qual differenza dalle confuse e monche notizie delle cronache di Aitino e di
Grado e quelle dei due uomini di Stato! Confi*. Arch. st. it., Vili, 41; Pbrtz,
op. cit., VII, 43, 45; Muratori, XII, lib. VI, cap. IV, 8.
(2) Rubeis, Moti. Eccl. AquiL, cap. XXXIII, col. 299, 300, 308.
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UN EPISODIO
DELLA
VITA DI CARLO QUINTO
Tra i solenni avvenimenti, che si ricordano con una certa
compiacenza dai cronisti vicentini del secolo decimo sesto e si
ripetono dagli scrittori dell' età successive, è il passaggio di Carlo
quinto per alcune terre del contado, e la larga ospitalità pòrta-
gli dai Sesso in Sandrigo e dai Gualdo in Montecchio Maggiore.
Ma il fatto, quale si espone nelle cronache e nelle storie di Vicenza,
si può dire piuttosto accennato che descritto con particolarità di
ragguagli. E pure i contemporanei non hanno lasciato di racco-
glierne e confidarne allo scritto anche le più leggiere minuzie. Due
sono le relazioni, dettate in proposito : la più particolareggiata è di
Teofilo Caldogno, priore de' Canonici Regolari di San Bartolommeo
in Vicenza ; la meno d.Jusa di Stefano Gualdo, del corteggio en-
trambi dell'Imperatore e testimoni oculari di quanto ebbero a scri-
vere. Ora io non dirò che i due documenti rimanessero ignoti agli
scrittori di cose vicentine; avvertirò piuttosto che nessuno volle o
seppe giovarsene. Primo ad additarli agli studiosi delle cose anti-
che fu Giuseppe Valentinelli negli spogli delle carte della Marciana,
eh* egli compilava e faceva pubblici, volgono quasi vent' anni, in
Monaco di Baviera con intendimento di recar nuova luce alla sto-
ria della Germania (1). Devo all' opera di lui la prima notizia de'
due documenti, che si leggono in uno de' codici, legati alla Biblio-
teca di San Marco dal dotto Morelli (2). Non che per essi derivi
nuova luce agli avvenimenti del tempo: Giuseppe De Leva, Che
(1) Valbntixblli, Regesto. Docurnentorum Germaniae historiam illustrane
tium. Mùnchen, 1866.
(2) Biblioteca Marciana, CI. It. XI, cod. 143, n. 3, 4 m»c,
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pur ebbe a conoscere il secondo de* due, si contenta di farne men-
zione, e non più, in una nota della sua « Storia documentata di
Carlo quinto in correlazione all' Italia » (1). Ciò, che si legge ne'
due documenti, è più che altro un episodio, o, se vuoisi, un aned-
doto della vita, non dirò pubblica, ma piuttosto privata dell' astuto
Monarca ; ma un episodio, o un aneddoto, che mentre rivela certi
gusti dell' uomo, fa pur conoscere in qual conto lo tenessero, in
onta alla loro indipendenza, la Signoria di Venezia e la città di
Vicenza.
L
La pace conchiusa a Barcellona e celebrata in Bologna nel
1530 non avea recato tutti quei beni, che i principi e i popoli se
n' erano impromessi. Chi aveva motivo di risentirsene maggior-
mente era l'Imperatore. Le trattative co' Protestanti, fallite special-
mente nella Dieta d' Augusta, e Y insistenza sulla convocazione
d' un (Concilio ecumenico, siccome unico espediente a rimediare
a' mali della Germania, avevano raffreddato di molto 1' animo del
Papa. Non erano corsi due anni e Y amicizia, stretta tra le due più
grandi podestà della terra, s' era non dirò spenta, ma illangui-
dita oltre misura. L' Imperatore, trattenuto in Germania da prima
per le contese co' Protestanti e poi per la guerra contro i Turchi,
non ebbe a riputarsi altrettanto avventurato, quanto allora che,
vincitore di Solimano a Graz e nel Mar Jonio, si vide in istato di
lasciare senza pericolo la Germania. Il suo primo pensiero corse
subito a Clemente settimo; vagheggiava cioè d'incontrarsi una se-
conda volta con lui per ristorarne l'amicizia e trarne quindi partito
a consolidare il proprio dominio in Italia e a riparare i mali della
Germania, mediante la convocazione del Concilio ecumenico. Il
Pontelìce, conosciuto l'animo dell'Imperatore, non tardava a secon-
darne i desideri. Ad evitarne l' incontro in Roma od in Napoli, ove
mirava forse la mente di Cesare, proponeva, senz'altro, quale città
di ritrovo, Bologna.
Era 1' Ottobre del 1532, quando Carlo, dato e accettato Y in-
vito, lasciava Vienna e il fratel Ferdinando per muovere alla volta
d' Italia. L' itinerario prescelto fu quello della Stiria e del Friuli.
(1) Db Leva, Storia documentata di Carlo quinto in correlazione aW Ita»
tia t voi. Ili, lib. Ili, cap. I, pag. 104.B<jdova, 1875.
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Meta prima M viaggio doveva essere Mantova. Neil' attraversare
i domini de 1 veneziani pareva si ponesse uno studio speciale d' evi-
tare le città e le terre di qualche importanza. Si sarebbe detto che
l'Imperatore prediligesse di procedere incognito. Quelli che tra-
divano, se così si può dire, il segreto, erano il corteo, che lo ac-
compagnava, e T esercito che lo seguiva; o, con altre parole, la
necessità delle provvigioni lungo le terre, percorse da entrambi.
Che la Signoria vedesse di buon occhio quel passaggio, non pare.
Lo fa sospettare, non foss' altro, la sollecitudine, con cui comuni-
cava ai Rettori di Vicenza, a' Rettori di Verona e al Duca d' Ur-
bino, generalissimo allora delle armi veneziane, il sommario delle
lettere del 7 e del 10 d'Ottobre, mandate dal Contarini, oratore forse
della Repubblica al campo cesareo. La Signoria era impensierita
sopra tutto dell' ammutinamento di ben settemila soldati, i quali
marciavano compatti, recando i maggiori danni possibili. E- del
fatto metteva sull' avviso spezialmente il Duca d' Urbino, esortan-
dolo a porvi que' rimedi, che gli fossero parsi maggiormente op-
portuni. Quello, di cui esigeva da' Rettori il più occulto silenzio,
era il contenuto delle lettere del Contarini (1). L'Imperatore, del
resto, non era uscito ancora, si può dire, di Vienna, quando la Si-
gnoria ne comunicava la notizia del passaggio a' Rettori di Vicenza
con mandato di provvedere il vitto, necessario all'esercito cesareo,
che doveva attraversare ugualmente le terre del Vicentino. Nè gli
ordini, mandati da Venezia, tardarono molto ad adempiersi. Il 16
d'Ottobre la campana ck'i Jornune convocava nella sala de' Deputati
alle Cose Utili il Consiglio de' Cento, alla presenza del Podestà e
del Capitano. Settant' otto, computati i Rettori e i Deputati, furono
i consiglieri che v' intervennero. De' Deputati sorse in piedi Ber-
nardino de' Merzari, propugnando la necessità di vettovagliare per
tre giorni, in conformità all' ordine della Signoria, V esercito im-
periale. In conseguenza di che propose, a nome anco de' suoi col-
leghi, si desse facoltà alla Deputazione d' impegnare per queir ap-
provigionaraeuto i beni stessi della città nel caso che l' Imperatore
e il Governo Veneto non avesser voluto pagare (ciò per altro che
non doveasi presumere) il grano ricevuto da' Rettori e da' rappre-
sentanti della cittadinanza. Messa a' voti, la proposta fu approvata
con sessanta pallottole favorevoli e sedici contrarie. Ricevuto il
mandato, nulla si tralasciò da' Deputati, che ne potesse conferire al
(1) Doc. I.
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la vendita elei paue, che sarebbesi fatto in queir occasione da' for-
nai, ad Andrea da Quinto e a Sebastiano degli Aleardi (1).
L' Imperatore, attraversata V Austria, la Stiria e la Carinzia,
entrava intanto negli Stati veneziani per il passo del Friuli. La Si-
gnoria, che gliene avea conceduta licenza, non si contentò di prov-
vederne a 1 bisogni, ma pose anche V animo ad onorarne il passag-
gio. Io non dirò quali rappresentanti della Repubblica gli si facessero
incontro a traverso le terre cosi del Friuli, come del Trevisano. Mi
giova soltanto ricordare che da Vicenza gli si mandava il Duca
d' Urbino, generalissimo, come s' è detto, delle armi veneziane, e
inteso a diriger da più mesi le fortificazioni della città. Nè i Vicen-
tini si rimanevano intanto inoperosi. Ignoro se vi abbiano rag-
guagli delle dimostrazioni, fatte in queir occasione dalle città della
Venezia, per le cui terre ebbe a sfilare il numeroso corteo. So uni-
camente che in Bassano, dove, giunto il giorno d' Ognissanti, per-
nottava nel palazzo pretorio, fattogli addobbare sfarzosamente dal
(1) «In nomine Domini etc. Anno ab ipsius nativi tate millesimo quin-
gentesimo trigesimo- secundo, Indictione quinta , die mercurii , sexto decimo
mensis octobris, Vincentiae super Camera Spect. Dnorum Deputatorum ad Uti-
lia etc. In Consilio Centum, more solito, congregato, in quo interfuerunt Consi-
liarii septuaginta octo, computati» clarisshuis Dnis Rectoribus Comuni tatis Vin-
centiae, nec non Spect. Dnis Deputatis ad Utilia Reipublicae Vicentinae, propo-
sitae fuerunt partes infrascriptae per ipsos Dnos Deputatos, proponente et arren-
gante Spect. legum Doctore Dno Bernardino de Merzariis etc. Quum, prestan-
tissimi Consiliarii vestri, Spect. Deputati nihil sine consensu vestro agere possi ut
et neeessarium sit iussu Illmi Dominii Venetiarum prò tribus diebus exercitui
caesareo transituro per vestrum territorium de vietuariis providendum, propo-
suerunt et sic vadit pars, quod prò honore Illmi Dominii detur facultas Spect.
Deputatis obligandi bona civitatis prohac provisione maxime necessaria in casu,
quo Caesarea Maiestas, sive Illmum Dominium, quod nullo pacto est creden-
dum, noluerit frumentum a Magni ficis Rectoribus et vestris Deputatis acceptum
hac de re solvere. Quae pars lecta prius etc. et proposita etc. bussolis et ballotis
occulte redditis omnibus de dicto Consilio probata fuit, exceptis suffragiis unde-
cim in contrarium existentibus ».
« 1532. Ind. quinta die lunae, octavo mensis octobris etc. Omnes de numero
Spect. Dni Deputati ad Utilia, agentes nominibus suis et aliorum Spect. Dnorum
Deputatorum et de commissione elmi Dni Andreae Gritti, dignissimi Potestatis
Vincentiae etc. locaverunt et dederuut facultatem vendendi panem, qui in dies
sit a fornariis prò transitu Caesareae Maiestatis et exercitus ipsius per hoc terri-
torium Vincentiae hon. viris Andreae de Quinto et Sebastiano de Aleardis, civi-
bus Vicentina praesentibus et acceptantibus », Partium, lib. V, mac neir Ar-
chivio Municipale di Vicenza.
297
podestà Giovanni Memmo, e udiva, la mattina del 2 Novembre, la
messa nella chiesa di San Girolamo, fu onorato d' un elogio latino
di Lazzaro dal Como, poeta e oratore. Dirò anzi che queir elogio,
recitatogli a mezzo il ponte, dove, già in sulle mosse per Sandrigo,
s'era intrattenuto ad ammirare lo stupendo panorama della val-
lata del Brenta, fruttò all'oratore il diploma di Conte Palatino, se-
gnato in Mantova il 9 dello stesso mese (1). Credo però che in
nessun luogo vi si corainovessero gli animi, come in Viqenza. E
T ossequio derivava non già dal sapere che l' Imperatore, dato
bando alle vecchie rivalità, s' era riconciliato per la pace di Bolo-
gna co' Veneziani. L' affezione all' Impero s' era travasata in al-
cune famiglie sin da' tempi di mezzo. I sentimenti ghibellini, non
mai dissimulati nemmeuo durante l'età de' Comuni, avevano acqui-
stato vigore sotto le Signorie de' Padovani, degli Scaligeri e de*
Visconti, nè s'erano spenti per la dedizioi^ spontanea alla Repub-
blica di Venezia. Erano, se così si può dire, un retaggio, trasmesso
con le tradizioni e con le memorie de' titoli e de' feudi, ricevuti da-
gli avi. Nè dell' ossequio, professato dai più de* patrizi vicentini
all'Impero, pareva adombrarsi la Signoria di Venezia. Nelle due
volte ch'ebbe a passar per Vicenza Federico terzo, nessuno pensò
a stornarne le dimostrazioni di devozione, o a vietarne V accetta-
zione de' titoli, concessi a Quinto Emiliano Cimbriaco, che vi fu
incoronato poeta, a Giambattista Oraziani dei Garzadori, a Marco
Thiene e ad altri. Dove si procedette altrimenti, fu allo scoppiar
delle guerre suscitate da' congiurati a Cambrai.
È noto con quale e quanta severità si conducesse la Signoria
contro quel Leonardo Trissino, che, rifugiatosi in Germania per
iscansar la pena di consumato omicidio, rimpatriava nel 1509 com-
missario imperiale. Ma non è a lui solamente che i Veneziani ap-
plicarono il rigor delle leggi. Si sa che co* beni del Trissino si con-
fiscarono anche quelli di parecchi altri fuorusciti, appartenenti
agl'illustri casati dei Trissino stessi,* Sei da Porto, dei Sesso, dei
Verlato, dei Chiericati, dei Trento, dei Thiene, dei Loschi, ne' quali
pareva ridestata Y antica affezione all' Impero. De* messi al bando
non tutti durarono a lungo nella disgrazia della Repubblica. Risto-
ratosi, in capo a sei anni, il governo di San Marco, non furono i
minori di numero, d'aderenze e di ricchezze quelli che, stanchi
(1) Breviari, Lettera al Direttore della Provincia di Vicenj», Aunò 111,
a. 47, 18-19 Febbraio 1&4.
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dell'esilio chiesero e ottennero la riconciliazione e il perdono. I più
pervicaci soltanto s' ostinarono nella loro avversione sino alla pace
del 1530. Chi ne prese a cuore allora la causa fu V Imperatore
medesimo. Dovettesi a lui se tra le condizioni del trattato si pat-
tuirono il libero ritorno de' fuorusciti Vicentini e la piena reinte-
grazione ne' beni, posseduti anteriormente alle guerre. Che questo
fatto sfuggisse a' vicentini, non è, mi sembra, neppur da sospettare.
Io penso anzi che, se non all' Impero, ne dovesse crescere V affe-
zione almeno a Carlo quinto, non tanto per le antiche memorie,
quanto per il recente patrocinio della lor causa. Ed è, a quanto
giova credere, per ciò eh' essi non si "acquietarono soltanto alla
piena esecuzione de' mandati della Signoria, ma, a festeggiare più
degnamente il passaggio dell'esercito cesareo offersero anche del
proprio. Deliberarono cioè in pubblico consiglio la somma di trenta
ducati da spendersi in dqni a comodo e a vantaggio della città (1).
E quello che, stante la misera condizione, derivata da' disastri delle
lunghe guerre, non si potè dal pubblico, si fece a parte da' privati.
Narra il Castellini che al Duca d'Urbino, partito il primo di Novem-
bre del 1532 con tutto l'esercito veneto alla volta dell'Impera-
tore, che moveva dal Trivigiano, accompagnavasi il fiore della
nobiltà vicentina (2), sollecita di accrescere e renderne più splen-
dido, se pur si avesse potuto» il corteggio.
IL
A sette miglia da Vicenza, e propriamente lungo la via che
da Porta San Bortolo mette a Marostica e a Bassano, giace presso
le sorgenti della Tesina l'amena terra di Sandrigo. Non darebbero
dirittamente nel vero coloro, che, dall' importanza a cui la trasse
specialmente il commercio ne' tempi moderni, volessero argomen-
tare delle sue condizioni negli anni di mezzo. Di Sandrigo è men-
ti) 1532, 16 octobris. « Et immediate in dicto Consilio per antedictos Dnos
Deputatos proposita fuit instantia alia etc. cuius teuor i n frase ri ptus sequitur.
— Quum, protestantissimi Consiliarii, Exeellentissimus Dux Urbini Vincent iam
petiturus est, ideo speetabìles vestri Deputati proponunt et sic vadit pars, quod
detur facultas spectabilibus Dnis Deputatis fuciendi munera usque ad surnmam
ducatorum triginta prò tran3itu caesarei exercitus, prò coramodo ac utilitate
veetrae civitatis, additis quoque aliis viris dime comunitatis ad faciendum
dictas expensas ». Partiwn, Lib. V, msc. in Archivio Vicenza.
(2) Castellini, Storia deUa città di Vivenza, tom. XIII, lib. XVIII. Vicenza,
1822.
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zione appena rielle cronache, che ricordano le fazioni di guerra
svoltesi nel Vicentino dall' età degli Ezelini a' tempi della Lega di
Cambrai(l). Si sa, cioè, che vi si fecero prigioni nel 1209 i conti Cor-
rado e Guidone da Vivaro, ricoverati visi, come in asilo sicuro, en-
tro le lor torri ; vi si devastarono e arsero case e campi per opera
de' Padovani nel 1312(2), e per violenza de' soldati della Lega con-
tro gli Scaligeri nel 1338 (3), e delle orde degli Ungheresi nel
1378 (4); vi si fecero e ripeterono scorrerie, vessazioni e sac-
cheggi dagli eserciti indisciplinati ora de' Veneti, ora de' Tedeschi
e ora degli Spagnoli, che disputa vansi la signoria del Vicentino,
ne' sett' anni successivi al 1509 (n). Ma da Sandrigo non si ptiò
dissociare in nessun modo il nome dei Sesso, il cui casato, oriondo
di Reggio d' Emilia, ove possedeva i feudi di Rolo e di Casteldaldo,
erasi tramutato in Vicenza sin da' tempi degli Scaligeri. Signori
della terra per acquisto fattone il 1332 da Azzone di Frigna-
no Sesso, vi si rendevano anzi benemeriti per le largizioni, a' ter-
razzani, de' campi non per anco dissodati, o ridotti, come che si
fosse, a coltivazione (G). Ciò non toglie però ch'essi vi spadroneggias-
sero da despoti, come parrebbe far credere il proverbio, raccolto
da Cristoforo Pasqualigo: — A Sandrigo Sessi, Sassi, Sassini — (7).
Di sentimenti ghibellini tino ab antico, i Sesso non aveano saputo
smentire in Vicenza la primitiva affezione all'Impero. E questa,
non mai interrotta lungo il corso de' secoli decimo quarto e decimo
quinto, s'era manifestata in modo singolare ai tempi della confede-
razione di Cambrai. Nelle lotte tra la Repubblica di Venezia e Mas-
similiano, parecchi dei Sesso non esitarono un istante a dichiararsi
per l'Impero. 1 fasti della famiglia ricordano un Gianlodovico, che
combattè tra i Tedeschi negli assalti di Vicenza ed ebbe da Massimi-
liano il titolo di cavaliere e la investitura de' beni, ond' era stato
spogliato per la sua defezione dai Veneziani. Degno emulo di Gian-
fi) Mai risii, Uistoria suorum tewporum. Vedi Albertini Mussati, Historia,
Veneti, 1636.
(2) Mussati, Le gestis Henri ci sept irai, lib. VII, rub. 12. Venetiis, 1636.
(3) Verci, Storia della Marca Trivirjiana, toni. IV, pag. 97 e 98, e toni. XI,
pag. 146. Venezia, 1786-91.
(4) Muratori, Rerum ltalicarum Scriptores, tom. XIII. Mediolani, 1738.
(5) Macca, Storia del territorio Vicentino, tom. II, parte II, Sandrigo, cap.
IH. Caldogno, 1812.
(6) Calogeba, Nuova raccolta d'opuscoli scientifici e filologici, tom. X. Ve-
aezia, 1741.
(7) PasquauUO, Raccòlta di Proverbi Veneti. Veliefcia, 1579.
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lodovico fu Ugolino, che, accolto per i servizi prestati all' Impero
nella corte di Carlo, ottenne ugualmente titoli e onori. E più ancora
dell' uno e dell' altro si parve favorire la causa imperiale Isabella,
figlia di Benedetto Micheli e moglie a Giambattista Sesso. A stor-
narla dal seguirne le parti non valsero le tradizioni del casato
veueziano, ond' usciva,, non la parentela del doge Leonardo Mo-
cenigo, ammogliatosi a una sorella di Benedetto. Narra il Castel-
lini che Giovanni Gonzàga, governator di Vicenza a nome de'
Francesi, riparando il 3 Agosto del 1511 a Soave, commettesse a
lei (1) la somma delle cose. La memoria del fatto fu anzi affidata a
tre e forse a quattro medaglie. La più pregevole è d' Antonio Po-
madello di Verona. Vi si rappresenta nel diritto il busto d'Isabella
con la testa avvolta in un peplo e, al basso, un tronco guernito di
due foglie. S'asside nel rovescio la Fortuna, raffigurata in una
donna seminuda, che stringe, nella sinistra, un freno, nella destra,
tre chiodi, calca col piè destro un cranio ed appoggia il sinistro
ad un casco (2). Le altre medaglie, lavoro forse di Felice e Pa-
squale, allievi di Camillo Mariani vicentino, non sono che una ri-
produzione della prima, nel dritto, nel rovescio e perfino nella leg-
genda e in un motto greco a piè della Fortuna. Costretta a rifu-
giarsi in Verona, Isabella ebbe dall' Imperatore una pensione nella
Camera Imperiale di quella città, e i feudi di Lòvere, di Pisogne e
d' Iseo.
I Sesso, oltre i palazzi in Vicenza, possedevano splendide case
in Sandrigo. E a Sandrigo, pregato forse dagl' illustri patrizi, o vo-
lonteroso d' onorare 1' antica fedeltà del casato, s' indirizzava, ri-
soluto d' evitar la città, l' imperator Carlo quinto. Vi faceva gli
onori di casa Cassandra degli Arnaldi, già vedova di Bernardino,
fratello a Giambattista e cognato di Isabella. Tra' più illustri della
comitiva spiccavano i Duchi di Ferrara e di Mantova e fors' anco
il cardinale Ippolito de' Medici, reduce pur esso dalla Germania e
ospite di que' giorni in Vicenza. Aggiungevansi a questi il celebre
Antonio de Leyva, che viaggiava, perchè vecchio e podagroso, in
una lettiga, portata a spalle d' uomini, gli ambasciatori veneziani
e parecchi vescovi, soliti a far parte di continuo al corteggio impe-
riale. Il primo posto era tenuto per altro dal Duca d' Urbino, cui
(1) Castellini, -Stona di Vicenza, tom. XTV, iib. XVII. Vicenza, 1822.
(2) Armand, Les MedaiUeura ItaUens das quiniième et seiziéme siedes, tom.
1 e II. Paris, 1ES0.
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Carlo, sollecito d'onorare in lui la Signoria di Venezia, volle sem-
pre al suo fianco, accarezzò amorevolmente in più modi e informò,
strada facendo, degli ultimi successi d' Ungheria (1).
Non è noto in quali doni si spendesse la non isplendida somma
de' trenta ducati,- deliberata, in pubblico consiglio, dai Vicentini.
Quella che non mancò di regalare sontuosamente 1* Imperatore,
giunto appena in Sandrigo, fu la Signoria di Venezia. Il mandato
di rappresentarla venne affidato a Leonardo Bissari, a Giacomo e
a Stefano Gualdo, « giovani ornatissirai di nobiltà e di costumi ». I
doni, disposti in lungo ordine e con apparato solenne, facevano as-
sai bella mostra di sè, incoronati coni' erano di grandi festoni e
decorati di circa trecento bandiere di San Marco. Consistevano
essi in dieci botti di vino, in quindici carri di pan bianco e fresco e
in trecento staia d' orzo per i cavalli. Il vino di due botti era dolce
e squisito, maturato come quello dell* altre otto, sui colli di Monte
di Malo, terra rinomata allora, come un secolo dopo, per i suoi
vini preziosi, bevuti per lo più nell' autunno, e salutata dal Dot-
tori per la
« Montagnola cara
* A Bacco, ov 1 è quel benedetto Campo,
<« Che fa invidia al Falerno e al Perugino » (2).
E poiché r arrivo della comitiva imperiale cadeva in giorno di
sabbato, s'offersero, quale companatico, cento trote del Lago di
Garda, cento lucci e trecento anguille di grossezza e di peso gran-
dissime. Del Mare Adriatico poi vi furono cento e trenta orate,
cento e trenta varoli, trecento cefali, moltissimi rombi di somma
grandezza, sedici dentali e una gran quantità d' ostriche e d' altri
crostacei, degni veramente di Cesare. E giacché era statuito che
r Imperatore passasse la notte nelle case dei Sesso, né lasciasse
Sanlrigo prima del dì successivo, eh 1 era giorno di domenica, così
vi si aggiunsero per la refezione del mattino dieci pavoni, venti-
cinque paia di capponi e altre cose, delle quali non è rimasta men-
zione. Le offerte furono fatte al primo entrar del corteggio : sicché
Carlo non era smontato, si può dir, di cavallo, che si pose a esami-
narle e a contemplarle diligentemente, commettendo agli oblatori
di ringraziarne a suo nome la Signoria.
Ora io non dirò quale e quanta fosse V ospitalità dei Sesso.
(1) Castellini, Storia di Vicenza, tom. XIV, lib. XVIII. Vicenza, 1822.
(2) Dottori, L'Asino, Canto III. Vicenza, 1796.
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So unicamente che Cassandra accolse splendidamente l'Imperatore,
e che gli si fece corteggi nng ufbo da nove giovani, appartenenti
al patriziato vicentino (l). Erano essi Vincenzo Capra, Giacomo Lo-
schi e sette del casato dei Sesso, tra' quali Costantino, Palmiero,
Giambattista e Nicolò, figli della stessa Cassandra. L'arrivo della
comitiva non poteva riuscire d' augurio più fausto alla famiglia, e
sopra tutti a Costantino, il maggiore de' quattro fratelli. Elisabetta
Capra, a cui Costantino erasi ammogliato da non molto tempo, fa-
cevate padre d' un vispo e robusto figlinolo. Nè le cure dell' acco-
glienza impedirono che vi si celebrassero le cerimonie del battesimo.
Il neonato fu anzi levato al fonte dallo stesso Imperatore ed ebbe,
in memoria di lui, il nome di Carlo. Non ch'egli fosse il primo dei
Sesso a chiamarsi di questo nome: tra' sette giovani della famiglia,
raccoltisi intorno a Cassandra, era pure un Carlo, figlio di Gianlo-
dovico e nipote d'Isabella, dell'età di sedici anni. Bello della perso-
na e gentile di modi, piacque sopra tutto a don Alfonso di Castilla,
vescovo di Calahorra, un grande spagnuolo della comitiva imperiale.
Invitato a seguire il prelato nella Spagna, il giovinetto vi ottenne,
a non lungo andare, splendidi offici e tra gli altri di corréggidore
del Toro. Ammogliatosi a Maria di Castilla, nipote del Vescovo,
fissò la sua dimora in Villamediana, non molto lontan da Logrono.
Caldo fautore della riforma, esercitò il sinistro apostolato delle
nuove idee religiose a Valladolid, a Palencia e a Zamora. Denun-
ziato al Tribunale dell' Inquisizione, catturato a Logrono, tradotto
nelle carceri segrete di Valladolid e processato il 28 Giugno del
1558, non ismise un istante della sua pervicacia. A indurlo a resi-
piscenza non valsero 1' esortazioni, non le preghiere, non le prove
d' oltre un lungo anno. Condannato al rogo il 7 Ottobre del 1559,
dettò, nella notte precedente al giorno della morte, la sua confes-
sione in senso luterano, e montò nell' ora fissata il patibolo, stretto
la bocca d' un bavaglio, perchè non s' attentasse d' arringare la
folla. All' auto-da-fè % dove spirava impenitente a quaranta tre
anni, assistevano Filippo secondo, molti principi della famiglia
reale e gran numero di dignitari di corte (2).
Carlo quinto non prese commiato dagli ospiti suoi di SanuVi^o
senza avere prima lasciato ad essi un ricordo di sè. V armò rioè
(1) Doc. II.
(2) Lloreste, Hià'toit'e criliqne de la Inquìsìlion d % Espagna, tom. II. Pa-
ris, 1818.
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cavalieri i nove giovani, che avevano assistito Cassandra Sesso
negli onori della casa. Lo sfilare della comitiva incominciò sull'ora
nona della domenica, ch'era il 3 di Novembre, dopo la refezione della
mattina (i).Deironore ricevuto non vissero immemori i Sesso. Narra
Giovanni da Schio, che del fatto incontravansi spesso i ricordi nelle
carte dell' archivio domestico e ne' fasti della famiglia (2). Più viva
poi che altrove se ne perpetuò la memoria in Sandrigo. Il Maccà re-
ca una iscrizione, scolpita su d'una pietra, murata in una sala della
casa de' Sesso, e propriamente sotto il busto, a colori, del monarca ;
nella quale se ne ricordava il passaggio per Sandrigo e la dimora (3).
Aggiunge il Da Schio, che sotto la loggia gotica del palazzo, ov'e-
rano scolpiti gli stemmi, fattivi porre dai primi Sesso, investiti del
feudo dagli Scaligeri, vedeasi dipinta, volgono già sessant' anni,
1* effigie dell' Imperator Carlo quinto (4), monumento del giorno,
in cui vi aveva albergato. Il ramo de' Sesso, signori del feudo di
Sandrigo, è ora sparito del tutto. Vi rimane però intero il palazzo,
posseduto ora da' Ruffini, e col palazzo l' iscrizione e il ritratto del
famoso monarca. La tradizione ricorda inoltre anche un arco, del
quale si raffigurano appena i due pilastri laterali, sotto il quale
sarebbe sfilato il corteggio imperiale (5).
III.
La strada più breve e diciamo anche più comoda per rag-
giunger la meta, sarebbe stata quella, che, attraversato V Astico,
metteva per Povolaro, Vivaro e Polegge a Vicenza. Ma l'Impera-
tore, risoluto d' evitare la città, prescelse di piegare per Montec-
chio Precalcino e proseguir poi per Novoledo, Caldogno e Motta.
E poiché non v' era strada che si confacesse, per quanto e dato
credere, al passaggio della comitiva e alla marcia dell' esercito, si
corse la spianata, fattavisi appositamente dagli uomini del contado.
Dove Carlo ordinò a' suoi di sostare, fu a Motta. Ve lo indusse
non la necessità del riposo, ma un nobile desiderio di conoscere il
(1) Doc. II.
(2) Da Schio, Memorabili, Famiglia dei Sesso, msc. in Biblioteca Comunale.
(3) «c In Caroli quinti Imperatoria — transeunti* hicrjue in itinere com-
morantis — perennem memoriam. — Anno MDXXX1I. — Macca, Storia del ter-
ritorto Vicentino, toni. II, parte II. Sandrigo, cap. III. Caldogno, 1812.
(4) Da Schio, Novelle. La marchesa dar/ li Obi zzi. Venezia, 1861.
(5) A. Ciscato, Sandrigo, cap. II. Vicenza, 1877.
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sito ove 8' erano compiuti certi fasti dell' esercito spagnolo e tede-
sco (t). Tra le battaglie combattute su quel di Vicenza negli otto anni
fortunosi, che corsero dal 1503 al 1517, nessuna fu cosi memo-
randa come quella di Motta. È la battaglia, della quale parlano con
inolttplicità di particolari il Bembo, il Guicciardini, il Da Porto tra*
contemporanei, il Prescott e qualche altro tra' moderni.
Era il Settembre del 1513, quando gli Spagnuoli e i Tedeschi,
minacciati dall' esercito veneziano, che usciva fresco e numeroso
di forze da Padova, lasciavano Vicenza. A Bartolomraeo d' Al-
viano non parve inopportuno il momento di rialzare con una vit-
toria solenne gli animi de' Veneziani, prostrati da una serie di
disastri, derivati in buona parte dalla sua, non so dir meglio, se
imperizia o imprudenza. A riuscir più facilmente nelP intento pensò
non tanto di combattere in campo aperto, quanto d'impedire a* ne-
mici la marcia da qualunque parte si fosse essa tentata. Fermo in
questo divisamento, aveva fatti munire tutti i passi d' uomini e di
fortilizi; aveva mandato cioè quattro mila soldati a Montecchio
Maggiore, distribuiti cinquecento cavalli a Barbarano, e fatte occu-
pare le valli della Brenta, del Lavarone e della Vallarsa da monta-
nari numerosi ed esperti. E non pago di ciò avea diviso V esercito
in cinque colonne. Avea schierato cioè la prima, che costituiva il
nerbo dell' esercito, all' Olmo, distante due miglia dalla città sulla
via di Verona. Alla seconda, che costituiva l' ala destra, era affi-
data la guardia de' borghi della città. Ordinavasi la terza, di cui
componevasi l'ala sinistra, lungo i colli di Creazzo e del Birone. Do-
vevasi custodir dalla quarta l'insieme della città; mentre davasi alla
quinta il mandato di travagliare, specialmente co' cavalli leggeri,
il nemico. E quasiché tutto questo fosse poco, si munirono di con-
tadini armati di sassi, d' archi, di balestre e di fucili i monti, che
da Creazzo corrono, per Monteviale, sino a Costa Bissara. Era in-
tenzion dell' Alviano di non dare nè accettare battaglia, ma di co-
stringere invece il nemico a cedere le armi per difetto di viveri.
Raimondo Cardona, che moveva da Sandrigo a Caldogno, non durò
molta fatica a conoscere le tristi condizioni de' Tedeschi e degli
Spagnoli. Risoluto, d' accordo co' capi, d' offrire battaglia, s' indi-
rizzò il 5 di Ottobre alla volta della Costa per inoltrarsi poi a poco
a poco nella valle del Birone. Il tentativo non riuscì però quale se
lo figurava. Fulminato dalle artiglierie de' Veneziani e disperato
(1) Doc. II.
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d'aprirsi il passo dalla parte della Maddalene, si tolse dopo due
giorni d' inutili prove alla lotta, con l'intenzione di riparare, fian-
cheggiando le montagne, in Verona. 1/ atto della ritirata fu inter-
pretato quasi un tentativo di fuga ; nè Y Alviano seppe intratte-
nersi dall' inseguire 1' esèrcito nemico. Raggiuntolo a Mott% dove'
il suolo è frastagliato dagli argini dell' Orolo, lo provocò, senz* al-
tro, a fiera e sanguinosa battaglia. Il sito del combattimento fu
nelle vicinanze della parrocchia, dove gli acquitrini rendono umido
e molle il terreno. I due eserciti si fecero scudo degli argini del tor-
rente, assaliti e perduti più volte dall' una parte e dall' altra. La
battaglia durò incerta per tutta la giornata del 7 Ottobre 1513. La
sorte non fu decisa, che ad ora tarda. Era tramontato già il sole,
quando gli Spagnuoli capitanati valorosamente dal Cardona, da
Prospero e Marcantonio Colonna, avevano già conseguito una piena
vittoria.
Il fatto tornava troppo onorifico all'armi spagnuole e tedesche,
perchè Carlo quinto, passando per la Motta, non se ne avesse a
rammentare. E per ciò non si contentò di visitarne il sito sola-
mente, ma volle gli si descrivesse per filo e per segno l'ordine della
battaglia, le forze e il vario alternar della sorte, presenti i grandi
del seguito, il De Ley va cioè, i duchi d'Urbino, di Ferrara, di Mantova
e i Vescovi tutti, che gli eran compagni nel viaggio. Non fu se non
dopo un attento esame del sito, che si riprese il cammino. A due
chilometri dalla Motta, dov' è la piccola terra del Moracchino, la
comitiva non prosegui diritta a Vicenza. Volta invece alquanto a
man destra, sali il colle delle Maddalene. L' amenità del sito e la
leggiadra varietà delle vedute, che vi si prospettano all' intorno,
non poterono non intrattenervi alcun tratto l'Imperatore. A fianco
della Chiesa sorgeva allora, quale appar tuttavia da' larghi vestigi
che vi rimangono, un antico non so s' io mi dica meglio od Ospi-
zio o Monastero. Soggetto nel secolo decimo terzo e fors' anche
posteriormente all' Abate de' Santi Felice e Fortunato, raccoglieva
certi eremiti, che chiaraavansi i Servi di Santa Maria Maddalena.
A m^zzo il secolo decimo quinto v'erano subentrati invece gli Ere-
miti di San Girolamo, istituiti dal Beato Pietro da Pisa, i quali vi
durarono poi sino alla soppressione dell' Ordine, attuatasi sul ca-
dere della Repubblica di Venezia. All' Imperatore non devono es-
sere sfuggiti gli stupendi panorami, che gli si offrivano allo sguar-
do ; a piedi la città di Vicenza con la sua torre svelta e acuminata,
più oltre la vasta pianura, che si perde nel mare Adriatico, air in-
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giro la maravigliosa catena delle Alpi, che si stendono a foggia
d' anfiteatro, disegnando su* colli, addossati alle falde, una lunga
serie di terre, belle di casali, di cupole, di campanili, somiglianti,
direbbe il Manzoni, a branchi di pecore pascenti. Pare che tra i
desideri di lui fosse anche quello di farsi un concetto della cinta e
del sito della città. E pure nuli' altro potè contemplare che « V al-
tissima torre, la quale è congiunta, come si esprime da buon ré-
tore il Caldogno, al foro giudiziale, sostiene le campane delle ore
e fa note le colpe de' facinorosi » (t).
Dalle Maddalene la comitiva discese nella valle, chiusa a
oriente dal Monte della Crocetta, a occidente da' colli di Monte-
viale, e frastagliata quasi nel mezzo dai poggi di Montecucco e di
San Giorgio. Giunta al Birone, piegò alquanto a man destra, ra-
sentando i monti di Creazzo e osservando forse di là il piano del-
l' Olmo, dove i Tedeschi, paurosi dell' esercito veneziano, s' erano
trincerati neir estate del 1510, e d' onde, disperati di resistere a
lungo, avevano levato di nottetempo le tende per riparare il penul-
timo d' Agosto in Verona. E poiché il giorno se ne andava rapi-
damente, si prese senza sosta lungo le falde de' colli, che volgono
con rapida curva a Sovizzo ; di dove si toccava, neli' ora vigesima
seconda del dì 3 Novembre, Montecchio Maggiore, meta fissata al
riposo della notte (2).
IV.
L' esempio dei Sesso, così larghi d' ospitalità nella lor villa
di Sandrigo, non si rimase senza imitatori. Ampli possessi in Mon-
tecchio Maggiore avevano i Gualdo. Le loro case, circondate di va-
sto recinto, sorgevano nel mezzo della terra, e propriamente a
mezzodì della piazza. Erano le stesse che si possedono or dai Pe-
roni. Quelle che le hanno modificate e dirò anche trasformate così,
da non lasciar quasi traccia della costruzion primitiva, furono le
recenti restaurazioni. Si può dir che dell'antico non siasi conservata
che appena 1' ossatura. Nulla, del resto, è rimasto delle mura mer-
late, che sorgevano a' fianchi, nulla della chiesetta domestica, nulla
della torre, che vegliava, se cosi si può dire, quelle case. I più vec-
chi tra' terrazzani di Montecchio Maggiore ricordano anzi lo strano
(1) Doc. TI.
(2) Doc. II e III.
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modo, onde verso la fine del secolo decimo ottavo fu demolita
quella torre, già corrosa dal tempo. Dicono cioè che una dama del
casato la facesse stringere con delle funi e rovesciare a terra per
la forza d'alcune paia di buoi. Le stesse mura, che circondano il
recinto, largo di ben quattordici campi vicentini, no 1 sono le anti-
che, ma di costruzione recente. Quelle case, passate in principio da'
Gualdo ne' Cristofori e quindi, come s' è detto, ne' Peroni, appar-
tenevano ne' primi anni del secolo decimo sesto a Francesco Gual-
do, un uomo istrutto del pari nelle lettere e nelle arti, e cultore a
un tempo del vivere e de' costumi signorili. La devozione all' Im-
pero non cedeva in lui a quella dei Sesso. I Gualdo, venuti in Vi-
cenza, secondo alcuni, da Rimini, secondo altri, dalla Germania,
avevano parteggiato sempre per la fazione ghibellina e coltivatine
i sentimenti anche allora che, caduti i Visconti, s' inaugurava il go-
verno della Repubblica veneta. Del casato, già diviso nel secolo
decimo sesto in più famiglie, erano parecchi gli individui, che ave-
vano servito, o servivano tuttora nell' esercito, o nella corte im-
periale. Nulla lascia però indovinare se Francesco mandasse al-
l' Imperatore l' invito, o se quest' ultimo manifestasse il desiderio
di pernottare in Montecchio Maggiore. Si sa unicamente che la
casa fu addobbata con magnificenza reale, e che in essa preve-
ngasi 1' arrivo di Carlo da Nicolò Morosini e da Francesco da
Porto, collaterale della Repubblica, i due rappresentanti della Si-
gnoria di Venezia, accompagnati dal fiore della cittadinanza vicen-
tina. V'era, cioè, Giangiorgio Trissino, ritiratosi già da due anni a
vita privata, con un buon centinaio de' più nobili tra i patrizMe un
numero stragrande d' uomini di Chiesa, desiderosi tutti di potersi
gloriare e far fede agli altri d' aver veduto Cesare. Facevano parte
alla comitiva Francesco Caldogno e il di lui fratello Teofilo, priore
del Monastero di San Rartolommeo, beato pur egli (son sue parole)
di poter dire d'aver veduto « questo Carlo », come aveva veduto
quaranta cinque anni più a dietro l' Imperatore Federico terzo,
ospitato regalmente nel palazzo vescovile di Vicenza. E a questa
accoppia vasi in lui la compiacenza d' essersi incontrato anche nel-
T esercito imperiale, il quale romponevasi, a suo avviso, di quat-
tordici mila fanti, dieci mila cavalli, non computate le donne, i
carri, le salmerie, i custodi delle artiglierie, gì' innumerevoli del-
l' avanguardia e della coda dell' esercito e gli altri molti, sbucati
da diversi luoghi, alloggiati nella città, e in maggior numero an-
cora nella campagna. Dal contesto della narrazione si potrebbe
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dedur quasi, che Teofilo, nuovo Simeone, intuonasse, contento della
bella ventura, il Nunc dimittis (1).
In Montecchio Maggiore si rinnovarono, presso a poco, le di-
mostrazioni, fatte il dì avanti in Sandrigo. All'Imperatore, non
ismontato per anco di cavallo, si fecero innanzi, una seconda volta,
Leonardo Bissari, Giacomo e Stefano Gualdo con nuovi presenti
della Signoria di Venezia. Nove furono le botti di vino, tutto squi-
sito, nove e forse più i carri di pan candido e fresco, sei i buoi
grassissimi, e dodici i vitelli, scannati avanti l'arrivo di lui. Rende-
vano più splendido il dono cento paia di pernici, duecento capponi,
duecento galline, quattordici paia di pavoni, ventiquattro fagiani e
due francolini. E tutto questo era disposto, come in Sandrigo, in
beli' ordine e adornato di circa trecento emblemi di San Marco e
di festoni mirabilmeute intrecciati. A contenere la curiosità di Car-
lo non valse la fresca memoria de' doni, un po' diversi, se vuoisi,
ma presentati con identico ordine e addobbo il giorno avanti in
Sandrigo. Il Caldogno ha notato eh' egli s' intrattenne alquanto a
contemplarli, e a lodarsi con gli oblatori della grande benevolenza
e della molta liberalità della Signoria. Dopo di che, additato a' servi
ciò che sarebbe bastato a' bisogni suoi, ordinò con un cenno del
capo si dividesse il rimanente tra i soldati e i cortigiani. Eseguirono
puntualmente il mandato imperiale i terrazzani stessi di Montec-
chio, i quali trasportarono tutto alle case loro, ov' erano alloggiati
alla meglio e gli uni e gli altri. E la quantità fu tanta, al dir del
Caldogno, che, partita la comitiva per Mantova, s' ebbero que' ter-
razzini di che cibarsi per qualche tratto di tempo (2).
Smontato di cavallo, visitò Carlo la casa assegnatagli per
l' alloggio. Accortosi poi cora' essa si allietasse d' un amplissimo
serraglio, circondato d' ogni parte di mura, chiese senza indugio
se vi si annidassero lepri ; e inteso che ve n' eran di molti, volle
uscire tosto alla caccia. A procedere più lesto si tolse di dosso il
saione, e vestì una casacchetta vecchia e leggiera. Ordinò quindi
gli si traessero avanti due de' suoi cani levrieri, 1' uno grandissi-
mo, cui egli soleva condursi dietro sovra un carro tirato da due
cavalli affinchè non avesse a patire ne' piedi, 1' altro di forine al-
quanto più piccole e snelle. Entrato con questi e con alcuni del se-
guito nel recinto e fattone esplorare ogni angolo, non durò fa-
(1) Doc. II.
(2) Doc. II.
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tica a scoprire egli stesso una lepre, che se ne stava acquattata in
un canto. Vederla e sguinzagliarle contro i due cani fu un punto.
La povera bestia tentò sulle prime di salvarsi correndo spaventata
per il lungo e per il traverso del recinto; ma sfinita in breve e az-
zannata dai due levrieri cadde senza vita nel mezzo dello spazio, e
propriamente presso una vite, non lungi dai piedi di Cesare ; il
quale ne sentì tale e tanta compiacenza, da dichiarare agli astanti
di non essersi ricreato altrettanto in tutto il lungo tratto, percorso
da Vienna a Montecchio. Nel ritorno dalla caccia fu vista una
pianta, da' cui rami, non ostante la stagione inoltrata, pendevano
de' fichi. Carlo presala e piegatala a sè, ne tolse e mangiò avida-
mente una buona decina, ordinando se ne spiccasse anche il resto
e si mettesse a parte per la refezione della mattina successiva. Ma
que' fichi gli erano piaciuti di troppo, perchè non ne mangiasse poi
avidamente, come si crede, anche la porzion messa in serbo, e
s' avesse a guastare così lo stomaco da non gustar che assai poco
del pasto (t). Quest'atto di spiccare i fichi del loro recinto e di man-
giarli cosi su due piedi parve ai Gualdo tanto singolare da dover-
sene ragguagliare anche i posteri. E però presso quella pianta di
fico durò a lungo un'iscrizione, che ricordava l' avvenuto. « Guar-
da, v* era detto, o passaggero, io sono l' arbore, che de' miei frutti
ho cibato il 2 Novembre del 1532 Carlo Imperatore, il quale, dopo
la caccia della lepre, spiccò da me i fichi con le sue stesse mani » (2).
La mattina del 4 Novembre non era, si può dire, montato an-
cora il sole, quando all' Imperatore, raccolto tuttora in camera,
facevasi annunziare Stefano Gualdo, figliuol di Francesco, con
animo di regalarlo nuovamente a nome non de' Veneti ma proprio.
Gli facevano corteggio alcuni parenti, seguiti da' servi con sulle
braccia i doni da offrirsi. Carlo, scontento della inopportunità del-
l' ora, ricusò in sulle prime di ammetterlo al suo cospetto; ma pen-
sato poi che, ove non fosse uscito fuori, si sarebbero stancati so-
verchiamente i portatori, si affacciò senz' altro alla soglia della
stanza, curioso, non foss' altro, di vederne i doni e di togliere di
impaccio que' servi. Il Gualdo aveva fatto recare otto paia di pa-
voni vivi, bianchi, in parte di piuma, trenta prosciutti grandi e squi-
siti, che i Vicentini d'allora chiamavano multe, e buona copia di
cedri grossi e d* altri frutti, de' quali credevasi avesse a dilettarsi
(1) Doc. II e III.
(2) Ddc. III.
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sopra tutto il palato imperiale. Carlo, esaminati con diligenza e lo-
dati i doni, ringraziò cordialmente il Gualdo, gli toccò con la mano
la spalla e lo esortò a seguirlo sino a Mantova, con tanta famiglia-
rità e benevolenza da destare lo stupor nei presenti ; intanto che
commetteva a' suoi di distribuire un ducato d' oro a ciascuno dei
servi, che gli avevano recato i pavoni, i prosciutti ed i cedri. Poco
dopo gli si facevano avanti in ugual modo Antonio Da Porto e Gio-
vanni Da Trento con lettere del Marchese del Vasto. Pregavasi in
esse T Imperatore a volerli armare entrambi cavalieri : ciò eh' egli
fece con molta solennità nella stessa sua camera. '
Nè furono questi i due soli, co' quali l'Imperatore largheggiasse
in Montecchio Maggiore di titoli. Uscito di stanza e udita, come di
consueto, la Messa, fece chiamare a sè nella stessa cappella dome-
stica il giovane Stefano Gualdo. E lui, genuflesso a suoi piedi, ar-
mò cavaliere della spada medesima, ond' egli era cinto, manife-
stando per gli atti e per gli occhi con quale e quanta lietezza del-
l' animo compisse il nobile rito. Dopo di che s'intrattenne di nuovo
con lui e, accarezzandogli un' altra volta le spalle, gli ripetè V in-
vito di seguirlo sino a Mantova, dove avrebbelo atteso un amplis-
simo privilegio. Più tardi il Gualdo gli si fece innanzi un'altra volta
con una rosa, la quale Carlo accolse non solo e odorò con viva sod-
disfazione, ma volle portare per tutta la giornata, affissa alle vesti,
sul petto. Non ultimo de' passatempi, al quale ebbe pure ad assistere,
furono certi salti dorsali, fatti da un povero, introdottosi a bello
studio nelle case stesse de' Gualdi. Dice il Caldogno che l' Impera-
tore vi provò cosi viva compiacenza, da commettere gli si dessero
in compenso sei ducati d'oro (1).
V.
Ne* fasti del casato dei Gualdo, dettati nel secolo decimo set-
timo (2), si dice e si ripete che Carlo quinto sL intrattenesse in
Montecchio Maggiore tre giorni, dalla sera cioè del 3 al mattino
del 6 Novembre, il à\ stesso, in cui giunse, forse in sul tramonto,
nella città di Mantova. Nulla di tutto questo risulta dalla lapide,
che Francesco o i discendenti di lui posero, a perenne ricordo del
fatto, nelle lor case di Montecchio Maggiore, e che si spezzò con la
(1) Doc. li e in.
(2) Mtf& nòlla Bibliotèca Comuaate di Vicenza.
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caduta della torre, sulP ultimo scorcio del secolo XVIII. In essa
rammentava^, e non più, il giorno dell' arrivo ; mentre il contesto
s'estendeva ad accennare piuttosto il motivo del viaggio da Vienna a
Bologna (1). Nè più esplicite delle iscrizioni sono le due relazioni del
Caldogno e del Gualdo, cosi ricche di ragguagli anche i più minuti
intorno al passaggio di Carlo nelle terre del Vicentino e al sog-
giorno in Sandrigo e in Montecchio. Dall'insieme d<>lla narrazione,
non chiara affatto in proposito, è concesso però dedurre che l' Im-
peratore dimorasse presso i Gualdo oltre una notte ed un giorno. E
ossia eh' egli vi si togliesse il 5, o com' altri vogliono il 6 di No-
vembre (2), sta sempre il fatto che la comitiva, com' era pure av-
venuto in Sandrigo, non prese a muoversi che dopo l' ora nona e
propriamente dopo l'asciolvere. La via, che si tenne, fu quella di
Cucca, dove Carlo sostò alquanto nelle case dei Sarego. Nè a Cuc-
ca gli mancarono nuovi ossequi da parte dei Vicentini. Vi si reca-
rono a porgergli omaggio il podestà Andrea Gritti e cinquanta tra
i più degni del patriziato ; nò vi si tolsero fino a tanto che il cor-
teggio imperiale non ebbe ripresa la via. Di ritorno piegarono alla
volta di Montecchio Maggiore per ammirarvi e lodarvi altamente,
il regio apparato della casa dei Gualdo (3).
Che la presenza contemporanea della comitiva imperiale e del
numero stragrande di soldati dovesse recar gravi danni special-
mente alle terre percorse, non è neppure a dubitare. È ciò che
risulta, non fosse altro, dal poco che si conosce, delle istruzioni
segrete della Signoria al Capitano di Vicenza e ai Rettori di Ve-
rona, e si conferma dalle due relazioni del tempo (4). Il Caldogno si
confortava però che i danni non fossero altri da quelli voluti dalla
necessità, vale a dir dal passaggio e dall' alloggio di tante migliaia
d'armati. Confessava cioè che, oltre il- consumo delle cose, richieste
dai bisogni d' un esercito eh' è in marcia, vi si ebbe a devastare,
senza nessun gusto al mondo, una gran quantità di legna, di fieno,
di vino, di biade e d'altro ; ciò ch'equivale, si direbbe in buon vicen-
(1) « Carolus V. Imp. invictus — cura ex Vienna — fugatis tercentis mill.
Turcis — Bononiam ad Clementem VII. P. Max. proficisceretur — per haec loca
iter faciens — in hac domo divertit — III non. Noverab. Anno Christi MDXXXII».
Faciou, Musaeum Lapidarium, pars II, Vicentiae, 1806.
(2) Memorie della famiglia Gualdo, rase, nella Biblioteca Comunale di Vi*
cenza.
(3) Doc. II.
(4) Doc. I, II e III,
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tino, a una vera tempesta secca. Ali 4 ottimo monaco non mancava
però di che rallegrarci, quando pensava che da quelle soldatesche
non s' era rubato nulla, quasiché il distruggere per V unico gusto
di distruggere fosse un bene, o una colpa, tutto il più, da acqua
santa (1). Aggiungansi a questi i danni recati al pubblico erario da-
gli appaltatori specialmente dell'annona, indispensabile all'esercito.
Appare dagli atti cittadini del tempo, che ai Deputati alle cose
utili fu necessità di richiamare e punire con multe i fabbricatori del
pane,, che, approfittando della confusione, ne avevano alterato il
peso (2).
Lo studio, posto da Carlo ad evitare il passaggio per Vicen-
za, non ha portato che la città si rimanesse semplice spettatrice
del fatto. I patrizi, che avranno invidiato forse la sorte dei Sesso
e dei Gualdo, ebbero anch' essi occasione di dar prova della loro
ospitalità, eh' era allora più che mai proverbiale. In Vicenza, qua-
lificata in un antico proverbio la pomposa (3), ebbero contempo-
raneamente accoglienza, in una a' loro cortigiani e soldati, il car-
dinale Ippolito de' Medici, i duchi d' Urbino e di Mantova, e pareo
chi altri di grado inferiore. E i patrizi si studiarono non solo di
dar loro l' ospizio, ma gareggiarono inoltre nelle oblazioni e nei
doni. Nè con la partenza dell' Imperatore vi terminava lo spetta-
colo del passaggio. Non erano corsi quattro giorni, che giungeva
a Vicenza il Tamisio, generale dei lanzichenecchi, con ottomila
de' suoi. La via, eh' egli batteva, era ben altra da quella della co-
mitiva imperiale. Entrato nella città, vi riceveva Y alloggio e il
vitto d'un giorno. Seguivalo il 14 del Novembre stesso Gabriele
Martinengo, cap tano d'artiglieria, soprannominato fulmine di guer-
ra, accompagnato anch'egli da mille soldati con dodici grossi pezzi
di cannone e cento carri di munizione, del valore, per quanto dice-
vasi, d'oltre centomila ducati; i quali tutti, attraversata la città,
si raccoglievano a passar la notte nel Campo Marzio (4).
VI.
Il 27 Maggio del 1536, quattro anni dopo il memorando pas-
saggio di Carlo quinto, convocavasi, a istanza de' tre conservatori
(1) Doc. II.
(2) Partium, lib. V, mese di Novembre. Msc. nell'Arch. Comun. di Vicenza,
(3) Pasquaugo, Raccatta diptvvertH* Veneti. Veneaia, 1879.
(4) Ddc\ II.
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' / 3ì r 1
^ delle leggi, il Consiglio de' Cento, presieduto dal Podestà e dal
l Capitano della città. Quello de' tre, che sorgeva in piedi ad arrin-
garvi T assemblea, a nome anche de' due colleghi, fu Giangiorgio
; Trissino, il celebre autore della Sofonisba e dell Italia Liberata
dai Goti. « San tutti, diceva egli, che le Repubbliche d'Atene e di
Sparta, sanzionando con le santissime leggi di Licurgo e di Solone
► l'uguaglianza tra' cittadini, ebbero non solo a fiorire, ma a dilatare
in lungo e in largo il loro dominio per terra per mare ; e tutti
sanno ugualmente che, abolita quella uguaglianza e insorte le gare
tra alquanti de' cittadini, intesi a prevalere gli uni sugli altri, cad-
dero entrambe in forza delle sedizioni e delle contese reciproche
tanto da lasciarne dimenticati quasi i nomi. E si sa pure che lo
stesso è avvenuto de' Romani, signori un tempo del mondo. Che se
l'illustrissimo Dominio Veneto sali e si mantenne seppre, con l'aiuto
divino, in tanta altezza di signoria e d' opulenza, è perchè i patrizi
vissero da' tempi più antichi a' di nostri nella stessa uguaglianza,
non turbata da differenza veruna, nò patirono mai che alcuno del-
\ l'ordine loro fosse insignito di privilegi o di titoli. Ed è perciò che
l i vostri Spettabili Deputati, riconoscono la non men giusta che santa
sanzione dei sapientissimi maggiori nostri, per la quale statuivasi,
che qualsiasi cittadino, superiore per qualsivoglia dignità, non po-
tesse conseguire cosi in Vicenza, come nel territorio, il mero e misto
imperio, il comitato e alcun' altra giurisdizione senza licenza del
nostro illustrissimo Senato Veneziano, sotto pena d'una multa di
mille marchi di argento, e si domandava che non si dovesse dero-
gar mai a cosi santo decreto. Ma a che giovàno quelle saluberrime
leggi se oggidì emersero molti, i quali, nemici d'ogni uguaglianza,
fastidiosi del nome di cittadini, e contendenti per una tal quale pre-
potenza ambiziosa di sovrastare agli altri, si son fatti creare e no-
minar conti di terre e di ville del Vicentino per privilegio de'Prin*
cipi stranieri ? A che giovano, se alcuni audaci hanno impetrato
la investitura di giurisdizioni col mero e misto imperio, senz' av-
vertire che si fatti titoli, i quali pur sono nomi vani senza soggetto,
riescono di grandissimo dispiacere all'illustrissimo Senato Veneto?
E se, ciò eh' è. peggio, non mancano perfino di quelli, che hanno
ottenuto di potersi chiamare primari ed illustri e di star sopra agli
altri in una a' lor discendenti? Dov'è ora l'onorata costumatezza
degli avi ? Dove quella moderazione di vita, osservata con una
certa venerazione da' padri? Dove, a dir breve, queir antica egua-
glianza de* cittadini, i quali non volevano che alcuno si chiamasse
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altrimenti che milite o dottore ? Tutto questo cancelleranno, ove
non si provveda tra breve, l'ambizione e l'arroganza d'alcuni, sorti
di fresco Contro gli uguali. Ed è per questo, io dico, che i vostri
spettabili Deputati, risoluti di battere 1' orme de' loro maggiori e
di rimediare a sì gran peste, affinchè non si dilati ulteriormente
il contagio, proposero, desiderosi come sono di eseguire con ogni
studio le avite deliberazioni, che nessun Vicentino, sia della città,
sia del contado, deva o possa chiamarsi in pubblico o in privato, a
voce o in iscritto, Conte, Primario od Illustre, pena la multa di
cinquanta lire ». È inutile dire che la proposta del Trissino fu ap-
provata con ottantanóve suffragi favorevoli contro tredici con-
trarli); ben giova notare che il provvedimento non era preso senza
una causa, la qnale si connetteva al fatto che siamo venuti di mano
in mano esponendo.
Ho detto die il viaggio di Carlo quinto, qual' è descritto dal
Caldogno e dal Gualdo, sfuggiva all' attenzione degli storici e dei
cronisti vicentini. Nessuno s' è brigato, cioè, di cercare e racco-
gliere quella serie di particolari minuti, che ne rilevano, se cos'i si
può dire, la caratteristica. Ma non per questo ebbe a uscir mai
dalla memoria la sostanza dell'avvenimento. Se non si raccolse e
perpetuò nella tradizione degli idioti, ebbe per altro la fortuna di
vivere nella mente degli eruditi e, diciamo anco, de' patrizi. E que-
st' ultimi, specialmente, avevano le lor buone ragioni di non la-
sciarlo cadere in dimenticanza. Il Caldogno ed il Gualdo han ri-
cordato i nomi de' vicentini, armati cavalieri in Sandrigo e in Mon-
tecchio Maggiore; han ricordato la calda insistenza, con la quale
r Imperatorein vitava in Mantova il Gualdo, e la promessa di con-
ferirgli un diploma amplissimo di nobiltà (2). Che il Gualdo cedesse
alle istanze, non è dato conoscere. Si sa solamente che il diploma,
rogato appunto in Mantova, non si fece attendere a lungo. Nè il
fatto ha lasciato di destare, com' era naturale, 1' appetito e dirò
anche l' invidia degli altri patrizi vicentini, che gareggiavano coi
Gualdo e fors' anco gli vincevano per antichità d' origine e per
isplendore di fasti domestici. Ignoro di quali arti si valessero per
non rimanersene da meno. Posso per altro affermare che non ci ha
famiglia dell' antico patriziato vicentino, la quale non vanti un di-
ti) Jus Municipale Vicentinum, Liter Nonna Parti ma, Rub. Contro, asso*
tos Comites. Vicentiae, 1706. •
(2) Do*. II * 1IL
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ploma di nobiltà, procacciato in quel passaggio di Carlo quinto. *
Vanno tra' primi i Trissino, i Da Porto, i Trento, i Gualdo, i Val-
raarana, ed i Sesso. Tra i pochi casati, che 1' ottenevano nel 1530,
durante il congresso di Bologna, sono quelli dei Dall' Acqua e de'
Da Schio, a' quali ultimi fu trasmesso il titolo da Girolamo, Vesco-
vo di Vaison, il negoziator fortunato della pace di Barcellona. Chi
volesse leggere si fatti diplomi, riboccanti d' immunità e di privi-
legi, non ha che a sfogliare i grossi volumi delle genealogie vicen-
tine di Francesco Tommasini, conservati nella Bertoliana di Vi-
cenza. Io so bene che taluni han gettato gravi dubbi sulla sincerità
del compilatore, avvezzo a innalzare le origini e a moltiplicare i
titoli di nobiltà in ragione de' più o men lauti banchetti, a cui fosse
stato invitato ; ma quanto a' diplomi di Carlo quinto ho buoni mo-
tivi di credere che non gli giovasse la frode.
La fama del resto de' tanti privilegi di nobiltà, conferiti a' Vi-
centini in Mantova ed in Bologna, non si circoscrisse unicamente
alla città e al territorio di Vicenza. A propalarla, anche fuori, con-
corse, io credo, più forse che non parrebbe, la deliberazione, pro-
vocata, nel Consiglio de' Cento, dal Trissino. E la propalazione non
ha saputo scompagnarsi dall' epigramma. Ora io non dirò se da
questo folto sia o no derivato il proverbio, recato anche dal Giusti,
« Venezia non ha tanti gondolieri
« Quanti ha Vicenza conti e cavalieri»;
ben mi giova ricordare che il famigerato Casanova scriveva nel
secolo decim' ottavo che « a Vicence tous les nobles sont Com-
tes»(l); e che dopo trecento e cinquant' anni si ripete tuttora
l'epigramma, come fosse d'ieri: si ripete cioè, secondo ch'ebbi
anche a leggere, non è molto, in un riputato periodico, che Carlo "
quinto, sedendo sopra un certo arnese eh' io non voglio nomi-
nare, dicesse a' Vicentini, affollatisi intorno a lui in Sandrigo e
in Montecchio Maggiore : «c Io vi faccio tutti Conti » : Facto vos
omnes comites.
Vicenza, Gennaio 1884.
Bernardo Morsolin.
(1) Casanova, Memotres, voi. II, chap. XXII, p. 481. Paris, Garnier frères*
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DOCUMENTI
i.
15 oct. 1532
Rectoribus Vbronae
Per precedente vi habiarao dinotà quanto era pervenuto a notitia nostra
del venir de la Ces. M. u in Italia, aziò il tuto havesti a communicar allo 111. Sig. r
Capitanio nostro general ; questa matina essendone sopragionte letere del orator
nostro Contarini de 7 et 10 del presente vi mandamo il surnmario di esse in que-
ste, il qual habiamo etiam fato dar de qui al magnifico orator del S. r Duca di
Urbino, che lo manda alla excellentia sua, cum la qual sarete essendo de 11, azio
la possi proveder a quanto li parerà ricerchar il bisogno, et precipue per li fanti
7/m mutinati quali vengono insieme, fazendo quelli più danni possono, et quelle
provisioni s'erano ordinate da la excellentia sua exequirete cum ogni diligenza
si come etiam per le precedenti vi habiamo imposto, dandone de zorno in zoruo
adviso, et tenendo apresso vui secretissimo il summario predicto.
Similes Vincentiae cum hac addi tione: le incluse al Signor Capitanio ge-
neral essendo sua excellentia de 11 gli le darete subito subito, et quando la non
sia de 11 ge le manderete cum le alligate alli Rectori de Verona, subito subito,
perchè sono di extrema importanzia.
Collegium.
Coli. 0 Secretacele 1532-1533.
(Archivio di Stato in Venezia).
II.
Auno Dni MDXXXII. Carolus Caesar Philippi Castellae Granataeque Re-
gis filius cum Ferdinando Germano Viennam adversus turcas accersitus, qui
terra marique contra Christigenas maximis copiis venerante cum forti animo
exercituque eos a proposito revocasset et ad propria, infecta re, redire compu-
lisset, et Vienna tandem resoluto exercitu recedens atque Mantuam Bononiara-
que versus iter arri puisset per Vicentinura quoque agrum secunda die novembris,
qua mortuorum Qommemoratio erat et in die sabati inerat, transitum cum suis
habuit atque in Sane ti Dorici Villa in domo v. nobilis matronae Dnae Cassandre
de Sessio uxoris q. Dni Bernardini honorifice perhospitatus est ; quo in loco qua-
tuor ei filios cum ali is tribus eiusdem familiae praeclaris iuvenibus, necnon Vin-
centio Caprello et Jacobo Lusco equites fecit et eo quoque in loco ornatiaeimi
moribus ac nobilitate iuvenes eques Jacobus de Gualdis, comes Leonardus de Bis-
sariis ac Stephanus pariter de Gualdis ex omnibus vicentinis ad praesentandum
Caesarem a Veneto Dominio speciali ter eletti infrascriptum munus ipai Cae&ari,
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Venetorum nomine, obtulerunt, quod quidera magnis festonibus ac circiter tre-
centis Dni Marci insignii» longo ordino et apparatu suramopere insigniverunt,
et in primis plaustri vini decem de Monte Maladi, ex quibus duo optima et dul-
cia erant, plaustra vero panis recenti» et albi quindecim et prò equis hordei sta-
na trecenta. Trutas vero ex lacu Benaco centum, lutios totidem et anguilla»
trecentas. omnes quidem maximae magnitudinis et ponderisi de Adriatico vero
mari horatas centum et tres dene», varolos centum triginta, civalos trecento»
et nmbo» plurimo», omnes etiam summae magnitudinis, dentales quoque sexde-
oira cum hostregis aliisque huiusmodi, quae digna Caesare videbantur.
Itera prò refectione sequenti» diei, qui dies dominica erat, pavonum paria
quinque et caponum paria vigiliti quinque ac alia sorte, quae ignoramus. Et
ha* 1 omnia Caesar cum applicuisset, diligentissime intueri voluit et contem-
plari, <U omnibus quoque grati;» suis largitoribus amplissima» ovanter referre.
In cadera illa postea dominica, quae fuit dies tertia novembri», indo suo cum
exercitu hora nona recedens, infra villa» primo Monticuli de Precanzino, Calli-
don ii, Nevoletti ac Mottae postea per splanata sibi a rustici» praeparata pertran-
sivit. Et cum in Villa Mottae haberetur, in qua Liviades Venetorum Dux, alias
ab hispanis cum suis bello superatus fuerat, ordinem pugnae atque vim certa-
minis per ordinem sibi murari voluit et demonstrari, multis ibidem proceribus
àssistentibus, Urbinate maxime, Ferrariensi, Mantuano, necnon Antonio de
Leva, qui in lectica a nonnullis super spatulis ferebatur: assotiebatur praeterea
a Venetorum legatis et a nonnullis similiter Episcopis, qui eiusdem semper co-
mitabantur itinera.
His igitur sic visis et demonstratis iter suum sequens iuxta Aedem divae
Mariae Magdalenae, quae a Vicentina Urbe duobus miliaribus distare forsitam
potest, transitimi habuit, nec aliud de ipsa civitate, quam altissimam eius tur-
rim, quae foro iudiciali coniuncta est horaruraque campana» et facinorosorum
culpa» insinuat, videre a longe potuit, ubi ad Credati uni postea et ad Monticu-
lnm Maiorem sine lite, in quo hospitandus erat, circha horam vigesimam se-
cundam pervenit, in qua villa cum suis et pernoctavit et in domo valde hono-
rabilis viri Dni Franeisci de Gualdis, quae ob eius accessum regio apparatu
antea ornata fuerat, permansit. Scd antequara ed dictum locum pervenisset,
non Vmcentiam tantum inventus quam et Mag. 05 Dnus Nicolaus Maurocenus
supradictae Urbis capitaneus cum mag. 00 duo Frane. 0 de Portis Collaterali et
duo Jo. Georgio Trisseno equite cum aliis fortasse centum et amplius nobilis-
simis civibus religiosisque innumeris ad eum videndura laeti properaruut, ut
iani vidisse Cae»arem gloriari, testarique possent. Ex quorum numero ego etiam
cum cxrel lentissimo fratre meo dno Frane. 0 Bernardo Calidonio connumeran-
du.« eram, ut qui Federicum multis iam annis videram et hunc Carolum vidisse
cum suo exercitu asserare valerem, qui, absque mulieribus, curribus atque ba-
dagiis circiter quatuordecim railia peditum, equestrium vero decem milia esse
pot<?rant, insuper artelariarum custodibus aliisque infinitis, <^ui antea et postea
venerant vero sequentes eius itinera, item aliunde apparentes, quibus vero in
urbe, saepe ruri hospitia dabantur.
Caesar igitur cura iam in dieta villa Monticuli Maioris ex equo descendis-
set contemplatusque fuisset supradictam domum dni Frane.' de Gualdis prò eius
hospitio sibi assignatam et amplissimum eius pomerium muro undique cingi et
decorari, siscitatur an lepores in eo detinerentur : multosque haberi certior
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f ictus, sagione mox deposito, eapeculam qunmd»m satis levem ac veterem aw-
pit, qua indutus duobus canibus stati m ensui (sù) acoeptis non lepnrinis quidem
illis sed corsi™, uno maxinue ni verni tildi nis, qui cura C cesare plaustro a duobus
equis itineribus trahebatur, ne forte pedes laederet, altero vero aliquantulum
isto minore ad capturam leporis, nonnullis coraitantibus prooeribus, perrexit
J inique pomerium ipsura pedester ingressus, cum arboris quamdara ficum vi-
dissct, firmans se, circa deoem oomedit, praeoipiens reliquos ex eadem arbore
decerpi prò futura sequentis diei refectione. Quos postea, ut fertur, omnes avi-
dissime comedit. Alterius cibi paucis admodum degustavit; postmodum vero
cum supradictis canibus ad capturam leporis laetus pergens, unoque tandem
iacente reperto, voce ad saltum, cursu ab eo dato, canes admittens per longura
currere conspexit; quem tandem in medio dicti pomerii non longe a se iuxtn
vitem quamdam occidi a canibus summopere deleotatus est. Post cuius factum a
Viennae recessu usque ad eam horam. maiorem non babuisse reereationem ad-
stantibus retuli t. Ubi sciendum quoque est quod et alio disunissimo munere ah
ipsis venetis hoc in loco, ministerio dumtaxat supradietorum etiam iuvenum dni
Jacobi de Gualdis et Leonardi de Bissa ri is, necnon Stephani de Gualdis idem
Caesar fuit praesentatus. Nam vini optimi plaustro novern et eo amplius panis
albi et recentis, iuvencos sex pinguissimos et aptos, vitulos duodecim antea sibi
oecisos, pernicum paria centum, caponum et gallinarum totidem, pavonura et
phasianorum paria quatuordecim cum duobus galli* selvatieis eidem Caesari do-
naverunt. Quae omnia insigniis iterum divi Marci oircitor trecentis cum aliis fe-
stonibus mirabiliter compositis et adaptatis cerni videbantur ; et maxime ab
ipso Caesare curiosissime contemplata ac deinde immensa» iterum gratias ipsis
Venetis de tanta erga eum benevolentia et largitate, multis adstantibus, retulit;
et cum ex illis omnibus nonnulla prò eo aeeepta a servitoribus fuissent, postea,
signo capitis dato, quod cetera omnia militibus et proeeribus donabat^ mox in
instanti fere inde elevata fuerunt et per rustieos ad eorum hospitia periata, ita
quidem ut post eorum discessum multa et penes ipsos rustieos, qui eos hospita-
bantur, remanserunt. Mane autem facto, Nobiles Viri dnus Ant. m de Portis ac
dnus .lo. de Tridento ante ipsum C;u*olum literis commendatitiis illustris Mar-
ehionis de Guasto se repraosentarunt, quibus humiliter deprecaci tur, ut eos
milites falere sua clementia dign:»retur, quos vero suo is alieno glidio et in
camera cum multa solemnit:ite tune eonstituit ac milites ereavit. Post cuius
factum motu- proprio significavi t ipsurn dnum Stephanum de Gualdis hospjtem
suum domusque patronum cum ad audiendam Missam accederet, ante ipsum
repraesentandum fore ut et ipsum equitem faceret: quae quidem hilari vultu ac
laeto animo fecit, multa deinde i Ili promittens si Mantuam ad eum accederet;
itemque et amplissimo privilegio decorandus erat.
Inde vero ad certum tempus, existente Caesare in camera sua, idem duus
Stephanus cum nonnullis affinibus suis ad pracsentandum Caesarem revertitur,
non quidem Ven<*torurn nomine, sed suo. Et cum servitores baberent quod prae-
fatuin munus super brachiis teneivnt. intiinatuuique hoc Imperatori fuiss^t et
quod illa bora ad eos exire non volebat rospondisset, considerans postea quod ui
ad eos accederet. niinis tali onere defatigarentur, mox omnibus post positi* ad
limen camerati accessit, ut tam munus aspiceret, quam eos ab onere liberare!.
Erat enim ipsius dni Stephani munus pavonum viventium et partim alborum
paria octo; praesuta magna ac optima, quae nos mullas vocamus, cii'citer tri-
319
ginta. cum cedri* maximis ac aliis huiusmodi rebus, quae arbitrabantur Cae-
sari piacere; quibus ab eo diligenter inspectis, satis Stephano gratias retulit,
impositisque manibus super spatulis eius, iterum hortatu9 est eum, ut cum
Mantuam applicuisset, ad eum accederet prò accepturo privilegio, et tanta Cae-
saris humilitas iudicata fuit, quod omnes admirabantur et singulis, qui munus
detulerant, aureum donari praeeepit, veluti et alios sex cuidam pauperi, qui
ooram se certos ac notibiles dorsale saltus in eiusdem hospitio feeerat, de qui-
bus sitis admiratus Caesar fuit. Sequenti vei*o luee. quae erat dies quarta no-
verabris, cum idem Stephanus quamdara rosam ipsi Imperatori donasset, mox, ea
odorata, illam suo in pectore affigi praecepit, quam et per totam diem sic appo-
sitam portavi t.
Tandem, facta collatione, inde suo cum exercitu circha horam nonam re-
ressit, atque Cucham versus, quae agri veronensis est, iter nrripuit, et ad eum
revidendum Mag. 0 » quoque dnus Andreas Gritti Vicentineae Civitatis dignissiraus
Potestas cum cireiter quinquaginta nobilissimi» Vicentinorum magnis civibus
accessit. Quo postea viso et iam praeterito, mox omnes ad videndum apparatura,
in quo nox illa fuerat Caesar hospitatus, aeeessere, quam magnopere laudave-*
runt, posteaque ad propria redierunt omnes, noe sine alio damno ruribusque
itineribus Caesaris vieinia erant, esso pituit ob transitum et hospitium tanto-
rum militum. Nam ligna, foena, vina et bladae segetesque ac ee.tera huiusmodi
praeter eorum usum multa devastabant^ quamquam furari nihil audiebatur ab
eis. Erantque porro in ipsa Vicentina Urbe Rmus Cardinali» Medices, Dux Ur-
binate» et Mantuanus cura eorum Curiis ac militibus, qui sine Urbis aliquali
damno vix fieri potuit, quinimmo a Vicentinis omnes praesentati et suis in do-
mibus humanissime reeepti fuerunt; de quibus certe ac de inultis aliis si dicere
vellem, logum esset recensore.
Theoph. Vincentius Calidonius et Prior Sanctio Bartholomei scripsi.
Recesso vero Caesare, Tamisius generalis dux omnium peditura, qui vulgo
Lanzichenech appellantur, inde ad quatuor dies Vincentiam cum octo millibus
eorum pervenit, et in ea ipsa die mercùrii hospitatus fuit. Post quoque quartana
decimam etiam eiusdem mensis diem et Gabriel Martinengus fulgur in armis,
Barilettique priorum ac omnium munitionum praedicti Caroli Caesaris Capita-
neus ac Dux Vincentiam quoque cum peditibus mille ac duodecim magnarum
artelariarum peeiis, necnon centum plaustri» munitionum, qui, ut dicebatur, plus
quam centum millia ducatorum valebant, ingrossila est et Campo Martio ob loci
latitudinem cum suis omnibus pernoctavit.
(Dalla Biblioteca Marciana, CI. It., XI, Cod. 143, n. 3 msc).
III.
Stephanus (Gualdo) scribiL
Carolus Caesar semper augustus, quintus huius nominis Imperator, Philippi
Hispaniarum et Granatae Regis, Joannaeque Fenlinaudi Neapolis Regis natae
fìlius, Maximiliani quoque nepos, neemm Ferdinandi Ungariae Regis, Leonorae,
lsal>ellae, Mariae et Catharinae germanus; quae Lusitaniae, Datiae, Hungariae et
Galliae nupsere Regibus ipseque alteram Isabellam Hemanuelis Lusitanici Re-
gis filiam dosponsavit, cuius sororem et Sabaudiae Dux matrimonio copulavi t,
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quum e Vienna suo cum exereitu anno Dm M.D.XXXII contra Turcas redire
magno animo compuler.ìt, dieque seounda novembris ex vill i R. Dorici vicentini
districtus, in qua pernoctaverat, cum suis se elevarla ad hoc nostrum pilatium,
multis comitatus prooeribus, Antonio de Leva praesertim, Urbinate et Ferra-
riensi Dunbus, cum Venetorum prestantissimi» legatis. omnique militari eius
commeatu et apparata singulari circa vigesimam secundara (liei horam declina-
vit, ceteris per hanc Maioris Monticuli villam locatis, imprimisque regali sibi a
Venetis dato munere diligenter inspeoto et quod sibi necesse erat familiaribus
demonstrato, cetera commilitonibus et exercitui dari hilariter ostendit atque
praeeepit. Equo inde descendens, an lepus in pomerio casu reperiri posset sisri-
tatus, cum nonnullos in eadem servari certior faotus esset, mox detractis in sp
restibus, pedester suis cum ganibus, qui maximi erant pomerium ingressus, fura
hinc inde locum lustrasset, elevato tandem lepore, datis a seipso lepori canibus,
cum per diversa cursitassent, tandem non longe a Caesare summa eius laetitia
et exultatione eum neeaverunt. Inde cum Caesar ficus adhuc eonspexissct in ar-
bore, ea per se inclinata, circa decem deoerpsit, nonnullisque avide commestis,
'quod reliquum fuit ad sequentis diei refectionem servari iussit. Sequenti postea
luce, cum mane Antonium Portum et Joannem Tridentum alieno gladio, hoc
etiara in loco equites decretasset, me Stephanum Gualdum Francisei filium lo-
cique patronum, qui eumdem Caesarem munere multo praesentaveram, proprio
motu post Missam in Sacello ante ipsum genuflexum, gladio, quo praecinctus
erat, maxima cum hilaritate, iisdem militaribus insigniis cum pollicitatione am-
plissimi privilegii, libentissime quoque insignivit.
Iuxta Arborem fici:
Contemplare, viator, quod sum arbor, quae de meis fructibus in anno
M.D.XXXII. Die II. novembris Carolum Caesarem cibavi, qui etiam suis cum
manibus ex me ficus post leporis praedam decerpsit.
(Dalla Biblioteca Marciana, CI. It., XI, Cod. 143, n. 3 msc.).
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LA VITA DEI VENEZIANI NEL 1300
(Continuazione. Vedi pag. 5).
I. La Città., la Laguna.
Rivi e rive, escavo di canali; traghetti - Ingegneri - Calce, pietre cotte ed
embrici, norme e prezzi — Case dei procuratori di S. Marco — Ter-
ranuoia — Serraglio di fiere e parto di una leonessa - Sala nuova
del Gran Consiglio, chiesa di S. Nicolò di palazzo, il pittore Guarienti e
l'azzurro di oltremare e di Alemagna — Rialto, sua denominazione —
ampliamento e lavori nel 1322 e nel 1341 - la colonna del maleflzio -
I poliamoli e Rialto nuovo - là panatterla e i pistorì - ufficiali sopra
Rialto — botteghe, tavole — campana e orologio — giuochi, sicurezza
pubblica e lumi - Incendi, folgori, terremoti — L'ufficio sopra canali,
rivi e piscine, gli ufficiali al Plo%ego - Incolumità delia laguna, fiumi,
porti, il Lido, i marani - Chi era Filippo Calendario - Difese lito-
ranee — impeto del mare, alte maree, i ricordi di messer Marco Ca-
pello « il maggior > — Impossibilità di delineare una mappa della città
quale era nel secolo XIV; la mappa illustrata dal Temanza, e quella
posseduta dall'Archivio ai Frori - Capicontrada e capisestieri - Sulla
popolazione di Venezia e sugli elementi di essa - Chioggia spopolata —
Nomi di donne — Appunti sulle isole dell' estuario di Venezia — Con-
clusione.
Nel 1312 in Cannareggio, il rivo pel quale si va a Mestre (1):
a S. Silvestro, il rivo del fontico (del frumento) (2), (mentre fino
dal 1051 a Rialto, sono ricordati \\ canale di tal nome (3) e il rivo
di S. Giovanni confessore); a S. Marco, il rivo di canonica (4);
poi quelli di S. Polo (5) ; di S. 'Barnaba (6) ; di Barbaria (7) ; a
fi) 1312, 29 Aprile, M. C, Presbiter, * 67 t.
(2) 1339, 7 Geno. m. v., Gr. VII!, c. 41.
" (3) 1051, Luglio, Rialto. Arch. Notarile: Divisione fra Gradenigo e Pietro,
fratelli, di Giovanni : Canale de rivoalto .... de contra rivo sancii JohannU
confessori*.
(4) 1344, 2 Maggio, Gr. X, c. 39.
(5) 1360, Febbraio m. v., Gr. XIV, 173.
(6) 1366, 1 Ottobre, Sign. di n., reg. 9, c. 58.
(7) 1359, Settembre, Gr. XIV, c. 101 t.
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322
Murano (S. Stefano), il rivo Gardiago (Cardiago) ecc. (1). Altri
non hanno nome, ma sono indicati colle dimensioni di piccolo, mi-
nulo (2) (non crederemmo da nomi di famiglie, come accenna il
Tassini), riello (3), rivolo (4). Proibì vasi ai tintori di lavare nei
rivi le stoffe tinte, onde « dieta canalia, rive et piscine aterantur»,
ciò che toglieva anche ai vicini di approfittar delle rive; vadano a
lavar quei tessuti sulla palude (5) ; proibizione ripetuta più volte (6).
I rivi non dovevano esser impe liti, nè stazionarvi barche (7), nè
zattere di legnami (8). Per eccezione conce iesi, ad esempio, a Ban-
dino « Parlsii », che aveva in enfiteusi un terreno di ca' Zen, die-
tro S. Sofia, alle chiovere (« ad cloderias »), presso la palude, di
far tingere in guado e lavar i panni in un rivo, purché la pasta
di quel colore non nuoccia a questo, e, se gliene venisse danno, lo
faccia scavare a proprie spese (9).
Vecchi sono i nomi delle rive: del ferro (10), del vin (11),
di ca Zeno a S. Giov. Crisostomo e a S. M. Formosa (12), di ca
da Mosto presso Rialto (13), di Terranuova (14), di Biagio (15).
(1) 1327, 18 Gennaio m. v Proc. S Marco, Misti, b. 291.
(2) 1118, Agosto, Rialto, S Zaccaria: rivo minutalo.
(3) 1340. 23 Luglio, Gr. Vili, c 08 t. : « in Rielo qui est in medio Murani »;
— 1371, 17 Giugno, Sign.. di n., reg. 10: Riello a S Lorenzo. Divenne anche
un cognome.
(4) 1367, Gr. XVI, c. 77 t.: rivolo a S. Rafaeie.
(5) 1316, 26 Agosto. M. C, Cler. et civicus, c. 56.
(6) 1340, 3 Settembre, Gr. VIII, c. 73 t.
(7) 1324,31 Luglio, M. C, Fronesis, c. 142: Ai granai vecchi e ai nuovi
non debbano approdar altre barche che quelle che portano il grano.
& 1325, 12 Dicembre, id., c 161 t. : Per soli tre giorni possano stare nel
rivo di S. Gervasio e in altro che discende nel borgo, le « zatas » di legname; —
1330, 25 Agosto, M. C, Spiritus, c. 42: Le piatte da vino non occupino la bocca
del rivo del fontego dei tedeschi. Gli ufficiali al piovego facciano costruire una
palata di 10 piedi sul canale, cominciando da ca 1 Boldù a S. Giov. Grisostomo.
— A proposito di palate ai rivi: 1374, 12 Agosto, Sign. di n., reg. 10: •« sede-
rent super pallatam rivi qui est juxta curiam de ca minio *.
(9) 1375, 17 Maggio, M C , Saturnus, c. 95.
(10) 1360, Gennaio m. v., Gr. XfV, c. 163.
(11) 1366, 22 Maggio, Sig. di n., rcg. 8. c. 68 t. : in contrada di S. Salvatore.
(12) 1366 sudd., e 1315, 4 Settembre, Gr. XI, c. 37: a S. M. Formosa in calle
lunga.
(13) 1341, 18 Marzo, Gr. VIII, 98 t.
(14) 1340, 14 Maggio, Gr. VIII, c. 59 t.
(15) 1395, 7 Giugno, Sign. di n.. 1>. 12. Si noti che il fatto di Biagio luga«t-
ghcr,to\ quale sarebbe venuto il nome alla riva a S. Simeone grande, si rife-
risce, uei soliti libri manoscritti dei giustiziati, al 1503.
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323
Si affittavano, ma non mediante contratti perpetui (1), non essendo
opportuno che le barche da vino e di legna vi stanziassero sem-
pre. Col reddito si facevano riparare e scavar i canali (2).
Negli allargamenti si escludeva ogni pretesa, non presentata
entro il breve termine prescritto (3).
A questi dettagli edili, il Governo prendeva parte diretta; e
, le leggi e le concessioni erano approvate dal Maggior Consiglio.
Tutti e sei i Consiglieri si recano (1302) sopra luogo, e fanno ri-
mettere nello stato pristino, una riva fatta rialzare dai nobili
Marco e Andrea Doro, ai Ss. Apostoli, con danno del Comune (4).
Le rive delle case dovevano esser riparate a spese del proprieta-
rio, entro il tempo assegnato (oj; e quelle pubbliche, secondo la
condizione delle persone e del luogo, si riattavano in pietra o di
legname ; esecutori i capi^estieri (G).
Anche i canali hanno anticamente un nome: Vigano (7), Mor-
ii) 1316. 22 Maggio, M. C , Citicus, c. 42 t. - E del 1401 (27 Marzo, Col-
legio, Notat. XI, 59): i ferraresi non paghino alcun diritto idi riva pel vino che
venderanno sui burchi (a Rialto), limitata però l'esenzione a 7 burchi per volta.
(2) 1*331, 18 Anrile. M. C, Spirit:>s, c. 49: Le rive, dalla Stadera sino alla
Casa dei Comune, da ca' Vidal, si affittino.^ Restino libere: « Ripa que est per
medium cassellariorum, et Ripa que est de ca Vidale, et Ripa que e6t per me-
dium calìf quo itur in Rivoaltam novum » ; — 12*71, 8 Ottob., M. C, Comune II,
c. H8t. : Nessuna barca con vino o altra merce possa stanziare alla riva di Rialto
fra il ponte e l'angolo della Logoria, e tra il ponte e l'anprolo della casa del nob.
Paolo Gradenigo; nè al di qua del ponto, pel tratto di riva di cui è proprietario
il Comune. In quei luoghi si costruiscano palate per impedire a quelle barche
di fermarsi.
(3j 1312. 28 Sett , Quaj. Crim., parti 13-12 43 : p 18. Il Comune fece oc-
cupare parte del canale di Rialto (intendiamo lunghesso la riva) dal traghetto
di Mestre sino al ponte di ca' Bellegno e sul rivo di S. Cassiano. I documenti dei
possessori privati dicono ohe i loro beni confinano nel canale, onde potrebbero
insorger pretese contro il Comune, proprietario soltanto dello spazio antico. Si
decreta, a toglimento di liti future, che quei possessori < in eo quod laboratuui
e*t per comuue in canale in loco predicto productum extra primos termino*,
niehil habeat facere nec per suas noticias nlio^uid iuris acquirere vel habere pos-
sunt nec debeant in futurum ».
4 1302, 29 Nov., M. C , Magnus. c. 37 t. ; 1303, 7 Nov., id., c. 57 t. : È
concesso ad Alberto Doro dei Ss. Apostoli di costruire una riva a certa proprietà
da lui innalzata sulle paludi di S. M. dei crociferi, sopra la via pubblica.
.5; 1340, 23 Luglio, Gr Vili, c 67.
<<>} 1335, 24 Settembre, M. C, Spiriti:*, c. 82.
(7) 1075, Aprile, R , S. Gregorio, Manbranarum primus (Canal della Giu-
decca, già alveo di un ramo del Brenta La stessa denominazione si trova nel
134 2,30 Maggio, Gr. IX, c. 18, concedendosi ad un Guidone Grotolo di S. Ra-
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sìolo (1), dei marani, detto orfano, « canal micidiale » (2), ma
che crediamo derivi invece il nome dalle barche di trasporto delle
pietre vive d' Istria, per ripari al Lido ed altri usi.
I documenti che li riguardano sono specialmente sull* escavo
di essi, separati nelle regole dall'escavo dei rivi. Di questi è un pri-
mo cenno nel Liber plegiorum Comunis, del 9 Marzo 1224, ed è
del rioo dell 9 Arsenal (3); lo scavo si pagava a soldi 22 il passo
(metri 1.75); le serraglie ed ogni strumento, a carico dell'esecu-
tore. Ora il compenso è quintuplo, e le macchine e gli attrezzi
sono proprietà del Governo.
Si eleggevano all' uopo tre soprastanti per sestiere (4). Le
spese, per due terzi, ai possidenti da ambi i lati del rivo; per l'al-
tro terzo a quelli che hanno immobili « infra corpus contraete,
quia ille possessiones recipiunt benefHura rivi ». Il Comune non
paghi nulla, perchè già aggravato di altre spese (5). Ma quando ne
riconoscevano il bisogno, gli ufficiali al piovego dovevano, coi ca :
pisestieri, provvedervi fra otto giorni, senza convocar i vicini (6),
e curino, chi è in debito verso gli scavatori, che li paghi, anzi ve lo
costringano, onde lo « escavo non resti sospeso » (7). Sempre di-
nanzi alla mente del legislatore, anche in queste interne arterie
della città, stava il mantenere* il corso rapido all' acqua (8). Circa
la competenza della spesa per lo scavo dei canali, fra i quali pri-
mo e maestoso quello di Rialto, si giunse fino al 1322 senza re-
gola fissa. Eletti allora cinque savi (9), fu, un anno dopo, stabilito
faele, di estendere colà una sua proprietà posta sul canale Vigano, facendo fon-
damento e riva di pietra.
(1) 1 155, Ottobre, Torcello.
i2) Gallicciolli, Delle memorie venete antiche, voi. I, num. 219.
(3) Plegiorum, c. 26 : Scavo fino a tre piodi di profondità. Esempi posteriori:
1327, 28 Apr., M. C, Spiritus, c. 15 t. ; — 1330, 30 Luglio, Gr. Ili, c. 56 1. : il rivo
a S. Angelo e quello che passa fra la chiesa di S. Stefano e il campo di S. An-
gelo e va fino al canale tra il convento di S. Stefano e la chiesa di S. Maurizio.
(4) 1299; 13 Febbraio m. v., M. C. 5 Magnus et Capricornus, c. 4 t.
(5) 1383, 25 Ottobre, M. C, Novella, c. 197.
(6) 1333, 27 Maggio, M. C, Spiritus, c. 65.
(7) 1366, 15 Gennaio m. v., Quarantia crim., reg. 1347-75, c. 22 t.
(8) 1316, 24 Agosto, M. C v Civicus, c. 55 t.: Si demolisca una cavana sul
canale della Giudecca, il quale così avrà corso più rapido — 1330, 13 Luglio, Gr.
Ili, c 55 t. : Le monache di S. Marta si estendano nella palude di S. Giorgio
« in alga », per farsene un orto lungo venti passi « ad modum clipei », e della
larghezza che sarà indicata dagli Ufficiali al piovego, purché ciò non noccia
ad alcuna contenzera o canale.
<9) 1322, 4 Aprile, M. C , Fronesis, c. 89 t.
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che lo scavo/ profonilo cinque piedi, dovesse star a carico per r /s
dei possidenti tino a 5 passi di distanza dalle foro proprietà (1), pel
resto a carico del Comune, con qualche eccezione locale (2).
In operazione tanto semplice (e pur tanto soggetta a frodi)
furono parecchi, nè solo antichi, gl'inventori di congegni; un Leo-
nardo Albizo di Castello (di cognome però che sembrerebbe fio-
rentino), nel 1335 (3), dal quale si ebbe un risparmio annuo di
180 ducati cT oro (4). Un maestro Francesco dalle barche, ave-
va trovato « hedificia » per cavar i canali, «c invenit similiter et
operatus fuit modum et formam tante nobilitatis et amplitudinis
arsenatus qui portura similiter terre Candide cavari instituit et
aptavit, ita quod ibi ultra XII naves stare possunt habihter et
secure » (5). I « magazzini idraulici » per queste bisogna, erano'
custoditi dagli uffiziali all' estraordinario, i quali avevano cura
particolare del litorale, onde ad essi ricorrevasi per le macchine
da completare lo scavo dei rivi (6). Il carico di soprastante alla
macchina di escavo chiede vasi per « grazia ». A Guglielmo Do-
nato di S. Felice, fratello del priore della Misericordia, si propo-
neva di assegnare, per quel servigio da lui chiesto, L. 3 di grossi
all'anno, o trenta ducati d'oro (ora L. it. 390); altro (Marco di
Marchesino) ne aveva avuto il doppio (7). I soprastanti e sorve-
glianti alla manutenzione delle macchine erano due (8).
(1) « Per quinque passus longe et extra suas possessiones ».
(2) Le proprietà che ermo dalla Stadera di Rialto fino alla ruga di ca* Fi-
dal, per la quale si andava al fontico del frumento, avevano altra condizione,
e la spesa spettava al Comune (1323, 10 Agosto, M. C, Fronesis, c. 119 t).
.(3) 1335, 3 Novembre, Gr. VII, 'e. 2 t. — Nel 1339, 14 Giugno, M. C , Capit.
degli straordinarii, Misceli. Codici, n. 131, p. 23, cap. 64, fu aumentato a L. 4 di
gr. lo stipendio di Nicoletto Albizo, maestro e soprastante « duorum edificiorum
laborantium ad cavandum canale cum catenis ».
(4) Di uomini e di sargia ; 1334, li Febbraio m. v., Gr. VI, c. 50 t.
(5) 1346, Gr. XI, c. 65 t., era morto.
(6) 1343 . . . . M. C, Spiritus, c. 129: Dovevano dare agli ufficiali al pio*
Ugo \ congegni necessari « ad disbucandum bucas rivorum »... onde riaves-
sero il loro corso, « cum ipsi publici dicant quod quando ipsi rivi sunt cavati,
buche non possuiit bene discavari supra canale, ita quud dicti rivi iterum at-
terrante ».
(7) 1342, 22 Dicembre, Gr. IX, c. 70.
(8) 1371, Gr. XVI, c. 127 t : Enrichetto marangone, costruttore di mac-
chine, benemerito, si assume in servigio * ad unum ex spontonis cum quibus
cavantur canalia •>, col salario di ducati 25 all'anno, « tenente ipso in acconcio
ipsa ingcnia, cum quibus predieta canalia cavantur, de suo opere et laborerio »,
Alcune macchine facevano molto lavóro: 1408, 4 Nov., M. C , leona, o. 17*,
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* Il canal grande di Rialto era talvolta così interrato « quod
fieri possent orti super dicto canali» (1); la terra di escavo si
trasportava alla palata o sacca della Trinità (2).
Il capitolare degli ufficiali estraordinari (3) ci ha conservato
il giuramento del deputato soprastante alV esczvo del canale, del
4 Aprile 1329. Quegli ufficiali erano due, e promettevano di solle-
citare il lavoro, di scegliere gli operai migliori, custodire la mac-
china effossoria, « ingenium », le barche e gli attrezzi per lo scavo;
di registrar gli operai e, ordinatamente, le spese, rendendone conto
agli straordinari ogni due mesi. Avevano lo stipendio di 3 lire di
grossi air anno, durata del carico; erano eietti dal doge, dal suo
Consiglio é dai Capi di XL. Tranne i casi di malattia, nozze o
morti di parenti, in ogni giorno di assenza, perdevano un grosso
la mattina, uno la sera. Uno degli straordinari andava sopra luogo
a far controlleria ai soprastanti. Questi non potevano disporre della
terra di escavo, senza licenza e bolletta del magistrato ; i privati
dovevano recarsi a prenderla con barche proprie.
S' aveano dapprima due macchine. Nel 1310 fu commesso ai
patroni all'Arsenal di farne costruire una terza per scavare in-
torno alle proprietà dei privati (1), cinque anni dopo si ordina (5)
di abbandonare V edifìcio o macchina grande, ed occorrendo la si
riduca a dimensioni minori. Quando mancava qualche operaio, il
soprastante doveva invocare dagli straordinari un provvedimento.
Il magistrato scelga persona che sappia leggere e scrivere (con 5
soldi di grossi al mese) per registrare i sorveglianti e gli operai,
od appuntarli; gli comunicherà ogni domenica, venendo air ufficio,
i mancanti. Il lavoro era sospeso, per la brevità dei giorni e pel
(1) 1390, 17 Luglio, M. C. ; Leona, c. 37 t. - ìl 30 Mar7 0 1255, M. C, Co-
mune li. 148, si decretava che delle rendite di Rialto, per 10 anni si spendes-
sero 300 lire noi riatto del canale [in aptacione canalis), dal fon ti co del frumento
alla casa grande dei Querini, « et haberent unum lignuin proprium ad boc fa-
ctum *>, esigendo da chi spettasse il pagamento delle quote competenti; — 1333,
27 Apr.. M. C, Spiritus, 64: Si scavino quei tre rivi « per largura * e quello
che è per traverso, nelle contrade di S. Cassiano, S. Eustachio e S. M. MaUr
Domini, che sono interrati.
(2) 1316, 26 Agosto, M. C , Civicus, c. 56. Ma poiché scorreva nel canale,
con danno di esso, quel luogo ai abbandona, ed anzi ai prescrive che nessun ter-
riccio riè immondizia possa recarvisi, nè lavarvisi terra d'oro, o d'argento, o di
campane, o di boccali ....
(3) Miscellanea codici, n. 131, capitolo XLVII, o. 20 t.
(4) Capitolare sudd., p. 24, cap. 70.
(5/ Id., c. 28 t. 1345, 27 Aprile, cod. gudd., cap. OT.
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freddo, nei me >i di Dicembre, Gennaio e fino alla metà di Feb-
braio. Nel capitolare accennato sono notate le elezioni di parecchi
soprastanti, con 3 e quattro lire di grossi all'anno. Fra queste, di
un Pietro Cassio, figlio di Marco protomaestro dell' Arsenal, in
luogo di Marco Marchesino, con 4 lire, ma dovrà lavorare « cum
cazzis (cucchiaie) quatuor», come l'altro lavorava con due, e collo
stesso numero di operài. Lavori di escavo e di qualche inter-
rimento, nel Canal grande, nei rivi, nelle piscine, ebbero luogo
nei sestieri di Dorsoduro, Cannareggio, Santa Croce e >S. Marco
nel 1321. Poiché a tutta la città (considerava il Maggior Consiglio
addi 31 Marzo di queir anno) (1) recano grande corruzione e
malattie i rivi, le piscine e il Canale, che sono in gran parte
interrati ed esalano gran fetore, specialmente di eslate, e se non
si provvede a scavarli o ad interrarli, ne può nascere qualche
gran « malum de infirmitate, ubi foret tunc tarda provisio » ; dava
incarico ai capisestieri di riferir tra 15 giorni (termine protratto poi
a tutto Maggio) le operazioni da eseguirsi. Il 2 Giugno, cioè 2 mesi
dopo il decreto (rara sollecitudine !) le proposte erano presentate,
e si cominciava ad approvarle nel Maggior Consiglio. Le riferiamo
fra i Documenti, per l' interesse che presentano i nomi dei rivi e
dei laghi, sebbene sia in parte impossibile identificarli. Si trovano
questi denominati quasi tutti da famiglie. Nel sestiere di Canna-
reggio può dubitarsi che il rivo di Noale prenda il nome dalla fa-
miglia Avonal, cosi trovandosi anche indicato; sebbene in un do-
cumento del 7 Maitzo U71 si legga: in rivo da noale (2). È note-
vole che nel gran numero di rivi dei quali era proposto lo scavo,
ben piccolo era quello dei rivi e delle piscine da interrarsi.
E qui, a ciò che dice il Tassini sulla fondamenta e sull'ar-
gine di S. Marta, dove « verso la spiaggia protendevasi un tempo
a guisa di penisola, un lungo banco formato dalle deposizioni del
Brenta, e ricoperto di boscaglia, il quale chiamavasi Ponla dei
lovi, pei molti lupi che vi si annidavano, e venne distrutto al-
l'epoca della guerra di Cambrai, temendosi un pericoloso avvici-
namento dei nemici alla città (3) » ; aggiungeremo la notìzia di
una deliberazione del Senato, 13 Luglio 1339 (4). Essendovi certa
(1) M. C, Pronesis, c.61; 2 Giugno, c. 65 e segg. ; — 11 detto, c. 68 e segg.
(2) Procur. di S. Marco, ex Casa dì Ricovero, Misti, b. 288.
(3; E veggasi il Diario del Pkiuli, Bibl. Marciana, Ci. VII, cod. CXXX1J,
c. 5 1.
(4) Senato, Misti, reg. XVIll, 48 t.
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punta di canneti, la quale, da verso Brenta vecchia si estende
verso S. Marta, che si potrebbe togliere con poca spesa « ad van-
gam videlicet et pironum », i Savii consigliavano, e fu approvato,
che nessuno potesse « accipere barros » da altro luogo che da
quella punta, cominciando dalla parte che guarda verso S. Marta,
e continuando verso l'argine, ponendovi poi pali e mete. Sia lecito
però prender la creta da ogni parte « prò lapidibus, scutellis et
puteis ». Per distrugger più presto quella punta, il Comune possa
spendere 1000 lire air anno, dandone anche a quelli che vi an-
dranno a prender terra.
Con istrumento 22 Novembre 1402 (l), fatto con la Signoria
di Venezia (indicatoci gentilmente dal sig. prof. Riccardo Predelli),
prete Giovanni di Parma, piovano di S. Maria di Codroipo, del
Friuli (2), si obbligava a scavare, con minor spesa e maggior solle-
citudine, che per lo passato altri non avesse fatto, i canali e i rivi
della città, e il porto. Le condizioni erano queste:
Per scavare i rivi interni, egli avrebbe fatto costruire, a spese
del Comune, due congegni {edificio}, uno granle, l' altro minore,
pei rivi di varie grandezze, non sorpassando la spesa di 600 du-
cati fra entrambi ; formati in modo chj3 col maggiore sei uomini
potessero scavare, secondo il bisogno, uno dei rivi più grandi en-
tro-quindici giorni, senza fare alcuna chiusura, nè estrarne l'acqua;
fossero tali da poter trasportarli pei vii, elevando « pontes ali-
quantulum ubi et quando erit necesse » (lo che indicherebbe che
la maggioranza dei ponti era di legno). Farà le esperienze che gli
saranno indicate, e istruirà maestri ed altri air uopo. Le macchine
resteranno proprietà del Governo, il quale fornirà le corde (sar-
tiam) necessarie, e provvederà i burchi per l'asporto del fango.
Per lo scavo del Canal grande di S. Marco' ed altri luoghi che
si diranno più innanzi, prete Giovanni si obbligò a costruire un
terzo congegno che non costasse più di mille ducati, tale che 12 uo-
mini in una giornata lavorativa, cioè di 12 ore, purché non sia
burrasca, potessero scavare 40 passi in lunghezza, 2 in larghezza
ed.l in profondità, fornendo il Governo una peata glande, due
battelli da nave, tutte le corde e 4 rampegoni od àncore, ed una
barca coi suoi corredi. Per V asporto della terra e del fango, sa-
(1) Commemoriali, IX, c. 138 t.
(2) Su questo Giovanni canonico di Cividale, abile costruttore di orologi,
vepg-nni Maszano. Annali del Friuli, V, 255 e \ I, 88 e nota.
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ranno pronti ciascun giorno almeno 32 burchi, con due uomini
ciascuno. Prete Giovanni con un incaricato del Governo, si re-
cherà a Villaco per comperare e far lavorare 1G migliaia di ferro,
e acquisterà il legname in Friuli.
Qui si enumerano i rivi da sfavarsi colla macchina di mag-
giore dimensione, che sono quelli di S. M. Zobenigo, di S. Moisè,
dei forni di Terranuova ; un canale attraverso de la secha sotto
il ponte di S. Antonio, quello di S. Lorenzo, sempre a profondità
di sette piedi; il canale dell'Arco a soli cinque piedi. Per questo
canale costruirà un quarto congegno da dodici uomini, col quale
si possa scavare, e gettar la terra sulle rive, senz' altra spesa. E
penserà anclie ad un mezzo onde impedire che V acqua del
Piave non possa interrar cosi presto il dello canate dell' Arco.
Il Governo gli darà una casa comoda per 12 persone; lo si
esenterà da ogni dazio e gabella per le rendite della sua pieve, e
per quanto sarà necessario alla sua famiglia ; non potrà però al-
lontanarsi dalla città senza licenza della Signoria. Riceverà per
rimunerazione, a rate che si determinano, 6000 ducati. Se il Go-
verno vorrà far scavare la foce del porto, glie ne darà altri 2000.
I denari raccolti in ciascuna contrada, per le riparazioni stra-
dali, lo scavo dei rivi ecc., si custodivano dai capisestieri in sac-
chetti separati (e dicevasi anche sacco, per cassa o fondo destinato
ad un uso determinato), e se ne aveva talvolta qualche civanzo,
perchè i « getti », o la tassazione, si faceva con larghezza, « largo
modo »; onde poi toglievasi dalla cassa di una contrada in civanzo,
per sostener le spese di altra che non ne aveva, la quale nel qua-
derno si registrava come debitrice. Il Maggior Consiglio però vietò
queste innovazioni (1).
Antichi i traghetti, di alcuno dei quali si conserva la marie-
gola, del secolo XIV. In quella della fraglia del traghetto di S.
Sofia (2), alla quale erano aggregate anche donne (seròr, sorelle),
leggiamo che al Natale si distribuiva pan benedetto, usanza che
ci sembra ricordi ceremonie assai più antiche : « Item in . Mille .
CCC . LV . de decembrio fo prexo in plen capitolo siando Ga-
stoldo ser Zulian fonteger et a tu ti plaxete che sempre ogni anno
(1) 1351, 27 Dicembre, M. C, Saturnus, e. 14.*
i2) Air Archivio di Stato (arch. del Collegio della milizia da mar) pagr. 19.
— La mariegola dei barcaroli, acquistata di recente, contiene copie di docu-
menti dal 13 Ottobre 1453.
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da Nadalo se debia far e dar pan benedeto atuti li fradeli et ale
seror d^ questa scuola ».
Troviamo ricordate le barche « a traieto » (t), ed i traghetti
di S. Felice (2), di S. Toma (3), di S. Samuele (4), di S. Cassia-
no (5), di S. Vito (6), di S. Gregorio anche nel sec. XIII (7), di S.
Lucia (8), di S. Canciano, per a Murano (9), e quelli per Mestre (10)
a Rialto e in Cannareggio (11), per Chioggia, a S. Marco (12), e a
Rialto, per Padova (13). Ivi pure stanziavano le barche d'Istria (14).
Ai traghetti, come è noto, si stridavano i proclami (15).
Qua e là oltre le botteghe, al pianterreno dei fabbricati erano
sparse (e qualcuna durò fino al nostro secolo) botteguccie « stazo-
nelle » di legno (16) le quali, cogli stazii, le favole, le panche, gli
(1) 1251, 20 Sett., M. C. Comune lì, c. 142: Nessun forestiere possa emr
passatore di Rialto (traghettante?) ; -- 1340, 23 Luglio, Gr. Vili, c. 68 t. ; 1358,
Gr. XIV, 47 : barchetta <« de trageto » ma non pare per uso interno della citta.
(2) 1363, 12 Giugno, Sigli, di n., reg. 8. c. 30 t. — E di S Sofia: 1349, 6
Maggio, Sign. di n., reg. 6.
(3) 1351, 17 Febbr. m. v., Sign di n., reg. 6, c. 29.
(4) 1301, 17 Gennaio m. v., Gr. II, c. 30 t.
(5) 1361, 22 Giugno, Sign. di n., reg. 8, c. 3 t. : « ad pontam trageti da ca
Michel ».
(6) 1359, 27 Maggio, id., reg. 7, c. 66.
(7) 1279, 25 Giugno, S. Gregorio, membran. primus: « in confinio Sancti
Gregorii ... in via qua discurit ad tragetum » ; — 1373, 7 Settera., Sign. di n.,
reg. 10.
(8) 1374, 6 Maggio, id , reg. 10.
(9) 1365, 26 Gemi. m. v , id., reg. 8, c. 60 t. ; — 1395, 6 Agosto, id., reg
11 : sotto il porticale di S. Canzian.
(10) 1342, 28 Sett , Quar.crim.,^^j 1312-1343 m.v.,p. 18;- 1345, 19Giu-
gno, Gr. XI, c. 23 t. ; — 1349, 4 Aprile ; Sign. di n., reg. 6: •» In trenaria [Ur-
inaria) Rivoalti, a capite versus tragetum de Mestre »; — 1352, 15 Maggio, Gr.
XII, c. 125 t. ; — 1400, 15 Settembre, Sign. di n., b. 12.
(11) 1355, 16 Nov., Sign. di n., reg. 6, c. 82.
(12) 1368, 15 Dicembre, id., reg. 8, c. 90.
(13) 1348, 30 Dicembre, Sign. di n., reg. 7, c. 53 t.
(14) 1393, Gr. XVIII.
(15) 1349, 20 Genn. m. v., C. X, Misti, reg. 5, c. 6 t.
(16) 1316, 26 Ag., M. C, Civicus, c. 55 t. ; - 1393, Gr. XVIII: Andrea di Ve-
nezia, già ebreo olim judeus), il quale «dimissa delusione sete saracenorum » (co-
me ci avverte gentilmente il eh. rabb. Leone di M. Luzzatto, « saraceni » da
Sara moglie del patriarca Àbramo, equivale a-1 ebrei) si ridusse alla fede cri-
stiana cattolica; e per sostentar sè e la famiglia, con licenza dei signori del fon-
daco dei tedeschi, sulla riva del canale di Rialto fece costruire un ridotto coperto,
lungo e largo 5 piedi, nel quale tiene mercerie ed altre robe di poco valore.
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scanni, le taverne, le osterie, le vòlte, formavano ben anticamente
una delle rendite del Governo (1). Ma non sempre se ne pagava
il fitto, sebbene le tenessero anche persone ricche. Di qui investi-
gazioni commesse agli ufficiali al cattaver (2); e minacciate pene n
chi ne fosse debitore verso gli ufficiali al sai e quelli di Rialto (3).
La natura di questo lavoro collettivo, ci costringerà talvolta
a dover tornare, ma con notizie e fonti diverse, sopra uno stesso
argomento. Così non possiamo ommettere, sia pure alla sfuggita,
di parlare delle costrutture in Venezia e dei materiali da fabbrica,
sebbene, trattando delle industrie, dovremo dirne più diffusamente.
Una ducale del 22 Luglio 1309 al conte e consiglieri di Zara,
narrandoci un fatto criminoso di dubbia imputabilità, attribuito al
figlio di maestro Paganino « nostri enzegnerii », persuade quel
c reggimento » a desistere dal processo per motivi anche giusti ;
conchiudendo però « et ultra hoc daraus vobis intelligi, quod tota
Venecia est in manibus patris eius» (4). Frase di ampio significato,
che si potrebbe attribuir forse ad una grande capacità dell'ingegner
Paganino nella materia lagunare, non parendo si indispensabili e
si straordinarie allora in Venezia le cognizioni edili, chi abbia
letto alcuni dei molti documenti antichi sulla costruzione di edifizi,
con tutti i minuti particolari che vi si enumerano. Ingegnere pub-
blico stipendiavasi anche anni dopo, col salario di settanta ducati
d'oro, avendone il Comune molto bisogno (5); e si trovano citati:
Silvestro (« henzignerii ») di S. Giov. Battista (6), Andrea (7),
Marco (8), ed ingegneri dell' Arsenale (9).
Chiede gli sia concesso quel terreno a vita, e si annuisce, purché paghi un du-
cato all'anno, avendone i signori al fondaco proposti 4.
(1) 1051, Luglio, Rialto: Nella divisione tra Gradenigo e Pietro fratelli, di
Giovanni, è detto: « toti ipsi sularii cuin stationcs, et sua terra que stat supra
canale de rivoalto * e « noatras stationes de beccaria » ; — 1351, 13 Ottobre, M.
C, Saturnus, c. 13: Aumento nel fitto delle « staciones, tabule, banche et scana
Comunis »>, del quarto più degli anni addietro.
(2) 1389, 1 Agosto, M. C, Leona, c. 30 t.
(3) 1390, 6 Nov. [sic), M. C , id., e. 41 ; - 1404, 8 Giugno, id., c. 138.
(4) Collegio lettere, 1308-1310, c. 48 t.
(5; 1332, 5 Maggio, M. C, Spiritus, c. 46 t. : Un « engenerius ».
(6) 1348, 13 Luglio, Gr. XII, Ut.; — 1342, 5 Maggio, Gr. IX, 45.
O) 1357 . . . Luglio, Gr. XIV, 29 t.
(8) 1334, 5 Febbr. m.-v., Gr. V, 64 ; - 1363, Gr. XV, 124 t.
(9) 1330, 10 Maggio, M. C Spiritus, c. 40 t.: 11 doge, i consiglieri, i capi e
patroni dell'Arsenale possano, per l'Arsenale e per gli altri « ingeniis et -seriv
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Sullo scorcio del secolo XIV e nel successivo troviamo as-
sunto a servizio pubblico, maestro Pecino da Bergamo con venti
ducati al mese, il prestito di altri 40, le spese di bocca per sè e
la famiglia quando uscisse da Venezia in servizio del Governo,
alcune esenzioni di dazio (1), ed anche casa, del pubblico, a Me-
stre (2).
Nel 1333 un m. Francesco dalle barche, dà un parere circa
il porto di Candia (3), dove è mandato nel 1339 (4).
Taluno si rendeva anche impresario di lavori e manuten-
zioni. L'ingegnere Francesco de Gussoni (de Guzonibus) sopra-
stante agli argini di Lizza fusina (Niza fusina), Tergola e Botte-
nigo, ne assumeva la manutenzione, chiedendo poi di costruire sul
Brenta, senza danno, « unam domum a pillis fulorum » verso Oria-
go, follo che tornerebbe utile ai lavoratori di panni e di lana (sic)
che ne lo chiesero instantemente. Il che pare gli sia stato concesso
verso T annuo censo di dieci ducati d 1 oro (5).
Avendosi grande penuria di pietre cotte, di coppi e di calce,
per le case e per le strade (6), si multavano i fornaciai perchè ne
fornissero, e si facevano loro anche prestiti onde riparassero le
fornaci (7).
A metà del secolo XIV (8) si stabilirono alcune norme per la
fabbricazione e la fornitura di questi materiali di fabbrica, dei
ciis opportunis >>, assumere « unum bonum ingcniatorem ►> e dargli L. 7 di grossi
di stipendio all'anno, e casa presso l'Arsenale.
(1) 1398, 27 Aprile, Collegio, Notatorio XI, c. 6.
(2) 1400, 4 Febbr. m. w, id., ib.
(3) 1333, 19 Agosto, Senato Misti, reg. 16, c. 24.
(4) 1339, 11 Marzo, Sen. Misti, reg. 18, c 10.
(5) 1403, Gr. XIX, 34 t. Notisi che il modo dubitativo, con cui accenniamo
alla concessione, dipende, come in altri casi, dallo stato di deperimento dei vo-
lumi delle Grazie, che non ci consente di sapere se al margine della proposta fu
notata la approvazione della grazia. — Altro ingegnere, Pietro, è ricordato:
1423, Febbraio m. v., Gr. XXII.
(6) 1328, 12 Febbraio ni. v , M. C.,Spiritus, c. 34 t. : « prò viis et stratis
aptandis et reparandis ».
(7) 1317, 29 Maggio, M. C, Civicus, c. 95 : Si prestano L. 1000 pel riatto di
una fornace a S. Gregorio, a Nicolò tagliapietra di S. Maurizio, dei denari delle
grazie, collo stosso pro'di quelli che ricevono a prestito dalla cassa del frumento
(<« de pecunia furmenti »); — 1394, 28 Giugno, M. C. Leona, c. 72: Il Governo
offre Lire 2000 a prestito per ogni fornace, a chi vorrà. costruirne nel distretto di
Mestre ; non siano però più di due.
Si 1350, 16 Agosto, Quar. crim., 1347-75, p. 69.
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quali tanto si abbisognava «pel restauro e per la costruzione delle
case ». Due soli erano allora i fornaciai i quali fabbricavano a
loro volontà, vendendo a prezzo quadruplo, o negando o restrin-
gendo le richieste.
I giustizieri vecchi adunque, otto giorni prima del S. Michele,
mettano all'incanto tutte le fornaci; ne assegnino una, non più, a
ciascun fabbricante ; dia esso cauzione di L. 500, prometta di ob-
bedire ai loro ordini, non si obblighi a tener fornace per meno di
cinque anni, non sia interessato in altre. Faccia almeno sei cotte
all'anno, notifichi al magistrato quando metterà o toglierà fuoco,
dia la merce a chiunque la domanderà ; non riceva denaro, se non
misurata la calce, e numerati gli embrici, onde non possa scusarsi
verso altri, allegando di riservarli per altri. Non possa dar di re-
gola calce viva (spungie) ma trita (od estinta) (i); due mastelli di
calce di spagna computandosi per cinque dell'altra; e regolando-
sene, mediante licenze (forse nei casi di penuria) la vendita (2).
La calce trita non poteva vendersi più di L. 12 di pica la quarta;
1000 coppi » » » 2 ducati (3) ;
1000 pietre di Venezia » » » 30 soldi ;
1000 pietre di Mestre » » » 10 grossi ;
tutti questi materiali condotti al domicilio dell'acquirente.
Dovevano i fornaciai tenere uno scrivano per la contabilità.
Ricevevano dal magistrato le misure bollate, e i moduli come an-
ticamente. Qualche interessante particolare ci reca su questi ma-
teriali da costruzione, una lista di spese per un lavoro nel mona-
stero di S. Domenico di Castello (4).
(1) 1384, Agosto, Collegio, Notatorio 10, c 36: « Calcina de qua data est
licentia specialibus personis .... Item Mussarti monete calcina de sponzia que
extincta veniat esse mastelli XL ».
(2) 1384, Agosto, doc. cit., e 1385, 20 Nov., Col). Not. 10, c. 54.
(3) 1330, 5 Maggio, Gr. Ili, c. 48: 80.000 eoppi furono pagati a grossi 40 il
migliaio, in luogo del prezzo stabilito di 30.
(4) Procur. di S. Marco de citra, b. 168, fase. 3.
« Expense facte prò monasterio sancti dominici et expense comunes ».
1372, 26 Maggio: Per la demolizione e ricostruzione di un muro di dietro
del monastero :
2 burchi di pietra, di 30 migliaia, a soldi 19
il migliaio, sono di grossi L. 2 soldi 7 den. 6;
spesa di scarico della detta pietra a soldi 18
il burchio »> 3 di grossi;
6 burchi di sabbia. . ». 6 » 10 grossi 16 ;
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« Cum terra maximum defectum fornacium paciatur, sicut
omnibus notorium esse potest », dicesi in un decreto del Maggior
Consigli*) (1), col quale si ordina di bandire a S. Marco e a Rialto,
che chi vuol costruire a Venezia fornaci, debba entro un mese in-
scriversi e dar cauzione ; e gli aspiranti sieno votati in Quarantia.
Ciò malgrado, non potendosi aver pietre nè calce pel lavoro
dell'Arsenale, si costruiscano due fornaci pel Comune, nella terra
vuota che è dietro S. Biagio, e altrove (2). E nuove commissioni si
riinoVavano (3) per provvedere alla penuria di quei materiali da
fabbrica. Alla esportazione di essi doveva naturalmente precedere
una licenza. Ma mentre se ne deplora il difetto, si permette tal-
volta di esportar da Venezia quantità considerevole % di laterizi e di
calce, p. es., Pietro di Marino e Giovanni di Arezzo « burgensibus
3 quarte, mastelli 17 </s di calce [desfate! a
soldi 3 \/t il mastello L.2 soldi 2 deii. 11 grossi 5;
28 mastelli di calce dl+spongia: *< prò inllo-
care (sic) et dealbare murunT». a soldi
9 il mastello » 7 » 10 »> 16
per lo scarico della detta calce, iu più volte .... » 2 » 2 * 16
per 100 coppi » 9 di grossi
41 giornate di un maestro muratore, a grossi
12 il giorno »> 2 v 1 » ;
40 i/% giornate di un altro muratore, a grossi
9 il giorno ....*..,....» 1 » 10 » 4 grossi 16;
per 30 giornate di altro lavorante, a grossi
5 «/s » 13 « 9 di grossi ;
altri a grossi 5, 6 ed 8 il giorno ;
chiodi a soldi 2 la libbra ;
per chiodi 270, a denari 3 di grossi il cento » 17 {sic)
per due « chiavi » di larice, poste su pilastri a
muro, a grossi 28 l'una » 4 » 8 di grossi.
Laggio (aggio) di soldi 8 al ducato ecc. ecc.
Altre moltissime e pregevoli noto dei prezzi di costruzione, si possono rac-
cogliere dagli atti delle commissario dei Procuratori di S. Marco. Abbiamo, p.e.,
sott' occhio, mentre scriviamo, la busta 89, dei Prorur. de atro, commissaria
Marco Ziani di S. Giustina, nella quale, a note di lavori a S. Francesco di lla
Vigna, è unito un disegno, ecc.
(1) 1326. 20 Gennaio m. v , Spiritus. c. 12.
(2) 1327, 17 Marzo, in\, c. 13 t.
(3) 1368, 10 Marzo, Quarant. crim., parti 1347-75, c. 19 t : Eletti tre savi ;
— 1368,24 Marzo; — id , c. 50 t. : Chi vuol costruire o farsi imprenditore di
fornaci, fra 15 giorni venga dinanzi la Siguoria, e proponga le condizioni. Presa
ad unanimità con 39 voti ; — 1369, 2, 14 e 18 Maggio, id., c. 78, 78 t. e 79:
È instituita un'altra commissione; altri provvedimenti.
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nostris de Candida », possano portarvi un milione di pietre cotte,
e 50,000 coppi, pagato il solito dazio (1), che era di due soldi per
lira (2), come per la calce.
Talvolta fu sorpassata la misura e vari documenti ce ne con-
servarono particolari curiosi.
I giustizieri vecchi, per toglier le frodi, facciano eseguire delle
forme per le fornaci di Venezia, sioe moilonos ad formam lapi-
dimi el cuporum. Da ambi i lati siano ferrate e bollate di quel
sigillo che essi vorranno. I fornaciai dovranno attenervisi. Veg-
gano che i mastelli siano della misura prescritta (3).
(Continua.) B. Cecchetti.
1) 1312, 1 Febbr. ro v., M. C, Presbiter, c. 87 t. ; - 1315, Marzo, M. C,
iil ., c. 140 t. : Il Contine di Spalato possa esportar da Venezia 60 mila pietre
cotte.
(2) 1322, 29 Gennaio m. v , M. C, Fronesis, c. 103 t.
(3j 1326, 20 Gennaio tn. v., M. C, Spiritus, c. 12 t.
Prezzi massimi: 1000 pietre condotte al compratore, grossi 9 e denari 8;
1000 coppi » 30 —
1 quarta di calce trita . \ . L 8 soldi lo denari 8;
1 mastello di calce di spotlgia. » - » 4 di piccoli.
Ogni fornaciaio faccia almeno 5 cotte all'anno, avvertendone di volta in
volta i giustizieri, i quali deputino per ogni fornace un misuratore.
Nel 1303 (Settembre, Commetti. I, 37 t.) si mandavano in Candia alcuni mu-
ratori e falegnami per un anno, pel ristauro di quella città; i compensi erano in
ragione di grossi 40, 45, 50 e 56, di L. 3, 4, 4 Tanno; a Candia, oltre il vitto,
i maestri percepivano altri 2 grossi al giorno, i garzoni [eorum puerì) il vitto e
un grosso.
1337,22 Maggio, Gr. VII: La calce grossa de spongia che per la carezza
delle legne adesso costa di più, si vendette ai saponai, i quali la esigono scelta
(ad clectam\ a L. 23 per 100 mastelli, in luogo di L. 20, come è prescritto.
1343, 4 Marzo. Gr. IX, c. 78 : Quattro fornaciai plasmarono, cossero e man-
darono agli ufficiali al frumento coppi 39093 per L. 56 e soldi 12 di grossi (a soldi
29 di grossi al 1000); e 2800 ne furono venduti all'incanto per L. 34 di piccoli,
mentre, secondo un ordine della Quarantia, le pietre cotte non possono vendersi
più di 1 grosso il 1000; i coppi più di 2 '/i grossi il 1000 ; la calce, al mastello,
1 grosso; poiché, tutto compreso, nelle sette cotte che sono obbligati a fare,
guadagnano in un anno L. 12 di grossi.
Gli "ufficiali al frumento però osservarono che quando furono costruiti i
granai a S. Eustachio, desiderando che fossero ben coperti e in modo durevole,
essendo i biscantieri (puntoni del coperto) grandissimi e larghi 16 passi (metri
28, ed alti, versando molta acqua, pensarono che fossero più utili embrici di
maggiori dimensioni, e convennero coi fornaciai ^avendo saputo a quale prezzo
erano stati fomiti coppi simili air Arsenale ed alle Beccarle, cioè piccoli 16
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l'uno, o soldi 41, denari 8 di grossi al 1000) di pagarli SO soldi il mille, cioè
piccoli 12 V« l'uno. E adesso fecero patto di averne pel lavoro di Terranuova,
a soldi 29 di grossi il migliaio, con ciò erodendo di aver fatto il meglio possi-
bile, nè i giustizieri stessi, se fossero stati al loro posto, avrebbero potuto far
altrimenti.
Considerato ciò, si mitiga la multa loro inflitta così:
a Bonifacio di S. Barnaba che vendette coppi 13250 L. 19 soldi 2 grossi 3
a Dardi di S. Gregorio » » » 7443 » 10 » 15 » 7
a Nicolò di S. Biagio » ■> » 11000 » 15 » 19 — —
a Zanino di S. Samuele •> » » 7400 » 10 » 14 » 7
Prezzi diminuiti, della calce e delle pietre, nel 1368 (1368, 21 Giugno,
Quarantia crim., 1347-75, c. 56 t.).
Dal 10 Novembre 1357 in addietro, la calce trita si vendeva 3 I/o soldi di
piccoli al mastello; ora si venda a 3; — la calce « de spongia » si venda a soldi
7 i/s il mastello; - le pietre cotte, a misura piccola, die si fanno a Venezia, in
luogo di grossi 18, grossi 15; — le stesse, del distretto di Mestre, il 1000, grossi
17; le stesse grandi, il 1000, L. 5 di piccoli ; quelle che si portano a Venezia da
Mestre e dalla Marca Trivigiana, le grandi L. 5 il mille, le piccole grossi 17;
da Loreo, più grandi della misura piccola, e più piccole della grande, il 1000,
L. 3; i coppi, in luogo di L. 9 il mille, a L. 8.
I giustizieri vecchi dovevano tener nota delle pietre cotte che si portavano
a Venezia; il venditore dar in nota quelle* vendute.
Prezzi degli oggetti suddetti , aumentati, 1369, 18 Maggio (Quarant.
crim., 1347-75, c. 79).
La calce lavorata a Venezia, che si vende a soldi 3 di piccoli il mastello, si
veuda a 3 »/* ; pietre a misura piccola, che si vendono a grossi 15 il 1000, ora si
vendano a gr. 17 ; quelle fatte nel distretto di Mestre, a misura piccola, da grossi
17 il 1000, a 19; i coppi di qualunque provenienza da L. 8 si vendano a 9 il 1000.
Le spese di trasporto a carico dei fornaciai.
Fatta una cotta di calce, la estinguano entro un mese, la burattino e ripon-
gano in luogo apposito. Facciano sei cotte di calce air anno; facendone meno,
paghino per ogni cotta non fatta, L. 50 di multa, in luogo di 25. — Mandino la
calce a misurare a domicilio di chi ne comperi almeno mezza quarta.
Prezzi del legname da costruzione nel 1400, 7 Febbraio (1399, 8 Febbr. ni. v ,
Cons. X, Misti, reg. Vili, c. 57 t. Lorenzi, Monumenti ecc., p. 46. — Il
legname che passiamo a descrivere, servì pei nuovi armadi uclla Sala
delle armi del Consiglio dei dieci).
300 tavole .... a L. 40 il cento . . . . L. 120.—
20 tavole di larice, soldi 6 Tuna .... » G.—
9 bondonali di larice, L. 5, soldi 5 l'uno . •> 47 soldi 5
L. 173 soldi b
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che in ragione di L. 4, soldi 5 al ducato formano L. 4 soldi 1 grossi 6 den. 10
1400, 28 Maggio - 100 tavole a L. 49 il 100.
140 tavole a L. 29 il 100 .
» 6 Luglio 50 tav. di larice a L. 7 l'una.
» » . 108 anelli per le portello degli
armadi, a soldi 6 V uno . .
10 palancole L. 8 « et prò mi-
nalibus, prò membellis »,
L. 12, soldi 16
1
» 2
» 10
8
»> 10
» 17
14
» 10
» 16
9
» 7
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RICEHCHE SULLE TRADIZIONI
INTORNO
ALLE ANTICHE IMMIGRAZIONI NELLA LAGUNA
Le pagine che seguono contengono alcune delle lezioni da me professate, a
partire dal Novembre 1883, nella r. Università di Torino. Mi porse l'argomento un
dottissimo lavoro del Fanta; volli anzi che il suo libro rimanesse ricordato nelle
prime righe del mio qualsiasi lavoro, quantunque questo abbia preso una dire-
zione non del tutto identica a quella propostami sul principio. Voleva soltanto
accennare in breve alle immigrazioni dalla terraferma Veneta nelle lagune, quali
ci risultano dai cronisti a stampa ; ma una volta entrato nell'argomento, questo
mi vinse. La colpa di ciò non è tutta mia ; una buona parte l'hanno gli scolari,
che dimostrarono per questa arida trattazione un interesse più vivo di quello
che mi avrei potuto aspettare.
Naturalmente non tuttociò che qui è scritto, fu da me pronunciato ; le di-
scussioni un po' particolareggiate non potevano prestarsi alla esposizione didat-
tica. E d'altro lato non tutto ciò che trovai necessario di dire a voce, credetti
opportuno di ripeterlo per iscritto.
Terminai di dettare la narrazione delle immigrazioni venete, prima che
uscisse la edizione del Chr. Alt. curata dal prof. Enrico Simonsfeid. É questo un
lavoro della più alta importanza, e che pone sopra basi solide la storia più an-
tica della Venezia lagunare. Me ne giovai nella revisione, addottando quasi
sempre la nuova lezione; ma non mi decisi a dare al mio lavoro quella forma
nuova, che forse sarebbe stata domandata dalla ricordata pubblicazione. Fino ad
ora possedevamo soltanto due edizioni del Chr. Alt., fatte, l'una sopra il Codice
del Seminario Veneziano (sec. XIII), e l'altra sopra il ("od. Dresdense ;sec. XIII);
e oltracciò si avevano a stampa pochi estratti, a completamento del testo vene-
ziano, tolti dal Codice Marciano, e .spettanti alla cosi detta Cronaca di Marco. Il
Simonsfeid non solo rivide con tutta diligenza i mss. adoperati finora, ed usò
pienamente della Cronaca di Marco, ma collazionò anche il Codice Vaticano
(sec. XIII), prima non adoperato. Così potò espungere dalla edizione vari brani
intercalati, che compajono sia nella prima, sia nella seconda delle precedenti
edizioni; e potè ancora dare alla luce un brano sinora inedito.
Essendo questo un corso di lezioni, non vi sono discusse che le quistioni più
rilevanti e d'interesse generale; e anche queste assai di sovente in mauiera re-
lativamente spiccia.
Tremo nel mettere in pubblico queste ricerche, che appartengono a un or-
dine di cose per molti rispetti alieno dai miei studi abituali. 11. direttore di que-
sto Archivio volle il mio manoscritto, e volle pubblicarlo. Il lettore sappia che
la responsabilità è duuque divisa.
Carlo Cipolla.
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Cap. I. — Preambolo.
t
I. All'illustre Teodoro Sickel, profess. dell'Università di Vien-
na, uomo di soda dottrina davvero e di volontà tenace, dobbiamo
T Istituto per h storia austriaca, il quale già si rese molto bene-
merito della scienza, e più liete speranze ci lascia concepire per
il futuro.
Le pubblicazioni dell' Istituto cominciarono pochi anni or
sono con un periodico, la cui direzione era stata dapprima affidata
dal Sickel, ad uno dei suoi migliori discepoli, Carlo Foltz. La morte
troncò troppo presto la vita operosa del Foltz. E il suo profes-,
sore lo pianse e lungamente ; poiché lo stimava molto e lo amava.
Pareva che il periodico fosse morto prima di nascere ; ma il Si-
ckel trovò in un altro siio discepolo, il degno successore del Foltz. È
costui Engelberto Muhlbacher, la cui attività scientifica si mostra
specialmente nei suoi molteplici studi di diplomatica imperiale. Il
periodico, sotto il modesto titolo di Comunicazioni, esce oramai
da vari anni; durante i quali la sua vita divenne così rigogliosa,
che si dovette pensare ad allargarne le proporzioni. Si creò quindi
una nuova serie di volumi, sotto il titolo di appendice: e di questa
nuova serie, il primo fascicolo si publicò in questi ultimi giorni (1).
Storia austriaca, è una frase che va intesa in senso molto
largo. Il Sickel è uno dei membri della direzione dei Monumenta
Germaniae, coli' incarico speciale di presiedere alla pubblicazione
dei diplomi imperiali. Lo studio diplomatico dei documenti usciti
dalla Cancelleria imperiale, fu proprio fondato tutto da lui ; fu il
Sickel che scoperse, partendo da indizi che ogn' altro ricercatore
avrebbe riguardato come vani, tutto il meccanesimo cancelleresco,
tutte le forme e i modi con cui un diploma si compilava; e su que-
sta base giusta e incrollabile, poterono stabilirsi i criteri, coi quali
giudicare con sicurezza dell' autenticità dei documenti di quel ge-
nere. Il Sickel dunque non poteva escludere dal suo giornale tutto
(1) Ergànzungsheft der * Mitthellungen des In&tituts fur osterreichische
Gcschichtsforschung », I Bd., 1 Hft. Innsbr. 1883.
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ciò che riguarda l'argomento a lui più caro. Di tal modo il campo
delle Comunicazioni si allarga: comprende la storia dell'impero,
e con questa distendevi addirittura sulla intera storia d'Europa.
Nessuna regione, dopo la Germania, ebbe h sua storia legata
cosi a quella dell'Impero, come l'ebbe l'Italia. L'Italia appariva
sempre come la culh dell'Impero. Quivi trovavano la loro ragione
d' essere tutti i fondamenti storici, per i quali Carlo Magno ebbe
motivo di raccogliere il pesante diadema, che poi risplendette sulla
testa degli Ottoni. L'impero carolingio non era infatti che la rin-
novazione dell'impero nostro, dell'impero romano. La gloria di
Roma antica non era dimenticata del tutto ; poiché i classici si leg-
gevano sempre. E se anche la parola degli antichi fosse restata
muta nei libri, essa si sarebbe fatta sentire abbastanza di mezzo
ai monumenti. I barbari, il tempo e l' incuria degli uomini, non
avevano condotte a rovina tutte queste glorie imperiture dall'an-
tica dominatrice del mondo.
Ma v' ha di più ; giacche l' eletto imperatore, se volea essere
imperatore davvero, doveva pellegrinare a Roma, e ricevere la
corona presso la tomba degli Apostoli, e dalle mani dei successori
di Pietro. Carlo Magno fu incoronato in Vaticano da Leone III : e
Carlo V ricevette la corona da Clemente VII.
La diplomatica imperiale si collega per infinite guise con
tutta la storia nostra ; ed è debito nostro tener d'occhio fissamente
ai progressi che gli studi fanno in tal senso nella Germania, poiché
da essi dipende in buona parte la retta conoscenza della nostra
storia nazionale.
Questi pensieri si presentano quasi involontariamente a chi
svolge il fascicolo d' Appendice alle Comunicazioni, del quale ho
testé fatta ricordanza ; poiché esso contiene un articolo di somma
entità per noi. Adolfo Fanta, altro degli allievi valorosi del Si-
ckel, vi ragiona dei trattati stipulati dagli imperatori con Vene-
zia sino all' anno 983 (1). Argomento è questo, quanto oscuro, al-
trettanto pieno d' attrattive. Le nostre città marinare hanno tutte
un fascino per noi: poiché nella loro storia vediamo che il risor-
gimento del commercio si collega di buon' ora al movimento com-
plessivo dell' intera vita sociale, al progresso politico e al risveglio
della coltura. Non credo di abbandonarmi ad una illusione, che
(1) Die Vertràge der Kaiser m\t Venedig bis zum Jahre 983 (fase, cit., pag.
51 sgg.).
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dirò regiouale, se, essendo veneto, mi permetto di dire, che fra le
città marinare italiane, non è ultima Venezia, sia per la sua storia
gloriosa, sia per la lunghezza ?Iella sua vita politica.
Venezia non è nata da una mescolanza di barbari coli' antica
gente romana. Ciò non toglie che anche famiglie d' origine barba-
rica, in più o men piccolo numero, abbiano cercato un quieto asilo
nelle lagune. Là nelle lagune, ragioni topografiche vietavano ai
possessori della terraferma di stabilire un dominio, nel pretto senso
della parola. Potrà questionarsi suir indipendenza o meno delle
isole venete in alcuni periodi della sua storia più antica ; ma nes-
suno potrà mai imaginarsi una dipendenza di Venezia verso re o
imperatori, diretta, effettiva. Quindi V argomento delle relazioni
diplomatiche tra Venezia e la terraferma, diventa, anche sotto di
questo rispetto, molto curioso. L' argomento fu studiato e a lungo
dagli eruditi veneziani, che certamente non attesero ad oggi per
indagare i fondamenti della propria storia. Ma nei giorni andati
mancavano quei mezzi, di cui ora ù agevole far uso, e perciò lo
studio del Fanta ha tutto V aspetto e l' interesse della novità.
L' ultimo tedesco che siasi occupato largamente intorno ai
primi secoli di Venezia, fu il prof. Gfrórer dell'Università di Graz,
la cui morte avvenuta alcuni anni or sono, fu una grave per-
dita per gli studi storici. Il lavoro del Gfròrer riguarda peraltro
Venezia piuttosto sotto l'aspetto delle relazioni ch'essa mantenne
coirOriente, che non dal !alo dei rapporti suoi coirOccidente. Non
che questi egli li trascuri, poiché la sua storia è d'indole gene-
rale ; ma ciò che sta a cuore particolarmente al Gfrórer è l' altro
punto : è il bizantinismo.
L* articolo del Fanta parve a me che, sì direttamente che
indirettamente, offrisse parecchi temi addatti a speciali corsi di
conferenze scolastiche, collo scopo non solo di render conto degli
studi di quel dotto tedesco, ma eziandio di allargare un po' l' argo-
mento, così da comprendere le relazioni politico-diplomatiche di
Venezia colla terraferma italica; perciò noi abbracciamo anche i
tempi più antichi, cioè il periodo delle origini.
II. Il regno d'Italia sorge dalle rovine dell'impero : dopo il do-
minio bizantino, durante l'età longobardica, il regno d'Italia lungi
dallo svanire nell' oblio, anzi si assoda. Carlomagno non lo di-
strugge : e Ottone I, creatore della potenza germanica, rispetta la
tradizione. Ottone I, e in generale tutta la famiglia degli Ottoni,
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tei
mira neir impero a un dualismo, nel quale trovano luogo, 1' una
accanto all'altra, la Germania e l'Italia.
Il « regnum Italiae » fa perciò una istituzione politica, non
un'astrazione; il regno dei barbari in Italia non si mantenne a
lungo nella sua forma più antica : presto, assunse il carattere
territoriale, che si sostituì al carattere personale, da cui erano state
contraddistinte le primitive monarchie barbariche sul suolo del-
l'impero romano.
Di fronte a questo regno, quale fu la posizione di Venezia ?
Le relazioni scambievoli fra l' una terra e l' altra furono sempre
identiche, o si modificarono ? e come ? E queste relazioni che vin-
coli hanno coli' origine di Venezia? Chi sono quei pescatori che si
tramutano così presto in arditi mercanti e ricchi, e fondano, da
così umili principi, uno degli stati più potenti e gloriosi che vanti
l' Europa medioevale ?
III. La laguna veneta è formata da una lunga lunula che si
distende dal vecchio alveo della Piave verso nord, e vien giù sino
alle foci dei grandi fiumi della vallata padana, dalla parte di mez-
zodì. Pareva che nessuna regione dovesse essere meno propizia
sede di un popolo; isole squallide, coli' aria malsana, esposte a tutte
le ire del mare, con spiaggie spesso prive di facili approdi : ecco il
campo dell' attività veneziana.
Le lagune, soggette da una parte all' influsso del mare, subi-
scono dall' altra parte la continua azione dei fiumi, i quali trasci-
nano con sè, in molta, anzi in troppa copia, i detriti delle Alpi. Gli
enormi depositi che i fiumi depongono alle foci, formarono i delta:
tra i quali di gran lunga il più esteso è quello del Po. L'onda ma-
rina respinge quella parte dei detriti che l' onda fluviale ha por-
tato troppo innanzi, e ne distende i materiali, così da dar origine
ai lungi cordoni littorali, i quali segnano e determinano le lagune.
Ma i fiumi continuano a trasportare detriti, e le lagune tendono a
riempirsi, e i cordoni littorali si allargano e si estendono. Così le
ragioni fisiche e geologiche dimostrano che questo lembo d'Italia
non ebbe quiete giammai.
Fuvvi un tempo, in epoca lontanissima, nel quale non emerge-
vano sopra le acque in tutta la penisola italica, se non che le cre-
ste più alte delle Alpi e degli Appennini. Durante una lunga età,
tutta la vallata del Po, fu un estesissimo golfo di mare : il mare
cacciato in là dall' accumularsi dei detriti, venne via via lenta-
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mente ritirandoci, lasciando dietro a sè un terreno alluvionale. Le
cause medesime che agivano in quei tempi antichissimi, agirono
del pari nell'età storica ; nè hanno cessato la loro attività anche ai
di nostri. Le mutazioni dovute alle cause geologiche furono lente
bensì, ma non furono cosi lente eh' esse non abbiano avuto visi-
bilmente un grande influsso sulla storia veneziana. Una delle pa-
gine più belle di questa storia, è quella che ci fa vedere la lotta in
quelle lagune combattuta accanitamente dall'uomo colla natura.
E par quasi che un tal lotta abbia rafforzato il carattere e la vo-
lontà del popolo che ivi fiorì. Tali cause fisiche, d' altra parte, non
furono così rapide nei loro effetti come quelle dei vulcani, e per-
misero che un popolo potesse grandeggiare su quel terreno, e com-
battere eziandio con vantaggio contro gli ostacoli naturali.
IV. Nell'età romana l'importanza di quel lido marino è re-
lativamente poca ; a suo tempo dovremo dirne qualche breve pa-
rola. Tutta la vita politica, artistica e commerciale si svolge in
Aquileja, in Aitino ed in Padova.
Aquileia, distrutta dagli Unni, è ridotta oggidì a miserabile
villaggio; ma le sue rovine testificano della verità dell'attesta-
zione degli scrittori sulla sua grandezza passata. Da Aquileja
venne Grado, città collegata intimamente colla storia di Venezia,
quantunque forse non appartenga strettamente alla laguna veneta.
Più della ricca e commerciante Aquileja, a noi interessano
Aitino e Padova ; il loro territorio estendevasi senza dubbio per
intero su quella porzione delle lagune venete, dove sorse Vene-
zia. Così che la storia più antica di queste non è altro che un' ap-
pendice di quella delle due ricordate città di terraferma.
Le memorie di Padova e di Este accennano ad una splendida
civiltà preromana, che noi siamo usi appellare col nome di euganea.
Le recenti scoperte fatte sui Colli Euganei, mostrano a quale fi-
nezza di sentimento artistico si fossero elevati quei nostri antichi
predecessori: e i monumenti romani provano che la patria di Tito
Livio non mancò di storia gloriosa anche nei secoli successivi.
Pomponio Mela {de situ orbis, II, c. 4) collocò Padova fra le città
più opulenti che sorgano a breve lontanza dal mare. Strabone ri-
cordò in essa cinquecento dell'ordine equestre, e Marziale (X, 92)
lodò i vigneti dei colli euganei. La decadenza principiò per quella
città dopo Augusto: e grave sciagura le venne dagli Unni che
la malmenarono,* a mezzo il secolo V.
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Serie controversie si agitarono sull'estensione dell'antico agro
patavino, tanto verso la terra, che verso la marina. Ogni città era
ascritta ad una tribù, e nessun indizio migliore possiamo avere per
stabilire i confini di un territorio, che quello di tener d'occhio alle
tribù ricordate nelle iscrizioni sepolcrali. Questo indizio talora può
fallire per molti motivi : nel caso nostro poi, come a buon dritto
avverte il Mommsen, le incertezze sono molte e ben gravi. Anzi
tutto, i monumenti scarseggiano assai: ed è sempre incerta la
provenienza delle lapidi che si incontrano, anche sotterra, nelle
isole. Dove per secoli e secoli, sorsero, caddero e risorsero tanti
edifici, quali necessitavano alla città divenuta l'emporio del mondo,
i criteri dell'archeologo si trovano non di rado confusi. Si unisca
l' orgoglio delle famiglie patrizie nell' epoca della Rinascenza :
allora una delle più diffuse ambizioni era quella di possedere dei
ruderi antichi.
Dopo il Mommsen, l' ultimo che abbia trattato seriamente sif-
fatta questione, è il prof. Andrea Gloria (1), del quale ho l'alto
onore di essere stato discepolo. Egli accetta dal Mommsen (2), e
da vecchi eruditi padovani, che i siti di Malamocco e Chioggia ab-
biano appartenuto a Padova. Ciò è indubitatamente assodato. Il
Mommsen non seppe distinguere i confini verso la marina, tra il
padovano al sud e l' altinate al nord. Tenta di far ciò il Gloria,
sia considerando che Aitino apparteneva alla tribù Scaptia, mentre
Padova era addetta alla tribù Fabia : sia tenendo conto — indizio
questo molto meno sicuro — dei nomi gentilizi. Resta molto di
oscuro in tali indagini. In ogni modo, notiamo fin d'ora, che secon-
do T opinione sostenuta dal Gloria, il confine sarebbe stato proprio
a Rialto, neI*luogo dove ora sorge Venezia, cosi da dimezzare
questa città. Osserva il Gloria che anche nella città di Venezia si
trovò una lapide col nome delia tribù Favia.
V. Una parola ancora sulle lagune venete nei tempi più antichi.
Il Mommsen (3) raccolse i passi che ad esse si riferiscono in Mela,
in Tacito, in Plinio, nell'Itinerario di Antonino, in Erodiano: e ne
concluse che quel lido e quelle isole non erano luoghi ignoti ai
(1) L'agro patavino dai tempi romani alla pace di Costanza, in Atti del r.
Istit. Ven. y ser. V, t. 7, p. 555; e specialmente a p. 580 sgg.
(2) C. I. Z., V, 1, p. 221, 236, 240, 268.
(3) C. I. X., V, 1, 205.
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naviganti nell* epoca romana. Le navi facevano il tragitto fra i
meandri de' canali interposti fra le isolette. Le foci del Po e le paludi
circostanti avevano nome di Sepiem maria. Nel porto di Ra->
venna ancorava una delle flotte più importanti dell' impero, il qunl^
nei suoi ultimi tempi trovò il suo centro in quella città. A setten-
trione, altra stazione navale era Grado. Tutto dunque conduce a
far credere che il viaggio per mare non fosse preferito al viaggio
per i canali, dove almeno non si aveva a temere delle tempeste.
Nè si dimentichi che le lagune, i canali e i delta attraversati
dai bracci dei fiumi alla loro foce, si seguivano per lunga esten-
sione di territorio in quella marina. Da una parte le lagune venete
andavano ad allacciarsi colle lagune di Grado e colla foce della
Piave: dall' altra era lagunoso il terreno ad oriente di Adria, che
un di erasi trovata sulla riva del mare. Non dissimile fenomeno
accadeva nei dintorni di Ravenna. Di guisa che, condizioni abba-
stanza omogenee incontravansi da Grado sino alla città, che fu
T ultima residenza degli imperatori.
La storia dei primi tempi del medioevo ci offre un monu-
mento prezioso per l'illustrazione della via lagunare di cui abbia-
mo testé fatto parola. Il monumento è un epistola celebre di Cas-
siodoro, dalla quale vediamo che si usava trasportare le derrate
dall'Istria a Ravenna, proprio passando per i canali interposti fra
le isolette venete. Di questa lettera dovremo intrattenerci a suo
luogo. Basta averla accennata.
Nò qui va trasandata una pia, cara e graziosa leggenda che si
riferisce a S. Marco, Ci servirà di chiusa al capitolo.
Narra il doge Andrea Dandolo (1) che S. Marco dirizzossi per
nave da Aquileia verso Ravenna, volendo recarsi a Roma. Nella
barca da lui montata, aveva a compagno S. Ermagora, che poi da
S. Pietro fu ordinato vescovo di Aquileia. Fermatosi l'Evangelista
(secondo la narrazione del Dandolo) nell'isola di Rialto, allora ab-
bandonata del tutto, quivi cercò riposo, e. s'addormentò. Nel so-
gno gli apparve un angelo, che gli profetizzò come doueva ivi sor-
gere una grande città. È una poesia schietta, pura, ristoratrice,
quella che emana da questa gentile e religiosa tradizione. Il gabelli-
co con varianti la ripetè (2), e dalle sue storie la desunse Aleardo
Aleardi, che ce la rappresentò colla veste ammaliante di splen-
(1) R. I. S., XII, 14-5.
(2) Dee. I, libr. 2.
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dirli versi, nelle sue Città marinare (n. 3). Egli ci dipinge la pigra
e triste laguna, e il labirinto ci' isolette meste, dalle quali
Air appressarsi del naviglio sacro,
Unico abitatore,
Volando emerse di colimbi un nembo
Dal turbato lavacro.
Al poeta era lecito di dir questo. Ma dalla sostanza della tra-
dizione non emerge che quelle lagune fossero prive di popolazione,
per così intenderci, indigena. Ivi risuona invece Y eco degli usi an-
tichi, quando quei luoghi servivano come vie sicure. Noi dovremo
appunto ricercare le tradizioni che si riferiscono alle immigrazioni,
nonché alle genti che ivi abitavano nell' epoca anteriore.
Cap. II. — Tradizioni sulle origini di Torcello.
I. Torcello ha una storia che non può disgiungersi da Venezia.
Forma anzi, per così dire, un tutf uno con essa. Le sue antiche
tradizioni affermano la dipendenza, se non ecclesiastica, almeno
civile di queir isola verso Malamocco e Rialto, i due centri della
nuova Venezia. La carta geografica ci fa vedere che Torcello
sorge all' origine settentrionale di quella istessa laguna nel cui
mezzo e' è Venezia, e che ha termine con Chioggia.
Pertanto possiamo cominciare la nostra rassegna dalla con-
siderazione di alcune tradizioni suir origine di Torcello.
Costantino Porfirogenito diede a Torcello l'epiteto di grande
emporio. Oggigiorno anche quesf isola è povera. Ma almeno non
vi regna la morte così libera dominatrice come sulle pianure al-
tinati. Rimangono i monumenti, i quali attestano quale sia stala
colà la vita in giorni migliori.
Aitino e Torcello, V una nelF età romana, V altra nel medioevo,
ebbero periodi splendidi; ora la loro fama riposa nella massima
parte sulle memorie.
II. Vicina al mare, e quindi molto vincolata alle lagune e alle
isole^e venete, fu Aitino. Il luogo dove fiorì Aitino, ai giorni nostri è
una squallida e quasi abbandonata pianura ; su quei campi, per poco
disabitati, la triste monotonia non è rotta neanche da un rudere o
da una colonna, da cui il visitatore sia avvertito ch'egli attraversa
luoghi, nei quali un dì brulicava la popolazione romorosa di una
bella città. Soltanto gli scavi pongono alla luce, di quando in quan-
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do, alcuni venerandi frammenti della passata grandezza. Di Aitino,
gli archeologi riescono appena a tracciare il perimetro (1); esso
non sarebbe molto esteso, anzi piuttosto ristretto. Fu calcolato di
circa 5 chilometri. Perciò la città, chiusa dalla cerchia murala,
era piccola ; ma indubitatamente essa era fatta assai più vasta dei
borghi, che attorniano sempre le città romane (2). E le ville allieta-
vano certo i suoi dintorni. Un poeta romano del primo secolo del-
l'era volgare, Marziale, ci parla di quelle ville, e con molto af-
fetto. Poiché le enumera fra i luoghi deliziosi, dove egli si augura
di poter chiudere tranquillamente la vita, se, divenuto vecchio,
gli si concederà finalmente di disporre con libertà di sè stesso.
Egli paragona i lidi d' Aitino alle ville di Baja, dove V arte si spo-
sava alla natura, prodiga d' ogni bene :
jEmula Bnjanis Altini litora villis (3).
Non sono molte le iscrizioni che ci provengono dal litorale di
Aitino ; ma pur servono a convalidare mirabilmente ciò che gli
scrittori ci tramandarono. In Torcello alcune di quelle lapidi furo-
no adoperate' nei nuovi edifici, che sorsero nel medioevo. Torcello
è figlia d' Aitino, come Grado è figlia di Aquileja. Nel medioevo, e
specialmente nell'antico medioevo, si amava costruire le nuove
fabbriche con avanzi romani. Talvolta era il gusto artistico che lo
suggeriva ; più spesso l'imperizia scultoria rendeva opportuno o an-
che necessario il servirsi di avanzi che altrimenti rimanevano inutili
del tutto. Un cronista veneziano del sec. XV incipiente, il de Mo-
nacis (4), ha questa frase molto importante per noi : « pene omnia
ediScia Rivoalti antiquissima, et aliarum insularum, ex lateribus
Altini compacta ». Qui dunque non trattasi unicamente della vi-
cina Torcello. Trattasi anche della più discosta Rialto, la isoletta
che nel secolo IX divenne il perno della nuova Venezia.
Enrico Simonsfeld (5), toccando di questi argomenti, cita an-
che la vita di S. Eliodoro vescovo altinate, nella quale si parla
colle parole del più vivo entusiasmo, di Aitino « civitas ohm ex
(1) Veggasi il pregevolissimo studio del eh. cav. Federico Stefani, nel-.
VArch. Veneto, XXVI (Atti della r. Deputaz. di St. patria).
(2) Un grande borgo sembra si prolungasse verso il Sile; cfr. l'altro eru-
dito lavoro dello Stepani, Da Aitino al Licenza, neWArch. Ven , XX VII, 270.
(3) Libr. IV, epigr. 25.
(4) Come rilevò lo Stefani, Arch. Ven , XXVI, 242.
15) Arch. Ven., XIX, 297.
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auro et argento mire decorata » (i). Ma quella vita, come avver-
tirono i Bollandisti che l'hanno pubblicata, è così ridondante di
errori, che a dir vero bisogna adoperarla con molta precauzione.
Noi ritorneremo sopra di essa di qui a poco.
Aitino era un municipium. Lo dice Vitruvio (2) e lo confer-
ma una iscrizione (3), nella quale ci fu conservata anche la pre-
ziosa notizia che Tiberio nell'anno 741 d. R., quindi parecchio
tempo avanti alla sua esaltazione all'impero, donò agli Altinati
templi, portici ed orti. Una iscrizione, ora in Torcello (4), fa pa-
rola di una basilica. Che si riferisca ad Aitino anche questa no-
tizia?
Con Aitino si allacciavano la via Emilia e la via Claudia
Augusta. Le numerose traccie della via Romana da Aitino alla
Piave, e di qui al Livenza, furono studiate negli ultimi tempi con
somma perizia (5). Presso ad Aitino nel 169 d. Cr. fu colpito da
apoplessia l' imperatore Lucio Vero, il quale, trasportato in quella
città, ivi mori.
III. Nè mancano antiche memorie cristiane ; poiché, come tutti
i luoghi d'importanza, anche qui senza dubbio fu predicato assai
per tempo il Vangelo. Vanno ricordati i martiri di S. Tabra e di
S. Tabrata. Peraltro la sede episcopale colà non è molto antica,
giacche le tradizioni la fanno risalire solamente alla metà incirca
del secolo IV, attestando che il cristianesimo fu portato in Ai-
tino dal vescovo S. Eliodoro. Il suo episcopato fu lungo; egli
era vivo ancora nel 381 (6). Vecchissimo, rinunciò alla sede, e si
ritirò a vivere i suoi ultimi giorni nel silenzio della preghiera. Noi
poco fa ricordammo incidentalmente la sua Vita, che i Bollandisti
giudicano, e non a torto, molto severamente: il biografo (essi af-
fermano) non solo dice molte cose false, ma anche quelle che sono
vere, le espone inesattamente. Ecco il giudizio degli editori. Quan-
tunque queste parole siano fondate, tuttavia è innegabile che in
questa Vita si veggono traccie di materiali buoni, quantunque d' o-
(1) La vita fu pubblicata dai Bollandisti, Jul. I, 647-51 (Luglio 3).
(2) 1,4,11.
(3) C. I. L., V, l,n.2l49.
(4; 0. I. L , V, 1, n. 2157.
(5) Federico Stefani, Da Aitino al Livenza, in Archivio Veneto, XXVII,
267 sgg.
(6) Boll., Jul., I, nella prefaz. alla vita.
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rigine forse non omogenea. Per darne un giudizio compiuto, biso-
gnerebbe distinguere parte da parte, e confrontare questa Vita
con altre tradizioni antiche. La porzione precipua di essa è quella
che riflette l'apostolato del santo vescovo, il quale converti gli
Altinati, sino allora dediti all' idolatria. Sarà ben poco facile am-
mettere che prima della metà del secolo IV, non ci fossero altro
che templi pagani in Aitino. Questa ricerca non la possiamo se-
guire qui. Per apprezzarla così nel suo complesso, basterà citare
un esempio di raffronto. In Verona, un vescovo del IV secolo (1),
S. Zeno, è citato come quegli che convertì la terra ad bctptismum.
Eppure si ha prima di lui una serie di vescovi ; anzi delle tradi-
zioni non al tutto prive di fonda mentft, ci farebbero trasportare
ivi l'inizio del cristianesimo sino all'età post-apostolica.
La Vita di S. Eliodoro, dove parla della sua predicazione, ha
qualche frase che non dobbiamo trascurare, poiché non può venir
riguardata come mera amplificazione retorica. Fra le altre frasi
scelgo la seguente. Potrà dirsi improntata ad esagerazione nella
chiusa, ma questo poco monta per il nostro scopo. « Credentibus
autem illis, praecepit b. Heliodorus, omnia simulacra omniaque
tempia, quae in civitate constructà erant, penitus delere et igne
comburere. Haec namque, ut dieta, illieo fuerunt expleta » (2).
Qui c'è vivo il ricordo dei tempi e dei simulacri pagani in Aitino.
Facciasi di taluno fra i particolari quel conto che meglio pare ; è
indubitato (mi sembra) che un riflesso genuino dell' antichità si
trova in qualcuna di quelle pagine.
IV. Le tradizioni sulla distruzione di Aitino e sull'origine di
Torcello, sono parecchie ; o, a meglio dire, parecchie sono le fonti
che ne parlano.
Corre sotto il nome di Chronicon Allinale una raccolta di
varie narrazioni sull'antica Venezia, che furono oggetto recen-
temente agli studi di parecchi eruditi. Enrico Simonsfeld, molto
benemerito dell' antichità veneziana, prepara da lunghi anni una
edizione critica di quella raccolta ; e frattanto diede alla luce un
diligentissimo studio, in cui è ricercato l' ordine e l' antichità di
(1) Secondo l'opinione generale. Cfr. la dottissima dissertazione del Giu-
liari, premessa ai suoi 8. Zenonis sermones, Veronae, 1883.
(2) Loc cit., p. 648.
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ciascuno degli aneddoti formanti il Chronicon (l). Fra noi fu esa-
minata da G. B. Monticolo, erudito di molto nome; questi peraltro
fece scopo principale dei suoi studi accurati, un'altra e più cele-
bre cronaca di Venezia, quella che Giovanni diacono scrisse al
principio del secolo XI.
La detta cronaca usurpò il nome di Altinate, solo perchè ad
Aitino si riferisce uno degli aneddoti principali in essa contenuti.
Questo, che è fra i più antichi della collezione, e risale almeno al
sec. X, ci dà la serie dei vescovi di Aitino fino a Paolo ; dopo rli
Paolo ricordasi Mauro, che fu il primo vescovo di Torcello; e con
esso naturalmente la cronaca si chiude. Tra i nomi di Paolo e di
Mauro s'interpone la narrazione della distruzione d' Aitino e della
fuga dei suoi sventurati abitatori.
Sino a Paolo inclusive non abbiamo che nudi nomi di vescovi.
Dopo il nome di Paolo seguono alcune linee, in cui sommaria-
mente si accenna alla caduta di Aitino. Quindi viene, come brano
staccato, e con proprio titolo, la narrazione della distruzione di
Aitino, nonché dell' origine di Torcello e dello stabilirsi ed ordi-
narsi delle nuove comunità. Con proprio titolo fa seguito ancora
un altro brano ; che si collega poi con altri brani ancora. In tutto
sono cinque. Parecchi brani quindi abbiamo qui raccolti, male colle-
gati l'uno coli' altro. Il primo è l'elenco de' vescovi, desunto forse
dai distici episcopali ; non peraltro direttamente, perchè è lacunoso.
I prossimi seguenti costituiscono la Cronaca. L' elenco è costituito
da quindici nomi, privi di qualsiasi notizia, tranne il primo « bea-
tus Heliodorus episcopus sedit primus ». La seconda narrazione,
cioè quella della distruzione di Aitino e dell'origine di Torcello
ecc., passò nel Chr. Grati. ; non cosi la prima, riguardante, come
si è detto, la venuta degli Unni e la caduta di Aitino.
V. La narrazione della fine di Aitino è dunque composta di
due brani. Il primo A si congiunge al catalogo dei Vescovi, mercè
della frase Posi islius episcoporum expleclum lemporis (2), che
ha tutta l'apparenza di essere una semplice frase copulativa do-
ti) La Cronaca Altinote (ediz tedesca àA 18*8;, ncWArch. Veneti, XVIII,
35; XIX, 54, 294; XX, 167 (Venezia, 1879-81). Ed di Ant Rossi ;Cod. P:.tr.
Venez.) in Arch. star, ita!., I ser., t. Vili; ed. di Tomm. Gar ;Cod. Dresd ) ivi,
t. V dell'Appendice. [L'edizione comparve testé, col titolo Chronicon Vttulum
quod vulgo dicunt Altinate, nel t. XIV dei M. Q. H.> ediz in fol ]
(2) [Ediz. Simonsfeld, p. 5].
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vuta a mano relativamente tarda, cioè posteriore ai due brani
che si vollero plasmare assieme. Quindi segue : « Venit australis
plaga a sevissimis paganorum; destruxerunt cunctis civitatibus
quod supra nominate sunt». Notisi che prima non si erano ram-
mentate queste città.
Dopo tal preambolo, continua A col dire che abitava in Ai-
tino «gens multitudo diversorum», e che Dio manifestò agli Al-
tinati T imminente pericolo. Ed ecco come : tutti gli uccelli, che
nidificavano nelle mura e nelle torri della città, se ne allontana-
rono, nei becchi portando seco i loro nati ; alcune parole che se-
guono sembrano indicare che ciò sia avvenuto anche ad Aquileja.
Questo racconto trova riscontro nell'aneddoto delle cicogne, che si
riferisce ad Aquileja, ed è narrato da Jordanes (Gel. 42); da Jor-
danes passò in Paolo diac. {hist. rom., lib. XIV, c. 9, ed. Droysen), e
di qui fu per certo introdotto nell'AC. — Continua A: due parti dei
cittadini d' Aitino, ne uscirono ; altri andarono a Ravenna, altri in
Istria, altri nella Romagna-Pentapoli. — Continua A ; altri (cioè
T ultimo terzo) fecero un digiuno di tre giorni, pregando che Dio
manifestasse loro se dovevano appigliarsi alle navi o alla terra,
« aut per navigiurn aut in locis habitancium ». Si udì una voce,
che diceva : ascendete sulla torre e guardate verso la parte au-
strale, « in turrem ascendite, ab astra autem videte ». Egli (chi? il
popolo?) ascese la torre, e vide in vicinanza alcune isole, e per tali
figure s' intese, che dovevasi andare là ad abitare : « alii quod
eiecerat similiter viderunt, quasi corporaliter fìgurabant, quod per
navibus et in lignis caveis itemque loca cunctis videntibus illis vi-
cina habitatio Deus eorum demonstratus est ». Così termina A.
Il brano B, è la continuazione A, in quanto allo svolgimento
naturale e progressivo dei fatti storici.
Il brano B è collegato con A mediante una frase, che (con va-
rianti) è usuale, per così dire, ài cronista. Cioè : « totum namquam
qualiter dictum est ut supra, quod dedicata (var.: cedeata, dedita)
fuit civitatem Altinensem per ordinem. Modo explemus quod fuit
desolata a sevissimis paganorum ».
Nel brano A erasi narrato come i pagani minacciavano di
avanzarsi e come gli Altinati si affrettarono a fuggire. È quindi
naturale che in B si cominci dall' enunciare la distruzione di Aqui-
leja, e la occupazione di Aitino, ormai spoglia di abitanti. Anzi
tutto ricordasi la distruzione di Aquileja, come un fatto già acca-
duto. Questo avvenimento, come si è detto, è vagamente accen-
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nato anche in A, e forse nella fonte originale sarà stato narrato
con diffusione. Segue B: « venerunt (i pagani) ad Allinensem
civitatem, quod intus introierunt nulliusque hominum itemque
invenerunt ». La città fu incendiata e distrutta, così da scavarne
le fondamenta; « turrera mirificam similiter destruxerunt ; fode-
runt ea a fundamentis ». Dopo di ciò, la narrazione ritorna alla
« pars lercia populi», di cui si è detto nel brano A; e di essa è
detto : « cum Arrium et Arrator venerunt, ubi Deus illorum con-
cesserunt ». Nella fine di A era detto che Dio indicò agli Alti-
nati di mettersi nelle u rei e nei concavi legni, per raggiungere
la vicina abitazione, h vicine isole. Qui, in B, la narrazione si
modifica. I fuggitivi restano a lungo in acqua : « in navibus et in
caveis lignorum in patulibus aquarum fuerunt habitantes ». Frat-
tanto entra in scena V uomo santissimo Geminiano prete, « quod
supra recordatus est ». Nel Cronico non è antecedentemente ricor-
dato mai questo Geminiano. Egli si recò a dare soccorso allo sven-
turato genus Christianorum. Dopoché Iddio disperse « sevissimis
nefaria genus paganorum », « et fecit quod supra autem dictura
est » (di ciò non si fa menzione alcuna), Geminiano s' incontrò in
Arrio ed Arratore, con tutti i loro, che abitavano in piccole navi
e in legni concavi. Annunciò loro che Dio aveva dispersi « nefan-
dissimis iniquissimis paganorum ». Tutti resero grazie a Gesù Cri-
sto : quindi Arrio ed Arratore suo tìglio, con tutti i loro, senza di-
lazione, presero ad abitare i luoghi vicini « per vicina loca habi-
tationes apprehendere », ivi fabbricando chiese e case. Ricordando
l'altissima torre Altinate, la nascosero (?) (1) nel loro cuore, pian-
gendo; e perciò alle nuove loro abitazioni diedero il nome di
« turris ». Di qui il nome di Torcellus imposto da Arrio.
Accennasi quindi ai nomi imposti alle isole vicine, e alla ori-
gine di questi nomi, che è fatta dipendere da quelli delle porte di
Aitino. Coi nomi delle isole si uniscono quelli delle famiglie, che
con esse hanno relazione.
Prima si ricordano quelli detti Aurii « per anliquitatem «le
illorum tribù»: e pare si dica che questi, discendendo da Arrio si
fermarono nel vicus Burvxnus, {— Durano), nome imposto da
Arrio all' isola; i Massignoni (?), da cui discessero i Marcelli, an-
darono in altra isola, che da un* altra porta, per volere di Arrio,
(1) [Il Simonsfeld p. 6 legge absconderunt, a quanto pare sreoudo il Codice
vaticano ; nota che il veneziano dice : abscnderunt, e il Dresdeuse : ascenderunf].
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fu detta il vicus Maioribus (= Mazzorbo) (l), dove Àrrio stesso
pose Masso quale missus iudicii. Da Fraudone (donde i Falieri ecc.)
vennero occupati altri due siti, che da due porte, pure per volere
di Arrio, ebbero i nomi vicus Constanciacus, e di vicus Aimanis
(Costanziaca ed Ammiana, luoghi abitati sino al sec. XVI). Gli abi-
tanti di ogni porta di Aitino recaronsi a stabilirsi nei siti corrispon-
denti, nella nuova città. Ciò fatto, fu edificata la chiesa, preziosa di
forma, eccelsa e di mirabile chiarezza, ad onore di Dio e di Maria,
colla casa dell* episcopio ; nel pavimento c'era una bella ruota, che
Atirio disse « la Roda ». Aurio chiese la laudalio di tutti quelli di
Malamocco e di Rialto, nonché la conferma da parte di « Obele-
rius et Beatus ducibus, qui erant in Matamauco ». Qui il racconto
prende una nuova piega, poiché si connette colla storia veneta po-
steriore e precisamente col ducato di Malamocco, che forma il punto
più gradito al compilatore del dir. Alt. Dopo la frase ora riferita,
prosegue il testo: «que se ipse Aurius tribunus, cum totis omni-
bus suis, subiugavit eis ducibus, quod retro incolomitatis ordinis
statutum illis consimilantibus erat, qui fuerunt in Altinensem civi-
tatem, quod multitudinem hominum de eadem civitatem sive et de
alienis partibus erant iudicantes tota gens illius potestatis. Mar-
cliius (2) ille, et filius eius ducera appellati sunt ». E qui il rac-
conto ha termine, per lasciar luogo ad altra continuazione.
Il brano B è indipendente da A ? Ossia il brano B è verso di A
in tale relazione, che i due brani si debbono riguardare come in-
tegri, e usciti T lino di seguito all'altro dalla medesima penna ? La
questione è ardua molto a decidersi, ma propenderei per la rela-
tiva disgiunzione dei due brani, specialmente per i motivi seguenti.
Nel brano A le isole sono già indicate da Dio, e la notizia della
ascesa sulla torre esige che il nome Torcello si imponga alla
nuova città, senza un ritorno mentale alla torre. Nella narrazione
B ogni cosa rimane spostata per V intrusione di Geminiano prete,
prima non ricordato, e dal quale si fa dipendere lo stabilimento
dei fuggiaschi nelle isole ; rilevammo pure altre incongruenze. È
chiaro peraltro che tale indipendenza non può affermarsi in forma
cosi decisa da escludere che nella forma originaria della Cronaca,
(1) [Mi venne il dubbio che le linee 38-41 della p. 6 Simonsf., si debbano
punteggiare: « — constituit Aurii appellari Aurius tribunus. Cum — itemque
habitare. Ad illorum porta — Egualmente più sotto (liu. 43): ... . «Cum
Frauduni (sottintendendo anche Aurio) »].
{2} [Simousf punteggia: Tota — potestatis Marchius].
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A e B non trovassero il loro posto naturale in un unico racconto.
Il vincolo più evidente tra i due brani sta in ciò, che nel brano A
si parla della fuga di due « pars populi », e nel brano B si parla
invece della « pars tercia populi ».
VI. Chiamiamo C il terzo brano, che ha questo titolo : « Totas
autem littoras quos apprehenderunt, cum laudatione quod supra
iara dictum est»; cioè: elenco dei lidi appresi dai fuggenti, in
forza della laudatio dogale, di cui si è dello, lì segue V enumera-
zione dei lidi: « Prinyim narnque litore» (1). Quivi accade rin-
contro (di Arrio) con un altro altinate, prete Mauro, il quale appa-
risce già da tempo ritirato in quella solitudine. Segue 1* esposizione
larga e diffusa delle condizioni che accompagnarono V organizza-
zione ecclesiastica e civile di Torcello, e si spiega l'origine delle
chiese e quella della sede episcopale di Torcello. Pare un inno pa-
triottico e religioso: e le apparizioni celesti s'intrecciano coi fatti
politici. Queste apparizioni sono quelle che determinano la ere-
zione delle nuove chiese, e vengono tutte narrate da prete Mau-
ro (2) ad Arrio, appunto per determinarlo alla costruzione delle
chiese stesse.
Subito dopo aver accennato a prete Mauro, il cronista senza
nessun intermezzo che a questo ci prepari, lo introduce a parlare.
Ce ne accorgiamo, poiché il discorso comincia a farsi in prima
persona. La fine del discorso è invece indicata con questa chiusa :
« Quod autem audiunt per cognitionem de Mauro presbitero re-
vellationem quam Deus ad cum revelavit et insignia quod demon-
stravit, creduli facti fuerunt omnes» (li). Il lungo discorso di Mauro
sembra cominciare tosto dopo la frase : « primum narnque litore
invenit Maurum presbiterum, quia ipse de Aitino civitate fuit (cioè:
Mauro egli pure era di Aitino), et ad eum (ad Arrio) cognitionem
fecit, qualiter ad eum revelavit ecc. ». Pare che il discorso cominci
con: « et ostendebat ei ». Mauro riferisce dunque le rivelazioni e
le visioni da lui avute, e narra come ricevette per via sopranna-
turale T anello episcopale. Per tal modo con Mauro comincia la
sede torcellana. Non riassumo tutta la narrazione seguente. Dirò
(1) [Il Simonsfeld p. 7 rileva una lacuna tra dictum est e Primum. Panni
che questa ipotesi non sia necessaria].
(2) Nel Capitolo III, parlando delle origini di Malamoeco, vedremo che con-
simili rivelazioni si attribuirono anche a Gemiuiano ed a' S. Magno.
(3) [Simonsfeld, p. 8].
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solo trattarsi della edificazione di chiese sul lido marino, che Arrio
(Aurio) innalzò, giusta le rivelazioni, d f accordo « cum celeri toti
aliorùm que ad illius iussione erant». Parlando di Malamocco, ricor-
deremo la tradizione riguardante S. Magno (Corner, Eccl. Ven., VI,
419), e allora paragoneremo questa con quella. Una sola chiesa fra
le ricordate qui dall'A//., appartiene all'isola di Tornello, ed è S. Gio-
vanni Battista (cfr. Corner, Eccl Torcali., ti, 10 sgg.), presso alla
cattedrale. Ecco il passo [Simonsf. p. 8] riassunto: Aurrio tribuno
e principe di Torcetto edificò la chiesa di S. Giovanni Battista
« non longe ab atrium sancte Marie, que fieri debebat episco-
piura», ponendovi il fonte battesimale:. segue una descrizione del
pavimento e della fontana per V acqua. Enumerate tutte queste
chiese, si conclude con un tratto, nel quale è detto [Simonsf. 9-10],
che, di tutto questo si compose il ius e la dominaci*) del vesco-
vado di Torcello, e del (vescovo) Mauro.
Qui ha termine il brano C, il quale, come sembra, è indipen-
dente da B. Infatti Mauro appare come un tutt' uno con Germina-
no. È vero che il campo d' azione loro è differente ; ma ciò può
attribuirsi anche a ritocchi. Comunque Sia, la serie degli avveni-
menti continua anche in C a svolgersi ordinata. Veramente nel
brano C resta incomprensibile la ommissione della cattedrale, la
quale è appena accennata per incidenza. 11 compilatore ha fatto
ciò ad arte, ricordandosi eh' essa era descritta nel brano B.
Al brano C segue il brano D [Simonsf. p. 10], che nella forma
attuale è collegato tanto con C quanto con B. Il brano D comincia
colla frase generica Eo tempore, la quale indica (se non mi illudo)
che il compilatore non sapeva come cucirlo al resto. Vi si parla di
Fraudone, e dei Villareni Mastalici, fatti da Aurio «tribuni iudicia-
rum» nel vico Aimana; oltracciò si discorre della chiesa di S. Lorenzo
e di quella dei Santi Sergio e Bacco, edificate dai Fraudoni in Con
stanziaca ed in Aimana, Si espone il sunto del testamento di Frau-
done, che riguarda la chiesa di S. Lorenzo, assoggettata all'episco-
pato torcellano, colla conferma di Aurio tribuno e principe di Tor-
cetto, e di Mauro prete che deve esser fatto vescovo. Quindi è
detto che Fraudone, presso alla chiesa che doveva essere episco-
pale, innalzò una chiesa a S. Giovanni Apostolo. Dopo di che il
cronista ritorna ai suoi dogi prediletti ; « Constituit autem illue
Aurii tribuni cum laudatione toti isti (cfr. Simonsf., p. 8, lin. 32, cum
celeri loti aliorum ecc., frase che riferimmo dal brano C), cum
coafinnatione Obelerius et Beatus da Matamauco et Maurum pre-
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sbiterum, eadam ecclesia beati Johannis apostoli fieri esset, ceno-
dium puellarum ».
Segue un altro passo, E, om messo dal Chr. Grad., che si lega
a mala pena col resto. Esso principia colla frase ambigua: In illum
vero annum. Parlasi d'una inondazione ; e dicesi che Aurio Tribuno
« cum Viliarenis et Frauduni », fece edificare una torre per ripa-
rare a quel pericolo. Il passaggio sembra caduto fuori di luogo:
forse nel racconto originale era semplicemente destinato a spie-
gare l'esistenza (in Torcello?) della Torre, che altri diceano Pel-
laria ed altri Auria. Porse la Torre vi dava il nome a Torcello.
Fa seguito la storia di Grado (cfr. anche Waitz, in Scu,
Arch., II, 380), riprodotta dal Chr. Grad., che al solito ne modi-
ficò lo stile.
Cosi abbiamo veduto, in cinque brani più o men bene cuciti
assieme, svolgersi la storia dell' origine di Torcello, nella quale il
Cronista mira anzi tutto alla rappresentazione delle sue condizioni
religiose, sociali, politiche, ai tempi del dogado metarnaucense ; i
cui diritti sono posti in rilievo con cura suprema. Nulla avviene
infatti, se non coli' autorità e coli' approvazione di Obelerio e
Beato.
Il racconto ci è pervenuto a frammenti, dopo una rovinosa
alterazione subita in tempi certamente molto lontani. Possiamo in-
fatti dimostrare quali guai avesse subiti ormai al principio del sec.
XI, allorché V autore del Chr. Grad. ne trascrisse (modificato lo
stile) i brani B-D, e inoltre la storia di Grado che viene dopo il
brano E. Dal confronto anzi tra il testo attuale del Chr. A IL, in
questo luogo, e il testo del Chr. Grad., risulta che i brani del
primo erano già disposti nel medesimo ordine presso a poco nel
quale noi li troviamo, prima che l'Autore di quest'ultimo li tra-
scrivesse. Perciò almeno al principio del sec. XI, non solo la re-
dazione antica del Chr. AH. si era spezzata, ma era ormai avve-
nuta la sua ricostruzione, ora esatta, ora arbitraria. Il (lerniniano
enimmati'o, per citare una prova, si ha tanto nel Chron. Alt.,
quanto nel Chr. Grad., al medesimo posto ; nella Cronacn origi-
nale esso doveva figurare in maniera molto diversa.
VII. Tale il racconto. Vediamo ora quale risulti la cronologia
degli avvenimenti, una volta che vogliamo istituire i necessari ri-
scontri colle fonti e coi documenti di fede sicura.
Tre fatti vanno qui esaminati: l'età di Paolo vescovo di. Al-
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tino; l'epoca dMìa venuta dei crudeli pagani; l'età di Obelerio e
di Beato.
Cominciamo dal primo fatto. L' Ughelli (1) ritiene che il ve-
scovo Paolo forse vivo nel 079, e crede che in detto anno sotto-
scrivesse un' epistola sinodale di papa Agatone e della sinodo
Romana di centoventicinque vescovi. L' ejristola è indirizzata a
Costantino imperatore, ad Eraclio e a Tiberio augusti, e pervenne
a noi inserta negli atti della sinodo Costantinopolitina del 680.
La nostra epistola, che V Ughelli, e prima di lui il Pagi, giudicarono
del 679, secondo altri è del 680 (2). Uno dei vescovi sottoscritti a
questo atto, è Paolo vescovo sanclae ecclesiae Aliinensis provin-
ciae Penlapolis. Alla voce Aliinensis registrasi peraltro la va-
riante Ariminensis ; e che quest 1 ultima sia la lezione vera, ce ne
è garante il testo greco dell' epistola istessa, nel quale leggiamo
questo titolo: errtjxoTro; ayt'a? sVxXiqfBi'a; 'Apijuvsu ercap^'as TIcVTa-
TrdXew E se anche ci mancasse il sussidio del testo greco, sarebbe
sufficiente argomento in favore della lezione da noi addottata, il
ricordo della Pentapoli, la quale, a dir vero, nulla ha a che fare
con Aitino.
I vescovi, nelle sottoscrizioni, sono disposti a gruppi, a seconda
delle provincie alle quali appartengono. Tra i vescovi della pro-
vincia d' Istria, troviamo nel testo latino : Paulus episcopus san-
cine ecclesiae Patntinae provinciae Islriae. A Palavinae sta se-
gnata la variante Aliinensis, e questa variante è preferibile all' al-
tra, appunto per quelle ragioni medesime, per le quali, nel caso
precedente, prescegliemmo Ariminensis, scartando Aliinensis. Il
testo greco è esplicito: ir.iay.zrcoq TrJ^ ayt'as rxxXìjjta? 'AXTtvsiarj
ir.ipyjla? 'tetpiatq. Aitino vi figura d'accanto a Parenzo, Aqui-
leia, ecc. Ha dunque il posto che le compete ; la lezione è perciò da
più parti assicurata. Possiamo quindi affermare che da questo do-
cumento ci risulta T esistenza di un Paolo vescovo di Aitino verso
il 680.
La sinodo Romana coir importante atto, di cui dicemmo, non
ci dà T unico documento che a noi giovi per Y interpretazione del
Cronico Altinate. Anzi ci bisognerà allontanarci un tantino dal
campo propostoci, per poter raccogliere un documento senza del
quale ci è vietato di procedere nella presente indagine. Dobbiamo
(1) Italia Sacra, V, 1363 ; X, 11.
(2) Japfé, I ed , n. 1625. Sta pubblicata in Mansi, XI, 311-2.
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cioè citare Andrea Dandolo, mettendo ora innanzi un brano di lui,
sul quale ci farà uopo ritornare in appresso più di proposito.
Lo storico e doge Andrea Dandolo, nel secolo XIV, raccolse
interessanti dati sulla tradizione torcellana. Giunto a parlare di
Rotari re dei Longobardi, egli asserisce che a quel tempo Paolo
vescovo cattolico di Aitino, insieirìe col suo popolo cattolico, la-
sciata Aitino, trasportò la sua sede e la sua abitazione in Torcello,
e nelle isole d* intorno. Dopo un mese morì, e gli successe Mau-
ricio — che è il Mauro del Cronico Altinate — il quale « a Seve-
rino papa cum consensu Patriarchae et collaudatione populi, pri-
vilegium obtinuit » (1).
Giovanni diacono , cronista veneziano che visse tra il X e
T XI secolo, narra il fatto un pò diversamente dal Dandolo ; ma si
accorda quasi perfettamente con lui nel dire che Maurp « Seve-
rini papae auctoritate ad Torcellensera insulam venit » (2), ivi fer-
mando la sua stabile sede. Da tutto questo risulta l'esistenza di
un pritilegium di papa Severino in favore di Mauro vescovo Uc-
cellano ; e se ne ricava eziandio la sostanza del privilegium, il
quale cioè sanzionava la mutazione della sede. La voce privile-
gium che Dandolo usa, e che Giovanni tralascia, merita molta
considerazione ; poiché ci lascia sospettare che lo storico del se-
colo XIV non si sia accontentato di trascrivere il Cronista del
secolo XI, ma abbia conosciuto direttamente il tenore della bolla
di papa Severino. Altri raffronti dovremo fare in seguito tra An-
drea Dandolo e Giovanni diacono, i quali pure proveranno V ac-
curatezza coscienziosa e intelligente del primo.
Nulla caratterizza meglio V opera del Dandolo, quanto V uso
larghissimo, esatto, perspicace, eh' egli faceva dei documenti. E di
materiale tratto dai documenti, egli ne aveva a sua disposizione
una quantità sterminata (3). La frase non è mia, è di colui che
fece un diligentissimo studio sopra riattività letteraria del Dandolo.
Ciò posto, ricordo che Rotari salì al trono longobardo nel 635,
e che il brevissimo pontificato di papa Severino cade nel 640. Con-
secrato il 28 Maggio 640, egli morì il 2 Agosto dell'anno stesso (4).
L' elezione di Severino, sembra — egli è vero — che sia avvenuta
qualche tempo innanzi, ma, in ogni modo prima della sua consa-
(1) Ap. Muratori. XII, 116.
(2) Ap. Pertz, M. Q. H . Script.
(3) Simonsfeld, Andrea Dandolo, nell' Arch. Ven., XIV, 145.
(4) Jaffé, I ed , p. 159.
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orazione, egli non avrà emanato il pvicilegij. Da ciò risulta dun-
que, che il vescovo torcellano Mauro o Mauricio viveva nel 040, e
che allora era da poco salito sulla sua sede. Fatto calcolo del-
l'anno in cui Rotari principiò a regnare, ne avremmo a dedurre,
che il trasporto della sede — eseguito da Paolo, secondo il Dan-
dolo — si effettuò negli anni 035-9. Qui adunque abbiamo un al-
tro dato cronologico, e anche questo ci si presenta come fornito di
caratteri molto autorevoli (1).
Vili. Paragonando i due risultati ottenuti, abbiamo che Paolo,
vescovo d'Aitino, morì verso il 038 (per accettare una data media),
e ciononpertanto sottoscrisse ad un atto sinodale del 680. Come
si spiega cotale contraddizione? L'interpretazione più ovvia, è
questa : abbiamo qui due vescovi omonimi. Ma, per quanto ovvia,
questa interpretazione non accontenta così facilmente.
Nel Cronico Altinate il nome del vescovo Paolo è — o al-
meno sembra — collegato alla distruzione d' Aitino. Anzi, accet-
tando la narrazione così come ci sta davanti, il detto vescovo morì
prima che quel tristissimo avvenimento si avverasse. Presso An-
drea Dandolo, la traslazione della sede, e l'abbandono di Aitino,
è legato a deplorevoli fatti accaduti nell'età di Rotari. Il mede-
simo avviene in Giovanni diacono. Ora, se Aitino fu distrutta
durante il regno di Rotari. come mai potè esistere un vescovo
Altinate nell' anno 080, quarant' anni dopo il privilegium dato da
Severino? La difficoltà forse non è tuttavia senza risposta; giacche
s'intende facilmente che, nella nuova sede, i vescovi torcellani
abbiano potuto continuare a portar il nome di vescovi altinati. Il
secondo Paolo ci apparirebbe allora come un vescovo altinate
residente in Torcello.
Un' altra ipotesi si può kre ancora. La serie dei vescovi al-
tinati (da S. Eliodoro a Paolo)' nel Chr. Ali. precede al brano A,
(1) Francesco Dondi dall'orologio, acuto ricercatore, ritenne [Dissertai.,
I, p. 82) inammissibile che il Paolo della Sinodo Romana fosse il noto vescovo Al-
tinate; e ciò per le evidenti ragioni cronologiche. Crede probabile che fosse ve-
scovo Padovano; uè si ritrae da ciò, considerando che in quella sinodo si ricorda
anche Ursiniano vescovo di Padova. Egli suppone che dei due, uno fosse vescovo
in terraferma (Padova), e l'altro nella regione lagunare (Malamoceo), (ivi, p.
79-84). Il titolo replicato per le due persone, presenta, a dir vero, tale difficoltà,
che consiglia a metter da parte questa ipotesi, se anche si facesse astrazione da
ogni altra considerazione. I dittici padovani (Dondi, /. e, I, doc. 1-4) non ri-
cordano nè Paolo né Ursiniano.
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senza vero e intimo congiungimento con esso. Essa ci presenta 15
vescovi, ed è incerta e lacunosa. Dopo del quinto, Pietro I, ora si
ammette un Vitale, e quindi un Pietro II, vivo quesf ultimo nel
590. Dal che fu dedotto (1) che i vescovi 6-15 vissero tra il 590
e il 636. Tanti vescovi in sì breve periodo di tempo, non è facil
cosa il collocarli. Potrebbesi quindi supporre la continuazione della
sede altinate in Aitino, anche dopo il trasporto di essa sede in
Torcello ? Naturalmente tale continuazione sarebbe dovuta alla
creazione di vescovi ariani, cui successero poi dei cattolici, morto
Rotari. In tal caso il Paolo del sillabo episcopale Attiriate sarebbe
quello della sinodo romana ; il brano A sgg. del Chr. Alt. sarebbe
staccato affatto dal sillabo, e il Paolo del Dandolo sarebbe un
Paolo I, o sarebbe il risultato di un errore (cfr. sotto, n. XVII).
Non mi allungo di più in considerazioni di tal fatta, le quali
minacciano ti asportarci fuori del seminato. La questione è grave.
Qui accontentiamoci di rilevare, che, per quanto discordi, ambe-
due i dati, almeno ci additano un'epoca che si aggira intorno alla
metà del secolo VII.
Senza aver la pretesa di decidere così gravi controversie, con-
conchiudiamo: il trasporto della sede avvenne intorno alla metà
del secolo VII, cioè in causa delle persecuzioni di Rotari contro i
cattolici, nel periodo tra il 635 e il 639. Il punto fisso è segnato
dal diploma di Severino papa, dato in favore di Mauro nel 640.
IX. La seconda indicazione cronologica nel Cronico Altinate
sta propriamente in ciò che ivi è detto sulla distruzione di Aitino.
Secondo il Cronico, tale distruzione devesi ai pagani, o, per essere
più esatti, ai sevissimi paganorum. Secondo il testo veneziano
(p. 54): «post istius episcopi expletum tempus, venit australis
plaga a sevissimi paganorum ». Nel Dresdense si legge (p. 72);
« post istorum episcoporum expletum tempus venit ab australi
plaga sevissimi paganorum». E nel Vaticano: «post istius episco-
porum, ecc. » [Simonsf., p. 5]. Queste frasi appartengono al brano
A, che nella cronaca (come si è avvertito) sta di mezzo fra il nudo
elenco dei Vescovi, e la narrazione estesa della distruzione di Ai-
tino, e dei fatti ad essa collegati. Il brano B, riferendosi al progre-
dire delle orde invaditrici, ha sul principio una frase ancora più
chiara : « Postquam destruxerunt Aquilegia civitatem » i pagani
mossero contro ad Aitino.
(1) [Simonsfeld, p. 5, citando anche il Gams].
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Non credo ci possa esser dubbio : le tradizioni che servirono
al compilatore della Cronaca, alludevano coi sevissimi paganorum
unicamente agli Unni. Prima di tutto va avvertito che la parola
pagani non è. qui un vano ricordo dei tempi classici ; è una paro 1 -!
usitatissima nei Cronisti e nei documenti, in particolare dal IX al
X secolo, quando servì ad indicare gli Avari. E gli Avari si ricon-
giungevano facilmente ai temuti ricordi degli Unni.
Si possono fare di più, nel caso attuale, dei raffronti ancora più
concludenti. Dicemmo che il Cronico, così detto Altinate, contiene
parecchi aneddoti storici di vario argomento, e scritti in epoche
differenti. Fra gli altri aneddoti che il chiar. Simonsfeld giudicò co-
me antichi, c'è l'origine di Malamocco, che appartiene appunto, co-
me ritiensi, al sec. X. Quivi leggiamo (testo veneziano, p. 91 ; testo
dresd., p. 103; Simonsf., p. 33): « transactis autem multorum
annorum tempora ab incarnacione D. N. I. Chr. surrexit ab illa
australem plaga impius paganus nomine Atilla sevissiraus: cum
magno exercitu ... ». Quindi è parola della distruzione di Aquileja,
da cui fuggirono coloro che diedero origine alla città .di Venezia.
La rispondenza delle frasi e delle parole, tra il passaggio testé ci-
tato e i luoghi del Cronico Altinate che ci stanno davanti, è cosi
evidente, che non domanda davvero spiegazioni ulteriori. In un
luogo come nell' altro, 1' origine di una determinata popolazione
lagunare vien posta quale conseguenza di una fuga ; e questa fuga
dipende dalla invasione Attilana. Trattasi anzi di pezzi staccati da
una medesima cronaca originale? — Di tali quistioni diremo, molto
brevemente, in appresso.
C'è per altro ancora di più. In addietro riferimmo come (secondo
la narrazione del Cronico, brano R) prete Geminiano presentossi
ai fuggiaschi, timidi e desolati, annunciando loro la lieta novella
che i nefandissimi ed iniquissimi pagani erano stati disfatti dalla
mano di Dio. Questo conviene benissimo colla storia degli Unni, i
quali vennero e disparvero rapidamente. Meno poi che di qualsiasi
altro popolo, ciò potrebbesi dire dei Longobardi, ai quali invece ci
richiamerebbe la accertata cronologia del vescovo Paolo.
Del rimanente è cosa notoria che V invasione Unna sta sem-
pre davanti alla mente di chi narra le tradizioni venete più antiche.
Attila simboleggia i barbari tutti quanti, e Venezia ricorda Attila
ogni qualvolta vuol confessare che la causa indiretta della propria
grandezza, furono le desolazióni della terraferma italiana. Questo
concetto sul carattere di Attila non è esclusivo a Venezia. Per re-
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care un esempio tratto da una Cronaca della regione in cui ci tro-
viamo, rito la Oonaca della Novalesa, dove pure c'è l'impressione
dello spavento incusso dalla così estesa e ingrandita leggenda
di Attila flagellum Dei. Attila è in relazione con quel monastero,
e poi il Cronista vuole che Attila assedii e distrugga Pollenza (1).
In Venezia, e nelle sue isole, dove la vita si svolse con tanti ca-
ratteri peculiari, la leggenda di Attila ha un' altra fisonomia ; e per
dire quale essa sia, basta ricordare la nota e splendida pagina che
all' origine di Venezia, Nicolò Machiavelli dedicò nelle sue Storie
fiorentine.
La distruzione di Aquileia e l'origine di Venezia trovansi nar-
rate in un' antica poesia, della quale dovremo occuparci più in-
nanzi. È il carme conosciuto dal verso con cui s' inizia ad flendos
tuos, Aquileia, cineres (2), che appartiene forse al principio del
secolo IX. Lo cito solamente, perchè mi offre un raffronto curioso ;
di vero Attila quivi è chiamato saevissi?nus, proprio come i pagani
del Cronico Altinate (3).
Resta dunque accertato, che il secondo avvenimento esami-
nato, è l' invasione di Attila nell' Italia settentrionale, la quale fu
compiuta nel 452.
X. Rimane il terzo punto. Il Cronico Altinate accerta la dipen-
denza di Arrio tribuno, verso i dogi Obelerio e Beato.Se ne fa pa-
rola, tanto nel brano D, riferentesi a Mauro prete e poi vescovo;
quanto anche nel brano B, che è quello in cui (come esponemmo)
campeggia la figura di prete Geminiano.
I fratelli Obelerio e Beato sono persone ben note alla storia
veneziana, nel periodo in cui il centro di Venezia non era a Rialto,
ma a Malamocco, e vivevano precisamente tra il cadere del se-
colo Vili e 1' esordire del seguente. Giovanni diacono ne parla
con piena cognizione, ascrivendone il dogado al principio del se-
colo IX. Rilevo anche, a .scanso d' ogni dubbiezza, la frase se-
di M. G. £{., Script., VII, 82.
(2) Cf. C. Cipolla, Fonti edite della regione veneta. Ven., 1882 (1883), p. 134.
(3) Vedemmo come il ricordo degli uccelli fuggenti da Aitino nel Chr. Alt.
(brano A?, richiami a Paolo diac. (e quindi a Jordanes;. Il paganus e il sae-
vissimus. invece non occorrono in quegli scrittori. Resta peraltro clw Jordanes
{Oet. t c. 3ó, 182) ci fa una descrizione spaventosa di Attila, la cui figura si
annerisce ancor più in Paolo diacono (Hist. Rom , libro XIV. c. 9 sgg).
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guente, che ci accerta di loro patria : tribunus Obelerius
tamaueencis (i).
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Me-
XI. Riassumendo, la cronologia del Cronico Altinate è questi :
Primo fatto: Attila distrugge Aitino, da cui fuggono gli abi-
tanti (452).
Secondo fatto: trasporto della sede altinate (638 circa).
Terzo fatto: origine di Torcello, coir approvazione di Obe-
lerio e Beato dogi in Malamocco (fine del secolo Vili, o principio
del IX).
La tela storica si svolge per tre secoli e mezzo ; e il compila-
tore della cronaca avvince così i diversi avvenimenti, per via di
nomi e di persone, da lasciarci credere che tutto sia accaduto in un
brevissimo periodo di tempo. La preoccupazione del Cronista per
porre in rilievo V importanza di Obelerio e Beato, ed i loro diritti
dogali, mi pare evidente. Il compilatore poi, posticipando .la ve-
nuta di Attila alla morte del vescovo Paolo, accresce la confu- .
sione cronologica e sconvolge ogni cosa.
XII. Un ms. Vaticano, quel medesimo in cui abbiamo l'autografo
della Cronaca di Giovanni diacono, ci conservò ancora il Chroni-
con Graiense (2). L' ultimo suo editore, il Pertz, ne ritenne autore
lo stesso diacono Giovanni; mi alla sua opinione si oppose il
Kohlschùtter, al quale aderì pienamente il Siraonsfeld (3). Come
notarono il Waitz (4) ed il Simonsfeld (5) esso può riguardarsi
come composto di due parti, delle quali la prima si riferisce all'ori-
gine di Torcello, e la seconda contiene Y origine di Grado. La pri-
ma parte, quella che a noi ora può interessare, è ha fedele ripro-
duzione della Cronaca Altinate, salve differenze stilistiche, o va-
rietà, che giovano soltanto a chi si occupa di questioni speciali. Ri-
servandoci di ritornare sulla natura del Chr. Grad.? qui possiamo
passare avanti.
XIII. Veniamo ad Andrea Dandolo, e alla sua Cronaca vene-
ziana, monumento immortale al suo nome glorioso.
(1) Chr. Ven., 1. c. 13.
(2) Cfr. Cipolla, Fonti, p. 12-3.
(3) Arch. Ven., XIV, 88.
(4) N. Archiv, II, 375 sgg.
(5) Cr. Altin., Arch. Ven., XVIII, 245.
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Distinguono il Wùstenfeld ed il Siraonsfeld tre frammenti di-
versi della tradizione torcellana in Dandolo. Per i due primi ci sarà
facile consentire : ma per 1' ultimo, sarà d' uopo di fare alcune
riserve.
Il primo passo nel quale il Dandolo accenna a tale tradizione,
è dov' egli parla di Attila; ivi narra (1) che il re Unno venne ad
Aitino. Gli abitanti non portendo resistere, ne fuggirono, lasciando
la città «in solitudine». E così, dice il Dandolo, si adempì la profe-
zia di S. Eliodoro. In questa particolarità, il Dandolo non copia
certo il Cronico Altinate, ove non rinviensi menzione di tal profezia.
— Continua il Dandolo col dire che gli Altinati andarono ad abitare
in sei isole, alle quali diedero i nomi delle sei porte di Aitino. Ciò si
accorda abbastanza bene, quantunque non affatto esattamente, colla
narrazione del Cronico Altinate (2), nel quale poi si danno altre
indicazioni deficienti al Dandolo. Continua lo storico doge col
dirci che altri degli Altinati, persecutione cessante, si recarono ad
abitare in Padova ed in Treviso.
Vedemmo che anche il Cronico Altinate (brano B) accenna a
quegli Altinati, che non si stabilirono nelle isole. Vedemmo ancora
che vi si fa esplicita parola della mutazione avvenuta nella condi-
zione degli esuli, subito dopo la dispersione degli invasori. Anzi
ricordammo che vi si fa parola della torre altinate ; alla quale si
indirizzò l'animo dei fuggiaschi. Potrebbe chiedersi se per avven-
tura tale ricordo sia 1' eco di una lontana e sbiadita tradizione,
indicante un periodo intermediario tra l' irruzione unna e la fon-
dazione di Torcello. Ovvero potremmo piuttosto ricercare se mai
vengano indicate due fughe non contemporanee, dalla distinzione
che T Alt. fa tra coloro, che, in antecedenza, e prima della venuta
degli Unni, andarono a Ravenna, nell'Istria e nella Pentapoli (brano
A), e quelli che più tardi fuggirono nelle isole (cfr. sotto, n. XXII).
Il secondo passo del Dandolo, lo abbiamo in parte esposto più
addietro. Dandolo dapprima ricorda (3) Rotari re dei Longobardi, e
lo chiama uomo forte e giusto ; ma aggiunge eh* egli era ariano,
e che al tempo suo in quasi tutte le città ci furono due vescovi, uno
cattolico e l' altro ariano. Questo passo è desunto da Paolo dia-
cono (4), che è una delle fonti più famigliari al Dandolo. Intercalate
(1) Ap. Murat., XII, 76 A.
(2) Testo Ven., p. 56: testo Dresdense, p. 73-4 [ediz. Simonsf., p. 6-7].
(3) Loc. cit., 115 E.
(4) Hist. Lang., IV, c. 42.
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quindi altre notizie, prosegue il Dandolo, e viene a parlare (1) di
Paolo, premettendo la frase per idem tempus. Il Wustenfeld ed il
Simonsfeld (2) pare credano che qui si alluda air impero di Era-
clio, (j 10-41 ; ma invece parmi più probabile che si alluda sempre al
regno di Rotori, come risulta dall'insistenza con cui lo storico mette
in evidenza la cattolicità di Paolo. Egli vuol farci capire che il ve-
scovo Paolo era vescovo cattolico ; della qual frase fa uso in oppo-
sizione ad ariano; cosi proprio come nel passaggio di Paolo diacono
poco prima ad lui trascritto. Pertanto dice Dandolo, che «rPaulus,
urbis Altinatis catholicus episcopus », insieme colla sua popolazione
cattolica, «cum catholico populo », prese seco le reliquie dei santi ed
il tesoro della chiesa, venne in Torcello e nelle isole circonvicine, e
quivi scelse la sede d' abitazione per le sue genti. Passato un mese
morì, e a lui successe Mauricius, il quale ebbe da papa Severino il
« privilegium » « de firmatione ecclesiae suae in Torcello » ; e la
traslazione ebbe luogo « cum consensu Patriarchae et collauda-
tone populi». Questo brano poco conviene col Cronico Altinate;
esamineremo in appresso in quale relazione esso stia colla cro-
naca di Giovanni diacono. Al Cronico Altinate ci richiama V ul-
timo periodo di questo brano del Dandolo : « hic (Mauricius) etiam
divina revelatione per litora suae dioecesis, sub plurimorum sancto-
rum nominibus, plures construxit ecclesias». Dicemmo a suo luogo
delle visioni avuto da Mauro prete, giusta la Cronaca Altinate ;
quelle si riferivano appunto alla edificazione di alcune delle chiese,
intorno alle quali si dovevano raccogliere gli sventurati, cui nes-
suna speranza sembrava dovesse rimaner sulla terra.
Il terzo luogo del Dandolo (3) dice che Deusdedit, vescovo
della diocesi torcellana, oostrusse de novo la Chiesa di S. Maria di
Torcello e vi depose le reliquie dei santi, le quali (come si vede dal
contesto) erano quelle trasportate via da Aitino. La notizia si rife-
risce al cadere del secolo VII. Ma, a dir vero, questo non è un
fatto strettamente dipendente dalla tradizione sull' origine di Tor-
cello. Si riferisce bensì ai tempi antichi di quella terra ; ma sono
ancora tempi troppo recenti per noi. E poi ivi non è parola di alcun
avvenimento che si riferisca strettamente alla fuga degli Altinati,
e all' inizio del loro soggiorno nelle isole. Questo passaggio non
(1) Loc. cit, 116 A.
(2) Arch. Ven. t XIX, 297.
(3) Loc. cit., 127 D.
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può quindi riferirsi che per via indiretta alle tradizioni delle quali
è nostro compito occuparci in questo momento. •
XIV. Giovanni diacono è il più antico degli storici veneti, presa
questa parola nel suo significato più nobile. Ci sarà necessario
rammemorarlo spesso nel seguito delle nostre iudagini. Acconten-
tiamoci qui di ricordare eh' egli scrisse una Cronaca veneta, ispi-
rato al più ardente affetto per la patria. Fu cappellano del doge
Pietro Orseolo II, e la sua attività letteraria appartiene al periodo
che abbraccia il cadere del secolo X e 1' esordire del secolo XI.
Colla sua cronaca giunge al 1009.
Il cronico di Giovanni, conservatoci in autografo (come ri-
tiensi) in un manoscritto Vaticano, servi ad Andrea Dandolo, cosi
come altre fonti antiche, compreso il Chronicon Allinate. Anche
per le tradizioni riguardanti le origini torcellane, noi troviamo
nel Dandolo chiare le traode dello studio da lui fatto sopra la
cronaca di Giovanni. La quale dice in proposito cosi : « Cuius tem-
pore Maurus Altinensis episcopus, non ferens longobardorum in-
saniam, Severini papae auctoritate ad Torcellensem insulam venit,
ibique sedem corroborare et prò futuro manere decrevit » (1). Il
Cuius tempore, con cui principia il passaggio, si* riferisce a Mas-
simo patriarca gradense: questi, se crediamo a Giovanni, entrò in
sede neir anno 647 (2).
Dell' origine torcellana, Giovanni ci tramandò pure un* altra
narrazione al principio della sua cronaca ; ivi espone in generale i
motivi per cui le popolazioni della terraferma recaronsi ad abitare
le isole. Come vedremo anche in altro luogo, egli non fa alcuna
parola di Attila, e collega invece queir avvenimento colla invasione
dei Longobardi. Attribuisce bensi all'anno 540 la invasione dei Lon-
gobardi; ma del fatto considerato in sè, parla correttamente, trascri-
vendo da Paolo diacono. Nella cronologia Giovanni diacono è molto
difettoso; questa è la prima volta che ci si presenta l'occasione di
notarlo, ma. non sarà V ultima. È bene fissarlo in mente fin d' ora.
fermato che tale è Y origine degli abitanti delle, isole venete, Gio-
vanni descrive queste isole, passandole in rassegna una per una.
Principia da Grado, e termina con Cavarzere. Egli ha di mira in
questa enumerazione, non tanto di raccogliere tradizioni speciali
(1) M. G. H. t Script., VII, 10.
(2) Loc. cit., p. 9.
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suir origine storica di ciascuna isola, quanto di rappresentarci il
loro stato, al tempo suo. Torcetto è la sesta, e sopra di essa ha so-
lamente queste parole : « quae licet urbium moenibus minime eia-
rescat, tamen aliarum insularuin raunitione circumsepta, in medio
tutissiina posset ».
Riassumendo, anche in Giovanni diacono l' origine di Torcello
è duplice. Una, la più antica, è quella medesima per cui furono abi-
tate le rimanenti isole della laguna veneta. La sua causa sta nella
invasione barbarica, la quale per lui è la longobarda, ma nel fondo
è tutt* una con quella che altri dicono attilana. La seconda, la più
tarda, appartiene alla metà incirca del secolo VII, e si confonde
con una traslazione di sede. Anche in Andrea Dandolo abbiamo
ravvisato la duplicità della tradizione ; soltanto è a notare che il
Dandolo, nel primo caso, menziona espressamente Attila. Ma egli
conosceva benissimo la divergenza delle opinioni in tale argomento,
giacché entra in disputa, riferendosi alla nota epistola di Cassio-
doro, « quae etiam errorem dicentium Venetiam primo inchoatam
fuisse ex adventu longobardorum excludit ». E, a tal fine, riferisce
la lettera cassiodoriana per disteso (1).
XV. Come abbiamo indicato, il Dandolo nella sua prima noti-
zia sopra Aitino e Torcello (2), insieme con ragguagli che combi-
nano con quelli del Cronico Alttnate, ricorda eziandio una profezia
di S. Eliodoro, della quale in quel cronico non è parola.
Questo particolare ci richiama alla vita di quel santo, edita
dai Bollandisti (3). È certo a deplorare che i Bollandisti non ci
diano almeno sufficienti indicazioni sull' età del mss. È vero che
essi stigmatizzano queir opuscolo, come pieno zeppo d' errori ; ma
dacché lo pubblicano, era pur necessario render contezza al lettore
di tuttociò che lo può interessare. Accettiamo dunque quella vita
cosi come stà, e senza proferirne giudizio. Nella vita ci sono trac-
eie forse di fonti divergenti ; V ultimo capitolo, che è quello di cui
ora dobbiamo intrattenerci, apparisce non del tutto intimamente
connesso con quanto lo precede.
Il vincolo tra la vita e Dandolo è rimarchevole. Nella vita
(cap. 3, pag. 650) si fa cenno della profezia di S. Eliodoro ; nel che
(1) Ap. Murat., XII, 88-9.
(2) Loc. cit., 76 A.
(3) Jul. 3 (t. I, p. 647 sgrg.)-
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abbiamo una notizia che si collega alla prima narrazione di Dan-
dolo.
La seconda narrazione dello storico doge si può confrontare
col rimanente del racconto che trovasi nella vita, e che in compen-
dio suona cosi : — Paolo teneva la sede di Aitino ; presentasi Alboi-
no coi Longobardi. Paolo allora, recando seco le reliquie dei Santi,
abbandona notte tempo la sua città, e cerca rifugio nelle isole della
Venezia. In quelle isole egli non protrasse la sua vita oltre ad un
mese. Quelli eh' erano rimasti ad Aitino, essi pure vennero nelle
suddette isole; e rolà educarono la Nuova Aitino, la quale, cam-
biato nome, poscia fu dal volgo detta Torcello. Quivi essi elessero
a proprio vescovo Mauro, il quale fece erigere parecchie chiese.
A Mauro successe Giuliano, e, a Giuliano, Deusdedit. Quest'ultimo
costruì la chiesa di S. Maria eadem similitudine qua fuerat, vale
a dire pari a quella che, giusta la narrazione del biografo (p. 648),
S. Eliodoro aveva innalzato in Aitino, convertita al Cristianesimo.
Deusdedit ripose nella nuova chiesa le reliquie dei Santi, ch'erano
state trasportate da Aitino.
Quest' ultimo brano risponde perfettamente al terzo passag-
gio del Dandolo.
XVI. Quale appendice a ciò che abbiamo esposto, può riferirsi
qui una iscrizione del sec. XIV posta nel monastero di S. Giovanni
in Torcello. La chiesa di S. Giovanni è una di quelle che il Cron.
Altinate (1) non dimentica, enumerandola fra le chiese costruite da
Mauro. La tolgo dell' Ughelli (2).
Sexcentis deciesque quater currentibus annis,
Ecclesiae papa Severino lora tenente,
Eraclio 8. Cbristocolis tunc imperitante,
Maxim US Ecclesiae praeerat Patriarca Gradensi,
Torcellanus erat antistes Maurus amoenus,
Et duo Torcelli curabant sceptra tribuni
Aurius et consors eiusdem logis Arator,
Grande monasterium fuit boc tunc ediflcatum.
I nomi di Aurio e di Aratore ci richiamano al Cronico Alti-
nate, come la citazione di papa Severino vincola questa narrazione
a Giovanni diacono e ad Andrea Dandolo. In ogni modo V iscri-
zione è di pochissimo valore.
(1) Testo Yen., p. 59.
(2) Italia sacra, V, 1365 (ed. Coleti).
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XVII. Riassumiamo le varie tradizioni nei loro punti essen-
ziali, e culminanti.
La Cronaca Altinate, come vedemmo, contiene in sè, quasi
diremmo nascoste, tre date. L' ultima è quella di Obelerio e Bealo,
la prima quella di Attila, restando fra mezzo V epoca di Rotari.
Andrea Dandolo ha egli pure la data Àttilana e la Rotariana ; Gio-
vanni diacono, almeno nella sostanza, non si discosta dagli altri :
sostituisce peraltro ad Attila i Longobardi.
Il ricordo di Attila si collega alla distruzione di Aitino. La men-
zione di Rotari risponde invece alla traslazione della sede. Giovanni
diacono ed Andrea Dandolo conservano i due .fatti staccati, e ci
danno due origini di Torcello. L' autore del Cronico Altinate riu-
nisce insieme i due fatti, e sorvola sull' assurdità cronologica che
ne consegue.
In confronto di questa, le altre discrepanze sono secondarie ;
ma tuttavia meritano d'essere registrate. Una sopra tutte vuole
essere considerata. Secondo Giovanni diacono, la traslazione della
sede è fatta da Mauro; e in ciò sembra convenire, in sostanza, anche
il Cronico Altinate, a tenore del quale, Paolo premori alla distru-
zione di Aitino. Andrea Dandolo e la vita di S. Eliodoro ammettono
invece che la traslazione sia stata eseguita da Paolo ; e soggiungono
che egli mori un mese dopo la sua venuta a Torcello, succedendogli
Mauro, il quale fu privilegiato da papa Severino. Si presenta ov-
via una spiegazione di questa divergenza; non so se sia accetta-
bile; in ogni modo non parmi del tutto indegna d'ogni considera-
zione. Potrebbe, cioè, supporsi che il diploma di papa Severino,
confermante la traslazione della sede, e diretto al vescovo Mauro,
abbia tratto in errore più d' uno, e che questo documento abbia
fatto sì che parecchi dimenticassero il vero autore della trasla-
zione, cioè Paolo. Quest'ultimo infatti, a rigore, trasferì l'abita-
zione : Mauro invece trasferì la sede.
Per altro bisogna fare ancora un'altra osservazione. Nei brani
(A, sgg.) dell' Altinate, in cui si descrive la distruzione di Aitino
e T origine di Torcello, Paolo non è nominato, nè come vivo nè
come morto. Paolo figura solo nell'elenco dei vescovi altrnati, pre-
cedente il tratto di cui ci occupiamo ; e l' annuncio di sua morte
sta appena indicato nelle parole che servono di testa alla narra-
zione storica, e che possono attribuirsi al compilatore relativa-
mente tardo. Sicché la contraddizione tra l'Altinate e le altre fonti,
è piuttosto negativa, di quello che sia positiva.
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Richiamo l'ipotesi fatta poc' anzi (n. Vili), secondo la quale
il vescovo Paolo, antecessore a Mauro, non sarebbe confermato
dagli atti della Sinodo del G80. Anzi esso rimane ignoto anche al
Chr. Xltm.y restando unicamente sostenuto dalla tradizione del
Dandolo. Facendo forse un passo avanti alla stessa ipotesi, si po-
trebbe da taluno supporre che il vescovo Paolo, quale autore del
trasloco della sede altinate, sia nient' altro che il prodotto di una
tradizione confusa nel nome ; e che, in altra parola, sia Mauro il
vescovo fuggito da Aitino. Ma è permesso di dar torto al Dandolo
sopra tale argomento?
XVIII. Notisi ancora che nel Chr. Alt., Mauro comparisce un
po' dopo la venuta degli esuli nella laguna; ecco un aspetto della tra-
dizione, per la quale si affermò che Paolo sopravisse breve tempo
alla traslazione. Anche secondo Andrea Dandolo, Paolo non so-
pravisse che un mese dopo la sua partenza da Aitino. Il suo nome
al postutto non poteva trovarsi in Torcello collegato a niun fatto
importante. Per ciò la sua memoria potè facilmente obliarsi.
XIX. Obelerio e Beato nel Cronico Altinate non figurano altro,
se non che quali depositari del potere supremo; essi non hanno parte
diretta ed attiva in tutto quello che riguarda la sistemazione della
nuova sede. Vedemmo come Giovanni diacono, nella esposizione
delle origini venete, si compiaccia d' indugiare nella dichiarazione
delle condizioni delle cose al suo tempo. Se così fece un uomo di
tanta erudizione e coltura quale fu il diacono Giovanni, molto più
dobbiamo aspettarcelo dal rozzo cronista di cui stiamo occupan-
doci. Già il Wùstenfeld ha riconosciuto che il cronista, dove parla
di relazioni politiche ed espone le condizioni sociali della comu-
nità torcellese, riferisce solamente come stavano le cose al prin-
cipio del secolo IX. Il Simonsfeld approva interamente questa opi-
nione (1); e si accorda col Wùstenfeld nell' ammettere che il preci-
puo valore della Cronaca consista appunto nel quadro della vita
ecclesiastica e civile di Torcello neir epoca anzidetta.' Il Simons-
feld si sofferma alquanto sopra di tale argomento, e lo dichiara
con una certa larghezza, con precisione, con evidenza elegante;
mentre sorpassa rapidamente su quanto si riferisce alla natura
della immigrazione altinate: questa non entrava propriamente nello
(1) Arch. Yen., XIX, 299 sgff.
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scopo da lui propostosi. Obelerio e Beato non costituiscono quindi
una terza data nella storia dell'origine di Torcello. I nomi di questi
due dogi non si collegano colla storia dell' abbandono di Aitino e
della fondazione di Torcello. Invece la loro ricordanza (bisogna
tenerlo presente) si unisce alla rappresentazione delle condizioni
ecclesiastiche e civili della nuova comunità, e risponde ad un pre-
concetto dell'autore, che si manifesta egualmente nell'antica storia
metamaucense, e in quella delle origini di Grado. I legami che
sembrano unire questi due nomi colla esposizione storica che pre-
cede, non intaccano menomamente ciò che forma la sostanza della
narrazione istessa. Sono vincoli affatto esteriori.
XX. Il Simonsfeld (l) paragona in termini molto concisi la
narrazione del Cronico e quella del Dandolo. « Qual tradizioni ^e-
gua qui Dandolo noi noi sappiamo, però, ad ogni modo, noi possiamo'
prestar fede piuttosto alle sue asserzioni, che a quelle del nostro
anonimo, il quale senza esitare confonde insieme dei secoli, e no-
mina i dogi Obelerio e Beato, che vivevano al principio del nono
secolo, nello stesso momento che egli accenna a persone esistite
pressoché due secoli innanzi ». Avrebbe potuto anche dire: presso-
ché quattro secoli innanzi. Ma la confusione, fatta dal Cronico Ai-
tinaie, va considerata più che altro come un avvicinamento arbitra-
rio di varie tradizioni sopra un medesimo argomento. Il vincolo che
unisce qui tutte queste diverse tradizioni, sta particolarmente nei
due tribuni, Aratore ed Arrio (od Aurio), i quali partono da Aitino
ed in 350 anni di peregrinaggio giungono a Torcello. Ora il nome
di Arrio ha tanta importanza nella storia torcellana, che ben s' in-
tende come abbia potuto riunire in sè stesso cotante tradizioni, e ser-
vire ad esse quale di comune fondamento. Esso infatti è un nome fa-
migliare, e il Chr. Alt. istesso lo dice. Al Simonsfeld (2), così felice
e accurato nelle sue indagini, dobbiamo dei raffronti pieni di inte-
resse, i quali potrebbonsi certo accrescere di numero. C'è un Gio-
vanni Aurio tribuno nell' 887-90 : un Giovanni d' Aurio comparisce
in Torcello nel 1125, e un Aurio a Mazzorbo nel 1207.
XXI. Il Chr. Alt., tanto nelle narrazioni torcellane quanto al-
trove, ha di mira sempre le genealogie delle antiche ed illustri fami-
(1) Arch. Ven., XIX, 296.
(2) Arch. Ti?*., XIX, 297.
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glie ; laonde si compiace di enunciare un nome, che appartiene alle
tradizioni più antiche, colle gando a questo nome quello della fami-
glia cha discese da quel c apostipite ; qui abbiamo di ciò ormai pa-
recchi esempi. Ne troveremo di solenni nella storia delle origini di
Malamocco. Anche questo criterio critico, devesi fissare fin d'ora.
Il Chr. Alt. ha un fare poetico, anzi leggendario tavolta,
e perfino romanzesco: in Dandolo invece rin vietisi la precisione
dell' erudito sobrio e giudizioso.
XXII. Ridotte a due punti capitali le tradizioni sull'origine di
Torcello, potrebbe riguardarsi come cosa utile ricercare quale sia la
distinzione delle notizie che si riferiscono a ciascuno dei due punti.
Limitiamoci a ciò che dice il Dandolo (col. 76 A) sulle sei isole
denominate dalle sei porte di Aitino. È quasi inutile avvertire che
porla è voce presa nel significato antico-medioevale di sestiere.
Nel Cronico Altinate e' è qualcosa di somigliante ; peraltro dei sei
nomi, quivi non ne abbiamo che cinque, come avvertiva anche il Si-
monsfeld. In questa notizia ci si presentano subito delle circostanze
che ci fanno andar circospetti sulla sua antichità. La porla nel
senso predetto, ci richiama al medioevo piuttosto che all' età ro-
mana ; poscia il breve recinto di Aitino ci sconsiglia dal credere
che quella città fosse divisa in sestieri.
XXIII. Come ho avvertito nel n. XIII, anche nel Chr. AH. ci
sono chiare le traccie della doppia fuga da Torcello. Nel brano A il
ricordo degli uccelli è attilano ; e all' epoca attilana si riferiscono
le notizie sulla fuga dei primi due terzi della popolazione. Av-
vertasi, che 1' ultimo terzo fuggì prima dell' arrivo dei pagani. Se
due altri terzi fuggirono ancor prima, quale è il motivo di questa
fuga? Non possiamo se non che ammettere due invasioni, alle quali
rispondono le due fughe.
Confrontando il brano A col brano B si potrebbe forse cer-
care un' altro spezzamento nella tradizione, rispondente a quello
stato di tregua in cui i profughi ci sono descritti come nascosti,
sulle barche, nelle paludi. Il ricordo della torre, che il brano B
premette alla notizia della fondazione di Torcello, potrà a taluno
sembrare quasi 1' eco di un riflusso della emigrazione verso V an-
tica patria, prima di metter sede stabile nella seconda patria. Il
ritorno ivi è solamente mentale ; ma chi ci sa dire, che alla nar-
razione non sottostia un' altro racconto, nel quale la prima fuga
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si rappresentasse come provvisoria, sulle barche nelle paludi, e la
seconda come stabile nelle isole ? Sono congetture vaghe sulle
quali non faccio molto assegnamento. Così come il racconto ci è
giunto, la distinzione tra le due fughe sta nell'Ali, nel sito che
poc' anzi abbiamo indicato. Locchè risponde perfettamente alla
frase del Dandolo persecuHone cessante (col. 76 A). Ed è una
distinzione chiara, poiché ci adJita due diverse direzioni seguite
dai fuggenti. Gli uni vanno in Ravenna, Istria e Pentapoli ; gli al-
tri invece cercano di nascondersi, e riparano nelle isole vicine a
Torcello, e sicure solamente perchè protette dalla dimenticanza.
Andrea Dandolo, nel primo dei luoghi da noi considerati (ri. Vili),
ci conservò evidente ricordo dèlie due fughe, quantunque parli
con qualche diversità dal Chr. Alt.; egli fa prima fondare Tor-
cello dai profughi, e poscia guida questi ultimi, appena cessata
T invasione, ad abitare in Padov/i e in Treviso. Ma perchè non
tornarono essi in Aitino? Lo storico non ce lo spiega; la sua nar-
razione ha tutta T apparenza di essere il prodotto di una altera-
zione.
Invece nel Chr. Alt. l'alterazione è minore; appena faccia-
mo astrazione dalle ragioni cronologiche, la verità storica ci si fa
manifesta, se non in tutta la sua pienezza, almeno in modo da po-
terla riconoscere.
La testimonianza del Dandolo, d' altra parte, serve a comple-
tare quella del Chr. Ali, dandoci dettagliate informazioni sul ri-
flusso, sul ritorno dei fuggenti alla volta o in prossimità dei luoghi
natii; del che il Chr. Altin. tace affatto. I due racconti, come si
completano, così anche servono di riprova l'uno in riguardo al-
l'altro.
(Continua.)
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LE RUBRICHE
DEI
LIBRI MISTI DEL SENATO
PERDUTI
TRASCRITTE DA GIUSEPPE GIOMO
SOTTOARCHIVISTA NELL'ARCHIVIO DI STATO IN VENEZIA.
(Continuazione e fine. Vedi pag. 91).
S ALES OMNES.
(Lib. I.)
Detur Mediolanensibus sai cuoi conditionibus primis excepto
pacto, 76.
Accipiantur denarii super sale etc, sed de precio possint fieri
melioramenta, 160.
(Lib. Il)
Aggraventur Paduani occasione dacii impositi per eos sali per
ante Lendenariam, 121.
{Lib. I1LJ
Datium fuit impositum sali maris et sali Cervie. — Pacta inita
cum Cerviensibus, 140.
Provisio super eo quod non servarunt pactum.
Officiales de contrabannis habeant quartum de contrabannis
salis ut continetur in ordinibus, 141.
(lab. UH)
Quinque sapientes electi ad examinandum si sai Cervie pos-
sit conduci Bononiam et cum quo onere expense et contra Raven-
nates, 49, 52.
Datium salis Cervie reducatur ad pristinum statum soldorum
VI grossorum, 69.
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Contrabanna riperie Marcine committantur officialibus de con-
trabannis ut alia, 70.
Soldati in riperia Marcine habeant medietatem de contraban-
nis, et offieiales contrabannorum denarios sex prò libra, 114.
De denariis deficientibus Ricio de Cervia fiat sicut videbitur
domino duci cònsiliariis et capita.
Missus fuit nuntius Cerviam prò nostro sale, 124.
Negocia Cervie fiant in XL, 126.
Examinetur per quinque eligendos negocium salis ituri secun-
dum consuetudinem vel augmontandi datium eitis, 146.
Sai Clugie et maris stringatur ita quod non portetur a Fer-
raria supra sed Ferraria in Marchiani Romaniolarn, Paduam, Vin-
centiam, Tarvisium, Foroiulium et in Ystriam in quantitatibus so-
litis, 149.
Firmetur pactum cum quodam Tusco qui vult accipere de
sale Clugie deferrendo Pratuin et in Tusciam, 132.
Eligantur tres sapientes super facto salis Marcine, Romaniole
et Castribarchi, 156.
Sai stringatur in Romaniolarn, Gaurura et Caputgaurum et de
aliis locis provideatur, 157.
Si dominus Canis vult # stringere salem ita quod non vadat
extra suum districtum dabimus ei sufficienter, 158.
Pactum de sale portando in Tusciam per Bertolinum Rodulfi
sit firmum, 159.
Quibusdam de Regio et 11 1 i de Saxolo detur de sale Cervie
prò soldis Villi raodio et de ilio de Clugia prò libris XVIII cente-
nario, dantibus plezariam quod dictus sai portabitur per Bonde-
nurn, Regium et Saxolum, 160.
Abbati Pomposie detur de sale Cervie, 161.
Detur sai illis de Rodigio de Abbacia, Lendenaria et Abati
Vangadicie, 161.
Similiter domino Guilielmo de Castrobarcho, 163.
Possit dari sai illis quibus tenemur per pactum, 185.
Scribatur Donato Quirino et Ser Marco Pasqualigo super lite-
ris ser Thome Superancio quod possint firmare pactum ac prorait-
tere quod nos dabimus salem Bertolino de Bononia et sociis prò
precio contento in pactis alias habitis cum eis, 170, 176.
Possit dari illis de Marchia sai precio quod videbitur domino,
cònsiliariis et capitibus, 183.
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376
(Lib. V.J
Marcus Manolesso possit extrahere et portare Ferrariam tan-
tum de sale quod habeat inde libras XL grossorum sed faciat
scribi nostro comuni de suo damno tantam Seram, 126.
Salinarii Clugie permittant portari salera ad loca quibus te-
neraur non dando alicui ultra modia L alias vero prò libris XX,
6, 7, 25, 99.
Quod Marco et Sciavo filiis quondam Crissi derobatis in Ar-
genta concedatur posse portare Ferrariam milliaria tria salis dan-
tibus ipsis omnia iura sua comuni contra comune Argente, 108.
Detur sai illis de Latisana eis sufficiens orani mense, 8.
Episcopo Clugie concessa est extractio modiorum sexrailliura
salis certis terminis, 8.
Per dorainum ducem et consiliarios possit dari de Sale Cervie
ubique preter Mantuam et Mutinam, 8.
Sai Cervie et grossus detur sub certa conditione preter Man-
tuam et Mutinam, 10.
Concessa fuit extractio milliarium XXV salis Clugie Pinzino
Dardi et Iohanni Babilonio portandi Ferrariam conditione quod
pecunia debeat poni in procuratia sancti Marci età, 107.
Detur sai Montisilici et Montagnane certa conditione, 37, 38.
Responsio facta Cerviensibus quod parati sumus quod cogno-
scatur per sapientes, 90.
Declaratio pacti Cervie, et detur ambaxatori paga duorum ter-
ininorum, 96.
Solventes salinariis Clugie libras XX prò datio salis non in-
currant penam si portant alio quarn contineat breve, 99.
Reducatur datium salis in Romaniolam et Bononiara delati ad
libras X ut prius, 139.
Revocata est strictura .salis terris cum quibus habemus pa-
cta, 139.
Salinarii salis maris faciant cavari barbas et aquas. foresti,
167.
Solemnitas scripta potestati Clugie observanda in distributio-
ne salis portandi Ferrariam per homines Clugie, 39.
Detur de sale Cervie prò soldis Villi grossorum portantibus
Parmam, 51.
Portantibus Cremonam detur precio quo datur Mediolanensi-
bus, 51.
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Salinarii possint dare Mutinensibus de sale grosso prò libris
IIII soldis VI raodio et Cervie prò soldis VI, 77.
Ad Porturagruarium prò libris X, et Aquilegiam prò libris X
et quinto, 83, 84.
De sale Cervie detur Parmensibus prò soldis Villi grossorum
quocumque portare volent, 83 ; et Bononienses possint vendere et
firmare pacta, 23.
Pluribus coneessum fuit posse portare salem de Clugia Fer-
rariam, 84, 103.
Pistorino per se et filiis quondam Cini Cambii veneti età, 85.
(Lib. VI.)
Reducatur sai Vincentinis ad libras XVIII, 20.
Responsum fuit Cerviensibus quod fecerant nobis contra pa-
cta in carcerando capitaneum nostrum et alia, 51, 71.
Comune et homines Cervie condemnati fuerunt in libris XXV
grossorum prò iniuria facta in personam Damiani Capello Capita-
nei, et prò barchis oneratis vino et oleo que iverunt contraban-
num, 120.
Responsio facta Mainardo Sindico Cervie super retentione pa-
ge, 120.
(Lib. VII.)
Licet Cervienses fecerint contra pacta tamen quia promise-
runt amplius non contrafacere dediraus eis pagas, 2.
Sapientes deputati ad cancellandum Consilia, tractent cum Cer-
viensibus, 2.
Responsio facta domino pape super facto salinariorum Cervie
iuxta id quod alias responsum fuit Corniti Romaniole, 70.
Qualiter promisimus Corniti Romaniole perraittere per ipsum
extrahi railliaria X salis de Cervia certo precio et modo, 78.
Super petitione 8 miliariorum corbellorum salis nostri comu-
nis habeant dominus dux, consiliarii et capita libertatem, 6.
Salinarii salis raaris possint expendere in cavatione Babiarum
usque libras IIII grossorum, 7.
Sai Clugie et sai de hinc stringatur ita quod non fiat bulleta
de ipso per Padum et per Athicem usque età, 64, 68.
(Lib. Vili.)
Libertas data provisoribus et salinariis tractandi concordiam
cum Cerviensibus, 10.
Pro sale Cervie solvantur soldi VI grossi de modio, 47.
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(Lib. vini)
Sai Cervie reducatur ad solitum dacium soldorum VI gros-
sorura, 77.
(Lib. X1LJ
Emantur corbellarura circa VI millia salis Guercii fratris ser
Avenssoris per nostrum comune, 17.
(Lib. XIII.)
Scribatur salinariis Clugie quod non faciant literam nec sigil-
lum alicui portandi salem Veronam absque nostra licentia, 21.
Qualiter Francischus de Alborazo privatus fuit citadinancia
Veneciarum per X annos, occasione fraudis commisse per ipsura
in facto salis età, 38.
Tractatores per nos deputati et diffinitores super
aliquibus et consultores.
(Lib. XIIJ
Committatur dominis Ziani Baduario et Francisco Fusculo
factum concordie tractande inter dominam Samaritanam et filium
et dominos Rizardum et Gerardum ex altera parte età, 7, 13.
(Lib. XIII.)
Elongatus fuit terminus electis prò camera frumenti, 15.
Deputati ad inveniendum bona Servodei de Valore cum ma-
gna libertate, 91, 95, 97.
(Lib. XII1I)
Sapientes electi super questionibus galee Manuellis de Gri-
maldo, 52, 81, 83.
Alii electi prò facto Sagone, 54, 58.
Super facto Placentinorum damnificatorum per gentem galee
armate ser Marci Baseio sapientes loquantur cura eis, 85, 88.
Tractatores debentes esse cum tractatoribus domini legati
possint expendere soldos duos grossorum in die prò quolibet, 87.
Officiales contrabannorum.
(Lib. III.)
Offitiales de contrabannis habeant quartum de omnibus re-
bus sicut de sale, 141.
Plura capitula super contrabannis commissis per buchas a
Primario citra sunt commissa officio contrabannorum, 38, 139.
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(Lib. 1111.)
Contrabanna Riperie Marchie commissa sunt offitialibus de
contrabannis, 70.
(Lib. V)
Officiales de contrabannis dividant inter homiaes lignorum et
barcharum Riperie Marchie denaria de contrabannis recepta, 23.
(Lib. Vili)
Officiales de contrabannis faciant fieri custodiam ne eatur La-
tisanam, 46.
(Lib. XII)
Accusationes factas ad eorum officia, que ad eos non spectant,
mittant aliis officiis ad quos spectant età, 73.
(Lib. XIII.)
Officiales de contrabannis arment duos ganzarolos prò con-
trabannis salis, 46.
(Lib. XIIII)
Dominus, consiliarii et capita et contrabanni habeant liber-
tatem prò certis contrabannis, secundum quod fuit factum prò
Marco Manfredo, 73.
Catavere.
(Lib. UH.)
Officium de publicis et usuris non con.mittatur Cataveris, 16.
Catavere procedant contra nostros qui per inquisì tionem fa-
ctam per comitem Jadre invenientur damnum inferro insule Jadre,
70.
Catavere exigant capitula et penam a rebellibus solvere offi-
tialibus ternarie, 19.
(Lib. V.)
Catavere exigant penas a procuratoribus sancti Marci caden-
tibus, 119.
Iidem excutiant penas a cadentibus propter processus factos
contra dominum Guilielmum Sanuto prò Marco Gysi, 127.
(Lib. Villi.)
Catavere inquirant de tubis et aliis que fuerunt domini Karoli
que applicentur damnificatis, 37.
Exigant penas a contrafacientibus prohibitionibus factis con-
tra iter Avajone, 86.
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380
(Lib. Xl.J
Cala vere diffiniant questionem vertentem inter ser Nicoletum
Bruiosso et ser Baliano Contareno, 4.
Declaratio cuiusdam consilii capti in rogatis super circatione
navigiorum que commissa erat prius officialibus Levantis et postea
cataveris et capitaneis postarum etc, 42.
(Lib. XIII.J
Penarum euntium ad terras dominorum de la Scala exatio
commissa fuit dorainis de nocte, cataveris, et aliis, 34.
(Lib. XIIII.J
Declaratio consilii super circatione navigiorum prius com-
missa officialibus Levantis et postea cataveris et capitaneis posta-
rum, 42.
Armamenti officiales.
(Lib. IIILJ
Quando offitiales armamenti vadunt facientes solutionem nihil
habeant nisi scribaniam et scribanus non habeat grossos duos, 20,
21, 24.
Recipiantur rationes eorum per provisores, 175.
Officiales armamenti postquam armate recessissent debeant
reddidisse denarios qui eis avanzabunt camerariis comunis, 175.
(Lib. V.J
Pagatores possint facere quod eis videbitur de pena quam in-
currerunt aliqui pauperes homines prò non restituendo soldo prò
eundo in Sclavoniam, 151.
(Lib. Xl.J
Officiales armamenti recipiant rationes expensarum factarum
per ser Blasium Geno comitem Ragusii, 41.
Pagatores recipiant in ratione libras tres grossorum datas
ser Marco Minoto capitaneo galearum Trapesunde prò soldizandis
hominibus quia ceciderunt in aquara, 87.
(Lib. xm.j
Pagatores prohiciant texeras inter se quis eorum iturus sit
Mothonum habiturus libras tres grossorum et scribanus soldos de-
cem grossorum prò via etc, 47, 50.
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381
Domini de nocte.
(Lib. II1L)
Libertas data officialibus de nocte de galeotis accipientibus
duplicem soldum, 58.
Declarata est pars quam habituri sunt domini de nocte vel
certi alii officiales de penis extrahentium grossos novos et de bol-
zono, 111.
(Lib. V.)
Committatur dominis de nocte quod super omnibus iniuriis et
gravaminibus que fiunt paduanis confugientibus huc, faciant id
boni quod eis videbitur, 30.
(Lib. XIII.)
Commissum est negotium prohibitionum ad terras dominorum
de la Scala dominis de nocte et aliis officialibus quibusdam, 35.
Advocatores comunis et auditores sententiarum.
(Lib. II)
Utrum ser Thomas Dandulo sit plezius sicut scriptum est in
quaterno advocarie nec ne, 52.
(Lib. V.)
Commissa fuit advocatoribus deflnitio questionis comitisse
Slave cum Radiza condam Cypriani de Besca.
(Lib. vini.)
Quidam lapides inventi remaneant in cameraria comunis et
advocatores comunis audiant conquerentes usque ad mensem, 54.
(Lib. X.)
Advocatores comunis exigant penas consilii rogatorum vocati
sub pena et non venientibus, 83.
Scripture que sunt contra illos duos qui sunt capti prò facto
Curie et aliis dentur advocatoribus comunis, 54.
(Lib. XIUL)
Exigant advocatores comunis penam soldorum XX a non ve-
nientibus ad consilium rogatorum, 4.
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382
Super publicis et usuris.
(Lib. 1I1LJ
Offitium de super publicis et usuris non comraittatur catave-
ris, 16.
Procuratores sancti Marci.
(Lib. V.J
Procuratores operis sancti Marci provideant et aptari faciant
voltas ubi sedere debent procuratores novi, 115.
Capitula pluria emendationis capitularis procuratorum, 117,
118, 119.
Notarii procuratorum arainittant grossos quatuor qnando non
veniunt, 165.
Sexterium kanaregli coniungatur tribus sexteriis de ultra ca-
nale quantum ad procuratores commissariarum, 164.
Divisum sit eorum offitium, 164.
(Lib. VII)
Procuratores faciant imprestita de commissariis suis, 122.
IUDICES PALATII ET MUTATIO SALARIORUM ALIQUORUM
IUDICUM ET ADVOCATORUM.
(Lib. mi.)
Advocatores proprii habeant libras tres grossorum solum in
anno, 16.
Iudices petitionum habeant de cetero solum soldos V grosso-
rum in anno, 17.
Advocatores petitionum. habeant solum soldos XX grossorum
in anno età, 17.
Iudices per omnes t^urias habeant solum libras III grossorum
in anno, 17.
Advocatores per omnes curias nihil salarii habeant de cetero
in anno, 17.
Advocatores forinsecorum habeant soldos XX grossorum in
anno, 17.
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383
VlCEDOMINI TABULE LOMB ARDORUM .
(Lib. 1111.)
Iutroitus Ugnami nis commissus est tabule lombardorum et
datiura est expressum, 11, 12, 13.
Approbentur vicedomini tabularum taliter quod semper unus
ex veteribus remaneat ut tìt in illis de messetaria, 16.
Non possint vicedoraini trium tabularum angarizare aliquem
scribanorum vel puerorum suorum, 19.
(Lib. V.)
Modus exigendi pecuniam solvendam prò concordia domini
Karoli, 178.
(Lib. VI)
Commissum fuit vicedominis lombardorum quod est ordina-
tum solvi prò concordia domini Karoli, 43, 44, 51.
Illud vero ordinatum solvi est in quinto ad cartas 178.
(Lib. VIII.J
Officiales tabule faciant fieri bullectas ad partes Tuscie et
inde supra per viam Ravenne, 57.
(Lib. Villi)
Vicedomini lombardorum ponant in sequestro pecuniam medii
prò centenario exigendam prò facto domini Karoli donec etc, 76.
(Lib. Xllll.)
Committatur officialibus lombardorum quod ordinatum est
exigi a florentinis, 8.
Ternarie Vicedomini.
(Lib. UH.)
Ex quatuor vicedominis ternarie diminuatur unus et habeant
tres remanentes denarium medium prò libra, et ordo eorum, 17.
Michael Nani et stantiales scribani deponantur eo quod potest
officium fieri sine ipsis, 17.
Unus scribanus de foris de VII deponantur, 18.
Duo pueri deputati ad circandum ne malum vendatur oleum
deponantur et VI scribani qui vadunt ad navigia hic agant, 18.
Declaratio pene soldorum duorura prò libra est quod intelli-
guntur illi duo soldi de valoré merciam, 18.
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Non possint extrahi per forenses curamen et pellamen nec
alia mercimonia nisi soluto datio, 18.
In quam penam incidunt debentes solvere duo prò centenario
et quinque si discaricant absque boleta, 18.
Penara a rebellibus solvere exigant catavere et capitale
etiam etc, 18.
Non possint vicedomini trium tabularum angarizare aliquem
scribanorum vel puerorum, 19.
Approbentur vicedoinini tabularum taliter quod semper unus
ex veteribus remaaeat ut tìt in illis de messetaria, 16.
Faciant suas rationes provisoribus, 175.
(Lib. XII.)
Revocetur notarius quem tenebant officiales ternarie Padue,
48.
Maris Vicedomini.
(Lib. mi)
Vicedomini maris faciant rationem omni quarto mense de tra-
tis tam venetis quam forensibus, 20.
Datium grisiorum et aliorum solventium ad introitum solva-
tur infra XV dies sub pena soldorum duorum prò libra, 20.
Unus vicedominus scribat cum notario, rame, stagnum et mei
que portantur extra, 20.
Mercationes que portantur Aquilegiam et in Foroiulium et
inde adducuntur sicut ad Portumgruarium solvant, 19.
Vicedomini maris faciant bullari ballas pellaminis Raguseo-
rum antequam discaricentur et ceteri ordines, 19.
Non possint vicedomini trium tabularum angarizare aliquem
scribanorum vel puerorum, 19.
Approbentur vicedomini tabularum taliter quod super unus
ex veteribus remaneat ut fit in illis de messetaria, 16.
(Lib. Villi.)
Arma de Maia possint extrahi de Veneciis et portari ad ter-
ras christianorura solvendo denaria XII prò libra in exitu et vice-
domini exigant, 40.
(Lib. X.)
Scribani navigiorum teneantur restituere tabule maris omnes
bolettas rami, stagni, et mellis de quibus redditur refusura -sub
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pena soldorura X qualibet vice, cuius medietas sit comunis et alia
medietas tabule maris et si accusator etc, 30.
Officiales tabule maris habeant- tercium pene pecie pannorum
non laboratorum Veneciis, que presentarentur duobus bullatoribus
constitutis per provisores etc, 30.
Messet ARI A.
(Lib. UH)
Incantetur messetaria ad unum annum conditione quod ha-
bentes ipsam teneantur per sacramentum dicere in finem termini
quantum lucrati fuerint et ab inde in antea de anno in annum, 21.
(Lib. XI)
Ordines piperis multi commissi sunt officialibus messetarie, 42.
(Lib. XIII)
Ordines multi pertinentes offitio messetarie, 10, 11.
Quedam commissa sunt officialibus messetarie, scilicet de co-
riis pellibus non portandis ad dealbandum absque licentia eorum,
26, 74.
Exigant penas cadutorum ad officium suum et addatur eis
unus famulus propter ea, qui habeant de penis etc, 26.
De pecunia et penis debitis per missetas exigant etc, 26.
De cambiis, 26.
Quod ad officium messetarie sint quatuor officiales, 41.
Missete teneantur facere scribi mercato ad cameram messe-
tarie sub pena, 23.
Super grosso de Rassia.
(Lib. II1LJ
Commissum est offitialibus grossi Rassie factum Cividalis in
restringendo ut eis videbitur, 64.
Processus factus contra Nigrum de Crucibus, 64.
Àdditio unius notarii et puerorum trium facta dictis officiali-
bus et qualiter dividere debent partem penarum, 117.
Tractentur illi de Cumis tanquara capitales inimici et proces-
sus factus contra eos plura capitula continens et commissum est
officialibus de Rassia, 152.
Officiales grossi de Rassia habeant tres barchas more solito,
153, 158.
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386
Mercationes Mantue et Mutine solvant soldos X prò libra. In-
quisitio horum commissa est officialibus grossi de Rassia, 185.
Officiales grossi de Rassia satisfaciant naulum patronis duo-
rum lignorum que adduxerunt vinum de terris regis Roberti con-
tra nostros, 130.
Inquirant de committentibus contra inhibitionera lignaininis
et ferri de Cividale et partem habeant et barchas duas, 51, 153.
(Lib. V.)
Officiales de Rassia debeant circare galeas reducendas ad
mensuras ordinatas et facere eas laborari ordinate, 143.
Transgressionis termini galearura Flandrie pena est commissa
officialibus grossi Rassie, 120.
(Lib. VI)
Faciant se scribi volentes mittere ballas cum galeis ituris ad
mare maius usque et inde in annum non possint recipi et officiales
exigant penas, 92.
(Lib. VII.)
Cominissum fuit officialibus de Rassia factum committentium
contra processus factos contra Veronenses, 50.
Et eis est etiam commissum exigere penas ab illis qui soldura
accepissent, 122.
Levantis officiales.
(Lib. II.)
Circatores galearum accipiant penam patronis de armis que
galeoti debent habere et non habent, 115.
(Lib. UH)
Additio stricture facte super rebus Secretazii Apulie que com-
missa fuit officialibus Levantis facta certa exceptione de rebus
porta tis, 176.
(Lib. VII.)
Detenninatio facta de questione que erat inter officiales Le-
vantis et credenciarum super facto Pantaleonis Scortegacan quod
eatur officialibus de Levanti, 84.
(Lib. Villi.)
Galee Trapesunde recipiant arma mercatorum et mercatores
teneantur habere, et hoc est commissum illis de Levante, 38.
(Lib. XI.)
Officiales Levantis exigant penam a cadentibus ad ordines di-
scèssus galearura caricando 29.
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387
Super datio vini.
fLib. 1111.)
Quid debeat facere deputatus ad bigoncios, 21.
Accipiantur grossi Vili prò pignere prò qualibet botta extra-
henda de Ugno, antequam extrahatur etc, 21.
fLib. VI.)
Officiales dacii vini inquirant de bonis Ariminensiuin et Pesa-
rieiisium et exigant penas consilii et habeant denarios XII prò
libra, 137.
Super Rivoalto.
fLib. 1 V.)
Officiales Rivoalti suas rationes faciant officialibus rationum
de intus, 174.
(Lib. X.)
Officiales Rivoalti possint afdctare ad mensem de voltis ruge
de ca Vitali conditione quod quocienscumque mercatores telarum
de ipsis voluerint eis dentur ut prius, 30.
SUPRACONSULES.
(Lib. V.)
Debeant supraconsules prò litteris et mandamentis magistro-
rum nundinarum compellere nostros a quibus peteretur dare bo-
nam securitatem de parendo iuri etc, 19.
Supraconsules scribant ser Benedicto de Molino, quod consti-
tuat unum procuratorem in illis partibus occasione mandamento-
rum, 444.
fLtb. XUU.)
Supraconsules possint affidare Conradum de Valore usque,
59, 75.
Item Iacobum Barro, 66.
Et Servodeum de Valore per unum mensem postquam appli-
cuerit Venecias, 73.
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388
Capita sexteriorum.
(Lib. VII.)
Capita sexteriorum faciant capita contractarum et faciant par-
titionem per duodenas, 2.
(Lib. XIIIJ
Capita sexteriorum faciant partitionem terre, 24, 73.
Super imprestiti.
(Lib. VII)
Non fìat novitas medicis et iuristis in facto imprestitorum. —
De clericis similiter, 122.
Procuratores Sancti Marci faciant impresti ta de commissariis
suis, 122.
Officiales de super frumento.
(Lib. Villi.)
Officiales frumenti possint imponere penas prò exigendo pe-
cuniam solutam in Francia prò domino Dardi Bembo, 54.
(Lib. XIII.)
Eligantur per dominura, consiliarioset capita V sapientes prò-
visuri super conditionibus camere frumenti, 5.
Super navigantibus.
(Lib. Villi.)
Condemnati per officiales olim constitutos super navigantibus
absolvantur cum eorum sit revocatum, 4.
(Lib. XI11I.)
Qualiter facti fuerunt officiales super navigantibus, 56.
Denarii marinaricie non subiaceant stricturis ordinum, 100.
Non fiat gratia, donum vel provisio etc. nisi plures ex oftìcia-
libus de super navigantibus fuerint in Consilio, 92.
Gracia consueta fieri alicui qui cecidisset ad penas contra-
ordinum non possit produci in longum ultra 4 menses, 68.
Non impediant virum nobilem Paulum Faletro quin naviget
illas centum libras grossorum prò quibus comune fideiussit, 80.
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389
VlGINTI DE SUPER MERCATIONIBUS.
(Lib. 1111.)
Viginti de super raercationibus possint mittere et expendere
prò strata de Mes, 52.
(Lib. VI.)
Tele non vendantur per venetum forensera veneto ad longio-
rem terminum trium raensium, 121, 122.
Canapi officiales.
(Lib. XI.)
Fiat unus tertius offìcialis ad canapum ut sartia fiant me-
liora, 80.
Approbentur et alie conditiones multe sunt posite ipsis offi-
cialibus, 80.
Nota quod ordines ofrìcii capti sunt in 19 libro de XL ad
cartas ... et ibi eliguntur : et in libris maioris consilii in filoso
et magno sunt plura.
(Lib. XII.)
Ofdciales canapi probati fuerunt, 90.
(Lib. XIII.)
Ofdciales canapi probati fuerunt, 93.
(Lib. X1II1.)
Non possint emi tele in credencia nec alie mercationes intran-
tes fonticum th'eotonicorum, 59, 60.
lUSTICIARII VETERES ET NOVI.
(Lib. X.)
Sapientes quinque electi super examinatione et correctione
calafatorum, 29.
Correctiones provise per dictos sapientes notate in libro fiant
per iusticiarios veteres, 38.
Officiales telarum.
(Lib. V.J
Tele lini possint huc adduci uadecumque per quoscumque
usque ad annum unum, 103.
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390
Sint franche prò anno futuro, 177.
(Lib. VI.)
Tele lini adducende Venetias sint franche usque ad annum etc,
83, 85.
(Lib. VII.)
Commisse fuerunt officialibus telarum questiones Masse Fi-
scalie, 121.
(Lib. XIIII.)
Quod tele sint franche usque ad annos duos et intelligantur
tele etiam que fuissent conducte etc, 42.
EXTRAORDINARII.
(Lib. III.)
Quando galee coraunis venerili t in canale extraordinarii fa-
ciant portas bullari, 3.
Fiat solutio extraordinaria de dimidio prò centenario exigenda
prò Maraoluchis, 4.
Teneant se extraordinarii ad ordines veteres in mercationibus
venientibus de Corfù scilicet quod solvant minus alia Romania, 32.
Dividant denarios habitos de castello de Castro, 41.
Commissa fuit divisio yperperorum secunde page de Costan-
tinopoli et alia de cetero venturorutn. extraordinariis, 123.
(Lib. IJII.J
Solvant de pagis damnorum datoruni per gentem imperatoria
ser Henrioo de Molino et uxori Petri de Molino, 42.
Mutuent libras decem mille prò galeis Flandrie de denariis
Constantinopolis, 43.
Factum honorum hominum de Cumis intromissorum et intro-
mittendorum commissum fuit extraordinariis, 114.
Satisfaciant de residuo quod habent debentibus recipere prò
sententiis patriarche, 182.
Mutuent comuni de omnibus denariis sicut dominus dux et
consiliarii dicent et flent cedule, 182.
Pro soldo Ugni Riperie Ystrie et prò mittendo soldo unius
mensis soldatis domini Marci Bembo, 129.
(Lib. V.)
Satisfaciant de denariis habitis ab infante damnificatis com-
parentibus de toto quod debent recipere et zolie reserventur prò
ceteris, 59.
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391
Dividant de.iarios de Apulia habituri mediani prò centena-
rio, 184.
Taxent dainnum Nicolai Baduario, 184.
Mutuent libras XI1II, soldos XV prò ambaxata mittenda ad
despotuui et petentes despoto solvant per soldum et libram, exce-
pto Nicolao Savonario, 18.
(Lib. VII.)
Extraordinarii possint recipere a mercatoribus pignus in mo-
netis auri et argenti prò naulo, 24.
(Lib. Vili)
Examinent et taxent damna et debita facta per Firmanos no-
stris, 44, 123.
(Lib. Villi.)
Approbati fuerunt officiales hii, scilicet ser Ungarellus Natale
et ser Petrus Martinazo, 48.
Examinent et distinguant damna petita emendari per nos a
rege Friderico et consulant de responsione, 50.
Ser Iohannes Caroso non fuit probatus quia terminus eius
non erat, sed remanet firmus usque ad Sanctum Michaelem et inde
ad unum annum, 123.
Pecunia retempta prò supraensegnis et zupponibus restitua-
tur pauperibus hominibus si restituent predicta comuni alioquin
medietatera, per extraordinarios, 39.
(Lib. X)
Extraordinarii approbati, scilicet ser Iohannes Caroso et ser
Petrus Martinazo, tertius vero non fuit probatus età, 94.
Extraordinarii non petant nec accipiant naulum ambaxatori-
bus imperatoris Constantinopolis, 120,
(Lib. XII.)
Per eos taxentur damna data per Ianuenses de Savona et
Peyra Venetis qui venerunt de Creta et Romania et aliis parti-
bus, 12.
Extraordinarii probati, 63.
Dent bulletas mercatoribus discaricandi suas mercationes de
lignis culfi accepta plezaria, 90.
Taxent damna nostrorum illata per gentem imperatoris Con-
stantinopolis etc, 104.
(Lib. XIII.)
Ad probam remanserunt ser Franciscus Mauroceno et Ho-
mobonus Gritti, 71.
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(Lxb. Xllll.)
Reraanserunt ad probam factam ser Franciscus Mauroceno,
et Homobonus Gritti.
Provisores comunis.
(Lib. I.)
Faciant legi ordines in Rivoalto et Sancto Marco orani anno
et contrafacientes solvant XXV prò centenario, 149.
Salariarci, electio et probatio eorum ibi continetur.
Pro ligno cohoperto recessuro accipiant plezariam cum sa-
cramento de medietate valoris quod non ibit contra ordinerai, 190.
Consilium contra factos venetos et contra forenses facientes
contra ordinaraenta quedam, 191.
(Lib. IL)
Quando armatur mittant provisores prò patrono galee et
scribano et precipiant quedam inquirentes contra patronos et scri-
banos si fecerint que debent.
Mittant in reditu galee cuiuslibet prò tribus vel pluribus eo-
rum qui iverunt, et eorum qui redierunt cum ipsa et inquirant per
sacramentum de observatione vel transgressione ordinum, 81.
Procedant contra defraudantes dacia Ferrane et Mantue, 89.
(Lib. 1111.)
Provisores possint corrigere ordines captos in maiori Consilio
super auro et argento, ad cartas 114, in hoc 50, 120.
w Recipiant rationes offitialium armamenti, ternarie, et patrono-
rum Arsenatus, 175.
Possint eligere viceconsulem Ferrane dando ei usque ad sol-
dos XL grossorum prò tribus mensibus, 125.
Faciant fieri cridam quod habentes de pannis Mediolani pre-
sentent ipsos eis, et signentur. — Simile faciant prò pannis de Cu-
mis, 137. •
(Lib. VII)
Facta Ferrane et Rodigii commissa sunt eis cura piena bai-
lia, 26.
Factum Marci de Neno speciarii committatur provisoribus, 48.
Ordines provisi super illis qui volunt fieri veneti, 111.
(Lib. Vili.)
Commissa est eis questio illius de Pignatonibus de Ferrarla,
50.
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393
(Lib. X.)
Provisores et sapientes electi ad providendum super gravami-
nibus per Ferrarienses factis, 70.
Possint conferre cum arabaxatori et siudico Curaarum, 144.
Constituantur duo boni bullatores super peciis pannorum
factorum Veneciis bullandis albis quibus non presententur alie pe-
cie sub pena soldorum V valoris pecie presentate de quibus penis
tercium sit comunis tercium officialium tabule maris et tercium sit
officialium artis pannorum et si accusator etc, 30.
(Lib. XI.)
Committatur provisoribus et comitibus excessus factus per Ia-
drenses accipientes temones cuiusdara Ugni nostrorum onerati mer-
cibus et vino, 23.
(Lib. XIIJ
Vetita est aliis officialibus examinatio dicentium se fore vene-
tos et commissa provisoribus, 75.
Baylia data est et aucta provisoribus contra frangentes or-
dines, 82.
(Lib. xuri.j
Provisores et salinarii maris consulant nobis super litteris
missis ab ambaxatore nostro qui est ad regem Iohannem in Lom-
bardia, 30.
Provisores quibus commissum fuit factum provincialium,
consulant sapientes iuris si per verba concordie facte cum rege
Roberto dieta darana videantur remissa, 83.
Tres electi audituri Placentinos dicentes se damnificatos per
galeam ser Marci Baseio, 83.
Confinnetur adhuc per duos annos consiliura de facientibus
contra ordinem placitandis per provisores, 84.
Officiales omnes in genere.
(Lib. III1.J
Officiales non possint exire civitatem Rivoalti prò faciendis
rationibus suis vel alia causa, 20.
(Lib. V.J
Fiat per nostros officiales gravitas in duplo Bononiensibus
eius quod faciunt nostris, 44.
(Lib. X1LJ
Omnes officiales teneantur ut astringuntur provisores sacra-
26
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mento notificare accusationes depositas apud eos non spectantes
ad ipsos, illis officialibus ad quos spectant, 73.
Credentiarum officiales.
(Lib. VI.)
Quod fiant tres officiales ad inquirendum de havere forinse-
corum credenciis navigando per mare per venetos, 129.
Sint dicti officiales per duos annos et habeant libras VI gros-
sorum prò quolibet in anno, 129.
Agger.
(Lib. II.)
Factum aggeris contra Paduanos, 23, 36, 46, 47.
Sardinia.
(Lib. n.)
Qualiter fuimus in concordia cum illis de castello Castri et
elargatum quod nostri illuc vadant, 54.
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MEMORIE VENETE
NEI
MONUMENTI DI ROMA
( Continuazione. Vedi pag. 106)
IN S. MARIA MADDALENA
LIX.
Nella chiesa di S. Maria Maddalena, presso il Pantheon, la
cappella seconda alla sinistra di chi entra è doppiamente connessa
alle memorie venete, perchè adornata dalla patrizia famiglia dei
Farsetti e dedicata a San Lorenzo Giustiniani ultimo dei vescovi
di Oli volo, e primo patriarca di Venezia (1451).
Il quadro dell'aitare rappresenta la Vergine avente in grembo
il bambino radiantissimo, circondati da angeli e cherubini. Da un
lato v'è genuflesso il Giustiniani: ma il veneto visitatore, avvezzo
a vederlo sotto gì' indumenti pontificali e con faccia gentile e
scarna, è stupito nello scorgerlo dipinto qui da Luca Giordano
(Luca fa priesto, e questo lo dipinse invero prestissimo) (1) in to-
naca nera e con fattezze arrotondate e dozzinali, nè sa spiegarsi il
perchè d' una croce papale lunghissima che gli è raccomandata fra
il braccio sinistro e l' anca.
In questa cappella il gusto barocco del secolo XVII fa pompa
doviziosa. Urne cinerarie, paludamenti simulati col marmo, meda-
glioni di bronzo cinti da cornici pesanti, putti che li reggono, stem-
mi farsettiani (scudo bipartito orizzontalmente, con al di sopra la
luna falcata contornata d' argento in campo azzurro, e al di sotto
due treccie d' oro incrociate in campo rosso), tutto ciò accumulato
in ispazio ristrettissimo.
(1) SI crede in una notte: così il Nibby, Roma moderna, I, 535,
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Era de' frati ministri degl* infermi (che servono tuttora que-
sta chiesa) Sisto Pietralata che scrisse la vita del Giustiniani. Papa
Paolo V teneva sempre sul tavolino Y effigie di questo santo pre-
lato (1). Questi frati, alquanti anni or sono, avrebbero voluto de-
dicare ad altro culto la sua cappella, ma la superiore autorità ec-
clesiastica saviamente noi permise, essendo questa V unica memo-
ria in Roma dedicata a quel modello di virtù episcopali.
Il detto biografo ci fa sapere che nel 1477 Sisto IV fece ini-
ziare, ad istanza della Repubblica, il processo per la canonizza-
zione di Lorenzo ; ma i tempi burrascosi interruppero queste cure.
Leone X nel 1519 lo fece ripigliare, riconoscendolo tra' Beati. Cle-
mente VII avrebbe conceduto e Clemente Vili confermato che la
Congregazione di S. Giorgio in Alga della quale il Giustiniani era
stato alunno, sagrificasse in onore di lui. Paolo V le permise di
commemorarlo una volta alla settimana nelle preci di rito. Inno-
cenzo X nel 1647 fece proseguire, ad istanza del Senato, la causa
per la santificazione. Fu questa pronunciata nel 1690 da Alessan-
dro Vili (Ottoboni), che assecondò volentieri la istanza della Re-
pubblica, e celebrata a Venezia con grande pompa e allegrezza (2).
LX.
Dovendo qui farsi menzione di ciò che abbia un qualche lato
comune colle memorie storiche, ricordo le pubbliche preci decre-
tate dal Senato nel 1439, affidandone a Lorenzo, allora vescovo,
il compito di divulgare V ordine e stabilire il modo. Ce ne lasciò
documento lo storico Pietro Giustinian (Lib. VII), narrati gì' in-
fortuni da Venezia sofferti in terraferma, nella guerra contro Fi-
lippo Maria Visconti, alla cui dominazione V ardente foga di Ni-
colò Piccinino aveva aggiunto la parte migliore delle recenti con-
quiste veneziane in essa terraferma. Il momento era supremo, e i
conati dell' onesto e valoroso ma non fortunato Gattamelata, non
valevano a scongiurare V instante pericolo. Nè le preci sarebbero
bastate se non fosse stata stipulata nuova alleanza con la Repub-
blica fiorentina, e se Francesco Sforza, postosi al soldo di ambe le
Repubbliche, non avesse fatto testa al Piccinino. Il Sismondi (cap.
LXIX) giustamente rimprovera gli storici veneziani di troppa con-
(1) Relaz. d'amò, veneti in Roma nel secolo XVII. Rei 1635 d' Alvise Cok-
Tarini. Ven., Naratovich, 1877, voi. I, pag. 368.
(2) Garzoni, St. Ven., lib. Vili.
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cisione nel narrare gli opportuni impegni assunti dalla Repubblica
sorella, difetto non emendato dal Romanin che asciuttamente dice
del Senato: rinnovò la lega coi fiorentini (1). L'arringa di Neri
di Gino Capponi dinanzi alla Signoria veneziana, e Y entusiasmo
suscitato nei gravi personaggi che la componevano, conscii che
da quella lega dipendevano i destini continentali di Venezia (2),
meritavano che gli storici nostri si fossero convenientemente dif-
fusi intorno ad un momento gravido di fauste conseguenze.
Il biografo Pietralata ricorda con una certa -compiacenza la
visita che Galeazzo Sforza, mandato da Francesco e Bianca duca
e duchessa di Milano, genitori suoi, a complire coi veneziani, fece
al patriarca Lorenzo per averne la benedizione. Il santo Antistite
gliel' avrà di certo impartita, e chi sa con quali soavi esortazioni.
Ma furono semi perduti, essendo egli quel Galeazzo che, divenuto
alla sua volta duca, e tiranno nella più brutale significazione, mori
di morte violenta, nel visitare la basilica di S. Ambrogio in Milano
nel 26 Dicembre 1476 (3).
LXI.
D. 0. M. | Antonio Francisco Farsetti | Patritio Veneto
| ànimi probitate ingenii prestan. i muniumque magnitudine |
Summis Pontificibus | Et Principibus | Acceptissimo | Maphae-
ius Farsetti | Protonotarius Aplicus | Avo Optimo. Et Meri-
tissimo | Pioque Hujus Sacelli Fundatori | Mon. Pos. | Vixit
Ann. LXXV Obiit Die | XI Nov. MDCLXXVII | (4).
Leggesi nella suddetta cappella, dal lato dell* epistola sul pa-
vimento. L' effigie di Anton Francesco è ritratta nel medaglione
(1) Tomo IV, pag. 196.
(2) V. nel Machiavelli, St., lib. V, all'a. 1439 Ja descrizione.
(3) S Lorenzo Giustiniani morì l'8 Gennaio 1455 stile veneto, comune
1456. Non mancano biografìe che ne indicano la morte nel 1465, sbaglio proba-
bilmente originato dalle erronee serie dei patriarchi, taluna delle quali, p. es.
quella del Mutinelli nel Lessico Veneto (tip. Andreola, Venezia, 1851, pag. 291),
salta dal Giustiniani al Barozzi, omettendo i patriarchi Maffeo Contarmi el. 1456,
Andrea Bondumier el. 1460 e Gregorio Correr el. 1464, ma che morì prima di
prendere possesso del patriarcato. Esso Mutinelli omise anche, nella detta serie,
Pier Francesco Contarmi el. 1554.
(4) La condizione logorata del marmo lascia dubitare se abbia a leggersi
MDCLXXVIH o MDCLXXV1IH. Ma Iacopo Morelli (Operette, voi. II) dice che
questo Anton Francesco morì nel 1680.
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sovrastante all'urna che dalla stessa parte ne finge il deposito.
Egli nacque in Massa carrarese e fu aggregato alla veneta nobiltà
nel 1646, anno secondo della guerra di Candia. È tumulato nella
chiesa delle monache di S. Marco in Padova. Maffeo Farsetti (fi-
glio di Filippo del predetto Anton Francesco) che dedicò questa
lapide e il sovrastante monumento alla memoria dell'avo, fu pre-
lato addetto a governi civili dello Stato romano, e poi arcivescovo
di Ravenna, nella cui metropolitana è sepolto (m. 1741). Non è
dunque a confondersi coir altro Maffeo, di cui nell* iscrizione se-
guente.
Al Maffeo arcivescovo, fu fratello Filippo cavaliere della Stola
d' oro m. nel 1733.
Questa prosapia illustre che si spense in un Anton Francesco,
da cui fu manomessa o dispersa ogni preziosa memoria de' suoi
maggiori, ha diritto che sieno rammentati ognora con onore Gian-
giacomo che troviamo fra i difensori di Candia, colpito nel 1668
da ferita mortale nelle opere esterne al baluardo Sabbionara (1),
Filippo (n. 1704 m. 1774) il mecenate larghissimo delle belle arti,
e i fratelli, Tomaso Giuseppe (n. 1720 m. 1792), bah e commen-
datore gerosolimitano, eultissimo incrementatore di sontuosa li-
breria, e Daniele (n. 1725 m. 1787) amico dei buoni studi e pro-
motore dell'Accademia dei Granelleschi, benemerita del ritorno al
buon gusto letterario.
LXII.
D. 0. M. | Maphaejo Farsetti | Patritio Veneto | Prot.
Aplico Et R. C. Clerico | Magnis In Aula Muneribus | Per-
functo | Fati Festinatione Majorib. Erepto | Maphaejus Far-
setti | Ex Fratre Nepos | In Sacello quod Primus In Urbe S.
Laurentio Iustiniano Dicari Mandavit I Moerens Posuit A.
MDCCIV. | Vixit An. LV Mens. VII | Obiit Die II Apr. MDCIC |
È sul pavimento della cappella medesima dalla parte del Van
gelo: ed ivi è sepolto questo Maffeo figlio dell'Anton Francesco
di cui neir iscrizione precedente. Vi sovrastanno urna, medaglione
ed ornamenti simmetrici a quelli dell' altra parte.
(Continua.) G. Giuriato.
(1) Vunou, St. Ven. 9 II, 692.
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ANEDDOTI STORICI E LETTERARI
Un'antica farmacia Veneziana.
(G. Boni.) — Venticinque anni or sono il campo di S. Barto-
lomeo giungeva appena alla metà della sua lunghezza attuale, e si
può riconoscere anche oggi qual sia la parte moderna del campo
dalle nuove facciate che la fiancheggiano e da quella casaccia di
fronte che è la sezione del taglio.
Su questa facciata di fronte, indecente come la conseguenza
d' un allargamento, sta incassata una lapide che informa come,
atterrate le antiche case a decoro ed utilità pubblica, il comune
allargava il campo nell'anno 1858, essendo podestà il tale dei tali.
Prima della demolizione a decoro ed utilità pubblica, s' apriva al
pianterreno della casa, allora prospiciente il campo, una fra le
più antiche farmacie veneziane, quella all'insegna della Madonna.
Per riguardo al mobiglio della farmacia ed alla collezione dei
vasi le venne trovato collocamento in una bottega di fianco che fu
appositamente ridotta, e dove, mobiglio e vasi, rimasero intatti,
finché nello scorso Agosto la farmacia essendo stata traslocata in
altra parte del campo, perdette ogni traccia della primitiva sua
struttura.
È la sorte che attendono i ricordi storici, anche nelle loro
forme più elementari, quando si porta ad essi un primo colpo.
Allorché si demolivano le antiche case a S. Bartolomeo, rincre-
sceva a tutti di veder rovinata la vecchia farmacia della Madonna,
e si aveva cura di salvarne se non altro le apparenze. Adesso
ogni resto dell' antico utensile, nel nuovo sito non poteva trovare
un ambiente addatto, ond' è che non si ebbe più scrupolo alcuno
di veder smembrato ciò che prima, come assieme, era rispettabile.
Vidi da ultimo gli armadi dell' antica farmacia accatastati in
un magazzino e la collezione dei vasi parte nel nuovo negozio, e
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400
non potendo questo contenerli tutti, accumulati gli altri in una
soffitta, e, come si fa di cosa che forse non si vedrà più, la osservai
più davvicino ed in dettaglio.
Il mobiglio dell' antica farmacia consiste in armadi che sta-
vano ridossati alle pareti, formati da un basamento sporgente a
cassone, sul quale insistevano gli armadi chiusi e sopra questi
quelli aperti a ripartizioni orizzontali sulle quali posavano i vasi.
Le sagome dei riquadri, i profili classici delle cornici che coronano
gli armadi, e le mensolette che le sorreggono, si direbbero sanso-
vinesche ; ma potrebbero anche essere di stile posteriore perchè
difettano d'un carattere proprio, ed il carattere dell'architettura
si svela debolmente nelle sagome e nelle proporzioni, quand' esse
sono studiate e ridotte da altre costruzioni già esistenti. Le testine
di bronzo e le figurine di mezza donna alata, colle estremità a fo-
gliami, che decorano gli sportelli, non fanno che ripetersi una dopo
T altra ; appena una qualche varietà si riscontra nelle maniglie dei
cassetti e nelle bocche delle serrature. Nel complesso, questi ar-
madi, i quali a posto presentavano un interesse che altrove non
avranno, non dimandano più di andare accompagnati ai vasi che
ritengo più antichi. Essi hanno sufficiente pregio come mobiglio del
XVI secolo, perchè facesse opera buona chi li conservasse alla
città nostra, adoperandoli per qualche Biblioteca o Museo.
Degna di maggior attenzione è la serie dei vasi dell' antica
farmacia. Sono tutti di terra cotta verniciata di bianco con arabe-
schi azzurri ed iscrizioni nere. Ve ne hanno di quattro categorie :
le due prime, che non differiscono se non per là dimensione, recano
forma d' una coppa ; la terza ha la forma d' un boccale con manico
e beccuccio ; e la quarta categoria è quella dei vasi di maggior di-
mensione, che hanno una forma sferoidale. Alcuni di questi, in luogo
d'iscrizione, portano l'insegna della farmacia, la Madonna col Bam-
bino, dipinta in azzurro.
La collezione di questi vasi, che sembra fatta apposta per ser-
vire alla farmacia della Madonna, è interessante anche perchè ci
conserva la nomenclatura dei medicinali preparati, eh' erano in
uso nel XV secolo. La data non si può precisare neppure dalle
iscrizioni in carattere gotico; ma chi li dipii se si lasciò sfuggire,
nella fretta delle abbreviazioni, qualche lettera romana o del cor-
sivo comune, e palesano in ogni altra guisa 1' epoca di transizio-
ne. Dò qui l' elenco delle iscrizioni, come stanno scritte sui vasi,
distinguendo con un asterisco quei medicinali che non vanno più
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in uso, e sono in maggioranza, giacché maggiore rivoluzione han
portato nella farmaceutica gli ultimi cent'anni che non i due o tre-
mila che li precedettero.
I. Iscrizioni sui vasi piccoli.
* Rubini Prep.*
* Troc. Edicroi. (6)
•Zaffiri. Prep.*
* Pil. Aggregative
•Smeraldi Prep. u
* Pil. d' Serapino
•Topazi Prep. u
* Pil. Lucis.
' Giacinti Prep. u
* Pil. d* Hier. c . agarie
•Granate. Prep. tó
# Pil. e Auree
* C restai. d\ Montagna.
* Pil. d. Hiera sempl. (7)
* Malgari te Prep.*
* Pil. Fetide.
* Corali Rossi. pp. u
* Pil. Cochie. pp. (8)
* Madre. Perle, pp.
Pil. d\ Reobarbaro.
* Fragmenti. Pretiosi. pp. u
Pil. d Euforbio
* Lapis. Ermatitis. pp
* Pili. d\ Succino, craton :
'Lapis: Magnetis: pp:
* Pil. Alefangine.
* Lapis. Perrar. pp.
* Pil. d' Hermodatili.
* Lapis, giudaico. Prep.
Pil. Mercuriali.
* Lapis. Lincis.
* PiU: Tart: querc:
• Lapis. Lazuli.
* Pil. Cochie. di. rasis.
* Troc. d' Mirha. (1)
* Pil. d\ Tribus. co*, reob. 0
* Troc. Alandal. (2)
Polve, di. Gambello,
lroc. Alchachengi. (3)
Polv. d. Mastici.
* Troc. d Assenzo
* Polv. d. Turis.
* Troc. d. Viole.
* Polv. Lontra, casum
# Troc. d. Spodio.
* Polv. Capital
* Troc. d. Carabe. (4)
* Polv. Hermodatilata
* Troc. Liphi. (5)
Polv. d' Litargirio
• Troc. d. Lacca.
Polv. d' Aloè.
• Troc. d\ Lupatorio
* Polv. Contravermi.
* Troc. d' Camphora.
* Polv. Costrett. a magistr.
* Troc. d' Reobarbaro
* Spodio Prep.' 0
* Troc. Diarodon.
* Sp. e Cordial. procibo
* Troc. di Ramich.
* Sp * Cordial. temp.°
* Troc. d\ Agnocasto.
* Squama, eris. prep.
(1) (Trocisci), medicamenti simili alle pillole ed alle pastiglie, erano bollati col sigillo di
quello che ne aveva inventata la composizione.
(2) Colla polvere di Coloquintida.
(3) Colle fratta e ie foglie di tal nome.
(4) Preparato col Succino ed altre droghe.
(5) Fatti di molte droghe, entravano nel Mitridato.
(6) Contro il contagio, entravano nella Teriaca.
(7) Aperitivo di spezierie e resine.
(8) Colla Hiera picra, 1* Alhandali ecc.
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402
* Rotule Periate
* Sp.* Hiera. pichra. d. rasis
Seme. Santo. Pesto
Sabadiglia, polo.
Mira Pesta.
* Sp. e Diatrompipero
* Sp.® Diamu8co. frig. 0 *
* Sp. e Diamusco.
* Sp. e d. Hiera. Semp.
* Sp. e Hierapiera. d* gal. 0
* Sp. e Triasandali
* Cor. di. Ler-ust, pp.
Tutia Prep. u
Verderame Ano
Mercurio. Vivo.
Mercurio precip. 0
Sangue, d' Drago. Prep *
'Squma. d\ Fero. pp. u
Ialapa. Pesta.
* Rame. Usto.
* Sp .• Diarhodd*. abbatis.
Mercurio, sublimato
Minio sopraf:
* Sangue. Ircino
* Rotule Imperiai.
* Occhi, di. Cancro, pp :
* Piombo, usto.
* Sp. e Imperiai.
* Troch. gordoni
* Sp. e Diamusco. comp.
* Sp. Letificante, gal. comp. u
II. Iscrizioni sui vasi grandi.
* Ung. 0 Marciaton.
* Ung.»° d' Betonica.
* Ung.° d' Scora, d' castag. 6
Ung. d' Piombo.
Ung.° Diffensivo
* Ung. 0 d' Sughi, magist.
Ung. Mercurialle
Ung. 0 d $ Ifis.
* Ung. 10 Splenetico, magist. 10
Ung. 0 Egittiaco. (1)
Ung. 0 d' Althea.
* Ung. to Petoral.
Uug. 10 d' Litargirio
Ung. di Cerusa
* Ung. to Perlecetole.
* Ung: Alabastrino.
Ung: di. Cerusa camf.
* Ung. 0 Apostolorum.
Ung. 0 Reffriger* gal. 0
Ung. to d' Tutia
* Ung. 0 Comitisse
Ung. 0 Lenimento. Sep.
Ung. 0 d\ Populeon
Ung. 0 Citrino.
Ung: Basilicon
Ung. to d\ Minio.
' Ung. to <j\ Calce.
' Ung. 0 Àgrippa. (2)
' Ung. d* Artanita. magg. (3)
' Ung. 10 Damaschino
* Eli. 0 Rosato, mes.
' Eli. bened « laxat.» (4)
1 Eli. 0 d' Succ. d\ rose
* Eli. 0 d' Bache d' lauro
' Eli. 0 d' Hamech (5)
EU. 0 Triphera. magna, s. o.
' Eli. 0 d' Gemme
Eli 0 Diacatolicon.
EU. 0 Dia8cordeo. fracas
* FU. 0 Diasinicon
1 EU 0 Triflfera. magna, c. o.
EU. 0 Triphera. persica.
EU. 0 Lenitivo
1 EU ° Diassatirion
1 EU. 0 d' Hiera. picra, d' gal. 0
* EU.° Filonio. romano.
(1) Mele, aceto o verderame bolliti assieme.
(2) Colle radici di Brionia.
(3) Emetico.
(4) Benedetta lassativa.
(5) Purgante.
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• Confi. 4 d\ Salvia.
• Confi. 4 <T fior <T Eophagi
Confi* cT Rose, rosse.
Cons.* d* Genepro
Cons. 4 d' Rob. d' Sanbuco
Cons.* d' Cornoli
• Cons.* d' fior, d* Borag. 1 "
* Cons. Violae
* Cons * di. Rosmarin
• Cons.* d' fior, d' Persico.
* Cons * d* Absintio
Cons.* d' Cotogni
* Cons.* d\ Papavero
Cons.* d\ Rose, moschete.
* Cons. Enula. camp.
* Emp. di Bache. di. lauro
Emp. di Galban. Croc
Emp: di Meliloto.
Emp: di Cicuta
* Succ. d. Tumar* condens. 10
Ieippo. Humido.
Theriaca Dia tese ron
* Succo d* Eupatorio. cod. to
Storace Liquida
* Prune Prep*
* Uva Passa pp.
Polpa, d' tamarindo.
Balsa: di Sapienza.
IH. Iscrizioni sui vasi con manico e beccuccio.
•01: di Menta.
* 01.° della. Spagnola.
* "01.° d' Zuccha. prò. punta.
* Oli. Cheyrini.
* 01. Magn : duris
* 01. de Codogni.
* 01. Violato.
* Oli. Sept: fior: A. M Pr>
* 01. d' Mirtino.
01.° Sessantine
* 01.° Rosat. magistrali
* 01.° d* Ziobianco. aromatiz. 10
* 01. d' Cotogno.
*01: d' Toppi
* 01.° Costino.
* 01.° d' Castoreo. magistral.
* Ogl. di Gigli, bianchi.
01. di Balsamina
* 01. di Castoreo.
01.° d' Scorpioni, d' mes.
* 01 : Volpino.
* 01.° d\ Maggiorana.
* 01.° Ciclamini
*01.° d' Rane.
* 01.° Jrino. d. mes.
* Oli. Hystric : terretre :
* 01° d\ Capari
* Ogl. di Nimfea.
* Oli. Scorp. mathiol :
* 01. d\ Aneto.
* Syr. Ferneliano
* Syr. d' Crismo. lobelli
Syr. d' Suco. limon.
* Syr. d' Hissopo. mes.
* Syr. d' Cinque, radice. (1)
* Syr. d' Granate
Syr. Diamoron.
* Syr. d' Eupatorio, d' mes.
* Syr. d* Sugo, d' agrim. A
Syr. Alcherm»:
Syr. di Cicorea. comp. 0
Syr. Papav. albi
* Syr. d' Polipodio. cop*
* Syr. d' Sue. 0 d' Fumaria
Syr. di Score: di Cedro.
* Syr. d' Indivia. Sep. e
* Syr. d' Succ. d\ beton."
* Syr. Acetos. Simp.
* Syr. Rosa, solut.
* Syr. Violi. 8 Semp:
* Syr. d\ Stecados. d' mes.
* Syr. d\ Erismo Lob :
* Syr. Giugiubino.
* Syr. Bisantino
(i) T)' Appio, di Finocchio, di Petrosellino, di Agrifoglio ed Asparagi.
404
* Syr. <T Spino, cervino Oximel. Semp
Syr. d' Pomi semp. Oximel. Comp.* 0
* Syr. Mirtino. <T mes. * Umtion Acety
•Mei. Violato. Solut: Mei. Ros. Solut.
IV. Iscrizioni sui vasi sferoidali.
Coni." Hyacentina, Completa
* Conf." Hamech
Conf." Hyacentina. Sempl. 6
Conf. Alchermes. Sempl. E
Cons. di Cassia, donzelli
* Cons. a d' Salvia.
* Cons. a d\ Viole
* Cons. a d' Boragine
* Cons* di Salvia.
Cons * d' Ninphea.
Cons.* d* Rose
* Cons* d< Malva.
* Cons* d\ Eufragia.
Cons.* d' Bcttonica
Cons * d' Rose.
Cons. di. Cassia, donzelli
Cons * d' Rose.
* Cons.* d 1 Rosmarino.
Cons* d\ Codogni
Cons. di Cassia donzelli.
* Cons .* d' Absintio
* Syr. Rosato Aureo
*Syr. Rosato Solutivo
Syr. Alchermes.
Syr. di Pomi
Syr. di Limoni
* Syr. Violato. Celeste.
Syr. Rosato.
EU. 0 Lenitivo
E1L° Lenitivo
Ell.° Lenitivo. Semplice.
Ellet. Diascordeo fracastoreo.
Eli. Lenitivo
Acq. A Rosa
* Acq. A di Scorzonera
Acq> di Tutto Cedro.
Acq. A di Melissa.
Oximel. Semplice.
4 Acq. A Cordial Del Sassonia Prima
Mele. Rosato. Semplice
Mele Rosato. Solut. 0
Altre farmacie conservano antichi vasi, le cui iscrizioni po-
trebbero servire a rettificare o completare le precedenti. Una
bella collezione sarebbe quella a S. Apollinare, ma si appiccica-
rono i nuovi cartelli sopra le vecchie iscrizioni, in modo che non
è possibile di leggerle.
Nella farmacia Maggioni ai Carmini si trovano alcuni grandi
vasi a palla, sui quali si legge in caratteri del secolo XV :
Sy. Turaoter. minor Sy. de Quinq. Rad.
Sy. de Succo Limon Sy. Juriebarum
Sy. Bisantijs Sy. Hissopi
Cons.* Malvaru
Nella farmacia a S. Salvatore v' ha un buon numero di anti-
chi vasi ma colle iscrizioni fasciate dalla nuova scritta. Però da
quello che si può vedere delle prime, sembrano quanto a forma in-
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feriori a quelle di cui si è parlato finora. Sono invece notevoli tre
grandi vasi dipinti a fogliami e frutti e decorazioni policrome di
molto valore pel carattere semplice e vigoroso ; due di questi vasi
hanno un'iscrizione in lettere assai belle del quattrocento: diamo-
rons e nose-odite.
Queste ed altre raccolte d' antichi vasi, notevoli specialmente
quella della farmacia ai sei gigli a S. Leonardo, quella a S. Fo-
sca, quella Mantovani a S. Marco ecc., potranno essere studiate
quando se ne presenti l'occasione, al fine di completare la nomen-
clatura dei medicinali in uso nel secolo XV.
Un antico progetto d'acquedotto a Venezia.
(G. Buhring.) — Sono all' incirca dieci anni che in questo
Archivio fu richiamata l'attenzione del pubblico sopra un pro-
getto d' acquedotto approvato dal Senato della Repubblica a dì 25
Giugpo 1463, e dal eh. sig. cav. Luigi Pasini, dell'Archivio di
Stato, pubblicato con note in occasione di nozze (1).
Il difetto delle carte di quei tempi, ci nasconde il nome del-
l'uomo ingegnoso, ch'ebbe il pensiero di condur l'acqua dal Brenta
in un serbatoio da costruirsi a Santa Marta « dove tutta la città
se porà fornir a soldi sye el burchio chargo e soldi do la bar-
cha » (2). Voleva « far i suoi hedifitii in Brenta e per suso i
chanedi e paludi fin dove sarà el vaso suo », e credeva di ese-
guir il lavoro nel termine di 18 mesi.
Ma la concessione del Senato era subordinata ad una condi-
zione, che, come pare, fece andar a vuoto il disegno. E la condi-
zione era questa : « che 7 non se possa dar alcun principio a
questa caxon, se prima el non sia dichiarido alla Signoria et al
Collegio particolarmente li hedifitii et tutto quello se vorà far et
fabricar, azò che 7 se possi intender se damno o inconveniente
algun ne habbia a seguir ».
Comunque peraltro si sia, il progetto non ebbe seguito, e il
Governo provvide in qualche maniera, solo circa cent' anni dopo,
(1) Per le nozze Edoardo Trigomi-Mattei-Irene Gazzabin. Venezia, 1872,
Cecchini.
(2) Un soldo d'allora era la 124. a parte d'un zecchino, valendo questo lire
6 soldi 4. Ved. Giamb. Galliccioli, Delle memorie venete antiche, tom. I, p. 376,
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406 ♦
ai bisogni della città, facendo scavare iì canale della Seriola Ve-
neta (i).
Scorrendo le suppliche presentate alla Ser. ma Sig."*, alla ri-
cerca di tutt' altro documento, incontrammo un cenno d' altro pro-
getto, presentato dall' architetto fiorentino Antonio di Giovanni
Luppicini. Spinti da curiosità approfondimmo le indagini, e col-
T aiuto gentilissimo dell' egregio sig. prof. Riccardo Predelli, riu-
scimmo a trovare la supplica del Luppicini fra gli atti dei Savi ed
Esecutori alle acque sotto il dì 5 Gennaio 1583 (1582 ra. v.).
Anche il Luppicini studiavasi di cavar l' acqua da « un bo-
tino overo conserva appresso il fiume della Brenta, del quale
uscirà una pota d" acqua . . . in tanta quantità, che fra il giorno
e la notte getterà doi mille masteli d' acqua » (2), e voleva con-
durla nella città « soltoacqua nel fondo de* canali e luoghi palu-
dosi et barene secondo il sito sotterraneo, di maniera che non
impedirà mai la laguna nè il transito de' canali nè apporterai
alcun danno d' atterratane o d' altro ». Esaltava « il commodo 9
beneficio et grandezza che risulterebbe alla inclita et felicissima
città di Venelia » dall' acquedotto, il quale, secondo lui, sarebbe
stato «c durabile, se cosi fosse lecito dire, in eterno senza peri-
colo di guastarsi e . . . . facile da mantenersi con uno stipendio
di scudi cento d'oro all'anno » (3). Calcolava la lunghezza di « 5
miglia » incirca « dal principio dell' acqua fino alla città di Ve-
nelia » e dimandava 24000 scudi d'oro da esser pagati a misura del
progresso del lavoro, più una « provvisione annua di scudi 300
d 9 oro a vita sua et di suoi figli ». Aggiungeva però che « se si
trovassero esser più o meno miglia (delle 5 previste) gli sii pa-
galo a portione di 3 mille scudi d' oro il mezzo miglio ». Nello
stesso tempo chiedeva uo privilegio e la protezione del Senato per
(1) Cominciato in seguito ad atto del Collegio dei XV giudici sopra le acque
del 31 Maggio 1561. Ved. le annotazioni del sig. cav. L. Pasini.
(2) Essendo un mastello eguale a 0,75117, la quantità totale per giorno sa-
rebbe stata di 1513 ettolitri. Supponendo che nel 1583 la popolazione di Venezia
ascendesse a circa 135000 abitanti, avrebbero avuto poco più d'un litro d'acqua
a testa per giorno.
(3) Lo scudo d'oro, coniato per la prima volta nel 1535 Sotto 11 doge Andrea
Gritti, valse allora soldi 130 (o lire 6 soldi 10), mentre contemporaneamente Io
zecchino era montato a soldi 154 (o lire 7 soldi 14). Ved. Gallicciolli, Memorie,
loc. cit. Probabilmente però qui per « scudi d'oro » sono da intendersi zecchini,
poiché chiedendo il Luppicini 100 scudi d'oro l'anno per mantenere l'acque-
dotto, i Savi usano per quella somma del nome di ducati.
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r
407
la sua invenzione. Il Consiglio minore mandò il progetto ai Prov-
veditori del Comun e ai Savi ed Esecutori alle acque. Il parere di
questi, che erano Y autorità tecnica, fu conservato, quello dei pri-
mi andò perduto.
Essi, nei riguardi della laguna e dei canali, non supponevano
nemmeno che l'esecuzione portasse danno all'una o agli altri; con-
sideravano piuttosto la possibilità « che detta opera, doppo prin-
cipiata et forse anco in buona parte fatta et netti luoghi più fa-
cili, per qualche emergente non potesse haver il debito fine », e
dubitavano se, eseguito il lavoro, potesse mantenersi colla pic-
cola spesa di ducati (zecchini) 100 all' anno. Quanto poi al com-
modo da aspettarsi, il documento fa dire ai Savi : « non (?) com-
prendemo che V opera proposta di fare — riuscendo — sarà
di maggior bellezza et ornamento che comrnodità per la città ».
É questo un parlare poco preciso che forse significherebbe spet-
tare il giudizio sulla comrnodità od utilità al magistrato dei Prov-
veditori di commun (1), però le parole prima riferite già lasciano
assai chiaramente intravvedere che il parere dei Savi non era fa-
vorevole.
Avevano inoltre trovato una scrittura « prodotta da Ser Gu-
glielmo di Grandi, Proto et Inzegnere del loro ufficio » fino dal-
l' anno 1578, « nella quale aricorda di condur V acqua, dalla
Brenta dal Dolo a Lizzafusina, qual poi si potrà condur a Ve-
netia per via d 9 un acquedotto ». Se i due progetti avevano molta
somiglianza di costruzione, naturalmente, trattandosi di privilegi,
quello del Grandi avrebbe potuto aspirare alla preferenza. Se poi
la relazione dei Savi abbia fatto rifiutare il progetto ; se il Senato,
avendo sostenuta venti anni prima la spesa della Seriola Veneta,
non abbia voluto arrischiare i suoi denari ; se siano insorti altri
dubbi rilevati dai Provveditori di Comun, come, per esempio, la
quantità insufficiente d' acqua, non lo sappiamo. Certo è che il
Luppicini, come dice in un' altra supplica presentata il 12 Dicem-
bre 1583, « per degni rispetti » non ebbe la concessione (2).
Però il Senato, a consolare in qualche maniera Y ingegnere,
gli concesse il 10 Gennaio Ì584 (1583 ra. v.), annuendo alla se-
conda supplica, un privilegio di 30 anni « per un edificio trovalo
(1) Vedi però l'annotazione al documento 11.
(2) Collegio suppliche di dentro, 1583, 12 Die. ; Savii ed essecutori alle acque,
scritture 5 Gennaio 1584 (1583 m. v.) ; Senato Terra, 10 Genn. 1584 (1583 m. v.).
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m
da lui di vuotar canati et essendo vuoti, che non si riempirai
no, et similmente di far molini die macinaranno con molo na-
turale, et inoltre di far stanze sotterranee sotto la laguna, et di
più un modo da mangano che lavorerà con più facilità et per-
fettione che non fanno quelli che al presente lavorano » ; e ciò
sul parere dei Savi ed Esecutori alle acque> dei Provveditori di
Comun e dei Provveditori alle Biave, sotto condizione che « gli
edificii dovessero esser posti in luce fra 7 termine di anno uno
prossimo ».
Questo, quanto al Luppicini ed al suo progetto. Ora i com-
menti agi' ingegneri nostri, ohe coi mezzi perfezionati dalla scienza
hanno testé compiuto un lavoro analogo, ed ai lettori i documenti
quali li trovammo.
1582 m. v. = 1583
5 genn.
SAVII ET ESSECUTOIU Str.™ Principe
ALLE ACQUE
Ant.° di Giovanni Luppicini Archi-
SCRiTTURE tetto fiorentino humilmente espone a V.
a» 1 " 1 * 23 Ser.* come hauendo molti anni sono de-
~* siderata occasione di seruire a questa
Supplica del Luppicini Ser ma ^P" et di mostraseli non meno
circa il beaerar U città affezionato che pronto seruitore suo ha
più uolte considerato il commodo benefi-
cio et grandezza che risulterebbe a que-
sta inclita et felicissima città di Venetia, copiosa più d'ogn'altra di quelli com-
modi ch'el S r Dio n'ha concessi per il uiuere humauo, che la fosse ancor abon-
dante d'acqua dolce e desiderando per quanto comportano le forze sue et con
l'ajuto del S. r Dio giouare a questo 6er. mo Dominio ha pensato quando però cosi
piaccia a V. S .** di condur in questa inclita città una polla d'acqua dolce et
d'ogni tempo chiara et che sarà ottima per bere et potrà seruire per infiniti com-
modi della città, la quale condurrà senza impedire in nissuna parte le laghune
perchè il suoVsondoto se n'anderà sotto acqua nel fondo de Canali et luoghi Pa-
ludosi et barene secondo il sito sottaraneo di maniera che non impedirà mai la
laguna nè il transito de' canali nò apporterà alcun danno d' atterratane o d'al-
tro et sarà il condoto durabile (se così fosse lecito dire) in eterno senza pericolo
3f guastarsi nè d'esser da vermi o alcuno animale corroso o guasto, et in som-
ma sarà facile da mantenere con uno stipendio di scudi cento d'oro all'anno se
già non fosse dalla malignità degl' huomiui guasto; nel qùal caso si rende certo
che sarà diffeso dalla S.* V. n et nella qual occasione si potrà con facilità gran-
dissima conciare et trouare il luoco del diffetto et la spesa che per condurla oc-
correrà uuol cominciar a farla del suo per avere reimborsato come nella pre-
sente si dirà.
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409
La prima cosa s' offerisse fare uno Botino onero consenta appresso il fiume
della Brenta del quale uscire una Pola d'acqua chiara d'ogni tempo et in tanta
quantità che Tra il giorno e la notte getterà doi mille masteli d'acqua.
Et fatto questo a spese sue et approuato esser buono per tal effetto da h no-
mini periti della professione dimanda gli siano pagati scudi 3/m d'oro per V o L > ra
detta, i quali rimborsati gli metterà subito mano alla condota dell'acqua, la
qual comincierà dal detto botino et caminerà uerso Venetia per longhezza di
mezo miglio il qual fatto medesimamente a spese sue et che sij giudicato esser
buono et habile a condurla a Venetia dimanda che gli sieno pagati scudi 3/m
d'oro et così anderà seguitando di mezo miglio iu mezo miglio finché sij condotta
alla Città di Venetia nel modo soprascritto, intendendosi però che per l'ultimo
mezzo miglio, ch'ariua alla città gli siano pagati scudi 3/m et gli sia per la sua
inuèntione et fatica assignata una prouisione di scudi 300 d'oro all'anno a uita
sua et di suoi figliuoli, tal che fra il costo del botino et la condota dell'acque
fino alla città di Venetia si debbano pagar a detto Antonio 6 suoi heredi fino alla
summa di scudi 24/m d'oro et la prouisione soprascritta, presuponendosi che
dal principio dell'acqua fino alla città di Venetia ui sia la distantia di miglia
cinque et caso che si trovassero esser più o meno gli sij pagato a portioue di
quanto è detto et gli sij no prestati li instrumenti necessarij per effettuar tal nego-
zio come barche et altre cose simili che sono nell'Arsenal le quali promette
restituir finita l'opera et gli sijno similmente donati 600 palli di rouere per ser-
uirsene nell'opera soprascritta, la quale égli si rende sicurissimo d'effettuare et
di ridurre a perfetione; et perchè questa Serenissima Rep. 0 * non ha mai permesso
che alcuno si uesta delle uesti d'altrui, però desidera che quando doppo la pu-
blicatione della sua inuèntione per alcun rispetto non piacesse alla Ser. tt V."
che si continuasse l'opera nessuno in alcun tempo se ne possa seruire o nella
maniera da lui preposta o con altre inuèntione da quelle dipendenti, se prima
non sia pagato al detto Ant.° o suoi heredi come authori et inuentori sopra-
scritta summa di scudi 24/m d'oro et assignato la prouisione di scudi 300 d'oro
all' anno.
Questo in somma è tutto quello che per il deuoto animo suo uerso questa
Sev. m Rep.* offerisse di fare; il che quando sia dalla benignità di S. accet-
tato, sarà da lui con altretanta prontezza effettuato con solo desiderio d'onore et
di farsi conoscer così in questa come in ogn' altra occasione fedelissimo et deuo-
tissimo scruitor suo.
Che alla soprascritta supplicatone rispondano li Proued. 1 "' diComun et bene
informati delle cose in essa contenute, uisto, seruato et considerato quanto si
deue ne dicano l'opinione loro con giuramento et sottoscrlttione di mano propria
secondo la forma delle leggi et i'istesso faccino li savij et essecutori all'Acque.
1582 alti 5 gennaro (m. v.)
+ 5
— 0
- 0
Consiglieri s. And. a Bernardo
s. Piero Morosini
s. Sebast." Contarini
8. GlER.* 0 DI PRIOLI
s. Frano. 0 Longo
27
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410
1582 m. v. = 1583
26 genn.
SAVII ET ESSECUTORl
ALLE ACQUE
Ser.™ P.
SCRITTURE
Veduta per ordine di V. S. tì da Noi
Savij et essecutori Sopra V Acque la
suplica di 8. Ant.° Luppicini Fiorentino
in proposito di condur in questa città
una pola' d'acqua della Brenta per il beuerar di essa et come in quella più diffu-
samente si legge :
Ben considerata la continentia sua, riuerentemente dicemo a V. Ser. u che
dal sudetto esponente ne sono fatte et per rinformatioui ch'abbiamo bauuto
dalli proti et altri periti dell' officio nostro non uedemo, che l'aricordo ch'intende
di fare, possi apportar alcun maleficio alla laguna essendo che si ha offerto di
fare il condotto per condur detta acqua tanto sotto il fango che non potrà appor-
targli alcun danno.
Quanto al transito et nauigatione habbiamo m-nlesimamente inteso dalli
sopradetti proti che ficcando li palli che dice sopra le riue delli canali non infe-
rirà maleficio a detta nauigatione, quanto poi al commodo che ne sij per riceuer la
città per il beuerar se ben ciò non aspetta in tutto all'officio nostro, ma all'officio
delli magnifici prousditori di Comun, non restaremo di dirle, che non (1) com-
prenderne, che l'opera proposta di fare — riuscendo — sarà di maggior bellezza
et ornamento che coramodità alla città dicendoli anco ch'abbiamo ueduto una
scrittura nell'officio prodotta da s. Guglielmo di Grandi, Proto, et Inzegner del-
l'officio nostro fino l'anno 1578 nella quale aricorda di condur l'acqua della
Brenta dal Dolo a Liz. no [Lizza Fusina), qual poi si potrà condur a Venetin per
uia d'un acquedoto.
Quanto all'esborsar il denaro, ciò ne pare molto considerabile, bauuto
rispetto che detto espónente addimanda che li sii dato a parte a parte secondo
anderà facendo l'opero, considerando che detta opera doppò principiati et forse
anco in buona parte fatta et nelli luoghi più facili per qualche emergente non
potesse hauer il suo debito fine si chò V. S u restasse intaccata et defraudata
di quella summa di denaro che avesse esborsato fino all'ora senza alcuna cau-
tione et appresso li dicemo che ne pare difficile che con la spesa di soli d. u cento
all'anno come egli dice si possi mantenir concia quell'opera in ogni euento che
potesse succeder le quali tutte cose rimettemo a maggior consideratione che
(1) Il documento è, come si vede alla sua fine, copiato. Avrebbbe forse il copista scrìtto que-
sto « non » invece di « noi » ì Questo « lapsus calami » nou è troppo raro ed è qui molto vero-
simile. Giacché prima di tutto questa congettura non muterebbe il senso generale e negativo del
parere dei Savi — non avendo certamente il Senato voluto spendere 24000 zecchini per semplice
oroamento — poi un acquedotto che non era capace di fornire più di duemila mastelli per giorno
non era adequato ai bisogni d' una città quale Venezia, e doveva in fatto tornar « più a bellezza ed
ornamento che a coni modi tè »; finalmente perchè si scusano i Sa.i, volendo dire qualche cosa sul
commodo — che era F obligo d" un altro magistrato — se poi colle parole « non compreremo > ©ce
veramente non dicono o non vogliono dire niente ?
•
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potesse hauer la S* V? con la molta sua potentia et sapientissimo giudi ciò
alla quale riuerentemte si raccomandiamo.
Datum die 26 januuarij 1582 (ra. v.).
Sottoscritto in foglio dalli clar. rai Sauij et essecutofi infrascritti di mino
propria con giuramento.
8. Michiel Bon
s. Aluise Soranzo
s. Aluise Michiel
8. ANT. PISANI \
Sauij 8. Gier.* 0 Giustinian { Bssec*
8. ÀND. A CONT ASINI ]
Iscrizioni medioevali in Bonaldo.
In Bonaldo, provincia di Verona, diocesi di Vicenza, si sta
edificando una nuova chiesa parrocchiale. La chiesa vecchia non
conserva molte traccie di antichità, specialmente all' interno, a ca-
gione di ristauri subiti anche in tempi recenti. All' esterno per
altro la parte antica è assai più visibile. Così pure la confor-
mazione generale della chiesa non fu mutata, e vediamo tuttora la
sua parte posteriore costituita dalla profonda nicchia per l' altare
circondata dalle due nicchie minori.
L* esterno della parte posteriore sembra sia la parte della
chiesa che mantiene in maggior numero i resti d' antichità. Ora è
quasi totalmente coperto d' intonaco ; se questo fosse levato, po-
{ tremino parlare con miglior cognizione di causa. Una piccola fab-
brica, addossata a questa parte della chiesa, presenta i caratteri
dell' età del Rinascimento ; il che è comprovato eziandio da una
iscrizione che ivi si legge incisa su pietra :
YHS*
* 1490 * ADI
13 * MAZO *
MAISTRO V BE
RT * HA FATO S
0£A
Cioè: « YHS • | • 1490 • adi | 13 • Mazo • | maistro • Be | rt(ola-
meo) * ha fato | s(ta) opera »,
Suir esterno del muro dell' abside si leggono altre iscrizioni,
incise in pietra. Una di esse, che è tuttora in parte nascosta, dice:
ANNI DNI M
Può essere contemporanea alle due che ora descriverò, le qual j
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sono certamente della fine del secolo Xlt o del princìpio del secolo
XIII. Uscirono ambedue dalla mano del medesimo scalpellino, che
sarà queir « (Ig ?)o magister » che viene nominato nella prima di
esse. Ambedue queste iscrizioni (in pietra bianca tenera) si rife-
riscono alla edificazione della chiesa, nella sua forma antica. Ne
riportiamo una in facsimile (1).
Prima di incidere le lettere, il lapidicida segnò con una punta
le righe ; ma lo fece assai rozzamente. Nella seconda (cioè in quella
di cui non pubblichiamo il facsimile) la irregolarità apparisce ancor
maggiore che non nell' altra. Nè ciò fu fatto senza motivo. Quella
iscrizione infatti non è che uno scherzo, ed essa quindi doveva es-
sere collocata poco in vista, mentre l' altra, di contenuto storico,
era importante, ed era destinata ad essere collocata in luogo a
tutti visibile.
La prima iscrizione (dimensioni : cent. 67 x 34 V2) dice :
« (Ig ?)o magister | et Ingizo hanc he | clesiam fecer(unt) | in
dei nomine ».
L' ultima linea è certo completa ; giacché lo spazio bianco interpo-
sto tra « dei » e « nomine » fu lasciato dal lapidicida per isfug-
gire lo sconcio di una linea scritta che s' arrestasse a metà della
riga.
I due nomi che trovansi in questa iscrizione non sono quelli
dei reciores del paese che abbiano procurata la edificazione della
chiesa, come occorre forse non di rado in simili circostanze (2).
Costoro sono i lavoratori 0 muratori, ed il loro ricordo ha riscon-
tro col Bartolomeo che leggemmo nell'iscrizione del 1490. — La
iscrizione è mediocremente conservata.
Curiosa alquanto è la seconda iscrizione (dimensioni: cent.
59 V2 X cent. 34), la quale contiene una di quelle imprecazioni
eh* erano comuni nelf antidiità, non meno di quanto lo siano ai
giorni nostri.
QVI SCRISIT
SCRIBAT QVI ^
LEGIT TRVLLV"
BIBAT
(1) La proporzione del nostro facsimile è ogni lato un quarto del vero.
(2) Così, p. e., nella chiesa di Cisano [Arch. Ven. f XXII, 438); con piena cer-
tezza ciò può asserirsi poi per Isola della Scala, dove abbinino due iscrizioni,
1130, edite dall' ab. P. Garzotti, Appunti storici sopra Isola della Scala, p. 31
e tav. 1 in fine.
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Cioè : « Qui scrisit | scribat
Qui legit trullum bibat ».
Non è senza qualche interesse la rima, nonché la forma poetica
data al motto poco elegante (l).
Per la paleografia vanno notate due particolarità :
a) la V risponde ad una A rovesciata e privata della striscietta
orizzontale : così d* avere perfino il vertice attraversato dalla li-
neetta orizzontale esterna, proprio quàle riscontrasi nella A ;
b) la linea d' abbreviazione dell' ultima voce della lin. 3 (nella
seconda iscrizione) è retta ai due lati, mentre si ripiega a mezzo-
cerchio rivotto verso Y apertura della V. È un segno d' abbrevia-
zione comunissimo, ma caratteristico ;
c) strana è la m di « magister » nella prima iscrizione, dove fu
contrapposta alla m di « ecclesiam ».
F. e C. Cipolla.
P. Sgulmero.
(1) Era pure in uso il motto morale corrispondente. Chi svolge la Collezione
fiorentina di facsimili paleografici greci e latini (fase. I, Firenze, 1884, Le Mon-
nier) — splendidissima pubblicazione dovuta alle cure dei professori Girolamo
Vitelli e Cesare Paoli — trova (Cod. Latini, illustrazione della tav. 6] che la sot-
toscrizione dello scriba fiorentino, Febbr. 1326 (zz 1327 s. e), che trascrisse il
ms., comincia: « Qui scripsit, scribat | semper cum dominio uiuat ».
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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Fedele Lampertico, Scritti Storici e Letterari, voi. II. Firenze,
tip. Le Monnier, 1883, in 8.° di pag. 300. #
A' lettori dell' Archivio Veneto, nel quale si è parlato del
primo, non rincrescerà, io spero, un ragguaglio anche del secondo
volume degli Scritti Storici e Letterari di Fedele Lampertico. Dei
venti e più capi, che vi si trattano, io non dirò che sieno uguali
in ciascuno il pregio e V importanza ; ben non dubito di affermare
sin da principio che, comunque relativi quasi tutti a cose vicentine,
non lasciano di gettar nuova luce su certi momenti della storia
civile e letteraria dell' Italia, e su certi usi e costumi antichi d' al-
tre terre e d' altri popoli.
Cinque degli scritti, ond 1 è composto il volume, si possono
considerare un contributo, se cosi si può dire, alla vita di Dante
Alighieri e alla interpretazione della Divina Commedia, intantochè
concorrono mirabilmente a definire la topografia di certi luoghi, a
correggere o a rettificare alcuni avvenimenti della storia, non già
della sola Vicenza, ma dell' intera Marca Trevigiana. Cosi nella
interpretazione della terzina 16 nel canto IX del Paradiso,
Ma tosto fia che Padova al palude
Cangerà l'acqua, che Vicenza bagna
Per esser al dover le genti nude,
s* ha non solo la determinazione della palude attigua a Vicenza,
dimostrata con valide prove, desunte da vecchi documenti e dalla
natura del porto, ma si confuta vittoriosamente il senso, dato al
luogo dantesco dal Gloria, che vi ravvisava l'accenno a quella
operazione idraulica del 1314, per la quale s* introduceva da' Pa-
dovani un ramo del Brenta neir alveo del Bacchigliene (1). E la
(1) Gloria, Disquisizioni intorno al passo della Divina Commedia: « Ma
tosto fia » ecc. Padova, Randi, 1869.
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interpretazione del Lampertico, eh' è, nè più nè meno, la stessa
de' commentatori del divino poema, avvalorata da' raffronti di an-
tichi autori, s' ha V approvazione del Tommaseo, di cui s' inseri-
scono, tramezzate allo scritto, tre dottissime lettere. In egual
modo il commento alla terzina 38 del canto XV dell' Inferno non
è tanto una illustrazione del vescovato d'Andrea Mozzi in Vicen—
za, di colui cioè, che dal Servo de' Servi
Fu tramutato d'Arno in Bacchigliene,
quanto del vescovato in Firenze e dirò anche della intera famiglia
di lui. Il solo#nno della morte non è, mi pare, ben definito. Degli
storici, alcuni pensano ch'egli finisse i suoi giorni nel Febbraio
del 1296. Secondo il Lampertico sembrerebbe invece che, tramu-
tato in Vicenza nell' estate del 1295, vi morisse il 28 Agosto del-
l'anno stesso: ciò che contraddirebbe ad alcune date d'investiture,
conferite da lui, ancor vivo, nel Novembre del 1295 (1). A nulla,
ch'esca dalle semplici congetture, s'informa il breve scritto che
s'intitola Dante Alighieri in Vicenza; ma ciò non pertanto vuoisi
saper.grado all'autore d'avervi colta occasione di mettere in ri-
lievo l'ospitalità, conceduta in Vicenza a parecchi fuorusciti fio-
rentini, quali Lapo degli Uberti, Gangalando de' Gangalandi, al-
cuni degli Ubriachi e Vanni di Cambio di Bonzino. E nello stesso
modo vuolsegli saper grado de' raffronti, eh' egli fa, d' alcuni luo-
ghi della Divina Commedia con gli analoghi del poema del Ferreti
per dimostrare lo studio di quest'ultimo al sacro poema. E con
l' Alighieri e la Divina Commedia ha larga attinenza l' articolo in-
torno a Uguccione della Faggiuola in Vicenza, non già perchè
vi si mettono in nuova evidenza le due deliberazioni, pubblicate
dal Troya e da altri, per le quali s' abolisce il guidrigildo ger-
manico e si definisce il vero giorno della morte del famoso capi-
tano, ch'era pur podestà di Vicenza, ma perchè vi si discorre della
battaglia del 1317 tra' Padovani e Vicentini, alla quale pure al-
ludesi, secondo alcuni, da' versi messi in bocca a Cunizza da Ro-
mano, e perchè vi si accenna alla venuta in Vicenza del divino
Poeta, argomentata, già tempo, da Giacomo Zanella (2). E nuovo
(1) Riccardi, Storia dei Vescovi Vicentini. Vicenza, tip. Vendraminì, 1786.
(2) Zanella, Ferreto de* Ferreti, storico e poeta vicentino. Albertino Mus-
sato o delle guerre tra Padovani e Vicentini. Vedi Scritti Varii. Firenze, Le
Monnier, 1877.
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del tutto e ingegnoso è il commento al verso 70 del canto XVH
dell* Inferno,
Con questi Fiorentlli son Padovano,
dove il Lampertico, forte delle determinazioni degli Statuti di Pa-
dova, crede che V Alighieri esprima « non solo una relazione da
città a città, ma da persona a persona, non solo un' arte esercitata
da persone, che per conoscersi avessero atteso a trovarsi nel luogo
stesso d' espiazione, ma da persone, che ben in lor vivente, si fos-
ser trovate nella stessa città a esercitare la stessa arte ».
Intendimento delle Curiosità Erudite, dalle quali s' intitola il
primo articolo del volume, è di mettere in chiaro il significato
d'alcuni vocaboli che s'incontrano ne' documenti medioevali di
Vicenza, o di determinare certe denominazioni d' alcune vie e di
alcuni luoghi della città. Vi si parla cioè della caminata, della re-
gia o regge, della seriola, del bottaccione, del bottaccio, del bot-
taccio, delle strade di Piancoli, della Racchetta, delle Stufe, del
Pallamaglio, di giuochi di spettacoli e d'altro. E lo scritto non
ne dà solo l' illustrazione per ciò che si riferisce a Vicenza, ma
offre inoltre una messe nuova, inavvertita dallo stesso Du-Cange,
e per di più un esempio del come si potrebbe allargare col contri-
buto de' documenti italiani e, sino a un certo punto, anche com-
pletare il Dizionario della latinità raedioevale. Con le Curiosità
Erudite ha una certa attinenza, sotto questo rispetto, il breve
scritto sugli Statuti rurali nel Vicentino. Parecchi in fatti sono i
vocaboli, ora di terre, ora d' uffici e ora di leggi, de' quali si di-
scorre e si definisce il significato. Ma di questo, più che di propo-
sito, vi si parla per incidenza. Scopo principale dello scritto è
quello di designare le differenze tra le leggi rurali de' tempi di
mezzo e le leggi della città. E le conclusioni, alle quali discende
dopo una lunga serie di prove il Lampertico, sono « che duravano
nel Vicentino più che a Vicenza uffici di straniera origine, atte-
standone l'antica prevalenza i nomi rimasti anche cessate le male
signorie; che gli uffici prima appartenuti a' capi degl'invasori di-
vennero poi cosa signorile d'alcuni nobili; che le regole fattene
per la custodia de' campi risentono del tempo, in cui libri pubblici
non vi erano e bisognava supplire con segnali sul luogo stesso,
provedendo da sè a rimediare ai malanni, non potendolo l'autorità
pubblica ; che un po' alla volta quegli uffici passarono in balia dei
comuni, ma rimasero pur sempre particolari e diversi in ciascuna
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villa ». Tra le prove il Lampertico cita un « documento del 753,
col quale un Duca Anselmo dava molte tenute a un monastero ».
Ora è a sapere che sull' autenticità di quel documento, eh* io pub-
blicavo nel 1880 (1), ha gettato gravi dubbi il chiaro professore
Carlo Cipolla, il quale lo giudicava « un diploma falso o almeno
profondamente alterato » (2).
Lo scritto sugli Statuti rurali nel Vicentino intende, non v'ha
dubbio, a definire quale fosse, in generale, il governo del contado,
diverso sotto più. rispetti dal governo della città. Di quest' ultimo
si discorre invece ampiamente in parecchi altri articoli. Il Lam-
pertico non crede già che della città fosse signore assoluto il Ve-
scovo di Vicenza. L'asserzione degli storici vicentini, che ne
hanno spacciato e fatto ripetere ciecamente Terrore, è confutata
vittoriosamente nello scritto intorno al Governo popolare nel se-
colo decimo terzo. I cronisti, i documenti e lo stesso Statuto del
1264 mostrano chiaramente che i giuramenti di fedeltà si face-
vano al Vescovo non come a signore assoluto, ma come a rappre-
sentante del Comune. Del resto il governo fu sempre popolare,
per il periodo, che corse dal 1237 al 1259, in cui ebbe a tiranneg-
giare Ezelino : ciò che appare evidentemente dalla costituzione
particolareggiata, che ne viene determinando con somma chiarezza
e conoisione il Lampertico. Dal quale vi si aggiunge poi nuova
luce per il breve scritto, che segue, intorno allo Statuto Vicentino
del 1264 ; dov' è dimostrato che la compilazione e Y ordinamento
di queir anno non facevasi ex novo, ma si lavorava in vece sovra
un libro di statuto, osservato in Vicenza sin dal secolo decimo se-
condo. Di nuovo vi s' introduceva, a quanto pare, la sola divisione
in quattro libri.
Fu comune opinione, come s'è pure accennato, che i Vescovi
abbiano esercitato in Vicenza un vero e proprio dominio. Ho detto
fu comune opinione, giacché contro d' essa s* è già levata la voce
autorevole di Giuseppe Todeschini, il quale, definite le prerogative
contenute ne' privilegi imperiali, dimostrò chiaramente che i Ve-
scovi di Vicenza non ebbero mai sovranità (3). È ciò che il Lam-
pertico, parlando del governo popolare nel secolo decimo terzo,
(1) \JpnsoLiN, Alferisio Conte di Vicenza. Vicenza, 1880.
(2) Mittheilungen der Instituts fur Oesterreichische Geschichtsforschung del
Muhlbacher, fase. 4. Vienna, 1880. — Atti della R. Deputazione di Storia Ve-
neta, papr. 198. Venezia, tip. Visentini, 1881.
(3) G. Todeschini, Le Decime Feudali del Vescovado di Vicenza. Vie, 1882.
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esclude dal Vescovo Bartolommeo di Breganze, e ricalca, riguardo
anche agli altri vescovi, nello scritto sull 1 Indole e i limiti dell' au*
torilà de 9 Vescovi in Vicenza. E le prove risultano dall' esame
de' diplomi imperiali, allestiti a corredo della sua dissertazione dal
Todeschini ; per i quali nulla si conferisce di ciò, che possa accen-
nare a vero e proprio dominio. Non vuoisi anzi tacere che, a mag-
gior luce di quanto asserisce, il Lampertico pubblica inseriti nel
suo scritto gli stessi diplomi, che sono degl'Imperatori Ottone ter-
zo, Arrigo secondo, Corrado secondo, Arrigo quarto, Federico
primo e Ottone quarto. Ciò che per questi diplomi imperiali confe-
rivasi al Vescovo era invece la investitura del Comitato Vicentino.
E nondimeno incontrasi nelle storie dì Vicenza la parte del Conte,
eh' è tutt' altra da quella del Vescovo, e della quale il Conte si
qualifica il capo. Da questo fatto trasse argomento il Lampertico
al breve articolo sull'Autorità del Conte; dove, col poco, porto-
gli dagli storici, da' cronisti e da' documenti antichi, ha, se non
definito, messo in un certo rilievo l' ufficio del Conte. Il quale si
presenta non come un individuo di famiglia, che si chiama di quel
nome* (ciò che s'è creduto finora dagli storici); ma come un in-
vestito di certe prerogative imperiali, che sta di fronte al Vescovo
e ne capitana la fazione contraria.
L' occasione a quest' ultimi scritti fu pòrta sopra tutto da un
Codice degli Annales Civitalis Vicentiae Nicolai Smeregli, con-
servato nella Biblioteca Comunale di Vicenza : codice che il Lam-
pertico pubblica pure nel presente volume, notando le varianti ar-
bitrarie e inconsulte, già stampate dall'Osio e dal Muratori, i quali
si credevano dar forma latina a un testo « scritto in un linguag-
gio, che di latino non conserva quasi se non la desinenza » ; e per
il quale linguaggio « la Cronaca diviene in fatto un documento
storico del dialetto, e che in parte è lingua comune d'Italia, ma in
parte è rimasto dialetto ». Di che il Lampertico parla nel breve
scritto, premesso agli Annales, che s'intitola di Nicolò Smere-
glo e della sua Cronaca : nel quale, raccogliendo tutte le mag-
giori notizie possibili intorno al buon cronista, rettifica date, cor-
regge errori e dimostra eh' egli non moriva già nel 1279, come
vorrebbero TOsio e il Muratori, ma era ancor tra' vivi nel 1311.
Sicché, seguendo l' antica opinione, ripudiata da' due editori, potò
pubblicare siccome non d' un Anonimo, ma dello Smereglo stesso
quella porzione della Cronaca, che dal 1280 si conduce fino al
1312; avvalorato sopra tutto dai Codice vicentino, che la reca
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non interrotta a modo degli altri, ma per disteso. Nè gli sfuggi in
pari tempo che il codice corregge e restituisce alla loro genuina
interezza alcuni fatti, già alterati e sconvolti. E da ciò tolse argo-
mento a discorrere, come pur s' è veduto, non solo del governo
popolare, dello Statuto del 1264 e dell'autorità de' Vescovi e del
Conte ; ma colse inoltre 1* occasione di definire la serie de' Podestà
di Vicenza, durante il periodo di tempo, abbracciato dalla Crona-
ca. Nella qual serie introduce a lor luogo gli ommessi dallo Sme-
reglo e risultanti non di meno dagli altri Cronisti e dai documenti
del tempo, non senza sottomettere a rigorosa rassegna, in un as-
sennato proemio, quanto fti detto in proposito dagli storici e dai
raccoglitori di cose vicentine, discuterne le discordanze de' cronisti
contemporanei e ragguagliare del metodo e dell'opera propria. E da
una rubrica della Cronaca stessa prende occasione a un brevissimo
articolo intorno al Patto di custodia nel medio evo; dove si tratta
da principio della custodia, in generale, e quindi della custodia, in
particolare, chiesta da' Vicentini ai Padovani e tramutata ulte-
riormente in dominio. Ed è anzi notevole che per la rubrica stessa,
quale si legge non nelle edizioni dell' Osio e del Muratori, ma nel
Codice Vicentino, se non va corretto l' errore, s' agevola per lo
meno il ristabilimento della serie esatta de' Podestà al tempo di
Vicenza libera e del dominio padovano, cominciato non già nel
1263, ma nel 1266. Oltre di che si « fa assai meglio distinguere
quel periodo di tempo, in cui Vicenza sentiva bensì il predominio
della potente città vicina ; ma ancora non si era assoggettata al
dominio di essa » ; e si dà « più chiara la distinzione de 9 patti di
custodia e guardia da quelli di dedizione ». E della Cronaca dello
Smereglo parlasi infine nell' articoletto, che s* intitola Cose di lin-
gua e Conclusione. Il Lampertico vi nota cioè come parecchie
voci, spogliate di certe desinenze alla latina, sieno prettamente ita-
liane. D'alcune della bassa latinità dà un'etimologia e un signifi-
cato diverso affatto da quello appostovi da altri ; e conchiude in
fine che se le notizie, contenute nell' « umile Cronaca dello Sme-
reglo » son « di poco o verun conto di per sè stesse », non la-
sciano però d' acquistare « pregio, incastonate che sieno nella sto-
ria del Comune e della Nazione ».
I vari scritti, de* quali s' è fatta parola, concernono, piti o me-
no, i temp feudali, l'età de' Comuni e le signorie de' Padovani
e degli Scaligeri. Ma il Lampertico non s'è rimasto d' inserire nel
volume due altri scritti, che si riferiscono alle successive signorie
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de' Visconti e della Repubblica di Venezia. Nel Dominio de' Vi-
sconti a Vicenza ed il culto di San Vincenzo egli si è fatto a
esporre in succinto le condizioni della città allo sfasciarsi della si-
gnoria degli Scaligeri e a narrare con che lieto animo i Vicentini,
risoluti di sfuggire alla tirannia del Carrarese, accogliessero il
nuovo signore e vi fossero dolcemente trattati. Dove, oltrecchè da*
cronisti, ne desume le prove dal bel libro, che il conte Giovanni da
Schio ha scritto intorno al celebre Antonio Loschi, che fu de' sud-
diti più fedeli e più affezionati al Visconti. E siccome il fatto fu
segnato con 1' introduzione del culto di San Vincenzo Martire,
quale patrono principale della città e della diocesi, così il Lamper-
tico si fa strada a fissare le origini della chiesa e d' altri monu-
menti, innalzati in onore di lui. Alla storia della città sotto la Re-
pubblica si riferisce in vece lo scritto, che s' intitola delle Rela-
zioni de' Rettori Veneziani in Vicenza. Le quali, incominciate
per decreto del 15 Novembre 1524, si proseguì a spedire alla Si-
gnoria di Venezia col licenziarsi d' ogni Podestà e d* ogni Capita-
no sino alla caduta della Repubblica. Non che il Lampertico vi
parli per disteso di ciascuna e di tutte ; dalle ottantatre, che gli
venne fatto di conoscere, trae, sopra tutto, ciò, che si riferisce al
«c modo, con cui i Rettori Veneziani conduceyansi quanto ai nobili,
al clero, alle parti » ; tocca « de' timori e sollecitudini, ond' erano
impensieriti per la difesa delle Alpi, che guardano » la provincia
di Vicenza ; e discorre all' occorrenza del * continuo sospetto de*
Vicentini e de' Rettori verso i tirolesi, dipendenti dal re de' Romani
e da' feudatari», nonché « delle frequenti lotte e devastazioni »
tra gli uni e gli altri. E scopo supremo dello scritto, che pur rende
conto della natura schietta delle Relazioni e dell' intendimento non
di piacere alla folla, ma d' istruire la Signoria e di far bene al po-
polo, si è di mostrare « la corrispondenza amichevole de' gover-
nanti e de' governati, vero segreto dell' affettuosa ricordanza e di
quel vivo desiderio, che lasciò di sè il governo Veneziano ».
Di minor importanza, se vuoisi, ma pur grate per ciò, che vi
si rinfresca, sono le brevi Notizie intorno a Cesare Piovene e su
Monte Galda nel Vicentino, una terra famosa nelle lotte municipali
de' tempi di mezzo. Del Piovene, che fu uomo d' armi al servizio
d' Emanuel Filiberto e della Signoria di Venezia, lodato dal Paruta
e ricordato dal Botta e dal Ricotti, sono messi in evidenza gli studi,
la fedeltà, il coraggio e il valore, mostrato sopra tutto nella difesa
di Cipro, ove fu fatto a pezzi, nel fiore ancora degli anni, il 1570.
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Larga e completa è, se cosi si può dire, la monografia su Monte
Galda. Il Lampertico vi descrive V itinerario da Vicenza lungo la
strada della Riviera de' Colli Berici, il castello, la storia, i ricordi
del 1848, il mercato, le iscrizioni romane e la geologia. Sì, anche
la geologia, per la quale pubblica una lettera di Giuseppe Mene-
ghini e una traduzione dello stesso di quanto si scrisse in proposito
nelle Mémoires di Alberto Fortis; come per ciò, che riguarda
l'iscrizioni romane, si compiace d'inserire nella sua monografia
una dotta dissertazione di Bartolomeo Bressan.
L' unico scritto, che non miri di preferenza alla illustrazione
delle cose vicentine, è quello che s' intitola 1 qui prò quo degli
eruditi. Discorresi in esso di alcuni vocaboli, che mancano al Di-
zionario della lingua italiana, e se ne'rettifica in più luoghi il signi-
ficato. Quello per altro, di cui vi si parla più a lungo e intorno al
quale s' aggira tutto quasi lo scritto, è il vocabolo graziano, che
frainteso in una lettera del Magalotti, si prese ad usare nella frase
fare il graziano^ che vuol dire chi fa il saccente e il grazioso
a mal tempo e senza grazia, o altrimenti chi fa il grazioso e
lusinga per ingraziarsi ad altri. l\ Lampertico, notato da pri-
ma Terrore, in cui corsero i compilatori del Vocabolario, dimostra
di mano in mano i vari significati della voce, che nella lettera del
Magalotti nou altro significa se non il celebre autor del decreto
di Graziano, « che l'uno e l'altro foro
Aiutò sì che piacque in Paradiso;
e conchiude : « Quando sarò Accademico iella Crusca, non avrò
pace fino a che Decreto non vi figuri, qual è veramente, l'opera
di Graziano, monaco camaldolese di san Felice in Bologna in sul
bel mezzo del secolo duodecimo, non già una collezione di canoni
come un'altra: fino a che l'esempio del Maestruzzo non sia riven-
dicato proprio a lui; e fino a che l'esempio del Pecorone non sia
scritto in modo che apparisca chiaro volersi significare per legge
e decreto i due corsi diversi e distinti dei legisti e decretalisti,
ossia del diritto civile e del diritto canonico. Poscia vorrei che,
registrandosi pure il nome di Graziano, dacché è nome proprio
bensì, ma è poi passato in maniere di dire proverbiali, vi tenessero
dietro i modi e usi seguenti : fare il Graziano, fare il dottore,
dottorare, dottoreggiare, dettar la legge, e qui 1* esempio del Ma-
galotti; Oraziano una delle maschere del teatro italiano, messa
in voga nella seconda metà del secolo decimosesto, e qui l'esero-
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pio del Èuonarrotti, del Fagiuoli e del Lamberti ; Graziano agg.
il linguaggio e lo stile di detta maschera in dialetto bolognese e
che tiene del burchiellesco ; Grazianatorio, aggettivo, che denota
le foggie e la parlata della maschera, conosciuta sotto il nome del
dottor Graziano ».
Vicenza, nel Novembre 1883.
Bernardo Morsolin.
/ veneti salvatori di Roma. Roma, 1884, Bocca, p. 310, 16.°
L' illustre senatore Pietro Manfrin, ben noto all' Italia come
scrittore di economia politica, e versatissimo in quegli studi, ha
voluto dar prova della versatilità del suo ingegno coir occuparsi
recentemente anche di storia ; e, frutto delle sue ricerche, è ve-
nuto alla luce questo suo libro. In esso P autore mostra di avere
diligentemente studiato P argomento che imprése a trattare, e gli
antichi e moderni autori che ne parlarono ; acuto osservatore di
spesso, ardito e felice talvolta nelle induzioni sue, egli è certa-
mente degnò di lode ; quantunque non si possano dissimulare in
questo primo lavoro non lievi difetti, provenienti o da inesperienza
o forse da idee preconcette, e si debbano desiderare maggior so-
brietà di materia, e minore recisione o baldanza di giudizi. Avviene
quindi che non si debbono approvare talora le deduzioni e le con-
clusioni a cui si lascia trasportare : e, per esempio, meno che mai
dove (a pag. 13) discorrendo dell'esegesi della storia antica di
Roma, sembra insinuare, seguendo non so quali ipotesi di moderni
razionalisti eterodossi, che gli Atti degli Apostoli sieno una compi-
lazione del IV secolo dell' era cristiana. Non crai hic locus, disse
già P antico maestro.
Lungo sarebbe il seguire P autore in tutte le sue investiga-
zioni, e il pesarne ad una ad una le opinioni, alcune delle quali
molto ingegnose, che viene a formulare tanto nella prima parte
del suo lavoro, nella quale tratta della storia primitiva di Roma
e della presa fattane dai Galli, quanto nella seconda, nella quale,
ragiona della origine dei Veneti, ed esamina minutamente e con
amore le memorie lasciateci dagli antichi su questo popolo. Pur
riconoscendo l'acutezza della sua mente e la felicità di qualche
sua trovata, difficile sarebbe P acconsentire con lui in molte delle
sue sentenze : per es., a dirne una, accetteranno i geologi P assar-
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zione sua (pag. 172, 174) che le isole di sabbia e di fango dell 4 an-
tico e moderno delta del Po e dell' estuario, fossero e siano, al
pari dei colli Euganei, isole vulcaniche ? Si deve credere che
quando (p. 121) assegna alla cima del monte Grappa, tra Brenta e
Piave, 1700 piedi, anziché 1703 metri sul livello del mare, ciò
non sia che una semplice svista dello scrittore, o piuttosto un er-
rore del tipografo ; ma sono invece certamente un segno della di-
sattenzione dell' autore i due fatti seguenti. Alla pag. 200 e 202
egli cita il Mantissa come un cronista medievale, di cui riferisce
poi in nota a pag. 202 le parole : or bene, si tratta di una man-
tissa, cioè appendice o aggiunta a ur codice mss. padovano, pub-
blicato dal Muratori nei RR. IL SS. Riporta poi a pag. 175, pure
in nota, un brano attribuito ad Aristotele, nel quale si narra del
lago di Fetonte « esse vero populos nigras in ea frequentes,
unde quod vocant electrum decidit etc. » ; e lo scrittore fisso
neir opinione delle isole vulcaniche, della caduta di Fetonte colà,
e della gente abbrunata che abita le stagnanti acque del fiume,
tutte cose ricordate di passaggio da Polibio II, 10, traduce sbada-
tamente : « Molti fra gli abitanti sono anneriti da quelle esaia-
sioni, le quali formano ciò che chiamasi elettro, ecc. » mutando
cosi in popoli il pioppo vero, di cui evidentemente ivi si ragiona.
La terza parte del libro tratta delle alleanze dei Romani coi
Veneti ; e qui fa veramente dispiacere V incontrare fin da principio
(pag. 208), un'altra insinuazione gratuita, e disdicevole a un pari
suo ; quasi, cioè, che Y invidia del governo di Venezia avesse fatto
sparire i gloriosi documenti dell'antica storia di Padova. Spende
in questa parte molte parole a provare che la Venezia non fu mai
soggetta ai Romani, ma conservò la propria indipendenza fino a
che G. Cesare nel 705 le conferì la cittadinanza (pag. 295) : ciò
posto, riuscirebbe incomprensibile il fatto, che i Romani tanti anni
innanzi avessero fondato Aquileja e conquistato il paese dei Carni
e degli Istri, oltre alla Livenza e al di là delle terre dei Veneti, se
questi non fossero già stati fino da allora socii al pari dei Latini o
almeno degli altri italici, e quindi attratti neir orbita del loro im-
perio : e diffatti è noto che furono sempre alleati di Roma nella
comune difesa contro i Galli e durante e dopo la seconda guerra
punica, come lo dimostra l'autore. Neppure è giusto il dire che,
fatti cittadini, i Veneti fossero ascritti alla sola tribù Fabia (pag.
205), poiché le iscrizioni della decima regione fanno menzione
delle seguenti : Camilia (Adria), Claudia (Concordia, Julio Car-
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nico, Cadore e Tarvisio), Fabia (Patavio), Menenia (Vicenza, Fel-
tria), Papiria (Opitergio, Belluno), Póblilia (Verona), Romilia
(Ateste), Scapzia (Aitino, Foro Julio), Velina (Aquileja) ecc.
Veramente, per finire, l'argomento è interessante per gli stu-
diosi di storia italiana, e lusinghiero, se vuoisi, per noi Veneti; tut-
tavia si può ritenere che, se Fautore l'avesse gonfiato un po' me-
no, e avesse usata più severità nelle lodi, e maggior parsimonia
nella scelta della materia, non ne avrebbe scapitato il suo libro :
anzi un titolo più modesto, e uno scrivere meno sentenzioso e ri-
ciso non avrebbe certamente nociuto, ma forse cresciuto l'efficacia
e la forza di così importante e notevole scritto
F. P.
Dino Mantovani, Lagune. Roma, 1883, Sommaruga.
DalKon. prof. Antonio Fradeletto abbiamo ricevuto questa lettera, a cui
non crediamo di poter negare ospitalità. Siccome peraltro la causa delle La-
gune ci sembra decisa, possiamo assicurare i lettori che non torneremo più su
questo ingrato argomento.
R. F.
Illustrissimo signor Direttore,
In una mia recensione bibliografica, eh' Ella ebbe la bontà di
inserire nell' ultimo fascicolo dell' Archivio, io dimostrava e con-
cludeva che le Lagune del sig. Dino Mantovani sono un plagio
svergognato.
Ai più la dimostrazione parve convincente, la conclusione ir-
recusabile, l'intonazione giusta. — Ma non a tutti.
E non parlo dell'autore, che il 27 Maggio scriveva all' Adria-
tico: « se il professore Antonio Fradelello vorrà continuare su
lutti il sistema critico cosi felicemente sperimentato su me, farà
opera santa » — e il 17 Giugno alla Domenica letteraria: « Pro-
mettetemi di non più metter voce in una questione per cause,
per forme e per fini indegna delle vostre armi leali, e saluta-
temi lietamente V editore ed amico Angiolino die il grosso bac-
cano pseudo- critico non mancherà di divertire quanto voi e
me ». — Non parlo di lui, perchè documenti simili, prodotti a
venti giorni di distanza l' uno dall' altro, lo esimono inappellabil-
mente dai doveri della responsabilità morale.
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Parlo dei critici della mia critica.
Il professore gab, dell' Adriatico, pur consentendo in tutto
con me, m'avrebbe desiderato in qualche modo meno aspro nella
forma. E a lui rispondo: che troppo oscuro è il mio nome perchè
qualcuno possa mai aver bisogno della mia indulgenza; ma che,
al caso, io la riserbo tutta al lavoro modesto, assiduo, onorata-
mente intrapreso e durato — alla frode, comunque fatta, no!
Il dott. Clotaldo Piucco, della Gazzella di Venezia, riconosce
e deplora le rapine del signor Mantovani, ma nonpertanto gli ri-
conferma titolo e lode di « scrittore ». — E sia pure, a suo grado.
Ma siccome alcuni mesi innanzi, encomiando appunto le Lagune,
egli definiva lo scrittore: « quegli che dà forma perfetta alle
idee entrale già nel cervello di tanti altri, i quali si son conten-
tali di accoglierle e di esprimerle male, e non ìianno se non il
magro conforto d* accusar di plagio quelli che le diranno bene
dopo di loro », cos'i io mi vedo logicamente costretto a dedurre
che, nel giudizio del dott. Piucco, il sig. Dino Mantovani ha dato
forma perfetta alle idee entrate già nel cervello di Teofilo Gautier,
di Carlo Blanc, d' Ippolito Taine, d' Augusto Boullier e di Rodolfo
Tópffer : ai quali, poiché si sono contentati d' accoglierle e d' espri-
merle male, non resterebbe, quando potessero o volessero, se non
il magro conforto d' accusar di plagio il signor Mantovani, che le
ha dette bene dopo di loro.
Finalmente, il critico anonimo della Domenica letteraria si
tura le orecchie e strilla : Le Lagune sono uno splendido volu-
me! Le Lagune sono un lavoro d* arte e d* erudizione insie-
me! Le Lagune sono un libro di saggi brillanti e di studi se-
reni! — e designatomi di passaggio coir amabile perifrasi « uno
sgobbone paziente », ammonisce me e i miei concittadini a far
meno chiasso per alcune « citazioni volontariamente dimenti-
cate », per alcune « interpolazioni di frasi, dJ aggettivi, di clau-
sole, d' incisi ».
Con codesto innominato giullare della letteratura domenicale
non ho voluto nè voglio, pel rispetto che debbo a me, scendere a
pubblica discussione ; soltanto, considerando che tra me e lui
e' era di mezzo la folla, e che alla folla anche un cervello giulla-
resco è buono pur di non servirsi del proprio, gli ho risposto che,
a difesa e conferma dell* opera mia, mi sarei affrettato a divul-
gare per la stampa V edizione definitiva delle Lagune, coi testi
originali a fronte.
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Ma poiché in questi giorni, stanco e affollato di brighe come
sono, mi mancano assolutamente il tempo e l'agio necessari a
mantenere per intero la mia promessa, poiché d'altra parte un
troppo lungo silenzio potrebbe toglierle o scemarle fede, sarà Ella,
illustrissimo signor Direttore, cos'i paziente e cortese da accogliere
intanto neW Archivio un altro breve saggio — un saggio, niente
più, intendano bene i miei critici — di queste poche « interpola-
zioni di frasi, d' aggettici, di clausole, di incisi » ?
Ella rileggerà stavolta qualche frase, qualche aggettivo, qual-
che inciso delizioso dei Reisebilder, del Voyage en Russie, dei
Cajrrices et Zigzags, dei Gro(esques\ dei Nuoci ricordi d'Italia;
ma tutto ciò, per quanto possa piacerle, le parrà ancora ben po-
vera cosa a paragone del tocco onnipotente d'una fantasia che
ha compenetrato e trasformato nella Basilica di San Marco la cat-
tedrale maggiore del Kremlino e il tempio classico di Sant'Isacco
a Pietroburgo — che ha fatto trasvolare la campagna veneta ai
piedi del ISrocken — che ha convellilo i poeti minori francesi dei
secoli deeimoquinto dei'imosesto deeimosettimo nei poeti minori
veneziani del secolo decimottavo.
Mi scusi e mi creda con profonda affettuosa reverenza,
Vert«zi<K IO LugUo ISSI.
Mantovani, pa£. '22 : « Certo so ^li
artisti veneziani tolsero unicamente dal-
la schietta naturi i*h 1 li circondava i
loro modelli," la natura a sua volta co-
piò i loro capolavori indie t'orimi umane
piii recenti. Dove sussistere una lunpra
p ignorata serie di queste alEuità elet-
tive, che crearono qui una razza più
bella ancora della salsa terra in cui
fiorisce e del cielo luminoso che le dona
i suoi ra^zi. Non può rimanere senza
effetto sui nascituri i! culto ppr le av-
venenti madonne « i quadri d'altare,
che si stampano nell'anima dello spo-
so, mentre la sposa reca devotamente
in fondo al cuore rimanine d'un bel
santo ».
suo dev. obbl.
Antonio Fràdeletto.
II. Hkink, Reisebilder. Paris, Mi-
chel Lé\y, 181)1, voi. II, papr.307: «La
nature, après a\oir fourni des modèles
aux artistes, copie aujourd'hui, à son
tour, les eh .dVd' oeuvre auxquels ces
riiodèles ont servi Ces aflìnités
electives ont créé ici une race eneore
plus belle quo la douce terre sur la-
quelle elle fieurit et que le ciel lumi-
neux qui l'entoure de ses rayons
C'est un eulte qui n'est pas sterile que
eette dévotion aux l)elles madones, aux
beaux tableaux d'autel, qui s'impri-
ment dans 1 amo du fiancò, pendant
que la fiancò' porte dévotement au
fond du coeur l'imago d'un beau Saint
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Mantovani, pag. 24 : « Le inglesi
mostrano evidente la soverchia
distanza dal naso alla bocca Fu
osservato che, di fronte alle italiane,
esse pajono statue alle quali si è rotta
la punta del naso, pajono le dee della
noja che corrono la posta ne' paesi del
soie ».
Mantovani, pag. 60: « Da quelle
palpebre [delle madonne belliniane) de-
votamente chine sfugge tuttavia un
ammiccamento amoroso, come quello
che brilla negli occhi d'una santa de'
giorni nostri. Ma, comunque, è il vero
carattere eroico, è uno spirito elevato
che riconosciamo in questi quadri, e
consiste non in un'eterna calma senza
passione, come pretendono gli estetici,
ma in un'eterna passione senza turba-
mento ».
Mantovani, pag. 251-252 : « Sono
roccie coperte de le più beile
specie di musco, così da sembrare ve-
stite di velluto (l'autore descrive
la campagna veneta) ... qua e là
zampillano le fonti in filetti argentati
tra le pietre, e gorgogliano in cascatene
fra le radici di mezzo all'erba
alta, dove fa tanto piacere sedersi ... :
piegandosi allora e avvicinando l'orec-
chio ai terreno .... par di sorprendere
la secreta genesi delle piante, di sentir
palpitare il cuore della montagna.
Più si discende e più le sorgenti scor-
rono armoniche. Di tanto in tanto una di
H. Heine, ReUebilder, voi. It, p.
335: « Il est seulement dommage que
la distance trop grande du nez à la
bouche [negli inglesi) gate, à
mes yeux, les plus beaux visages
Un observateur allemand a remarqué
.... que les Anglais qui se promènent
au milieu des Italiens, ont tous l'air de
statues auxquelles on a cassé le bottt
du nez — Ce sont les dieux de
l' ennui qui courent la poste en touB
pays ».
H. Heine, Reiselbider, voi. II, p.
244-245: « Les paupières dévotement
baissées de mainte madone [nei vecchi
quadri fiorentini) .... laissent écbap-
per un clignement amoureux,
aussi fripon que celui qu'on dócouvre
dans les yeux d'une sainte de nos jours.
Mais c'est, dans tous les cas, un esprit
élevé qui nous plalt dans ces vieux ta-
bieaux ; c'est le vrai caractère
hóroique que nous reconnaissons
et qui ne consiste pas, comme Dos es-
thétiques le prótendent, dans un calme
óternel sans passion, mais, au contraire,
dans une éternelle passion sans trou-
ble ».
H. Heine, ReUebilder, voi. 1, pag.
59 : « .... les pierres sont revétues . . .
des plus bel les espòces de mousses,
et semblent des coussins de velours
(l'autore descrive I. monti del
Harts, e precisamente la
campagna che ni «tende a*
piedi del BrocKen). . . On voit ca et
là l'eau sourdre en filets argentés sous
les pierres . . . . En plusieurs endroits
l'eau jailiit . . . d' entre ... les ra-
cines, et forme de petites cascades. C'est
là qu'il fait bon s'asseoir .... Quand
on se penche, en approchant l'oreille,
on croit surprendre l'histoire secréto
de la formation des plantes,et entendre
palpiter le coenr de la montagne ».
pag. 85 : « Plus nous descendions,
plus lessources . . . ruisselaient harmo-
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esse sbuca furtivamente tra le macchie
e le roccie, come per vedere se può
affrontare la luce, e in fine scaturisce
una vena gaja che ha preso la sua de-
cisione. Poi l'acqua mormora selvag-
giamente, precipita schiumando e torna
a zampillare più lungi in archi puri o
per una moltitudine di crepacci, e più
basso scivola e saltella su le vecchie
pietre ......
Mantovani, pag. 318-319: « quei
vecchi artefici {gli architetti del medio
evo) sapevano che il compiere l'edificio
diletto era riserbato ai loro nipoti, ma
non ne posavano meno tranquillamente
la prima pietra, elevando i marmi sui
marmi, finché la morte li richiamava
dal lavoro. Altri artefici continuavano
l'opera e scendevano allo stesso riposo,
tutti fermi e beati nella credenza del
cattolicismo eterno, fiduciosi nella con -
fortuita dei sentimenti presso le gene-
razioni avvenire, destinate al gaudio
supremo di compiere il disegno dei pa-
dri E dormono certo ben pro-
fondamente, se lo sghignazzo e la ri-
volta delle coscienze moderne non
giunsero ancora a destarli ».
Mantovani, pag. 324: « Vi sono
in architettura, come in musica, dei
ritmi quadrati d'una simmetria armo-
niosa che allettano senza inquietare; lo
spirito prevede con gioja il ritorno del
motivo in un momento e sito determi-
nato: l'architettura vi si sviluppa co-
me una bella frase di musica religiosa,
mantenendo quel che promette il suo
puro e classico tema, non turbando
l'occhio con alcuna dissonanza. Le co-
lonne rosee formano dei cori uguali,
cantanti la medesima melodìa su quat-
tro pareti: l'acanto corintio espande la
nieusement. Ce n'était que de temps à
autre que l'une d'elles se montrait fur-
ti vement entre les broussailles et les
roches, comme pour voir si elle pou-
vait se risquer au grand jour, et enfin
jaillissait un petit flot qui avait pris sa
revolution » — pag. 86 : « L' eau siffle
sauvagement ici, ou se roule en écu-
mant, jaillit plus loin en arcs purs par
une foule de crevasses, et plus
bas court, en sautillant, sur les petites
pierres ».
H. Heine, Iteisebilder, voi. II, pag.
107: « des constructeurs (delle
vecchie chiese) qui pouvalent pourtant
prévoir que Tachèvement de pareils
ódifices ne pouvait ótre róservó qu'à
leura arrière-petits-neveux, et qui n'en
posaient pas moins tranquillement la
première pierre, et élevaient pierre sur
pierre, jusqu'à ce que la mort les rap-
pelàt du travail. D'autres architectes
continuaient l'ouvrage et trouvaient à
la fin le méme repos ; .... et tous avec
la ferme croyance à l'óternité de la re-
ligion catholique, avec une confiance
complète dans la conformitó des senti-
ments chez les générations futures, qui
continueraient l'oeuvre de leura pré-
décesseura il est à désirer que
leur 8ommeil soit bien profond et que
les ricanements des temps modernes ne
les éveillent pas ».
T. Gautibr, Voyage en Russie. Pa-
ris, Charpentier, 1882, p. 197 : * Il y a en
architecture, comme en musique, des
rhythmes carrós d'uue syraótrie harmo-
nieuse qui charment . . sans inquiéter ;
l'esprit prévoit avec plaisir le retour du
motif à une place marquée d'avance; ....
il [la chiesa di SanV Isacco, a Pietro-
burgo) se dóveloppe comme une belle
phrase de musique religieuse, tenant ce
que promet son thème pur et classique,
et ne trompant le regard par aucune
dissonance. Lea colonnes roses forment
des choeurs ógaux, chantant la méme
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sua verde fioritura di bronzo su tutti i
capitelli. Zone di granito si stendono
sui fregi; in alto le statue si corrispon-
dono per contrasti e somiglianze che
ricordano i ritorni obbligati d'una fu-
go ; e la grande cupola lancia la nota
suprema fra i pinacoli che le servono
d'accompagnamento ».
mélodie sur les quatre facesdel'édi-
fice. L' aoanthe eorinthienne épanouit
sa verte fioriture de bronze à tous les
chapiteaux. Des bandelettes de granit
s'ótendent sur les frises ... les statues
correspondent pas des contrastes ou
dos ressemblances . . qui rappellent les
renversements obligés d' une fugue,
et la grande coupole lance ... la note
suprème entre les quatre campaniles
qui lui servent d'accompagnement ».
Mantovani, p. '332: <> Nulla di più
strano che questa decorazione (i mo-
laici di man Marco) ove centi mg a
di figure vi circondano, come una folla
muta nell'estasi, montando e scenden-
do lungo i muri, camminando in file,
in panatenei cristiani, isolandosi in una
posa di rigidezza jeratica, curvandosi
sotto le cupole, rivestendo il tempio
d'una tappezzeria umana .... che for-
micola immobilmente. La luce rara e
calda accresce l'effetto inquietante e
misterioso. I grandi santi torvi del ca-
lendario greco hanno in quell'ombra
fulva apparenze terribili di vita, vi
guardano con occhi fissi e neri
e sembrano minacciarvi con la mano
stesa a benedire. Gli arcangeli mili-
tanti, i cavalieri sacri mescolano le loro
corazze e le spade alle cappe funebri
dei monaci e degli anacoreti ....»>.
T. Gautif.r, Voyage cn llvssie.
pog. 275-276: « Rien de plus étrange
que cette décoration (le pittare
della cattedrale dell* A«nun-
zionc, nel Kremlino) où des
milliers de figures vous enveloppent,
cornine une foule muette, montant et
descendant le long des murs, marchant
par files rn panathénées ebrétiennes,
s' isolant dans une pose d'une raideur
hiératique, se courbant .... aux cou-
poles, et habillant le tempie d' une
tapisserie humaine . . . au fourmille-
ment immobile. Un jour rare . . . ajoute
encoro à roffet inquiétant et mysté-
rieux. Les grands saints farouches du
calendrier grec prennent dans cette
ombre fauve . . . des apparences de
vie formidables: ils vous regardent avec
des yeux fixes et semblent vous mena-
cer de leur main ótendue pour bénir.
Les archanges militants, Ics saints che-
valiers . . . mèlent leurs armures ....
aux frocs sombres des .... moines et
des anachorètes ».
Mantovani, pag. 338-339: « . . . .
l'arte araba .... fu spostata, non uc-
cisa dal divieto di Maometto. Pagani e
cristiani diedero all'uomo il più alto
luogo nelle loro rappresentazioni pla-
stiche: i musulmani, ai quali raffigu-
rare comunque 1' uomo è proibito, si
diedero tutti all'ornato ed al colore, po-
sero il loro genio nell' invenzione di
complessi rabeschi, in cui le linee ma-
tematiche, decomposte all'infinito, si
T. Gautier, Caprices et Zigzags.
Paris, Hachette, 1865, pag. 276-277:
« V interdiction de Mahomet, qui sera-
blait devoir tuer à jamais l'art chez
des nations musulmanes, n'a fait que
le dóplacer. Les pai'ens et les eatholi-
ques ont donne une place immense à
T homme dans leurs créations plasti-
ques; les musnlmans (pag. 274: Le Co-
ran défend comme une idolatrie la re-
présentation du corps humaio ) se
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avvicendano in combinazioni sempre
nuove e sempre belle.
Non si sa imaginare la varietà, l'e-
leganza, la ricchezza di quelli ornati in
tutto fantastici Forse molti arabi,
che sarebbero stati altrove Michelan-
geli o Tiziani, spesero facoltà immense
nell'inveutare que' meravigliosi dedali,
che esprìmono talvolta quanto ogni più
ideale figura i sogni intensi e intermi-
nati dell'infinito. Privati del vero dise-
gno, i popoli dell' Islam acquistarono
una prodigiosa opulenza di colorito e
in esso svolsero il loro mirabile istinto
estetico; nessuno li eguagliò nell'arte
di rompere le sfumature, di unirle, di
porle in contrasto, di impiegarle iu
masse ed in fili, di proporzionarle e fon-
derle con una impeccabile euritmia ».
Mantovani, pag. 340 344 : « L'arto
bizantina (adopero questa parola non
eerto esatto, in difetto d'una migliore)
è in condizioni tutte speciali e nou ras-
somiglia punto a ciò che dicesi arte
presso le nazioni professanti culto lati-
no. Essa ò ieratica, sacerdotale, immu-
tabile, le sue formule sono precise co-
me dogmi, non è suscettiva di progres-
so nò di decadenza, nò, per così dire,
di età. L'affresco o il mosaico compiuto
venti anni or sono non si distingue per
niente da quelli che contano un ecnti-
najo di lustri. I suoi prodotti sorto c-
guali al sesto, al decimo e al decitnosc-
sto secolo, vivendo essa di se, senza
perfezionamenti acquisiti, poiché do-
vette trovare sin dagli inizi la forma
sua necessaria, molto discutibile innanzi
alla critica moderna, ma mirabilmente
aUa all' ufficio che le incombe.
431
sont dóveloppós dans le sens de V orne-
mentation et de la couleur; ils ont ap-
plique leur génie à l'invention d'ara-
besques compliquées, où les lignes ma-
thómatiques, décomposées à l' influì ,
produisent des combinaisona toujours
nouvelles et toujours charmantes.
On ne saurait imaginer quel-
le variété .... élégance riches-
se Là tout est imaginaire
Plus d'un Arabe . . . qui peut-étro
atirait óté Michel-Ange ou Raphael .
... a dópensé des facultés immenses
à l' invention ... de ces merveilleux
dedalea qui servent à exprimer des rè-
ves d' in fini tout aussi bien que la Ma-
don e ou le Pensiero. Privés du dessin
proprement dit, lesOrientauxont acquis
une prodigieuse finesse de coloris. Leurs
facultés artistiques se sont sin-
guliòrement dóveloppóes en ce sens;
personne ne les a jamais ógalós dans
l'art de rompre les nuances, de les raa-
rier, de les contraster, de les employer
par masse ou par fìlets, de les propor-
tionner dans une eurbythmie infaiili-
ble ».
T. Gautier, Vuyage en Russie,
pag. 304-308 : « L' art byzantin
nous employons ce mot faute d' un
plusjuste, bien que ne prósentant pas
un sens rigoureusement exact
est dans des conditions toutes particu-
liòreset ne ressemble pas à ce qu'on
entend par ce mot chez les peuples
qui suivent la religion latine. C est
un art hiératique, sacerdotal, immua-
ble ; . .. Les formules en sont préci-
se* comme des dogmes. 11 n'y a donc
dans cette écolc ni progrès, ni déca-
dence, ni epoque, pour ainsi dire. La
fresque ou le tableau achevé il y a
vingt ans ne se distinguent pas de la
peinture qui compte des centaines d'an-
nóes. Tel il ótait au sixième, au neu-
viòme, ou au dixième siècle,
Il vit de lui-méme, sans perfectionne-
ments, puisque il a du premier coup
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432
Ma, si domanda, dov'è la scatu-
rigine di questa tradizione così tenace-
mente conservata? donde venne questa
didascalica uniforme, che non serba la
traccia dei «ecoli e dei mezzi diversi
attraversati? A quali maestri obbedi-
vano questi ignoti artisti, il pennello
dei quali tappezzò le chiese greche
d'una tale moltitudine dì figure, da
non bastare più vite d'uomini a nu-
merarle? (1).
A tali questioni rispondono il Du-
rand e il Didron, nell'edizione da essi
pubblicata in Francia della Guida della
pittura, manuale esteso da Dionigi mo-
naco di Fourna d' Agrapha, seguace
del celebre Emanuele Panselinos, il
Raffaello bizantino In un
breve preludio, preceduto da una invo-
cazione a « Maria madre di Dio e sem-
pre vergine » Dionigi monaco enun-
cia lo scopo del suo libro
[segue, tradotta in italiano, la prefa-
zione di Dionigi).
Questo manuale, vero codice di i-
conografìa cristiana e di tecnica pittori-
ca, rimonta al decimo secolo*, secondo i
monaci del monte Athos, ma non data
probabilmente che dal decimoquinto.
Poco importa d'altronde, poiché esso
non fa che ripetere le vecchie formule
e i processi arcaici. Serve di guida an-
cor oggi, e, come narra il Didron nel
suo viaggio alla santa montagna, il
padre Macario, il miglior pittore agio-
rita dopo il padre Joasaph di Argostoli,
teneva questa bibbia dell'arte sua spie-
trouvé sa forme nécessaire, crìtiquable
au point de vue de l'art mais merveil-
leusement propre à la fonction qu' elle
remplit.
Mais, se demande-t-on, où est le
foyer de cette tradition si soigueusement
entretenue, d'où vient cet enseigne-
ment uniforme qui a traversò les àges
et qui n'a subi aucune altóration des
milieux divers? A quels maitres obéi3-
saient tous ces artistes inconnus, dont
le pinceau a couvert les óglises du rite
grec d'une telle multitude de figures
que leur dénombrement dépas-
serait le chiffre de la plus forni idab le
armée?
Une curieuse et savante introdu-
ction de M. Didron, mise en téte du ma-
nuscrit byzantin « le Guide de la pein-
ture », traduit par M. le docteur Paul
Durand, répond à la plupart des que-
stions que nous venons de poser. Le ré-
dacteur est un certain Denys,
moine de Fourna d' Agrapha, grand
admtrateur du célèbre Manuel Pan-
selinos ... qui parait étre le Raphael
de l'art byzantin Dana une
courte próface, précédóe d'une invoca-
tion à « Marie mère de Dieu et toujours
vierge »> maitre Denys expli-
que le but de son livre
[segue la prefazione di Dionigi, secondo
il testo francese del Durand).
Ce manuscrit, vóritable manuel
d'icouographie chrétienne et de techni-
que picturale, remonte, selon les moi-
nes du mont Athos, au dixième siècle.
Il ... ne date guère que du quinziè-
me ; mais la chose im porte peu, car il
répète les formules anciennes et
les procódés archai'ques. Il sert de guide
encore aujourd' hui, et, cornine le ra-
conte M. Didron dans son voyage à la
montagne sacrée, où il visite le pére
Macarios, le mei 1 leur peintre aghiorite
aprò3 le pére Joasaph, « cette bible de
(i) Il signor Mantovani, mentre copia il Oautier, cita in calce V Histoire d*s Pcintres di
Carlo Blanc.
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gata in mezzo al laboratorio, e due de*
suoi più giovini alunni ne leggevano
alternativamente de' brani ad alta voce,
mentre gii altri ascoltavano e dipinge-
vano. Esso contiene il secreto dell' arte
bizantina, e fece comprendere al Di-
dron, che aveva visitato le chiese di
Atene, di Salnmina, di Tricala, di La-
rissa, di Kalabach, di San Barlaam, del-
le Meteore, di Mistra ed'Argos, perchè
avesse trovato da per tutto la stessa
profusione di dipinti, il medesimo co-
stume, la medesima età, la medesima
attitudine de* personaggi sacri. « Si di-
rebbe, scrive egli, che un pensiero uni-
co, animando cento pennelli in una vol-
ta, abbia fatto sbocciare d'un sol colpo
tutte le pitture di Grecia ».
La santa montagna è il luogo dove
si preparano queste pitture, dove si for-
mano questi strani artisti dei dogma.
Vi sono là meglio di novecento orato-
rii, chiese e cappelle tutte ricoperte di
freschi Il merito del pit-
tore non consiste più nell'originalità,
ma nell'esatta riproduzione dei tipi
consacrati: le sue opere, schiave della
teologia, non sono che copie delle co-
pie antiche. I contorni, le proporzioni
sono fissati e immutabili; il vero non
si consulta mai ; una norma impreteri-
bile prescrive la lunghezza della barba
e de'capelli, il giro dell' aureola, la
curva delle vesti, il numero delle pie-
ghe ai frati non appartiene
che il perfetto eseguire. Tutto il resto
fu sancito dai padri della Chiesa d'O-
riente » (1)
433
son art était étalée au milieu de l'ate-
lier, et deux de ses plus jeunes élèves
y lisaient alternativeir.ent à haute voix,
pendant que les autres ótaient à pein-
dre cn ócoutant ». Ce manu-
scrit renfermait le secret de la peinture
byzantine, et flt comprendre au savant
touriste qui venait de visiter les égli-
ses d' Athènes, de Salamine, de Tric-
cala, de Larisse, de Kalabach, du cou-
vent des Mótéores, de Saint-Barlaam . .
de Mistra, d'Argos, pourquoi il
retrouvait partout méme profusion d9
décoration peinte, partout méme
costume, méme àge, méme attitude des
personnages sacrós « On dirait, s'ecrie-
t-il qu' une pensée unique, ani-
mant cent pinceaux à la fois, a fait
óclore d' un seul coup toutea les pein-
tures de la Grece ».
L' atelier où se próparent ces pein-
tures et où se forment ces ar-
tistes byzantins, est le mont Athos
l'on compte dans 1' Athos
neuf cent trente-cinq óglises, chapelles
ou oratoire8 Presque tout cela est pcint
à fresque le mórite de l'artiste
ne consiste pas ... à se montrer ori-
ginai, mais bien à retracer de la ma-
nière la plus fidèle les types consacrés
l'artiste est l'csclave du thóc—
logien. Son oeuvre, que copieront ses
successeurs, copie celle des peintres qui
l'ont précédó Lea contours,
les proportions des flgures sont arrétés
d'avance. La nature n'est jamais con-
sultée, la tradition indique la couleur
de la barbe et des cheveux, s' ils sont
longs on courts, la nuance des véte-
ments, le nombre, !a direction et l'épais-
scur des plis L'exécution seule est
a lui, car rinvention et l'idée appar-
tiennent aux Pères, aux théologicns, à
P Église orthodoxe ».
(1) Del Voyage en Russie, dopo tante pagine di traduzione letterale, il signor Mantovani
non cita che sei linee : « Il pittore moreota continua e copia nel secolo XIX il veneziano del X,
come questi continuò e copio l' atonita del V e del VI. II San Giovanni Chrysostomo che è al
battistero di San Marco, si trova pure identicamente nella Metamorphosis di Atene, nell' Heca-
tompylis di Mistra, nella Panagia di San Luca » pag. 345.
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Mantovani, pax. 350: <• mentre
gli altri popoli si umiliavano nellu ma-
cerazioni i veneziani estende-
v ino i tratlici e le (••mquisto for-
mavano uno stato ricco e felice di mezzo
alla società ferrea, cupa, feudale
soli custodi del nobile san-
gue italico ».
Mantovani, 351: <« qui il soffio
voluttuoso dell'aria e il clima felice
addolciscono la torva intolleranza e la
sublime asprezza del cattolicismo ».
Mantovani, 355 : « questo capo-
lavoro universale {San Marco) ma ec-
cessivo come tutto il medio evo e tutte
le giovinezze ».
Mantovani, 368: «Tutte queste
figure di beati si eguagliano nel deli-
rio della preghiera
quelle che ado-
rano e quelle che cantano, quelle che
distrussero la loro materia e quelle che
ne vanno superbe, quelle che esalta
l' ebbrezza dell' ascetismo e quelle che
agita l'esuberanza del sangue giovi-
ne, quelle che recano all'empireo il
fremito della carne felice e quelle che
sembrano evanescenti nell'estasi della
visione celeste ».
Mantovani, pag. 3*17-378: « Però
che in ogni ora San Marco ha il suo
miraggio. La notte . . . non lo spegne,
non lo nasconde mai : Quando
l'oscurità è meno densa e la vaga luce
siderale lascia distinguere i fantasmi
degli oggetti, qualche bagliore inatteso
scivola lungo i fusti lisci come vetri,
(1) Riporlo la traduzione del si; 3 '. Duca, tul
nginale.
Emilio Castei.ar, Ricordi d' Ita-
ita. parte seconda ed ultima — tradu-
zione di Demetrio Duca — Livorno, Giu-
sti, 1883. San Marco, pag. 384 : « . . . .
fuggendo le penitenze, si diedero in
braccio (i veneziani) alla febbrile atti-
vità della navigazione o del lavoro . . .
seppero fondare una repubblica ricca
e felice in mezzo a una società ferrea
e feudale conservarono puro
il loro nobile sangue latiuo » (1 j.
C astelar, 386 : « Su queste isole,
tra questo lagune, alla luce riverberata
sulle acque, all'aria carezzevole che
scende dalle Alpi, non entra la torva
intolleranza nè la sublime
asprezza del nostro culto».
Castei.ar, 382 : « Ha {San Marco)
qualche cosa del poema del Medio Evo;
1' eccesso è qui naturale come gli ec-
cessi della gioventù ».
Castelar, 391 : « da
quelle (figure) che pregano a quelle
che cantano, da quelle che sentono l'av-
vilimento della loro materia quasi per-
duta a quelle che sentono l'ebbrezza
d'una vita esuberante, da quelle trista-
mente ascetiche a quelle grossolana-
mente voluttuose .... sembrano tutu
avvolte nell'idealismo religioso, come
se le une fossero già nel cielo dell'e-
stasi e le altre si elevassero da questa
vita del senso alla vita dell'anima ».
Gautibr, Voyage en Russie, pag.
207 : « Chaquo heure du jour a (per
la diletta eli Sant'Ittacco a Pie-
troburgo) son mirage La nuit
... ne peut entièrement éteindre Saint-
Isaac »> — pag. 208: « Quand l'obscu-
ritó est moins épaisse, que la scintil-
lation des étoiles et la vague lueur . . .
altro clie (elico, perche uou ho alla mauo 1' o-
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e le statue intrawiste al som-
mo pnjono sentinelle c desti commesse
alla guardia del sacrario. Quel che ri-
mimi di chiarità m-l iti do si concentra
nell'oro fulvo d>* morrei con una tale
intensità, che il passante può scam-
biare quo' vividi riti >ssi per lampade
accese.
Foraneo estinto ogni lume nel
firiDiiuii'iiti). la chiesa ha sempre un
astro che le irradia la faccia
cosi su le montagne \\ più aito picco è
accora infiammato dall'occaso, mentre
le filde e le valli annegano da tempo
nei la bruma notturna
E se la luna viene a specchiarsi
nella tersa cavità de' mosaici, esso {il
tempio di San Marco) piglia tinte leg-
gere di ortensia, di rosa, di ligustro,
di argento opalizzato, i fili di
marmo uiveo gettano lampi, l'oro ha
trasparenze d' ambra, ha il dubbio
pallore che aveva V electrum degli
antichi
435
. . laissent discerner les fantómes dea
objets, ses colonnes polies comme
une giace s' ébauchent par quelque
luisant inattendu et les statues
entievucs confusément scmblent des
sentinelles cólestes commises à la gar-
drt de l'édiflee sacrò. Ce qui reste de
clartó diffuse dans le ciel se concentro
sur un point du dòme, avec une inten-
sità telle que le passant . . . peut pren-
dre cotte unique paillette d'or pour
une lampe al.'umée ».
Pag. 209: « Toutes les ótoiles fus-
sent-elles óteintes au fìrmament, il y
en a toujours une sur Saint-Isaac !
De mèrue. dans les montagnes, le plus
haut pie est encore illuminò des flam-
mes du couchant, quand Ics sommets
infórieurset les vallèVs baignent depuis
longtemps dans les brumes du soir. . .».
pag. 208: « Si la lune est dans son
plein Saint-Isaac prend
des teintes . . . . d' une délicatesse ini—
maginable : les tons roses du granit
passent à l'hortensia » — pag. 209:
« des clartés d'argent, . . . d'opale, de
rose »> — di nuovo, pag. 208: « les fi-
Iets de neige des cornlches jettent cu
et là des éclairs ... les calottes dorées
des clochetons ont des . . . transparen-
ces . . . d'ambre ... le rayon qui en ré-
sulte rappelle l'éiectrum des anciens ».
Io mi sono astenuto finora da ogni commento ; ma se a que-
sto punto mi pensassi di concludere press' a poco cosi =r il nostro
codice dovrebbe stabilire per i plagiari pene ben più severe di
quelle a cui condanna i tagliaborse, perchè la gloria è ben più
preziosa dell' oro : percliè chi giunge a carpirla con libri co-
piati somiglia a quei ladri da strada che svaligiano i vian-
danti e s adornano poi delle loro spoglie ; perchè, in fine, av-
vantaggiarsi dell' esperienza dei grandi maestri è lecito, ma
levar dipeso da un autore ima pagina è nò più nò meno ru-
bare, come si ruberebbe un fazzoletto da una saccoccia — se
tutto questo dicessi, non mi mancherebbe certo da una parte o
dall'altra V accusa. di violenza, d'acrimonia, fors' anche — perchè
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dove non arriva, che cosa non inventa la malignità sfaccendata o
interessata del nostro paese? — fors' anche d'astiosa personalità.
Ebbene : io non ho fatto che seguire Y esempio del sig. Man-
tovani ; ho semplicemente voltato in italiano mezza pagina cT uno
scrittore che a lui ne. ha prestate tante : <c Je suis complètemenl
de l'avis de Cyrano, qu on devrail établir des peines plus ri-
gourcuses pour les plagiaires que celles doni on punii les vo- *
leurs de grand chemin, à cause que la gioire ólanl quelque
chose de plus précieux qu un habil el qu un cheval el méme
que de V or, ceux qui s' en acquièrent par des livres qu ils
composenl de ce qu ils dérobenl chez les aulres soni comme ces
tire-laines qui se parenl aux dépens de ceux qu ils dévalisent.
Tout le monde a le droil de profiler de V expériencc
d' un maìlre el de partir du point où il est arrioé, mais on doit
s en lenir là ; prendre une figure, un mot, une phrase, une
page, est voler cornine si on volail un mouchoir dans une po-
che ».
Ecco le testuali parole di Teofilo Gautier, alle pag. 201-202
dei Grotesques. — Ed ecco il profitto morale che ne ha ricavato
il signor Mantovani :
Lagune, pag. 198: « Pure essi T. Gautibb, Les grotesques. Paris,
(certi veroeggtatorl venesla- Michel Lévy, 1856. Préface, pag. XIV:
ni del secolo XVIII) hanno il me- « Ces écrivains dódaignós (certi poeti
rito di riprodurre il colore del loro Arance»! del «ecoli XV, XVI,
tempo, nò sono esclusivamente tradotti XVII) ont le mèrito de reproduire la
dal greco e dal latino ; i centoni di Vir- couleur de leur temps; ils ne sont pas
gilio e d'Orazio vi si incontrano me- exclusivement traduits du grec et du
no frequenti. È vero che l'imitazione latin. Les centons de Virgile et d'Ho-
francefile e spagnuola vi surroga race s'y rencontrent moins fréquem-
spesso quella dell'antichità, ma è al- ment. Il est vrai que l'imitation Ita-
meno un'imitazione viva e contempora- Henne et espagnole y remplace sou-
nea che non sente il collegio e la ferula vent Timitation de l'antiquité; mais
del maestro di rettorica. È in loro che c' est du moins une imitation vivante
si incontra il frizzo di moda, la frase in et oontemporaioe qui ne seni par le
voga, l'idioma povero ma attilato della collège et les férules du régent de
buona società. rhétorique». — Préface, pag. IX : « . . .
ils donnent une bien plus large place
. . . . au caprice rógnant, à la mode du
jour, au jargon de la semaine ».
In codesti librattoli si rinvengono Préface, pag. XIV : « Vous re-
mille dettagli di costume, mille idioti- trouvez dans ces bouquins mille détails
smi di pensiero e di stile, e tutto ciò che de moeure mille idiotismes de
gli aristocratici dell'arte sdegnarono di pensée et d« style ». — Francois Vit-
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Usare : il grottesco, il fantastico, il tri-
viale, il motto della giornata, la meta-
fora idropica, infine tutto il cattivo gu- <
sto con le sue buone fortune, col suo
orpello che può talvolta esser oro, coi
grani di vetro che possono essere dia-
manti. Ed è un piacere acre ed insolito
imbattersi in un bel verso di poeta cat-
tivo, imbalsamato nel sonetto, goccia
d'ambra che cade sui pensieri volteg-
gianti e li conserva a noi traverso gli
anni ».
437
loti, pag. 2: «... . tont ce que les ari-
stocrates de l'art ont dédaigné de met-
tre en oeuvre : le grotesque, le fanta-
sque, le trivial, .... le mot forgé ....
la métaphore hydropique, enfin tout le
mauvais goùt avec ses bonnes fortunes,
avec son clinquant qui peut étre de
l'or, avec ses grains de verre qui ris-
quent d 1 étre dea diamante Je
trouve un singulier plaisir à déterrer
un beau vers dans un poète méconnu ».
— Scalion de Virbluneau, pag. 45: «Le
sonnet est la goutte d'ambre qui tom-
be sur toutes ces penaées voltigeantes,
.... et nous les conserve . . . . à tra-
vers les siècles ».
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BOLLETTINO DI BIBLIOGRAFIA VENETA
(vedi pag. 218)
71. Cordignano e i suoi signori. Venezia, 1884. Visentin*!,
pag. 03, 10.°
Per le nobilissime nozze Cava de Pierlas-Mocenigo, il eav. Federico Stefani
pubblicò questo libretto ohe è una succinta ma chiara storia del castello di Cor-
dignano. Probabilmente murato nel secolo decimo per difendere il paese dal-
l' invasione degli Ungheri, appartenne, almeno fino al 1138, ai Collalto, poi ai
Da Camino che lo riconobbero in feudo dai vescovi cenedesi nel 1233. Pass*') nel
1383 ai Carraresi, e, dopo cinque anni, venne per la seconda volta (la prima nel
1337) in dominio della Repubblica. La quale nel 1454 lo infeudò a Guido Ran-
goni, uno dei migliori suoi condottieri. Spenti i Rangoni (di Cordignano) nel
1702, i Mocenigo (S. Stae) por ducati 0740 gr. 40 acquistarono il feudo, che
traeva ancora il suo nome dal castello già diroccato. La storia avviluppata, spe-
cialmente del periodo caminese, è esposta dal eh. Stefani con molta chiarezza
sulle traccio dei documenti pubblicati dal Verri, ai quali egli aggiunse V inve-
stitura al Rangoni nel 1432, tratta dai Cam memoriali, e il giuramento di fe-
deltà che i Mocenigo prestarono al doge Marco Foscarini nel 17G3. A proposito
di questo libretto ini piace trascrivere parte di una lettera che mi diresse l'a-
mico Autore: « L'ho lavorato .... coli' intendimento di mostrare come, secondo
me, si possano raccogliere le notizie dei nostri castelli, con qualche frutto per la
storia d'Italia, senza divagare. L'occasione portò che dovessi accennare a qual-
che fatto non conosciuto della storia ecclesiastica e civile di Ceneda, e facessi
una osservazione sulla via che i Longobardi dovettero seguire per entrare
nella Venezia. Dopo la stampa fui avvisato che effettivamente furono trovati
nella Sfrata Patrìarclwe avanzi del selciato romano a pietre quadre, e qualche
urna cineraria ecc. Pare quindi che io abbia colto nel segno. Probabilmente a
questa via alludeva Venanzio Fortunato nei versi
72. La Bibbia volgare secondo la rara edizione del Idi Otto-
bre MCCCCLXXI ristampala per cara di Carlo Negrom. Bo-
logna 1882 e segg. Romagnoli, pag. Lil, 592, (Ì62, 592, 677, 8.°
La Bibbia del Malermi e quella che prende il nome da Jenson uscirono am-
bedue a Venezia colla data del 1° Agosto e del 1° Ottobre 1471. Dei due volga-
lVr rupes. 0-«op<*, tuas
cainpc.Htria perrje per ari'a
Submontana quidam, rat (ella per ardua tendenti ».
439
vizzamente il più riputato è il secondo, « fattura tutta quanta del buon secolo »,
ma è anche il più raro ; tanto che in Italia non lo posseggono che tre o qnattro
privati, e, completo, due biblioteche sole, la Magliabeehiana e la nostra Mar-
ciana. Un esemplare per altro ne possedeva il convento dei Francescani della
Vigna a Venezia; esemplare che, fra le vicende del principio di questo secolo, il
p. Antonio Bravin a grand o stento salvò, e che servi nel 1846 alla Sortet i dei
Bibliofili, la quale ripubblicò il Pentateuco pressoché intero. La Società dei Bi-
bliofili era composta di giovani, che poco appresso servirono nobilmente la pa-
tria, e, aspettando il non lontano avvenire, si esercitavano in pazienti e severi
studi, molto diversi da quelli in cui a questi giorni si travagliano i giovani che
non so come serviranno la patria. Ma l'epoca, in cui cominciarono le loro fati-
che, non permise ai Bibliofili di continuare il lavoro, che il 1848 interruppe per
sempre. Venne il 1866; e 1* esemplare di cui discorriamo, a malgrado dei trat-
tati, corse vicende nuove e non liete che il Negroni racconta, finche fortunata-
mente ginnse non senza grave dispendio nelle mani di esso Negroni, che seppe
farne l'uso più utile. Imperciocché favorito dalla benevolenza cortese del comm.
Francesco Zambrini, presidente della Commissione pei testi di lingua, il Negroni
potè intraprendere la ristampa (condotta ormai a tutto il libro di Ester) del vol-
garizzamento famoso, che a buon diritto trovò onorevole posto nella Collezione
di opere inedite o rare dei pvùni tre secoli della liayna. Tutto ciò per la storia;
giacche, come bene avverte l'ili, editore, l'esemplare veneziano, per la singola-
rità delle sue vicende, si può ben dire « un esemplare storico ». Non dovremmo
dire di più, perchè ci ricordiamo il Xestttor .... Ma ci sia concesso di aggiun-
gere che questo esemplare non 'poteva venire a mani più degne. Imperciocché
dopo di averlo accuratamente descritto, il Negroni investiga chi sia stato l'au-
tore « di quest'aurea versione », e dopo una erudita e critica discussione, l'at-
tribuisce a fra' Domenico Cavalca. Passa quindi non a dire le Iodi del libro, ma
ad esporne i difetti, perchè si sappia in qual modo egli ha creduto di porvi rime-
dio. E qui apparisce quanta fatica gli sia costato, specialmente il supplire quei
pochi versetti od incisi, che, colpa del Codice o del tipografo, mancano nell'edi-
zione di Jenson. Imperciocché, volendo ricorrere, esclusivamente al trecento, do-
vette cercare tntti quei codici e quelle stampe che, se non danno la versione pub-
blicata dallo Jenson, danno di certo una versione di quella età. Qui tuttavia non
era compiuta la fatica dell'editore; si potrebbe anzi dire che cominciasse. Imper-
ciocché, discutendo i due metodi che si possano seguire nel pubblicare codici
antichi o ripubblicar vecchie stampe, e determinando le avvertenze (relative alla
interpunzione, alla grafia e alle forme grammaticali) a cui deve avere costante-
mente la mira chi vuol ridurre a buona e corretta lezioue un codice o una stampa
scorretta, il eh. editore si mostra un vero maestro, e lascia argomentare il lungo
studio e il grande amore che ha consacrato a questa edizione. Vorrei che l'Ar-
chivio Veneto fosse il luogo opportuno, e sopra tutto che in me fosse una qualche
competenza per diffondermi su questo argomento; ma devo far punto, perchè
quantunque si tratti di un libro che per alcun rispetto si lega alla nostra storia
letteraria, temo che mi si faccia rimprovero d'invadere una provincia a cui sono
affatto straniero, e di restringere soverchiamente lo spazio già troppo scarso che
in questo fascicolo è conceduto alla bibliografia veneziana.
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44Ó
73. Due anni alla corte di Carlo Emauuele 1 duca di Sa-
voia (da dispacci al Senato di Giovanni Mocenigo ambasciatore
veneto a Torino, 1583-1585J. Ven., 1884, Antonelli, pag. 80, 8.°
Giovanni Mocenigo (1552-1612), onorato di gravi uffici e di cospicue dignità
in patria, fu uno dei più operosi diplomatici del suo tempo, essendo stato amba-
sciatore in Savoia, in Francia (1587-1595), a Costantinopoli, a Roma. Molte no-
tizie potrebbero trarsi da' suoi dispacci ; qui troviamo soltanto quelle che si ri-
feriscono alle nozze di Carlo Emanuele I con Catterina figlia di Filippo li. Ma
la scelta fu consigliata dall'occasione, avendo il co. Angelo Papadopoli pubbli-
cato questo libretto per festeggiare le nozze della co. Laura Mocenigo col conte
Giuseppe Cais de Pierlas. Il sig. Vittorio Cérésole premise al libretto una breve
notizia del Mocenigo, e vi aggiunse una serie di annotazioni erudite, che spie-
gano le frequenti allusioni dell'ambasciatore agli uomini e ai fatti del tempo suo.
74. Nozze Mocenigo-Cais di Pierlas. Ven., 1884, Kirchmayr
e Scozzi, pag. 9, 8.°
Per questa fausta occasione il co. Gasparo Gozzi, ricordando le pubblica-
zioni dedicate dai suoi maggiori, Gaspare e Carlo, alla famiglia Mocenigo, diede
alle stampe un decreto del Senato (1 Agosto 1656), nel quale, ricordate le mol-
teplici illustri imprese di Lazzaro Mocenigo, venuto allora allora a Venezia mes-
saggero della vittoria riportata ai Dardanelli (26 Giugno 1656), esso Mocenigo è
creato cavaliere di S. Marco, e regalato d' una colanna « di valor di ducati 2
mila b. v., onde questa marca d* honore vagli a far risplendere la persona di chi
ha risplendente il merito, et a stabilirgli una gloria eterna per tutti i secoli ».
Al decreto segue la biografìa del Mocenigo tratta dagli Elogi di Capitani Ulti —
stri del Crasso.
75. Soggiorno dei monarchi d' Austria, di Russia e di Na-
poli in Venezia nel Dicembre 1822. Relazione di E. A. Cicogna.
Ven., 1881, Visentini, pag. 50, 16.°
« Quando la Gas setta ufficiale, o per favorire gli amici suoi o per sostenere
il suo governo, mentiva, il Cicogna, non sospettato, registrava e smentiva le
impudenti e vergognose menzogne ». Di queste nostre parole (Archivio Ven., Ili,
237) abbiamo date le prove; e le conferma questa pubblicazione dei due amici
N. Barozzi e F. Stefani per le nozze Berchet. Nessuna Gazzetta avrebbe certo
osato dire nel 1822 che all'ingresso degli ospiti esotici « sarebbesi desiderato un
maggior numero di gondole e barche e doveva anche aspettarsi un mag-
giore applauso » (pag. 13), o ricordare la non graziosa musoneria del governa-
tore d'Inzaghi (pag. 31) e la spilorceria dell'imperatore Francesco messa a con-
fronto della generosità di Alessandro, che tra mance e doni, avrebbe lasciato a
Venezia un milione (pag. 47 e seg.). E neppure si sarebbe stampato l'epigramma
che allora ripetevano da ogni parto a proposito di Giambattista Perrucchini
(pag. 42):
A Paulo sotto i boni Pantaloni
Ohe faceva la corte i perticoni.
A Lisandro in sti tempi soprafini
Ga fato la so corte i Pertichini.
A malgrado di tutto ciò, la Relazione del Cicogna contiene troppi ragguagli che
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a Giovanni Berchet, prozio delle spose, avrebbero strappato la protesta della Ma-
tilde:
Fra i servi e i tiranni
Sia 1* ira il sol patto !
76. Accademia di Udine, Bibliografia slorica friulana da 1
1861 al 1882 di Giuseppe Occioni-Bonafons. Udine, 1883, Do-
retti, pag. XVII, 420, 8.°
Auguriamo che tutte le provincia italiane imitino l'esempio dato da Udine,
la cui Accademia è veramente benemerita per essersi fatta editrice di questo
lavoro. Il dotto e operoso professore (>. Occioni-Bonaffons, i cui studi furono
ri petuta mente lodati non solo in Italia ma in Germania ed in Francia, costu-
mava di leggere agli Accademici udinesi alcune succinte bibliografie di lavori
storici friulani, usciti specialmente per occasione di nozze; lavori che, dopo le
liete accoglienze dovute al lusso delle edizioni e al carattere della festa, proba-
bilmente sarebbero caduti nell'oblio e in breve tempo sfuggiti anche alle ricer-
che degli studiosi. Incoraggiato ad allargare il suo compito, compilò questa Bi-
bliografia che, continuando il Valentinelli e perciò prendendo le mosse dal 1861,
giunge a tutto il 188*2: un ventennio che diede 729 lavori ; diversi, naturalmente,
d'indole, di lingua, d'importanza e di mole, ma che, ad ogni nuxlo, dimostrano
quanta materia offra il Friuli agli studi storici, e quanto gli studi storici siano
coltivati in Friuli. Riguardo al metodo del lavoro, le pubblicazioni sono disposte
cronologicamente, anno per anno; l'Occioni ne dà il titolo colla massima preci-
sione e, in poche parole, il succinto e talora il giudizio dell'opera, aggiungendo
l' indicazione dei critici che ne hanno discorso. Seguono indici copiosissimi :
1) degli autori, editori e critici, 2) delle persone storiche e dei pojK)li, 3) dei luo-
ghi, 4) delle eosr?. Insomm i è un libro ben fatto e molto utile, che certo non
mancherà di essere lodato e proposto ad esempio nel Congresso storico che deve
tenersi a Torino V Agosto prossimo, e che si propone, fra l'altre cose, di pro-
muovere fa compilazione di bibfion rafie focali e speciali. Troviamo gli uomini,
e la compilazione è già fatta. Intanto dobbiamo congratularci col prof. Occioni
d'avere aperta lodevolmente la strada. Certo, gl'incontentabili troveranno qual-
che mancanza: ma quale è il libro, specialmente di questo genere, che ne sia
immuni? Non so se, per mostrare all' A. che ho scorso diligentemente il suo
libro, dovessi ricordare V Archiviti Veneto, di cui poteva esser citato al num. 244
il tomo I, pag. 381-38o : al mini. 2Ò7. il temo XXII, pag. 07-103; al num. 3T>4
il tomo IX, pag. 131-140; al num. 020 il tomo XXIV, pag. 177-181. Consiglie-
rei piuttosto all' A. di non dare troppa importanza a lavori che non la meritano.
Egli non è scrittore novizio, e della sua open sita rendono testimonianza parec-
chi numeri di questo stesso volume. Kgli s i dunque distinguere chi lavora sul
proprio fondo e chi sull'altrui; e non deve accordare il proprio suffragio a chi
chi cerca lode non dalla propria fatica ma dalla compiacenza dei critici.
R. Fui.in.
29
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ANNUNZI .DIVERSI
Early Chroniclers of Europe. — Itali/ bij l'ao Balzani.
London, 1883, Clowes, pag. XII, 340, 10.°
Una Società inglese sta pubblicando una serie di volumi sui primi Cronisti
d'Europa; toccò al conte Ugo Balzani la compilazione del volume relativo al-
l'Italia, che abbiamo lotto da cima a fondo, e, lo diciamo sin d'ora, con molta
soddisfazione. Non possiamo intrattenerci sul valore letterario del libro, a cui la
consorte dell'Autore, una distinta signora inglese, ha dato tutto il garbo della
sua lingua; quello che a noi preme è l'argomento di cui tratta. L'Autore, come
dice nella prefazione, si proponeva di far eonosere in modo popolare i cronisti
Italiani del Medio-Evo, e, per quanto si possa credere più o meno opportuno il
trattare simili argomenti in tal forma, ammesso ch'essa corrisponda ai bisogni
di questa nostra generazione, non possiamo che esaminare il libro sotto l'aspetto
di una Storia popolare della cronografìa italiana, e troviamo che risponde bone
al suo scopo ed alle sue promesse. Da Cassiodoro sino ai fiorentini del milletre-
cento il cammino è lungo, ma il co. Balzani ha saputo correrlo tutto. Natural-
mente, la corsa è un po' rapida; ma l' A. ha saputo far qualche sosta, ove l'argo-
mento esigeva. Merito particolare di un libro sui cronisti d'Italia, si è questo
che, facendone un trattato popolare, 1' Autore non scende a raccogliere nelle
spazzature del passato quegli episodi piccanti della vita intima, che si ripetono
in ogni età senza esserne una nota caratteristica; ma dove introduce aneddoti
od incidenti, che diano una idea del cronista o del tempo di cui parla, essi sono
in ogni caso ben scelti, e (inali si contanno ai costumi gentili specialmente di un
pubblico letterario come quello d'Inghilterra. — Per onestà storica, e quasi per
avvertirci che attraversiamo un territorio infelice, l'A. non dimentica soggetti co-
me Marozia, papa Formoso e simili, ma non vi si compiace; e quando trova figure
veramente grandi, come Gregorio Magno o Gregorio VII, non ne guasta la bel-
lezza col mettere in mostra l'imperfezione di qualche particolare, o, peggio an-
cora, col capovolgerle affatto o metterle in una luce falsa o cattiva. C'è in tutto
il libro una tendenza a scoprire il lato buono od utile delle cose; il male non è
negato, ma è considerato come male. Quanto alle cronache veneziane, esse non
sono dimenticate; ma. attesa l'importanza delle relazioni di Venezia antica coi
due imperi, avrebbero forse potuto essere ricordate più estesamente. Si direbbe
che l'A. consideri più importanti i ricordi, quanto più scende a mezzodì. È uno
dei pochi difetti di questo libro, lievi d'altronde e che avrebbero potuto essere
facilmente emendati nella versione che di questo libro pubblicò l'Hoepli a Mi-
lano. Il co. Balzani nota (pag. 292) che, quali sorgenti della storia veneziana, gli
furono di grande.utilità, fra i moderni, « i lavori del Simonsfeld sulla Cronaca
Altinate e su Andrea Dandolo, pubblicati nell' Archivio Veneto, ed uno studio
eccellente del prof. G. B. Monticolo, intitolato: La cronaca del diacono Giov-
anni e la Storia politica di Venezia, sino al 1009. Pistoia, 1882 ». G. Boni.
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Della vita e dei fatti di Quintino Sella, discorso comme-
morativo di Carlo Negroni. Novara, 18S4, Miglio, 8.°
L'inopinata e deplorata morte del Sella diede occasione a molti discorsi, al-
cuni dei quali applauditi e non immeritainente, perchè vi brillavano egualmente
T inpregno del lodatore e i meriti del lodato. Nel discorso che il comm. Carlo
Negroni lesse in Novara, l'oratore quasi non apparisce, e la vita del Sella riem-
pie di sè e tutto assorbe l'animo dell'uditore. L'arte finissima fu giustamente
apprezzata dai Novaresi, che decretarono la stampa di questa commemorazione.
A proposito della quale ripeterei volentieri le parole con cui lo stesso Negroni
caratterizza l'eloquenza del Sella: « Se l'eloquenza è l'arte .... di far passare
nella mente altrui le proprie convinzioni, nessuno ch'io sappia fu più eloquente
di lui ». R. F.
Brevi notizie di Giuseppe Manno scritte dal figlio Antonio.
Milano, 1884, Vallardi, 8.°
Poche vito meritano, come quella di Giuseppe Manno, di essere proposte ad
esempio. Il Manno è generalmente conosciuto come dotto, arguto e onesto scrit-
tore; e la Storia della Sardegna, La Fortuna delle parole, I vizi dei letterati, I
Salmi, La fortuna delle frasi, le Note Sarde e molte altre scritture di minor
mole indurrebbero a credere ch'egli, letterato di professione, vivesse esclusiva-
mente agli studi. Ma come gli antichi si riposavano degli affari scrivendo, cosi
egli concedeva agli studi quel solo tempo che gli lasciavano i pubblici e gravi
uffici sostenuti in Sardegna, a Torino, a Nizza, a Milano, presso Carlo Felice,
Carlo Alberto, Vittorio Emmanuele, e, nell'ultimo periodo della sua vita, la pre-
sidenza della Corte suprema di Cassazione e del Senato italiano. Questa doppia
operosità ci sembra peraltro meno meravigliosa di quella costanza di sentimenti
e di quella coerenza di opinioni che non si smentì mai in una vita che cominciò
nel 1786 e si spense nel 1868. In mezzo a tante e così varie vicende, egli fu sem-
pre eguale a sè stesso: <c serviva al re con leale ossequio; serviva al paese con
zelante devozione ; nò ad altro badava che al suo dovere. Dovere tutto d' un
pezzo, senza sottintesi, senza restrizioni, senza accomodamenti». N'ebbe, adir
vero, compenso indegno; giacche, a punirlo del suo libero voto (1865), « un de-
creto, elaborato dalla sola onnipotenza ministeriale, Io dichiarava per avanzata
età inabile a coprire la sua carica giudiziaria, condannandolo a non chiesto ri-
poso, e senza rimeritarlo, neppur con parole, dei dodici lustri da lui nobilmente
spesi in servigio del re e del paese ». L'atto villano fu riprovato dagli uomini
più eminenti, di cui sono raccolte in questo libretto parecchie e nobilissime te-
stimonianze. Ma il Manno se ne vendicò da par suo; e V inabile ottantenne
scrisse in ottanta giorni gli ottanta capitoli della Fortuna delle frasi, e subito
dopo, « senescente manti, ma con cuore giovanile », le Note Sarde, di cui potò
vedere il primo esemplare, umido ancora di torchio, il 25 Gennaio 1868 che fu
T ultimo della sua vita. Uomini tali non dovrebbero morir mai ; e non muoiono
interamente se lasciano alla patria gli splendidi esempì, di cui, come appare an-
che da queste Notizie, i figli si fanno nobili continuatori. R. F.
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ARCHIVI — BIBLIOTECHE — MUSEI
MUSEO DI BELLUNO
LE SCOPERTE DI CASANO.
Tra i villaggi di Socchèro e di Casano, nel comune ora detto
di Ponte-nelle-alpi, dieci chilometri a mattina di Belluno, si vede
una enorme frana, la quale forma una irregolare conoide, larga
alla sua base un chilometro circa, addossata verso tramontana al
Monte di Socchòr (1), e formata di un calcare grigiastro durissi-
mo, il quale viene utilizzato e a far calce e come cava di solida
pietra. Lo sfaldamento è avvenuto dal lato di mezzodì per il dis-
tacco degli strati superiori del monte suddetto, fortemente incli-
nati presso la vetta, i quali scivolarono sullo strato sottoposto,
parimenti inclinato, e precipitarono frantumandosi sopra i terrazzi
di alluvione postglaciale, incisi dalle acque nel fondo della valle;
in guisa tale da far credere, che coir enorme loro peso li abbiano
sospinti innanzi ad impedire lo immissione delle acque del Piave
nel lago di S. Croce, e a rendere vie più angusto il letto del Rai,
che è Tunico emissario del lago predetto. Questa lavina è senza
dubbio antichissima, e anteriore alla comparsa dell' uomo sulla
terra; e anche se caduta a più riprese, ciò avvenne entro a breve
lasso di tempo, perchè i massi presentano tutti lo stesso aspetto,
cioè spigoli acuti e taglienti, e sulle facce esposte alle intemperie
dei solchi anche profondi, prodotti non certamente dallo sfrega-
mento, ma dalle alterazioni recate alla superfìcie loro dal sole e
dalla pioggia nel corso dei tempi. Rari arbusti ed intristiti cre-
scono a stento qua e là nello scarso terriccio, che i secoli non val-
sero ad accumulare in maggior copia per la durezza di quei maci-
gni; e soltanto con diuturne e perseveranti fatiche i villici di Ca-
sano, gruppo di case che siede sull' estremo lembo orientale della
(1) Sulle carte topografiche questo monte è chiamato Dolada.
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frana (t), hanno guadagnato alla coltivazione qualche piccola area,
spezzando e rimovendo i sassi maggiori, triturando le scheggie e
raccogliendo in campicelli la poca terra frapposta.
Ora avvenne, che negli ultimi giorni del Gennaio 1884, il
villico Agostino de Marchi di colà, inseguendo una volpe a sera
di quel casale, poco al di sopra dell' aspro sentiero, che a traverso
le macerie conduce a Socchero, la vide sparire per uno stretto
foro sotto un enorme masso della potenza di forse 80 e più metri
cubi. Allora egli si diede a scavare e a smuovere il pietrame com-
posto di grossi sassi e di minute scheggie, che, precipitati insieme
con esso dal monte, ingombravano al piede quel macigno, ed erano
venuti ad ostruire quasi del tutto il buco della tana; e così giunse
a scoprire un' apertura di circa un metro di altezza, larga alla
base circa m. 0,50, e alla sommità m. 0,10 appena, per la quale si
poteva entrare nel rifugio della volpe (2). Era una specie di ca-
verna dell'area di neanche 5 metri quadrati, e perfettamente oscu-
ra, perchè riceveva lume unicamente dalla bocca o apertura al-
lora allora sgombrata : caverna formata accidentalmente dal pie-
trone suddetto, il quale nel rotolare si era fermato appoggiandosi
ad un altro sottostante, sebben minore, pur voluminoso macigno,
in modo da lasciare uno spazio vuoto tra il suo lato inferiore e gli
altri massi, che formavano, a così dire, l' ineguale pavimento
della spelonca. Colà fu ritrovata una assai considerevole quantità
di ossa umane di ogni sorta, ma disgregate e confuse, tra le quali,
dicesi, circa venti crani, dei quali uno solo intatto e che si potè
conservare: gli altri o erano già in frantumi prima della scoperta,
o andarono in pezzi immediatamente dappoi ; e in mezzo a questi
furono riconosciute molte ossa di animali tanto quadrupedi che vo-
latili ; ed inoltre nel terriccio nero mescolato alle scheggie ed alle
pietruzze sulla bocca, come sul fondo sassoso dell'antro, si rin-
vennero alcuni oggetti lavorati di bronzo, che il de Marchi ebbe il
buon senso di raccogliere accuratamente per mostrarli, il 2 Feb-
braio seguente, allo scrittore di queste linee, e che ora stanno nel
(1) L'antichità di questo meschino villaggio era di già accertata dal fram-
mento d'iscrizione romana e dalle tombe rinvenute anni fa a levante, nella cam-
pagna; da una moneta d'oro di Teodosio II, e da seuri e coltelli di ferro ritrovati
sul macereto a ponente.
(2) Il sito ha lu denominazione volgare di Sas-bragadi, cioè sas sbregadi o
sassi spaccati : diffatti là vicino ce n'ò uno fesso e diviso iu due, dalla cima al
piede.
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Civico Museo di Belluno, insieme con quelli posteriormente ritro-
vati, e col cranio. Essi sono :
a) una fibula di bronzo ben lavorata ed intera colla sua bella
patina lucida, e due frammentate;
b) un pendente da cintura ovvero da orecchia, vuoto, della for-
ma di una piccola sitala a manico fisso, pure di bronzo, del dia-
metro di millimetri 12;
c) tre anelli di bronzo, uno fuso e, dirò cosi, faccettato, il quale
aveva ancora dentro la falange del dito quando fu scoperto; e gli
altri due di lamina ;
d) un braccialetto, formato di un filo di rame del diametro di
forse due millimetri, rotto in due pezzi ;
e) un frammento, lungo 1G centimetri, di monile o di collana a
catenella, gli anelli della quale sono composti ognuno di due fili di
bronzo appaiati. Alternativamente gli anelli, cioè quelli che restano
in direzione perpendicolare, sostengono uno per uno altri piccoli
cerchielli, i quali sopportano alla loro volta delle piccole goccio-
line di bronzo della grossezza di forse tre millimetri : collana che
nella sua semplicità non è priva di eleganza.
Il giorno 31 Marzo successivo, l'egregio Ispettore agli scavi
per il distretto di Belluno, cav. Osvaldo Monti, ottenuto un piccolo
sussidio dal R. Governo, si recò sopra luogo e fece riprendere gli
scavi, sprofondandosi neir ammasso delle macerie fino a che ciò
fosse compatibile colla sicurezza degli operai ; e ripassata la terra
smossa e le scaglie, ed esaminata accuratamente ogni cosa, in una
settimana di lavoro trovò :
/) un anello di filo di ferro dello spessore di 2 millimetri, che
quasi non lascia scorgere la saldatura ;
g) due altri di filo di bronzo aperti ;
lì) due perle di vetro azzurro, bucate e del diametro di 8 mil-
limetri ;
i) una voluta o spirale di filo di bronzo schiacciato, che forse
era parte di un (insula o fibula;
j) molti cocci di terra cotta grossolana, alcuni dei quali mostra-
no ancora le strie del tornio ;
l) un pendente di argento a pallottola vuota, del diametro di
millimetri 11 ;
m) una piccolissima ghiera di lamina di bronzo, di 9 millimetri
di diametro;
n) un chiodo di ferro spuntato e senza testa, lungo cent. 6,5;
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o) una piastrella della grandezza di centina. 12 X 5, di pietra
arenaria rossigna che doveva servire di cote, cogli spigoli assai
smussati e arrotondati. Pietre di tale natura si trovano tra i sassi
rotolati dal rigagnolo della vicina valle di Arsió, o meglio nelle
ghiaie del Piave, ma non nella grande frana ; e quindi fu certa-
mente importata in quell'antro dalla mano dell'uomo.
Tutto ciò insieme con molte altre ossa di animali, denti di
cinghiali, di lupi, di orso, ed altri grossi denti, probabilmente di
uro. Ma quello che reca maggior meraviglia si è, che si rinven-
nero pure:
p) una fusajuola emisferica del diametro di 38 millimetri, for-
mata a guanto, si crede dei capo di un femore umano;
q) un'ascia di una pietra verde durissima (nefrite), della quale
non si trova esempio nelle nostre montagne: è lunga millim. 55 e
levigata. Il taglio di questa accetta è curvo, un po' più largo del
resto (millim. 37), ed intatto;
r) una seghetta di selce bianca lievemente variegata, lunga 85
millimetri, larga 30, colla dentatura nel concavo di millim. 60.
Fino dalla prima scoperta, gli ornamenti «, b t c, d fecero pen-
sare alle antichissime tombe, galliche sieno od euganee, anzi an-
che alle romane, dissotterrate a Caverzano, Polpeto, Pozzale,
Lozzo ecc. ; e chiaro apparve, che quelli non differivano gran che
nella forma dagli oggetti trovati in queste ; ma ne differisce cer-
tamente quello strano ed incondito modo di seppellire i cadaveri
in un botro: la qual cosa, appunto perchè musata e nuova per
questi luoghi, doveva eccitare una viva attenzione. Diffatti la ca-
verna non poteva assolutamente servire di abitazione ali' uomo,
perchè angusta, bassa e di suolo affatto ineguale, ma bensì di tana
alle bestie; e, siccome si vede, fu adoperata per cimitero o fossa;
e colà i cadaveri, forse di più generazioni, e certamente di in-
dividui di diversa età, furono gettati dentro alla rinfusa da gente
rozza e selvatica, in modo quasi da riempiria; se tuttavia non si
dovesse supporre, che quegli antichi, guidati da un sentimento più
umano e pietoso, la avessero scelta a bella posta quale ripostiglio
sicuro per salvarli dal dente delle fiere, turandone, il che era age-
vole, l' orifizio coi sassi.
Da tutto ciò ne viene che incolta e silvestre fosse quella gente,
certo antichissima, colà sepolta : e, se il fatto, che essa aveva brac-
cialetti e fìbule e anelli quali si rinvengono negli antichissimi se-
polcri italici, od anche alla foggia di quelli posteriori o dei tempi
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romani, accenna ad una abilità non comune e ad un' arte avan-
zata di lavorare i metalli; tuttavia non è certa prova che questa
attitudine e industria fossero da essa possedute : in quanto che
può darsi benissimo, che una piccola tribù rude e mezzo selvatica,
rifugiata in luoghi alpestri, uscisse talvolta dal suo isolamento e
venisse a contatto con città e popoli più civili e industri, e quindi
si provvedesse di quegli oggetti acquistandoli nei vicini mercati,
presso alle genti euganee o celtiche. Ma sicuramente da tale bar-
bara ed incivile usanza di seppellire bisogna argomentare, che
quegli uomini si ino vissuti o anteriormente alla conquista romana,
il che parrebbe più probabile, o che, per lo meno, se erano già
sottomessi ai romani, non ne avessero ancora adottati gli usi e i
costumi (1).
Questo speco tiene, per cosi dire, presso di noi il luogo delle
caverne ossifere, delle quali non se n' è finora scoperta alcuna
nelle nostre montagne; e le molte ossa disgregate, ivi dissepolte, ci
fanno conoscere che cadaveri di individui umani di età diversa
furono in esso rinchiusi ; e di più le altre ossa di bestie miste alle
umane insegnano, che talune vi furono forse portate contempora-
neamente, come i denti di orso, di uro, e forse anche quelli di cin-
ghiale; e che invece gli ossi di volatili, di cani. e di altri piccoli
quadrupedi vi furono posteriormente, e forse anche molto recen-
temente introdotti o dai lupi o dalle volpi per divorarseli a tutto
loro agio : in quanto che non dobbiamo dimenticare che quel ripo-
stiglio, del quale si era perduta ab antico la memoria, era diven-
tato da lunghi secoli covile di lupi forse, e certamente di volpi,
come lo dimostra l'accidente della sua scoperta. Il dottore Luigi
lienacchio, medico-condotto di Ponte-nelle-alpi, pregato dal sot-
toscritto di esaminare quei crani, potè misurarne tre soli che erano
rimasti interi, o quasi ; e n' ebbe questo risultato :
I. — dall'osso frontale all'occipite, millimetri 183; e da un parie-
tale all' altro mill. 160 — differenza dei due diametri, mil-
limetri 23 ;
IL — diametro longitudinale, come sopra, mill. 175; traversale.
mill. 145 — differenza, mill. 30;
III. — diametro longitudinale, mill. 200; traversale, millim. 147;
differenza, mill. 53 ;
il) V annessiono o conquista della Venezia si assegna comunemente al-
l'anno 184 circa a. C. ; diffatti riesce difficile a pensare che i Romani fondassero
Aquileja al di là del paese dei Veneti, senza tssere prima padroni anche di questo.
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per il che risulta che il primo è brachicefalo (1), il secondo, che è
il più piccolo e che sembra di individuo non adulto, è sotto-bra-
chicefalo, e il terzo invece è dolicocefalo. Due femori ancora in-
tieri diedero l'uno 40, e V altro 45 centim. di lunghezza.
Nè d'altronde la presenza di strumenti litici ci deve illudere
a segno di credere ad una esagerata antichità di quel sepolcro e
dèlia gente in esso riposta, poiché l'abbondanza degli oggetti di
bronzo e l' analogia delle loro forme ci fa risalire, tutto al più, al
periodo immediatamente anteriore alla conquista romana, anche
senza ricorrere air anello ed al chiodo di ferro. Anzi la presenza
del ferro in quella sepoltura pre-romana indurrebbe a ritenere che
l'accetta di nefrite e la sega di pietra focaja non solo fossero da
gran tempo fuori di uso in quella stazione o presso quella tribù ;
ma fossero oramai diventate un oggetto di rispettabile antichità
anche per coloro, una venerata reliquia dei loro padri più selvaggi
di loro, una cara memoria insomma che vollero seppellita insieme
con loro (2). Del resto chi scrive queste linee, anche per mancanza
dei necessari confronti, non sa giudicare se appartengano alla età
paleolitica o alla neolitica, cioè alla classe della pietra rozza o a
quella della pietra polita, o che so io; se accusino quindi una
maggiore o minore abilità, industria od ingegno in quegli antichis-
simi artefici (3).
Fr. Pellegrini.
(lì È quello che si conserva nel Museo Civico.
(*2) Queste sono lo sole armi di pietra trovate finora nella nostra provincia.
(3) Anche testé (nell'Aprile 1884) presso a Caverzano, a metà della china
che discende sul letto del torrente Ardo, ripigliati gli scavi dai soci signori Gio-
vanni Danieli pittore, Giuseppe De Lago e Luigi De Cian, furono dissotterrate
circa una trentina di tombe e loculi che contenevano vasi fittili e di rame con
ossa combuste, i quali hanno dato una grande quantità di fibule, anelli, brac-
cialetti, ciondoli, aghi, perle di ambra, vetro, corallo e resina ecc. insieme con
ascio, coltelli e lancie di ferro.
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MUSEO DI ESTE
ISCRIZIONI ROMANE DEL MUSEO DI ESTE.
Este ha la fortuna di avere un importante Museo, studiosi
che lo frequentano, cittadini che lo illustrano, e un Consiglio Co-
munale che con sapiente liberalità vi provvede. Di tutto ciò abbia-
mo una prova nel Catalogo delle Iscrizioni Romane del Musco
di Este, che testé ha pubblicato (Roma, 4883, Salviucci) il cav.
Giacomo Pietragrande. Crediamo di far cosa grata ai nostri lettori
togliendo dalla erudita prefazione, che il Pietragrande premise al
Catalogo, i cenni seguenti :
« Il Museo di Este, formato colle lapidi sterrate nel suo ter-
ritorio, coi marmi Contareni, e con pochissimi della villa Quiri-
niana di Altichiero, ha sede nella chiesetta dei Battuti, accanto
all' abolita chiesa di S. Francesco, presso l' ex convento dei Fran-
cescani, ove sono collocate le scuole e il collegio-convitto mu-
nicipale.
» Accresciuto ora, mercè le grandi scoperte, il materiale delle
necropoli euganee, ebbe incremento notevole eziandio la suppel-
lettile romana, ondechè al Comunale Consiglio parve conveniente
la pubblicazione d' un catalogo. Io mi vi acconciai di buon animo,
per T affezione a cosiffatti studi, per la coscienza di promuovere il
lustro ad una importante collezione, per le cure assidue che pre-
stai horis subseciois alle iscrizioni di tutto V agro atestino, ed
anco più per obbedire all'onorevole Commissione di Patronato al
Museo, tra' cui membri mi è grato ricordare amici stretti a me
per tante intimità di rapporti, e per medesimezza di ricerche.
M'accorgendo quanto giovino i riscontri, credetti opportuno com-
prendere i monumenti scritti e non scritti di epoca romana, sepa-
randoli però secondo i criteri scientifici comunemente riconosciuti,
e aggiungendo, per quanto fu possibile, altre indicazioni bibliogra-
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fiche, oltre a quelle di Furlanetto e di Moranisen, che mi furon
fornite da cronachisti e da storici ....
» C1T io abbia adempiuto a dovere il mio cómpito, non oso
presumerlo ; sono certo però di non aver mancato di coscienza e
di studio, comunque il soggetto possa parere limitato, trattandosi
di una semplice indicazione. Premisi quindi le iscrizioni esistenti
in Museo e di origine locale, col nome di Atestinae. Fanno seguito
le Nuper repertae, che sono in buon numero e che non poterono
comparire nel Corpus, perchè scoperte dappoi. Aggiunsi Vasa,
Amphorae, Tegutae, Pondera etc. Nè potei pretermettere le Alie-
nae, perchè esistenti in Museo e perchè di una notoria impor-
tanza. Per non venir meno a quanto mi sono proposto, chiude il
Catalogo la serie dei monumenti non scritti Monumenta anepi-
grapha .... E dacché il Furlanetto nelle Lapidi estensi e pata-
vine, Mommsen nel Corpus presero cura della enumerazione dei
titoli, dovetti ricorrere alle loro indicazioni per maggiori schiari-
menti e per una più pronta intelligenza delle lapidi stesse.
» Trassi in gran parte la lezione da un autore di fama rico-
nosciuta, anzi dal principe degli archeologi, e integrai le poche
lacune bibliografiche, limitando le mie ricerche alle sole specialità
del marmo descritto, ben lontano da congetture e da ipotesi.
» Ad accrescere lo splendore del Museo bastano le schiette
parole di Mommsen (V, J, p. 240) : Pauca ego Musea vidi tam
commode adornata et studiosorum utilitati tam recte parata ».
Queste parole devono insuperbire gli Estensi ; i quali, del re-
sto, non riposano sugli allori. 11 Pietrogrande infatti continua :
« Non posso fare a meno di segnalare di speciale riconoscenza la
carità cittadina, che volle non solo fosse aperta giornalmente la
raccolta lapidaria, ma fossero disposte eziandio le altre importan-
tissime collezioni appartenenti all' età preromana, delle quali Este
grandemente si onora, non solo per la fortunata ricchezza del-
l'escavo, ma eziandio per la diligenza de' suoi rivelatori ». Quanto
a sè, il Pietrogrande sta apparecchiando un lavoro, « diretto più
specialmente alla conferma dell' istoria, quello cioè delle Lapidi
Romane del territorio (destino ». In questo nuovo lavoro, egli
dice, « avrò cura d' indagare V esistenza ovunque sia e le origini
d'ogni lapide, risalendo di codice in codice, di raccolta in raccolta
fino olle prime sillogi, e d'indicare il luogo ove furono i titoli dis-
seppelliti, d' onde provennero, la serie dei possessori, le opere e le
monografie che ne trattarono, accennando ai pareri e alle que-
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stioni degli eruditi, da cui ritrae gran parte di luce, la ojritica epi-
grafica ». Affine a questo lavoro è una recente fatica*/el Pietro-
grande, il quale ha pubblicato (39) Sigilli improntali sipra anti-
che lucetene fittili del territorio atestino (Roma, 1884, Befani),
« tenendo conto anche delle più recenti scoperte ; nel convinci-
mento che le loro leggende possano pel numero e per la varietà
fornire un'idea dell'agiatezza dei commerci della nostra colonia».
La dottrina e la diligenza dell' A. appariscono anche in questo li-
bretto, ove venticinque sigilli conservati nel Museo atestino sono
accuratamente illustrati.
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DOCUMENTI
CHE SI RIFERISCONO ALLA STORIA
DELLA
CAPITOLARE BIBLIOTECA DI VERONA
Docum. I (1).
Due Epigrafi in onore dell' Arcidiacono Pacifico.
844 circa.
1.
^ ARCHIDIAComis QUIESCIT HIC VEROna* PACIFICUS
SAPIENTIA PRECLARUS ET FORMA PREFULGIDA |
NULLUS TALIS EST INVENTUS NostrIS IN TEmPorIBus
QuOD NEC ULLUm ADVENIRE UMQUAra TALE in CREDIMUS. —
5 ECCLesiAftUM | FUNDATOR RENOVATOR OPTIMUS.
ZENONIS ProCULI VITI PETRI & LAURENTII. —
Del QUOQue GENITRICIS | NKCNon ET GEORGII
QUICQuiD AURO VeL ARGENTO ET METALIS CETERIS
QuiCQuiD LIGNIS EX DIVERSIS ET MAR | MORE CANDIDO.
10 NULLUS UMQUAM SIC PERITUS IN TANTIS OPerIBus —
BIS CENTENOS TERQue SENOS | CODICESQue FECERAT.
HOROLOGIUrn NOCTARNUm NULLUS ANTE VIDERAT. —
EN InVENIT ARGUMeu | TUm ET PRIMUm FUNDAVERAT.
GLOSAM VETERIS ET NOVI TESTAMenTI POSUIT. —
15 HOROLOGIOQue. | CARMen SPERAE CELI OPTIMUm.
(1) Vedi Arck. Ven., tom. X, p. II, pag. 247, dove anche si accenna al testa-
mento del medesimo arcid. Pacifico, 9 Sett. 844. Più esteso commentario su am-
bedue queste Epigrafi vedi nel tom. XVI, p. II, pag. 220 e segg. Qui mi si per-
metta ricordare che il primo a darli integri, e giusta il ritmo, si fu il Maffei
nella Prefazione al Cassiodoro. Florent., 1721. Il eh. E. Dummleb, dietro la re-
visione del marmo che gli ho spedita, li riprodusse nel suo libro Carmina JEvi
Carolini. Berol., 1884. Curiosa la osservazione da lui fatta altrove, che nel se-
condo Carme Hic rogo pauxillum età, si trovano alcuni versi tratti da Alcuino.
Li riscontrai sulla stampa neìV Epitaphium cujusdam al N. CCLXIX di quel-
l'illustre.
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PLURA ALIA GRAFIAQUE PRUDENS INVENIET. —
TRES ET DEClra | VIXIT LUSTRA TRINOS ANNOS AMPLIUS.
XL. ET TRES ANNOS FUIT ARCHIDIAConus. —
SEPTI | MO VICESIMO ETATIS ANNO CESARIS LOTHARII
20 MOLE CARN1S EST SOLUTUS PerREXit AD DomiNuM. |
NONO SANE KALenDARUm OBIIT DECEmBRIUm.
NOCTE SanCtA QuE VOCATur A NOBis DomiNICA. —
LUCENT QuoQue | SACERDOTES ET MINISTRI OPTIMI.
EIUS MORTE NEinPE DOLET InFINITUS PoPuLuS. —
VestROS PEDES QUASI TENEnS | VOSQue PivCOR CERNUUS.
2C> O LECTORES EXORARE QUESO Pio PACIFICO. —
HIC ROGO PAUXILLUM VENIENS SUBSISTE VIATOR.
ET MEA SCRUTARE PECTORE DICTA TUO.
QUOD NUNC ES FUERAM FAMOSUS IN ORBE VIATOR.
ET QUOI) NL T NC EGO SUM TUQue FUTURUS ERIS.
5 DELICIAS MUNDI PRAVO SECTABAR AMORE :
NUNC CINIS ET PULVIS VERMIBUS ATQue CIBUS.
QUAPROPTER POTIUS ANIMAM CURARE MEMENTO.
QUAM CARNEin : QuoniaM HEC MAN ET ILLA PER IT.
CUR TIBI PLURA ParAS ? QUAM PARVO CERNIS IN ANTRO
10 ME TENET HIC REQUIES SIC TUA PARVA FIEriT.
UT FLORES PEREI 'NT VENTO VENIENTE MINACI
SIC TUA NAMQUE C\RO G Lori A TOTA PERIT.
TU MIHI REDDE VICEM LECTOR ROGO CARMINIS HUJUS.
ET DIC DA VENIAM XPE TUO FAMULO.
15 PACIFICUS SALOMON MIHI NOMEN ATQUE IRENEUS.
PRO QUO FUNDE PreCES MENTE LEGENS TITULUM.
OBSECRO NULLA MANUS VIOLET PIA IURA SEPULCHRl.
PERSONET ANGELICA DONEC AB ARCE TUBA.
QUI .1ACES IN TUMULO TERRAI] DE PULVERE SURGE
20 MANGNUS ADEST IUDEX MILIBUS INNUMERIS.
TOLLE HIC SEGNITIEM PONE FASTIDIA MENTIS
22 CREDE MIHI FRATER DOCTIOR HINC REDIES.
ANNO IM)MINIC\E INCARNATIONIS 1K/CCXI.VI INUIC. X.
II.
Polizza pel nuovo collocamento delle suddette Epigrafi (1).
1 Ottobre 1698.
Allexander iMarchio Spolverini I. II. D. Prothonot. Aplicus
Praepositus Ecclesiae Veronen.
(1) Vedi Arch. Yen., tom. X, pag. 250.
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455
Monsig. R.mo Canonico Governatore della Mensa Canonicale
paghi a D.no Gio. Batta Rangheri Tagliapietra troni ottanta, per
sua mercede d'haver aggiustate le lapidi del q. R.mo Pacifico
Arcidiacono, giusta la facoltà impartitaci con decreto Cap. di 24
Tmbre pass. 0 vai. c. 80.
Dalla Canc. a Capit. li p. m 8bre 1698.
Allexander Spolverini Praep. lus Canonici et Capit. etc.
Gio. Lorenzo Franceschini
Cancelliere Capitolare
III.
Giudicato di Sicardo Vescovo di Cremona, in cui si
accenna alla Biblioteca del Capitolo (1 ).
13 Aprile 1212.
Anno ab incarnatione Dui nostri Je.su Christi millesimo du-
centesitno duodecimo, die tercio decimo extante Aprili, Indicione
quintadecima. Presentia dni Johannis Boni de Giroldis, Mag. trì
Marchixii, Mag. tri Martini de Fia, et dni Isnardi Judicis testium
ibi rogatornra. Dnus Sycardus Dei gratia Cremonensis Episcopus,
Apost. Sedis Legatus, de discordia seu controversia quae verteba-
tur inter Canonicos Majoris Veronensis Ecclesiae, ipsius Canonice
nomine ex una parte, nec non ex alia parte Ostiarios predicte Ec-
clesie, tale" in scriptis d.bus Dnus Episcopus Apost. Sedis Legatus
tulit sententiam. Ego Sycardus Dei gratia Cremonensis Episcopus
Apost. Sedis Legatus de discordia quae vertitur inter Canonicos
Majoris Ecclesie Veronensis, et Ostiarios ejusdem Ecclesie, sic
arbitror, laudo, statuo, et judico, et pronuncio ....
(omissis)
Antiphonarius, et Psalteria, Missale, et Librum Evangeliorum,
Bibliothecam, et alios libros in Ecclesia deferant, quos de ante
ostium Archarie reportent, Canonicis copia facta : libros etiam Ca-
nonici cum opus fuerint teneant etc.
(Arch. Capit. A. C. 46 M. 1, n 5)
(1) Vedi Arch. Yen., tom. X, pag. 254.
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456
IV.
Testamento di Paolo de Dionysiis Canonico (1).
20 Jan. 1501.
In Christi Nomine Amen; anno a Nativitate ejusdem Dni Mil-
lesimo quingentesimo primo, Indictione quarta, die Sabbati 26 Ju-
nii, Veronae in Canonica in Domo ressidentiae infrascripti Dni Te-
sta toris, ac in ejus studio. Praesentibus etc.
Omissis
Item reliquit et legavit Reverendo Capitulo dominorum Ca-
nonicorum Ecclesiae Majoris Veronae onines dicti Dni Testatoris
Libros, tam in jure Canonico, quam in Civili, decretisque in The-
logia, Humanitate, et quacumque alia facultate, reponendos in Li-
braria facienda per dicium Capitolimi, et ibi perpetuo remansu-
ros; qui libri sunt descripti per Inventarium in quodam librclo
manu ipsius Dni Testatoris, cooperto carta membrana, et super
dieta coperta sunt descripta liaec verba, Inventarium librorum
mei Pauli Dimiysij, et qui libri nullo modo vel ingenio direste,
vel indirecte, seu alio quovis modo vendi, permutali, sive aliter
alienari possiut; tomen aliqui ex dictis libris accomodati aliquibus
ex agnatis, vel cognatis dicti I). m Testatoris, qui se vellent dare
litteris et studio, prout placuerit infrascriptis Dnis Commissariis,
dummodo ipsi accipientes tales libros ad comodimi teneantur fide-
jubere de restituendo dictos libros; et quod ip4 libri non possint
accornodari aliis per.sonis, nisi ut supra dictum est, curo comlitio-
nibus suprascriptis, quia intentio ipsius Testatoris est. quod dicti
Libri perpetuo remaneant penes dictum Capitulum, et in Libraria
praedicta, ad ì*\udem et honorem Omnipotentis Dei, et ad memo-
riam dicti dni Testatoris, et ad utilitatem et comoditatem omnium
ibi discere et studerò volentium etc. etc.
(1) Vedi Arch. Veti., tom. X, pag. 256.
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457
V.
Atto Capitolare, in cui viene stanziata la erezione
di una nuova Libreria (l).
1630.
Pro IH. 0 ac Adm. m Rev.° D. Petro Francisco Crema I. U. D.
Sacerdote Veronensi.
Considerata quale e quanta sii la benevolenza del sud. Sig.
Crema verso questo Rev.° Caplo., espressa con testimonio cosi
chiaro nella sua donazione, oggi publicata per istrumento, di mano
di D. Gio. Franco Rotario Nod.° e Cancell. 6 Epale ; e volendo non
solo con vari effetti corrispondere in parte alla grandezza dell'ani-
mo d' un cosi pio e Religioso Sacerdote, ma anco provvedere di
luogo proporzionato all'uso et conservazione della Libreria, et al-
tre cose donate; furono proposti gli infrascritti Capii, li quali ab-
balotadi, rimasero a tutti voti approvati, cioè,
1. ° Che in termine di un anno sii dato principio alla fabbrica
d' un luogo che si doverà edificare sopra la Sacristia de' Sig. n Can-
ci, atto e capace alia detta Libreria, et uso di quella ; nel qual
luogo nella parte più cospicua sii posta una statua di pietra, o
vero ritratto di pittura del detto Sig. r Crema, con un elogio in
sua lode, esplicando in particolare la magnanimità del donatore e
grandezza del dono, intitolandolo principal fondatore della Li-
breria.
2. ° Che detto Sig. Donatore sii fatto partecipe di tutti i beni
spirituali che godono li Sign. Canci, come se anco egli fosse con-
fratello Canonico.
3. ° Che tutti li Sig. Canci che saranno prò tempore siino obbli-
gati ogn' anno in perpetuo nel giorno della deposizione del detto
Sig. Donatore celebrare per salute dell'anima sua nella Cattedrale
la Messa di Requiem, et quelli che non saranno Sacerdoti do-
vranno farla celebrare per altro Sacerdote, contando uno la Messa
come se fosse per un Canonico. Et per la prima volta, che nel
detto giorno si celebreranno le Messe, faranno recitare una Ora-
zione in sua lode.
(1) Vedi Arch. Ven., tom. X, pag. 258.
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VI.
Allo Capitolare per V acccttazione dei libri, gemme, lapidi, rasi
sacri ecc., legati al Capitolo dal Sacerdote don Fraticesco
Crema (1).
24 Nov. 1630.
Pro D. no Petro Francisco Crema.
Cupiente ipso R. mo Caplo fruì quamprimum commoditatibus
ac decore Bibliothecae, seu Musei, eidera ab IU. m ed Ad. m R. do d.°
Petro Francisco Crema I. V. D. Praesbiteroque Veronen. dono
gratioso datae, ut in actu diei 24 9bris 1630, eidem actui inhe-
rendo, ac ita ipso dno Crema reverenter perquirente, accesserunt
R. mi Dni Cottius Archp., ac Todescus, Burius, Fregosius, Madius,
et Valerius Can., ac nomine totius R. mi Capii, donum habitationis
ejusdem D. Cremae, in Vicinia S. Jacobi ad Pignam Veronae si-
tam, et ibidem ab ipsomet d. no Crema serena fronte et graciose
accepto, scalas ascenderunt, et loca ubi adest huiusraodi summura
munus, nempe tantorum librorum, gemmarum, lapidum praecioso-
rum, diversorumque auri et argenti vasorum, nec non simulacro-
rum, statuarum, multiplicisque generis figurarum, ingressi sunt;
munus inquam unica ac tanti numinis ac nominis, ut de eo unus-
quisque valde miratus est. Et eosdem R. R. mos D. D. dicto nomine
praeraissa recte ac mire videndo, considerando, tangendo, devol-
vendo, apprehendendo, manutenendo, et deponendo, ad ostentatio-
nem, manutentionem, exhibitionem, et traditionem praefati d. ni
Cremae, idem D. nus Crema magis ac magis id ut exequatur aspi-
rando, in horum omnium possessioneni realem actualera corpora-
lem et pacificam posuit et induxit, nemine contradicente.
Quibus factis R. E{. mi D. D., post gratiarum et laudum actio-
nem ipsi D. no Cremae factam, protestati sunt, esse in hujusmodi
possessione, et in ea continuis temporibus stare et manere velie.
Super quibus etc.
Acta fuere praemissa omnia et singula, Anno, die, Mense ar,
loco praedictis praesentibus (testibus).
(1) Vedi al 1. cit. Questo ricco donativo, non so bene intender perchè, fu ri-
nunciato, come da Atto Capitolare 24 Agosto 1650. Dove n'andarono tante pre-
ziose reliquie d'arte?
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Ego Jo. Bapta. Rotarius Not. pub. Veronen, atque praefati
R. mi Capii Cancellarius rogatus.
VII.
Lederà del march. Scip. Maffei al sig. Bertoldo Pellegrini (1).
Firenze 2 Febbr. 1721.
Carissimo Amico
Sono debitor di risposta a due vostre. Principierò dalla pri-
ma. Già da tre Gentiluomini a un tratto m'era stato scritto, essere
stato pregato Monsig. r Bianchini a far subito più Tomi di stampa
co' Mss. del Capitolo. Son certo, che chi ha promosso tal cosa non
dovea essere informato, dell'essere questi Mss. stati scoperti da
me, quando da 150 anni in qua, niuno in Verona sapeva più che
ci fossero, e non dovea essere informato dell'averci io lavorato
intorno sei anni ; il che per altro è ban noto a molti. Voi mi di-
rete forse, perchè adunque non la fluisco mai; ma prima voi sa-
pete eh' ho avuto distrazioni d' anni intieri. Poi mi sia lecito, ma
con la vostra confidenza, di dirvi, che se non avessi voluto far al-
tro, ché ciò eh' hanno fatto tutti quelli, eh' hanno finora lavorato
sui Mss., ine ne sarei sbrigato in tre mesi: siccome, se intorno alle
Lapidi altro non avessi voluto fare che ciò, che gli altri finora
hanno fatto, me ne sarei sbrigato in due. Ma s' io facessi vedere,
che tutti questi eroi del sapere, massime Oltamontani, niente an-
cora hanno fatto in queste materie, e se il facessi vedere co' Mss.
e con le Lapidi di Verona, non avrei fatto qualche cosa per render
celebre la mia patria? Ma in sostanza, facciano pure in nome di
Dio, e tonto più che essi hanno trovato materia da far molti tomi,
là dove io con tutti i Mss. che sono nel Capitolo, e con alcuni an-
cora della istessa ragione, che io non ho ancora restituiti per la
necessità di farne intagliare i saggi de' caratteri, e con tutti quei
del Saibante, che sono mille e tanti, e coi miei, non ho in animo
di farne che un Tomo.
Ora vengo al punto principale dell' istanza, che mi fa il Sig. r
Canonico Muselli perchè io dia le mie note sopra il Cassiodoro
per il secondo Tomo di queste stampe. Rèndete grazie nella mi-
ti) Questo docura., e gli altri successivi sino al XV, si riferiscono all'are h.
Ven., tom. X, pag. 265-270.
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glior maniera possibile al suddetto, delle gentili espressioni fatte
in tal occasione verso di me : ma la detta opega del Cassiodoro
son gfà quindici giorni, eh' io V ho mandata a uno stampatore, che
senza dubbio n' avrà a quesf ora principiato il lavoro. Questo ho
fatto io per le replicate instanze di amici di molta considerazione,
e per secondare questa istessa impazienza nata in Verona. Che se
anche 1* avessi ancora in mano, voi ben vedete come potrei adat-
tare a una fabbrica d'altri, della quale non so il sistema, i pezzi
della mia : e se sarebbe giusto che V opera da me architettata la
gettassi a terra per andare adornando i lavori d'altri. Dite al Sig.
Cano. 0 che quand' Egli altro non cerchi se non la pubblicazione di
questa operetta, per onor del luogo dove si è conservata, egli è
servito egualmente stampandosi in un luogo, o in un' altro. E
troppo malagevolmente si può stampare in Verona, mentre è forza
mandar l' opera a rivedere a Venezia. Che se il Derno vuole stam-
pare cose mie, sarebbe bene che parlasse meno indegnamente di
me : tanto più che se ben io da gran tempo ho fatto ampio salvo-
condotto a chiunque di lacerarmi in ogni genere a suo piacere, si
potrebbe dare che qualche mio parente o qualche mio amico non
fosse sì filosofo. Egli non sa il regalo che un cavaliere bell'umore
era per fargli fin dal tempo della Merope, s'io non impedivo. Mi
scrive Monsig. Dianchini d' aver preso impegno di stampar subito
T Ordo Romanità, che è tra quei Mss. Vi attesto che se io avessi
meco i miei scartafacci, gli comunicherei un fascio di cose che ho
da parte, attenenti a tal sorte di Libri Ecclesiastici, perchè desse
corpo alla sua stampa, che per altro è forza riesca senza novità
alcuna. Ho parimenti offerto allo stesso di tutto cuore, quanto ho
d'attinente a Pontificali per il suo Anastasio, Vi assicuro che le
mie idee son pur diverse da quelle di certa gente. Il Sig. Canon.
Muselli è per altro molto al caso per favorir queste stampe, per-
chè può spendere molto, e per stampare in Italia di si fatte cose,
bisogna mettere di fare una limosina, e se noi credono, se n' av-
vedranno con T Ordo Romanus. Al mio ritorno (che sarà però
più tardi che sia possibile) mi abboccherò subito col Sig. Can.°
stesso, e lo servirò in questo proposito di quanto potrò a misura
del suo desiderio. Non temesse egli fra tanto per tal dilazione, che
in caso di mia mancanza potessero pericolare que' Mss. che vi ho
detto avere ancora in mano, poiché sta in man di Notajo una ce-
dola, in virtù della quale i Sig. Canonici insieme co' suoi, avranno
in tal caso anche tutti i miei.
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La Sig. ra Cont. 83 * vostra ha fatto benissimo a trattenersi una
di quelle ampolle mandatemi da mio fratello per gli occhi. L'Elet-
tore nel darglierle l'ha assicurata che è un rimedio miracoloso. I
Conti Terinch mi dicono che serve per ogni mal d' occhi.
Vengo pressato di nuovo dal Duca di Modena d'applicarmi
a publicare le sue Medaglie, che posso quasi dire essere una mia
scoperta, come i Mss. di Verona : ma io non ne posso far cento a
un tratto. Le farò però forse tutte, se Dio mi darà vita e salute ; e
in ogni caso, s' anche non ne farò niuna, vivo frattanto con di-
letto, e non fo peggio, che credo 1' unico frutto degli studi.
È capitato qua il S. Gaudenzio del Can. Gagliardi, opera delle
più belle che da gran tempo si sieno vedute in Italia. M'ha fatto
troppo onore nelle sue note per certa emendazione che io gli sug-
gerii. "
Oh! quanto vi bramo ora qui. La Principessa Violante aven-
dole io detto un giorno a tavola di non aver mai sentito il Per-
fetti di Siena famoso improvvisatore, mi rispose che voleva man-
dare a posta a prenderlo, e cosi ha fatto. L' altra sera improvvisò
a gara con altro di qui, con una gran corona di Dame e di Poeti.
Per certo è cosa meravigliosa. La Seren. ma volle ch'io dessi i
temi, e avendo osservato, che l'uno tirava tutto alla grave, e l'al-
tro tutto al ridicolo, gli diedi tali che ognuno potesse trovarci il
suo conto. Per esempio : se Amore sia più atto a far 1' uomo felice
o infelice; se sia più desiderabile il Carnevale, o la Quaresima. E
vi so dire che non ho avuto simil piacere. Ve ne racconterà qual-
che passo Ottaviano mio Cugino al suo ritorno. Spero gli senti-
remo più d' una volta, ho dell' altre cose da scrivervi, ma sono
due ore che detto, e perciò per questa volta non farò altro che
abbracciarvi, e dirmi
I soliti saluti agli amici: Ottaviano fa altrettanto con Voi.
Dev. mo ed Obbl. ,no Serv. re
Scip. e Maffei
Vili.
Lettera scritta a Bertoldo Pellegrini dal sig. march. Scip. Maffei
11 Marzo 1721.
Godo delle belle intenzioni del Sig. r Ab. Muselli. Fategli un
nuovo complimento in mio nome, e ditegli che del Capitolo io ho
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due Codici, nel carattere dei Papiri, e che questi gli ho sempre
trattenuti per la necessità di libri che mi mancavano, e del fare i
saggi : ma che s' accerti, che quel carattere non ci sono in Italia
cinque persone che lo intendano, e che mi è costato studio lun-
ghissimo. Ho ancora parte dell' Opera di S. Ilario, ed alcuni libri
della Scrittura: ditegli (die il trattenerli, si assicuri, essere ancora
nato da necessità indispensabile, posto che volessi farne onore al
Capitolo ed alla Patria. Voi che mi conoscete procurate, vi prego,
di persuaderlo ; chè ciò non sarà loro di pregiudizio alcuno, come
vedranno, se Dio ini darà vita, non avendoli io trattenuti per ru-
barli, come per mezza Verona si è questo Inverno discorso.
Scip. Maffei.
IX.
Ricorso al Cardinale G. Barbarigo Vescovo di Brescia perche
solleciti il march. Scipione Maffei a ritornare i Codici.
1721.
Em. mo Principe
È supplicata 1' Em. 2 * Vostra a degnarsi di scrivere al Sig. r
Marchese Scipione Maffei, che essendo stata a Verona, ed abboc-
catasi coi Mons. ri Arcip. te e Canonici, ha inteso quanto sieno ac-
casi i loro animi per formare una Biblioteca, che massime in Mss.
possa essere riguardevole, avendone già molti; e che se il detto
Sig. Marchese restituisce quanto prima tutti quelli che ha di tal
ragione, tanto de' Papiri, e Scritture Sacre, quanto de'S./i Padri*
rome pure se avesse anco gli Atti de* S. H Fermo e Rustico, ed il
Capit. 19 del lib. 3.° dei Dialoghi di S. Gregorio P., dove parla di
S. Zenone Vescovo e Protettore di Verona, che ne' Codici dov' e-
rano indicati non si ritrovarono ; come pure qualche rotolo del-
l' Archivio. Questo poi sarà favore del Sig. Marchese, e grazia di-
stintissima dell' Eminenza Vostra.
X.
Risposta dell* Eminenlissimo Cardinale G. Barbarigo.
Brescia 8 Agosto 1721.
Illustriss. Signore
Mi fu differita la risposta del Sig. Marchese Maffei per alcuni
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Ordinarj, a causa di non essergli stata resa la mia che al suo ri-
torno in Firenze, dove io glieraveva spedita. Egli subito ritornato
ine la spedisce, e mi dice che li Mss. li tiene appresso di sè, e li
custodisce, che gli ha havuti dal Sg. Canonico Cannelli per valer-
sene nei suoi studi, e che degli stessi ne fa buon uso, come si può
vedere dal Proemio alla sua Opera di Cassiodoro, nella quale
d'essi ne dà conto ; che continuando essergli necessari per il tempo
che si trattiene in Toscana, per la permissione havutane, gli è ne-
cessario haverli appo di se, e che al suo ritorno in Verona saranno
restituiti. V. S. 111. 1 " 1 vedrà l'attenzione ch'ho havuto in servire
a' di lei comandi, e favorendomene con frequenza gli confermerò
sempre più quel rispetto, con il quale sono
di V. S. IU. m:l
Obligat. Servitore
G. Cardinale Barbarigo.
XI.
Lettera del march. Scip. Ma/fei al conte SansebastianL
Firenze 16 Settemb. 1721.
Carissimo Amico
Io vi prego di ringraziar il Sig. Proposto Vico, e tutti gli altri,
a' quali ho maggior obbligo per occasione del passato sussurro.
Credo verissimo che da più parti mi sia stato scritto assai più del
giusto, ma credete pure arciverisssimo che nè voi, né gli altri
amici, nè i Canonici più discreti sanno la metà di quanto si è detto
e fatto. Ho sempre scritto a Momolo, che quanto farete voi altri,
sarà ben fatto ; e vi do fede di nè pure leggere più le lettere degli
altri in tal proposito. Quanto alla nota de' libri eh' ho in mano, ho
scritto ultimamente a lungo al nostro amico, e a quella mi riporto.
I Sig. n Canonici non possono fare perquisizione alcuna, perchè de-
gli antichi non hanno mai avuto Catalogo alcuno, e Dio volesse
che ci fosse stato. Se si fideranno di me, io li servirò al mio ri-
torno di quanto potesse fare ogni più attento Bibliotecàrio da loro
pagato, e continuerò ancora la pratica per far loro acquistare
un' altra bella raccolta di Mss. Io poi trasecolo nel vedere che sia
stato interpretato per offensivo dei Canonici il mio Proemio. S'egli
è tale, è certamente per mia mera ignoranza, perchè vi giuro che
la mia intenzione è stata diversissima. Ma io ho avuto nell'istesso
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tempo lettere di Bianchini, e del Muratori ; i quali non si sono per
certo accorti di questo ; perchè si rallegrano meco dell' onore che
fo non tanto a me, quanto alla Patria e al Capitolo. Dicovi un
luogo : Cimi inter praestantiores ipsos Canonicos, in altro : Ca-
pilulum nostrum, mullis praeclaris titulis Must rem: dico V Iscri-
zione di Pacifico, da essi fatta incastrare, ch'essa è stata: pulchre
collocata. Sento che si dolgono perchè narro che su questi Codici
v'era la polvere, ma narro altresì che questi Codici restarono oc-
cultati secoli fa, tal che non ci era più nessuno in città che sa-
pesse che ci fossero; casi frequentissimi ove si tratti di carte an-
tiche, e ne' Monasteri, e nelle case private, e negli Archivi de'
Principi, anzi necessari effetti del lungo volger de' secoli, perchè
quando si disfecero le antiche Biblioteche e i Banchi loro, per va-
lersi de' luoghi in altro uso, i Codici furono spesso riposti in luo-
ghi occulti, finché si rifacessero nuovi vasi di Libraria in altra
forma, con che sono spesso restati perduti per molti secoli: e quindi
nascon le scoperte che se ne fanno di tanto in tanto, e che si nar-
rano con piacere, senza che nessuno mai de' possessori, se ne ab-
bia avuto a mstle. Questi nostri il Cannelli restò stordito quando
li vide in tanta quantità, poiché niuno si poteva pensare che la
cima di quell'alto armario formasse come un cassone. Qual colpa
hanno dunque mai in tutto questo i Sig. rl Canonici? Credete che la
mia disgrazia, e gli irritamenti sparsi da qualche buon'anima, hanno
unicamente cagionato questa stravaganza, e credete, che in tutto
questo fatto nessuna cosa mi è doluta più, perchè quando io avessi
stampata cosa di loro offesa, non glie l'avrei mandata a presentare
con tanta solennità senza esser pazzo: bisogno dire che in mia
man si cambino in ingiurie gli elogi. Io per altro non intendo di
prescrivermi punto la condotta di questo affare, anzi replico che
lo guidiate tutto, e per tutto, come vi pare; ma bene avrò caro
che quanto in questa lettera vi dico, lo facciate sapere a tutto il
mondo, non che a' Canonici.
Vostro Devo. mo Obli. 100 Ser.™
Scip. Maffei.
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XII.
Proposta fatta dal marchese Scipione Maffei al
Capitolo di Verona.
7 Marzo 1722.
lll mì e Reve. mi Sig. H Pr. mi Coll. mi
Sono più e più anni ch'io sto lavorando ad una lunga Opera,
che spero non sarà inutile all' erudizione, massime Ecciesiastica, e
particolarmente alla notizia delle cose della nostra Patria, ed al-
l' onore di essa. Quest'opera è tratta la maggior parte dall'esame
e studio d' antichi Manuscritti, ossia libri scritti a penna avanti la
stampa. Ho però faticato lungo tempo su quelli che si conservano
a S. Bernardino, a S. Leonardo, in casa Bevilacqua, presso di me,
e specialmente presso il Sig. r Saibante, ' che ne conserva un nu-
mero di 1200 in circa.
V. V. S. S. IU. me possedono parimenti un numero di quaranta
in circa di tali libri Mss. Questi altresì ho studiati, trovandomi ora
a termine di dar V ultima mano alla mia fatica, ho necessità di ri-
veder in essi più cose : perchè sebbene dalla gentilezza di chi gli
custodiva, e dalla benigna permissione di V. V. S. S. Ill. me me ne
furono già conceduti alquanti a casa, ed alcuni di essi anche per
assai lungo tempo; con tutto ciò la quantità delle cose che ho
scoperte dopo, e il Trattato de' caratteri antichi che mi sono ora
risolto di premettere all' Opera, mi rende necessario l'esaminarli
di nuovo.
Io però non sono per dimandare al Rev. rao Capitolo grazia di
rivederli ancora, o d'averli in prestito. I.° perchè non potendo
questo essere senza notabil incomodo d' alcuni di loro, come ho
già sperimentato, ed avendo già ricevuto tal favore altre volte,
non mi posso indurre a replicar ancora l' istessa istanza. II. 0 Per-
chè volendo io far intagliare da essi molti caratteri in rame, ho
bisogno di averli alla lunga, e in tutta libertà. III. 0 Perchè ho mo-
tivi particolari di non chieder più tal favore, come potrò accen-
nare in voce a chi n' avesse curiosità.
Io propongo però al Reverendiss. Capitolo un contratto van-
taggioso per una parte e per 1* altra, cioè un cambio di questi po-
chi frantumi d'antichi, e quasi affatto consumati libri, e non più
leggibili, se non da qualche antiquario, con altrettanti buoni libri
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stampati a loro elezione, che possano servire agli studi più neces-
sairi per un Ecclesiastico, e che non si trovano in questa città ; e
quando ciò non piacesse loro, io farò in iscambio un regalo di
cento ducati alla cassa della loro Sacrestia, o a qualunque altra
comanderanno. Abbiano la bontà di farsi portare innanzi questi
laceri avanzi di guaste membrane, e corrose, e son certo che si
stupiranno come si trovi chi in tal condizione le ricerchi. Accen-
nerò ora qui alcune ragioni per le quali panni, se non m' inganno
che ragionevolmente non si possa e non si debba da chiunque è
buon Canonico e buon Cittadino rifiutare la mia proposta.
Il Reved. mo Capitolo in questo contratto acquista qualche cosa,
e non perde nulla: potendo egli veramente computar per nulla
questi laceri rimasugli d' anticaglie inutili. I. Perchè innanzi che io
le ricercassi e le riscotessi dalla polvere di più secoli, i Rev.™ Ca-
nonici per più età nè pur hanno saputo che ci fossero ; come noi
sapeva niun' altro de' più curiosi della Città, stando esse da tempo
immemorabile sepolte nella cavità della cima d' un altre Armario,
dove non si poteva salire che con scala a mano. 2.° Perchè questi
non sono libri interi, ma pezzi imperfetti e tronchi e guasti dalla
pioggia, e benché alcuni possano parere interi, io farò a piaci-
mento osservare, come non sono per lo più che frammenti vari ,
cosi posti insieme. 3.° Perchè o sono avanzi di libri Corali, Mes-
sali, Antifonari e simili cose, al presente affatto inutili, o conten-
gono parte di qualche opera cento volte stampata, di S. Gregorio,
di S. Ambrogio, di S. Girolamo, e simiglianti, che al presente si
leggono intere e raccolte nelle bellissime moderne edizioni.
L'Ill. mo Capitolo non ha ora Biblioteca nè formale, nè mate-
riale ; cioè nè ha raccolta di Libri, nè Sala per disporli, quando gli
avesse ; a che dunque servirebbe mai voler ritenere questi trenta
o quaranta pezzi, che da se non formano corpo d' alcuna conside-
razione, e che infallibilmente col tempo si disperderanno ?
Non si tratta di dargli a uno straniero, o a persona che vo-
glia mercanteggiarli, ma a un Cittadino che gli chiede per farne
uso a beneficio della Religione, e a gloria della Patria, e che niente
più cerca che di assicurarli dal consumarsi affatto, o dal perdersi.
Perciò sappiano V. V. S. S. Ill. me , che conoscendo io come nelle
case private siffatte cose non si conservano mai a lungo tempo,
mia intenzione si è di lasciargli alla mia morte, insieme con molti
altri da me in Venezia e in altre parti acquistati, alla Libreria pu-
blica che si medita, e si spera di stabilire un giorno nella nostra
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Città. Che se ciò non averà effetto, io ho ferma ed immutabile de-
liberazione di rimetterli di nuovo al Rev. mo Capitolo, ma con ag-
giunte e condizio ni che potrebbero forse far risorgere in esso la
distrutta antica Biblioteca.
Per fede di che è noto, come avendo io parimente acquistati
in Venezia ed altrove quantità d' antichi marmi Greci di molto
prezzo, ho fatto un dono di tutti air Accademia Filarmonica, per-
chè uniti alle Iscrizioni che essa possedè, e a quelle, che vado
ancora procurando, si construisca un Museo publico, che sarà fra
poco il principale ornamento della nostra patria.
Che se la presente mia proposta volesse considerarsi come
una grazia, che venga a V. V. S. S. Ill. ma richiesta, sia permesso
di supplicarle a benignamente riflettere, che chi la richiede è di
famiglia notabilmente benemerita del Rev. mo Capitolo, o sia per
quantità e qualità di soggetti che in ogni tempo hanno avuto l'o-
nore d' essersi ascritti, o sia per istituzione e memorie rimastene
alla Cattedrale ; o sia per il recente benefizio di Mons. Arciprete,
pochi anni sono, defunto.
Pare ancora assai considerabile che essendomi coir occasione
di questo studio passate per le mani una infinità d' anticae carte e
documenti d'ogni sorte, ho altresì avuta occasione di osservar più
cose spettanti al Rev. mo Capitolo: delle quali altre potrebbero
contribuire al suo interesse, altre potrebbero recar notizie, non
poco al medesimo vantaggiose. Quindi è che resta in mia mano, o
di servire unicamente all' erudizione con pubblicare indistinta-
mente ogni monumento, secondo V uso moderno de' letterati ; o di
aver riguardo al loro vantaggio con trasceglierne alcuni solamente.
La norma però di contenermi dipenderà dalle S. S. V. V. Ill. me
Umiliss." 10 Servido re
Scipione Maffei.
XIII.
Dichiarazione di Mons. Canonie ) Zeno Negrclli sulla
scoperta dei Codici Capitolari.
22 Imbre 1728.
Io Zeno Negrelli Canonico, dimandato se mi ricordo di quando
il Canonico Cannelli, et il Marchese Maffei trovarono li Mss. an-
tichi del Capitolo, dico et attesto che me ne ricordo benissimo :
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perchè sentendo una mattina gente in Canzelaria andai dentro, et
li vidi tutti due che li cavavano fuori, stando uno in cima all'ar-
marone, uno su la scala, et facevano grande allegrezza di trovare
tante belle cose ; et nè lui nè me averessimo mai creduto che vi
fossero tanti volumi, e tanto antichi. Mi ricordo ancora d' aver
sentito il detto Cannelli, et V Arcidiacono Campagna parlare del
grand' obligo che ha il Capitolo verso il Marchese Maffei per fati-
care tanto su questi nostri Manuscritti, con tanto nostro onore.
Tanto attesto di mia mano, perchè cosi è la verità, non havendo
parlato in vita mia con quel Cavaliere se non una volta o due. In
fede di che io
Zeno Negrelli
Canonico di Verona di mano pr.
XIV.
Protesta del Capitolo in favore di Monsig. Arcip. Gian Frane.
Musetti, contro una lettera ms. segnala da alcuni Veneti
libraj.
13 Nov. 1728.
Ab Actis Capitularibus Ampi.™ et Rev. mi Capituli IU. mor - dnor.
Canonicorum Stae Veronensis Ecclesiae.
Die Sabbati mane 13 msis Novembris 1728. R. Dni
Archipbr.
Praepositus Archidiaconus
a Puteo Theologus
Ferd. nus Manuellus Rizzonus
Bl <mchinus Marchiorius
Riccius
Poenitent.*** Coadj.
In Auditorio Caplari ad sonum convenere, et Spus Sci gra-
implorata consedere.
Pro Nob. et Rmo dno Jo. Francisco Musello L U. D. Ar-
chipbro. Qui Rmus Archipbr. dimissus, quoniam de ipso agendum
erat, exivit, et subinde.
Cum, ut Nob. et Rmus Dnus Augustinus de Vico Praepositus
oxposuit, nuper elapsis diebus, Epistola quaedam ms. contra Rmum
Musellum Archipbrum praedtum nomine quorumdam Librariorum
Venetorum emissa fuerit, et sibi ac aliis Rmis Dnis Canonicis, ut
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ipsi etiam assenierunt tradita. Ideo Rmi dni, capitulariter ut supra
congregati, id injuste factum fuisse cognoscentes, volentesque bo-
nam ac sincerarci opinionem, quam merito habent de Rmo eorum
Archipbro, prima in hac Veronensi Ecclia post Pontificalera digni-
tate, amnibusque virtù tibus eique dignità ti congruentibus cumula-
tissime exornato, praesentibus posterisque notam et apertam esse,
omnes neraine discrepante coucorditer declaraverunt, eumdem
Rmum Archipbrum summam semper fidem, religionem morumque
integritatem praesetulisse, ac in quibuscumque rebus Capìtulari-
bus agendis veram mentem et voluntatem Ampl. mi Capituli secu-
tum et exequutum fuisse, cuius etiam acta hucusque rata denuo
habuerunt probaveruntque, et quod inde honoris plurimum Eccliae
et Capitulo Veronensi manaverint, maximas propterea gratias per-
petuo habituros professi sunt. Mandantes hoc certum eorum animi
testimonium erga ipsum Rmum Archipbrum in Capitularibus Actis
describi. Proponentes insuper statuentesque se idem opportuniori
loco magis deraonstraturos. Et ita.
Pro' de omnibus
In quor. fid.
Veronaè ex Cancell. a Caplari die 14 Obris 1728.
Bartholomeus Campagnola Cancel. Caplaris
Cit. a p. 34.
XV.
Nola di Mons. Gian Frane. Muselli in cui è narrala la
riconciliazione falla col Maflei.
1729.
Nel giorno delli 4 9bre 1728 ho dispensata a cadauno dei
S. S. Can. ci la presente Lettera per parte del Sig. Scipione Maflei
da varii Signori, ed Ecclesiastici di questa Città, tra* quali il
Sig. Girolamo Pompei al Sig. Co. Gio. Batta Verità ed a Mons.
Ricci, il Sig. Co. Rambaldo Rambaldi al Sig. Conte Pietro Verità,
Sig. Co. Gir. Rambaldi al Sig. Co. Can. 00 dal Pozzo, che non volle
riceverla, il Sig. Co. Rizzarlo Sanbonifacio, al Sig. Can. 00 Polfran-
ceschi, et al Sig. Can/» Lombardo, che ricusolla, il Sig. M. se Ora-
zio Sagramosi a Mons. Prevoslo, che lettala gliela rimandò, ed a
Mons. Arcidiacono Santilia , il Sig. Conte Alfonso Montenari al
Sig. Can. Bianchini, il quale veduto il contenuto gliela rimise, il
Sig. Conte Girolamo Giusti al Sig. Can. 00 Negroboni, il Sig
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Zucco al Sig. Can. 00 Ferd. 00 Manuelli che non volle riceverla, il
Sig. r Conte Ottaviano Pellegrini al Sig. r Can. 00 Rizzoni, il Sig. r Co.
Fracastoro al Sig. r Can. Lodov. Manueli, ed alla mia persona un
Soldato, il quale prese V ora a portarmela, eh' io fossi al Duomo,
dicendo, che da uno Spezzapietra in Brà V aveva ricevuta.
Questa Lettera per grazia del Signore fu poco bene intesa,
anzi disapprovata per essere troppo Io però lettala con
ogni pacatezza, vedendola dettata da una troppo viva passione, e
ne' fatti che allega poco verace, giudicai bene di sorpassarla e
disgreditarla colla mia non curanza. Infatti così sempre mi sono
mantenuto, abbenchè da più parti avessi de' stimoli, ed eccita-
menti a risentirmene, o almeno almeno rispondervi con far vedere
al pubblico la falsità de 1 fatti introdotti, o finalmente a far ristam-
pare le Complessioni di Cassiodoro ; stimando più conveniente al
mio stato Ecclesiastico 1' obbedire alle massime sempre mirabili
dei S. S. Evangelj . *
Fu mia fortuna l'abbracciar e tenermi saldo a questa noncu-
ranza, poiché con questa ho più, per bontà del Signore, conseguito
di quanto avrebbemi potulo far ottenere la mia risposta e il mio
risentimento.
La prima fortuna mi accade nel giorno delli di detto mese
ed anno, quale fu il primo giorno di sessione Capitolare dopo
uscita la Lettera, in cui Y Amplis. Capitolo per sua bontà, e senza
mia saputa fece estendere e segnare ne* suoi Atti Capitolari il qui
annesso Decreto, in tutte le parti onorevole alla mia persona ; con
cui ho veduto l'amore ben grande de' Sig. rl Reve mi miei Canonici,
e il discredito della sopradetta lettera.
Mi successe poi l'altra sotto il 28 pure (Mio stesso mese ed
anno, allorché venne da ine il Sig. D. Domenico Vallarsi, e mi
espose inaspettatamente, alla presenza del Sig. Arcipte Lavezzari,
del P. Pedemonte Filippino, e del Sig. D. Girolamo Dallarini, che
il Sig. March. 86 Scipione Maffei mi riveriva, e che conosceva di
haver mancato collo scrivere quella Lettera contro la mia per-
sona, e che ravveduto del suo trasporto la condannava, e che fi-
nalmente me ne chiedeva il perdono. Aggradij al sommo questo
officio, e risposi con termini cortesi ed obbliganti, cioè che di tutto
mi era scordato, e che non 1* amicizia del S. r Mar-
chese, il quale avrebbe nelle occasioni scoperto il mio cuore assai
diverso, da quello, che gli era stato dipinto, ed in ultimo che più
ammiravo Y atto eroico e Cristiano del Sig. March., di quello mai
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avessi disapprovato il suo attentato. Ma perchè sentii da detto Sig.
D. Vallarsi aver il Sig. Marchese Scipione Maffei fatto- pubblico
questo suo pentimento con aver partecipato a varj suoi amici Y uf-
ficio che avea risoluto di portarmi, e dover venire da me a questo
effetto qualche Cavaliere, tra' quali mi fu nominato il Sig. Ber-
toldo Pellegrini, la mattina seguente, giacché il Sig. D. Vallarsi
successe dopo V Ave Maria, mi portai a casa del Sig. Bertoldo,
pregandolo a non darsi alcun incomodo, trovandomi di essere fatto
certo del buon essere del Sig. Marchese verso di me, e non vo-
lendo io che sono Ecclesiastico comportarmi colle formalità della
Cavalleria, e del secolo.
Ciò non ostante il giorno addietro, festa di S. Andrea Apo-
stolo, il Sig. Marchese Scip. Maffei si portò alla mia casa, accom-
pagnato dal detto Sig. Bertoldo, dal Sig. Can. 00 Bianchini, e dal
Sig. Don Domenico Vallarsi, e dal Fratello di questo, e dal Sig. D.
Girolamo Ballarmi. Con compitezza mi disse, che ratificava quanto
mi era stato già esposto dal Sig. D. Vallarsi. Io subito interruppi
questo discorso, e con poche parole lo assicurai del mio buon
essere verso di Lui, e dopo altri speciali discorsi fatti con lui, e
colla sua comitiva si licenziò da me. Il giorno addietro primo di
X bre , io pure andai alla casa del Sig. March, col Sig. Cano. Bian-
chini, ringraziandolo di quanto aveva fatto, e promettendogli la
mia amicizia, per conservar la quale gli dissi, che sarebbe bene, e
gli promettevo, che se per l'avvenire qualche diceria mi venisse
esposta, la quale potesse disturbar la nostra amicizia, prima di
prestarvi fede, a lui sarei ricorso, per intendere come passa la fac-
cenda. Egli pure eosì di far mi promise; e se cosi succederà non
più ere lo sarà che dire tra lui e me. Venuto a casa sopravenne il
Preg. D. Girolamo Ballarmi, e mi presentò per parte del Sig. Mar-
chese il suo libro ultimamente stampato ed intitolato U uso delli
Anfiteatri, lo pregai a ringraziarlo a mio nome, e dopo che fu il
d.° Sig. D. Ballarmi da me partito, osservando il predetto libro
vidi esservi nella prima carta scritte le seguenti parole di pugno
del Marchese :
Al degniss. mo Sig. Arcipte della
Cattedrale Franco Muselli
promotore nella Patria
Di Grandi e Nobili letterarie imprese
L'autore.
(Continua,) G. B. GiUliari.
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COMMEMORAZIONE
ANDREA CAPPAROZZO
La sera del 30 Aprile 1884 un funebre corteo, preceduto
dalla banda civica e seguito da una eletta di cittadini usciva dalla
chiesa di San Pietro e s'avviava al cimitero comunale di Vicenza.
Era il corteo, che accompagnava air ultima dimora la salma di
Andrea Capparozzo, morto la mattina del dì precedente. L'egregio
uomo, delicato e cagionevole di complessione, aveva dovuto soc-
combere alla violenza di lunga e penosa malattia, ribelle ad ogni
rimedio della scienza e dell'arte. Nè il comune compianto, che lo
accompagnava al sepolcro, era apparente o immeritato. Vicenza
sapeva d'aver perduto in lui un cittadino, quanto intelligente, al-
trettanto operoso e sollecito del patrio decoro.
I.
La famiglia dei Capparozzo non era di Vicenza. Traeva le
sue origini di Lanzè, una piccola terra a sette miglia dalla città,
non lontana dalla strada, che da Vicenza mette, per Cittadella e
per Castelfranco, a Treviso. Primo a togliervisi fu il padre di An-
drea, necessitatovi da particolari ragioni di famiglia. Tra' luoghi,
ne' quali fermava temporaneamente la sua dimora, fu anche Vicen-
za. E in Vicenza nasceva Andrea Y8 Agosto del 1810. Collocato,
giovinetto ancora, nel Seminario vi studiava con amore le lettere e
le scienze. A profittarvi dovevano spronarlo vivamente gli esempi
domestici. Nella famiglia dei Capparozzo l'amore agli studi era, si
può dire, ereditario. Ad Andrea non doveva suonare ignorato il
nome del prozìo Antonio, teologo di raro valore, sacerdote se-
condo il cuore di Dio, morto arciprete di Campolungo e di Beva-
doro nel Giugno del 1795. E più che negli esempi di Antonio offri-
vasegli argomento di specchiarsi nelle opere degli zii paterni An-
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drea, Giambattista e Matteo. Andrea, maestro da prima di belle
lettere, poi prefetto degli studi nel Seminario di Vicenza e da ulti-
mo arciprete di Quinto Vicentino, ove finiva la vita a cinquanta
anni nel 1801, aveva saputo levarsi in bel grido per i suoi compo-
nimenti poetici in italiano e in latino, letti, com'era il costume,
nelle annuali accademie dell'Istituto. Di Giambattista, arciprete,
giovanissimo ancora, di San Giorgio in Brenta, ove moriva com-
pianto da tutti nel 1830 in età di quasi settantadue anni, durò a
lungo la memoria ne' maestri del Seminario, che, avutolo per breve
tempo a collega, erano stati in grado di estimarne degnamente le
rare doti della mente e del cuore. Superiore a quello dei due fu il
nome di Matteo, maestro ugualmente di lettere e di filosofia nel
Seminario di Vicenza, morto nel 1811 in Villaverla, ove aveva
tenuto per oltre trent' anni la cura spirituale della parrocchia. La
coltura squisita e il non comune valor letterario ne aveano diffusa
la fama oltre i confini della provincia per tre volumi specialmente
di componimenti poetici, non immuni, a dir vero, de' difetti del-
l' Arcadia, ma pregievoli per una certa fluidità sonora del verso.
E più che le prove degli zìi doveva tornargli d'eccitamento a pro-
gredir negli studi l'esempio del fratello Giuseppe, maestro d'uma-
ne lettere da prima in Castelfranco Veneto, e successivamente in
Ceneda, in Vicenza, in Verona e in Venezia, ove moriva a qua-
rantasei anni, lasciando bel nome d' istitutore valentissimo e di
poeta affettuoso ed elegante. Andrea non compì gli studi suoi in
Vicenza. Tramutatosi negli ultimi anni della sua educazione in Ve-
rona, vi attese alla Teologia per rimpatriare poi. terminatone ap-
pena il corso.
II.
Chi si facesse a indagare i fasti del clero vicentino avanti il
1848, non faticherebbe a riconoscere che parecchi de' giovani sa-
cerdoti, segnalati per ingegno, preferivano di dedicarsi, compiuti
appena gli studi, all'istruzione della gioventù. I Seminari di Bel-
luno e di Rovigo e i collegi comunali di Cologna Veneta, di Ca-
stelfranco e Ji non so quali altre terre, ebbero a prescegliere non
di raro i loro istitutori tra gli alunni migliori, usciti dal Seminario
di Vicenza. Ordinato sacerdote, il Capparozzo non s' iniziò neppure
alla cura spirituale delle anime. L'inclinazione naturale e l'esem-
pio efficace del fratello, già in grido d'ottimo istitutore, lo trassero
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di preferenza all' istruzione de' giovani. Maestro di grammatica
diede le sue prove prime in Castelfranco Veneto, dove fioriva an-
cora quel collegio, in cui aveva insegnato nella sua giovinezza
anche il Carrer. Da Castelfranco passò maestro d'umanità nel Se-
minario di Rovigo, ov'ebbe a collega Francesco Disconzi, un altro
vicentino, salito in bella fama d' orator sacro e più ancora di va-
lente entomologo. Degli allievi del Capparozzo in queir Istituto vi-
vono ancora parecchi ; ed io ricordo di essermi incontrato, non è
molto, in taluno, che si lodava grandemente delle cure sollecite e
affettuose del maestro. In Rovigo non s' intrattenne però oltre il
1848. Partecipe de' movimenti politici per gli scritti specialmente
pubblicati in que' di memorandi sovra un giornale rodigino, prese
anch'egli la via dell'esigilo, riparando da prima in Bologna, quindi
in Roma e da ultimo in Firenze, per non rimpatriare che verso la
fine del 1849.
III.
Le condizioni della Venezia dopo il 1848 non volsero cosi
propizie da permettere che i partigiani delle nuove idee politiche
vi fossero lasciati vivere in pace. I reduci specialmente dall'esiglio
v'erano sorvegliati non solo dalla polizia austriaca, ma impediti
quasi sempre di ripigliare, come che si fosse, gli uffici e le occu-
pazioni, a cui avevano atteso prima del memorando avvenimento.
Nè il Capparozzo. guardato anch' egli dall'occhio vigile e sospet-
toso di chi presiedeva alla pubblica cosa, potè accomodarsi altri-
menti che a vita privata. L'ozio involontario, a cui fu necessitato,
non lo distolse però dalle occupazioni, alle quali aveva dedicato
gli anni primi. Aperta anzi tutto una scuola, si diede a istruire pri-
vatamente la gioventù, spendendo i ritagli di tempo, che gli rima-
nevano, negli studi suoi prediletti. Prima cura fu quella di pagare
un tributo di affetto, represso da qualche anno nel cuore. Giuseppe
Capparozzo, morto immaturamente in Venezia, non aveva mai
pensato a raccogliere in una le varie poesie, stampate alla spic-
ciolata, o disperse, come che si fosse, in istrenne. Ad Andrea
parve anzi tutto debito di fratello riunirle in un solo volume e
metterle così nella pubblica luce. A crescervi pregio si valse del-
l' opera di Paolo Perez, già discepolo del poeta e professore allora
d'umane lettere in Padova. E il commentario, che n'ebbe da lui.
sulla vita e sugli scritti, prepose siccome prefazione al volume,
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M
edito in Vicenza nel 1851 con in fronte il ritratto del poeta, lavoro
finissimo del bulino del Boscolo (i).
Nè questa fatica in onore del fratello, seguita in capo a sette
ailni dall'altra del tramutamento delle ceneri dello stesso da Vene-fa
in Vicenza, ove furon deposte nel sepolcro domestico degli Schiavo;
nè le occupazioni della scuola, numerosa sempre d'alunni, tolsero
al Capparozzo d'esercitarsi, come aveva fatto in Castelfranco e in
Rovigo, nell'arte dello scrivere in verso ed in prosa. I componi-
menti poetici, che s' hanno alle stampe, di lui, occupato a un tempo
nelT insegnamento privato, sono per lo più d'occasione. Vi si ce-
lebrano lauree, nozze, messe novelle, ingressi di parrochi (2). Se
non si fanno ammirare per novità di concetto, hanno però nitida
sempre ed elegante la forma. Talvolta, come neh' Ode a Maria e
nella Benedizione patema (3), vi scorre per entro una certa onda
d'affetto che ti scende diritta nel cuore. Meno spontanei nella forma,
che sente talvolta dell'antiquato, e ciò non pertanto pregevoli per al-
tri rispetti sono gli scritti in prosa. Vanno primi, per ordine di tem-
po, i Cenni Biografici dell'abate Angelo Beltrame, pubblicati in
Vicenza nel 1854. Il Capparozzo non si contenta di parlare in essi
de' casi del Vicentino, salito in qualche fama per i suoi componi-
menti poetici, lodati da Ignazio Cantii e dal Carrer; ma vi discorre
in succinto delle due scuole romantica e classica, e assegna al Bel-
trame il posto che gli compete, tra i contemporanei (1). Più larghi
sono i Cenni biografici su Ambrogio Fusinieri; dove con uno stile
talvolta un po' forse ammanierato s'espongono i casi della vita e il
processo delle scoperte scientifiche del dotto uomo, segnatamente
nella fisica (5). Uguali pregi e uguali difetti, accresciuti talvolta dal
soverchio della lode, che arieggia più che ad altro a panegirico, ri-
velansi nel Discorso su Ortensio Zago, letto all'Accademia Olim-
(1) Giuseppe Capparozzo, Poesie varie. Vicenza, tip. Lon^ro, 1851.
(2) Sonetto al Padre Giovanni da Verona. Bussano. 1853 — Versi per nozze
Carazzi-Grassi. Vicenza, 1853. — Sonetto per la laurea di Fedele Lampertico.
Vicenza. 1853. - Duo Smetti por le nozze Lampertico-Colleoni. Vicenza, 185*.
— Ode Snjfica a Giovanni Fabris, parroco novello. Vicenza, 18ó6. — Sonetto per
nozze Fracasso -Ped razza. Vicenza, 1858. — Sonetto a Bartolommeo Mosso! in.
Vicenza, 1858 — Sonetto per nozze Trevisan-Panciera. Vicenza, 1858. — Sonetto
a Girolamo Polatti. Vicenza, 1858.
(3) Ode a Maria, inserita nei Novello trionfo di Maria. Padova, 1856. — La
Benedizione paterna per nozze Molon-De Muri. Vicenza, 1857.
(4) Le migliori poesie dell* abate Angelo Beltrame. Vicenza, 1854.
(5) Cenni Biografici d' Ambrogio Fusinieri. Vicenza, 1854.
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pica e pubblicato nel 1856 (1). Dicasi altrettanto delle due Ora*
zioni funebri in onore l'ima di Ignazio Savj, bibliotecario della
Rertoliana, l'altra di Giovanni Gonzati, benemerito della riattazio-
ne della cattedrale di Vicenza (2). Più pregevole nella sua schietta
semplicità è invece lo scritto sulla Vita deK abate Giambattista
Trecco, un uomo di scienza varia e squisita, lodato ancora per le
Regole pratiche per disegnare gli alfabeti maiuscoli ad uso di
compartire con esattezza e brevità le iscrizioni sopra qualun-
que data superficie (3).
IV.
Il 12 Luglio del 1857 moriva in Vicenza, nella tarda età di
novantadue anni, il canonico Ignazio Savj. Resosi vacante per
questo fatto 1' ufficio di Bibliotecario della Bertoliana, il Cappa-
rozzo fu de' pochi che si presentarono tra' candidati. I suoi scritti,
se possono parere oggidì scarsa cosa, non è dubbio che si consi-
deravano altrimenti nei tempi, in cui venivan dettati, in forza so-
pra tutto delle sinistre condizioni della Venezia. E tra i titoli, pre-
sentati dai concorrenti, furono così apprezzati da valere al Cappa-
rozzo T ufficio di Bibliotecario della Bertoliana. Che gli studi di lui
fossero di sì fatta natura da soddisfare pienamente a' nuovi obblighi,
io non dirò certamente. So bene ch'egli vi si mise subito e con
tanta tenacità di propositi, da mostrarsi in breve nato fatto per
queir ufficio. Alle molte cognizioni bibliografiche accoppiò uno
zelo, superiore ad ogni encomio, per ciò che potesse migliorare
1' ordinamento, o promuovere l' incremento della Biblioteca. La
Bertoliana deve a lui la serie de' nuovi e copiosi indici e l' incre-
mento di parecchie opere, talune preziosissime, ottenute in dono
da Governi, da Istituti, da Principi e da autori (4).
Le occupazioni del nuovo ufficio, alle quali attese con tutto Io
studio, e le difficoltà de' tempi, ugualmente malaugurati, non tolsero
al Capparozzo di dettare e pubblicare, all'occorrenza, nuovi scritti.
I suoi versi sono ugualmente d'occasione, talvolta sciolti, ma per la
(1) Sulla vita e sugli scritti del conte Ortensio Zago. Vicenza, 1856.
(2) Funebre ricordazione del benemerito bibliotecario canonico dott. Ignazio
Savj. Vicenza, 1857. — Orazione funebre in lode del benemerito canonico Gio-
vanni Maria dei marchesi Q ornati. Vicenza, 1857.
(3) Sulla vita dell' abate Giambattista Trecco. Vicenza, 1858.
(4) La Provincia di Vicenza, N. 137, 138, 21 e 22 Maggio 1884.
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maggior parte sonetti (1). I più sentiti sono i Decasillabi intitolati
Il Pioppo (2) e r Epistola in isciolti a Cornelia Mocenigo (3). Fa-
cili, se pur non peccano di soverchia prolissità, si rivelano le iscri-
zioni, dettate ugualmente in diverse occasioni. Più concise invece
e avvivate da una tal qual vena d' affetto, sono le Necroloffie di
Maria Fusinieri e di Giambattista Sale, e, se vuoisi, anche X Elogio
funebre, letto per commissione della Giunta Municipale nella catte-
drale di Vicenza il giorno settimo dalla tumulazione del Vescovo
Giovanni Giuseppe Cappellari (4).
V.
L' affrancamento dal servaggio straniero e V aggregazione
della Venezia alla grande famiglia italiana portarono con la libertà
politica una nuova operosità negli studi anche in Vicenza. Il Cap-
parozzo non fu di quelli, che si rimanessero insensibili al soffio av-
viatore de' tempi. Io non dirò che ne' versi, pubblicati da lui in
varie circostanze, si spazii sempre per gli orizzonti, chiusi sino
allora dalla prepotenza straniera. Ben vi si sente un fare più li-
bero (5), e una maggiore franchezza ne* consigli, come nelle Odi
(li Sonetto alPab. Francesco Formenton, nuovo arciprete di Castolnuovo.
Yicenzn, 1859. — Sonetto all'abate Giovanni Tomba, nuovo arciprete di Meledo.
Vicenza, 1859. — Iscrizione per il compleanno di don Antonio Callegari. Vi-
cenza, 1866. - Sonetto per le nozze Giaretta-De Muri. Vicenza, 1861. — Iscri-
zione per la inaugurazione della chiesa dt Brendola. Vicenza, 1861. — Sonetto
p t nozze Tescari-Martinato. Vicenza, 1862. — Sonetto per nozze Rosa-Ghirar-
dini. Vicenza, 1862 — Iscrizione a Francesco Armanno. Vicenza, 1863. — Iscri-
zione per l'ingresso di don Angelo Navarino alla chiesa di Caltrano. Vicenza,
1864. — Sonetto ad Angelo Sgaggio. nuo\o parroco. Vicenza, 1864. — Sonetto
per le nozze Ghirardini-Manni. Vicenza, 1862.
(2) II Pioppo per le nozze Franco-Monza. Vicenza, 1861.
(3) Epistola (nozze Savardo-Mocenigo). Vicenza, 1865.
(4) Maria Fusinieri Vicentina. Padova, 1808. — Alla cara memoria di
Giambattista Sale. Vicenza, 1862. Elogio funebre di Giovanni Giuseppe Cap-
pellari. Vicenza, 1860.
(5) Sonetto per le nozze Fogazzaro- Valmarana. Vicenza, 1866. — Sonetto
per le nozze Orsini-Valle. Vicenza, 1869. — Sonetto a Matteo Cortiana, nuovo
parroco. Vicenza, 1871. — Versi p *r le nozze Toniato-Meneghini. Vicenza, 1872.
— Sonetto per le nozze Valmarana- Piovene. Vicenza, 1873. — Sonetto per la
laurea di Rodolfo Malvezzi. Vicenza, 1873. — Sonetto per le nozze Palotti-Tor-
uieri. Vicenza, 1874. — Ode a Ettore Peratoner, nuovo parroco. Vicenza, 1878.
— Versi per le nozze Fabris-Stefani. Vicenza, 1878.
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a Francesco Zampieri e a Laura Tornieri (1). Commosso da' nuovi
avvenimenti il Capparozzo inneggia alla venuta del Re liberatore,
esalta le nuove istituzioni, piange le grandi sventure della nazione,
applaude alle feste cittadine (2). Nò meno frequenti sono gli scritti
in prosa. Chi sfogliasse i parecchi giornali, usciti in Vicenza dal
1 806 in poi, incontrerebbe assai spesso in relazioni di fatti, degni
di lode; incontrerebbe in necrologie, talvolta d'uomini illustri o
b^n^meriti, tra' quali mi piace ricordare Carlo Ilalzatìori, Girola-
mo Polatti e Alessandro Schiavo.
Ma dove il Capparozzo attese? con maggior alacrità, fu al lu-
stro della Biblioteca, alla quale presiedeva. Del come e quanto si
adoperas^e all' incremento di essa s' hanno le prove non solo negli
articoli, ch'egli andava pubblicando nei giornali della città, ma
più ancora in un'apposita relazione de' doni, ottenuti da lui, letta
in una tornata dell'Accademia Olimpica e pubblicata nel 1872 (3).
E l' opera sua non si restringeva soltanto ad ordinare i co. liei e i
manoscritti, ma s'allargava spesso a pubblicarne, in diverse occa-
sioni anco dei saggi. Chi si face se a rivedere gli opuscoli usciti in
occasione di nozze, incontrerebbe in parecchie lettere del Canova, del
Gamba, del Cesari, di Scipione MafTei, del Bettinelli, del Cicognara,
del Diedo, dell' Albrizzi, del Brighenti e di altri, ordinate e talvolta
annotate da lui. Non di rado sono novelle inedite del Magenta, del
Todeschini, del Gamba; più spesso sonetti inediti, in tutti un cen-
tinaio in circa, d' un petrarchista del secolo decimosesto, tratti da
un codice della Bertoliana (1). All' ordinamento s' aggiungono
spesso le succose e pur dotte illustrazioni. Preziose, per la luce
che ne deriva alla storia e alla geografia, sono le dodici lettere di
Giuseppe Sorio, pubblicate in diverse occasioni e precedute da una
(1) Ode a Francesco Zampieri, nuovo parroco di Malo. Vicenza, 186G. —
Ode por le nozzo Lucchini-Tornieri. Vicenza, 1867.
(2) li Veltro profetato dalT Alighieri, Sonetto, Padova, 1866. — Sonetto alia
Guardia Nazionale di Padova. Vicenza, 1867. — Iscrizioni ai martiri di Sorio.
Vicenza, 1867 — Sonetto in morte di Vittorio Emmanuele. Vicenza, 1878. — So-
netto per il terzo centenario dalla morte di Andrea Palladio. Vicenza, 1870.
(3) S(d doni pervenuti alla Biblioteca Bertoliana dal pruno Gennaio del
1858 a tutto Vanno 1871. Vicenza. 1872.
(4) Nozze MangilH Lamportico. Vicenza, 1876. — Nozze Zangrande-Zacca-
ria. Vicenza, 1880. — Nozze Volner-Valeri. Vicenza, 1880. — Nozze Zajotti-An-
tonini. Venezia, 1881. - Nozze Zanga-Suppiei. Vicenza, 1880. - - Nozze Lam-
pertico-Ualbi. Venezia, 1881. — Nozze Valeri-Curti. Vicenza, 1882. Nozze
Caliari-Gasparotto. Viceuza, 1882. - Nozze Malvezzi-Fabrello. Vicenza, 1883.
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479
breve biografia dell' autore (1). Dicasi altrettanto del Viaggio di
Giovanni Maria Angioletti, corredato esso pure d' un breve rag-
guaglio intorno all'autore (2). E lavori del Capparozzo sono le il-
lustrazioni, premesse a un saggio del Fiore di Viriti (3), e agli
statuti di Costozza del 1377 (4), dei mercanti drappieri e degli osti
della città di Vicenza (5) e del comune di Carré ((3), tratti pur essi
da' co liei della Bertoliana e pubblicati a diversi intervalli. E di lui
sono pure, in buona parte, le note allo Statuto di Costozza del
1290, tolto da un codice membranaceo, donato alla Biblioteca dai
fratelli Giuseppe e Giovanni Bertolini (7).
Nè T operosità del Capparozzo si rivela soltanto da ciò, che fu
dato alla luce, e dallo studio amoroso, col quale procacciava al-
l' Italia la prima l'ediziene de' Canti Politici (8) e poi la ristampa
delle Poesie del fratello Giuseppe, precedute da un discorso di
Onorato Occioni (9). Tra le carte, ch'egli ha lasciato, s'ha inoltre
una dotta illustrazione, in parte inedita, della Biblioteca, al cui
lustro e incremento spese buona porzione della vita; s' hanno le
copie degli antichi Statuti d'Orgiano e di Vicenza, corredati di co-
pioso glossario; gli ultimi de' quali stava egli preparando per la pub-
blicazione, che ne farà la Società di Storia Patria per le provincie
della Venezia. Ho detto che della illustrazione storica della Ber-
toliana non è inedita che una parte ; alcuni squarci furono già pub-
blicati nel Giornale delle Biblioteche, fondato e diretto da Euge-
nio Bianchi.
(1) Viaggio da Gerusalemme a Xazaret. Vicenza, 1854. — Descrizione di
Costantinopoli. Vicenza, 1854. — Viaggio da Venezia a Costantinopoli. Vicenza,
1802. — Viaggio da Costantinopoli a Gerusalemme. Vicenza, 1863. — Visita ai
santi luoghi. Vicenza, 1863. — Viaggio in Egitto. Rovigo.. 1864. — Descrizione
d' Alessandria d'Egitto. Vicenza, 1864, e Rovigo. 1865. — Viaggio in terra santa.
Vicenza, 1881. - Viaggio al Cairo e alle Piramidi. Vicenza, 1881. — Viaggio
da Alessandria a Rosetta. Vicenza, 1883.
(2) Viaggio inedita di Gio. Maria Angiolelli. Vicenza, 1881.
(3) Fiore di Virtù, codice membra naceo del secolo X/V esistente nella U ibi io-
teca Comunale Bertoliana di Vicenza. Vicenza, 1872.
, \) Statuto della Comunità di Costozza 1377. Vicenza, 1878.
(5) Statuto dei mercanti drappieri della città di Vicenza. Vicenza, 1879. —
Statato degli osti della città di Vicenza. Vicenza, 1880.
(6) Statuto del Cmane di Carré. Vicenza, 1879.
(7) Statuto della Comunità di Costozza 1290. Vicenza, 1877.
(8] Giuseppe Capparozzo, Canti Politici. Rovigo, 1867.
G. Capparozzo. Poesie edite e inedite. Torino, 1877.
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480
VI.
Ho già avvertito che gli scritti del Capparozzo non vanno
immuni da mende. Devo però aggiungere che non vi si desidera
mai la bontà de 1 principi e degl' intendimenti. È la bontà stessa,
alla quale l'egregio uomo ebbe a informar di continuo le azioni
della vita. In lui il cittadino non fu mai in disaccordo dal sacer-
dote. Bibliotecario fu largo de' suoi studi, delle sue ricerche, della
sua dottrina con quanti ricorrevano a lui; ma l'opera sua fu sem-
pre cauta e circospetta dove fosse corso il sospetto che la scienza
de' ìibri avesse potuto turbare., specialmente ne' giovani, la sana
educazione dell'animo. L'ufficio, afddatogli per circa trentanni,
fu per lui un secondo sacerdozio ; nè i Vicentini ebbero per questo
a riguardar altrimenti la sua morte che come una iattura dell'in-
tera città. I suoi funerali furono per ciò splendidi, e la Giunta
Municipale, interprete del voto comune, propose che le sembianze
di lui, riprodotte col pennello, stessero esposte, a perenne ricordo,
nella patria Biblioteca, e che la salma fosse deposta nella tomba,
riserbata dal Comune a' cittadini benemeriti. Accompagnato al ci-
mitero fu tumulato invece, com' era suo desiderio, nel sepolcro do-
mestico degli Schiavo a canto alle ceneri del fratello Giuseppe, con
cui ebbe comune non solo il sangue, ma le inclinazioni e gli studi.
Gli diedero l'ultimo addio l'assessore Giuseppe Zanella (1), il pro-
fessore Antonio Pazienti (2), presidente della commissione di vigi-
lanza alla Biblioteca, e il preside del Liceo di Vicenza Giovanni
Morchio (3); e fu l'addio dei cittadini, de' colleghi e degli amici.
Vicenza nel Luglio del 188 7.
Bernardo Morsoli*.
(1) La Provincia di Vicenza, 1 Maggio 188 1 .
(2) Pazienti, Parole pronunziate nel cimitero comunale il giorno 30 Aprile
1881. Vicenza, tip. Staider, 1884.
(3) Morchio, Discorso nei solenni funerali del cav. ab. Andrea Capparozzo.
Vicenza, tip. Brunello, 1884.
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ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE VENETA DI STORIA PATRIA
DAL LIVENZA AL TAGLIAMENTO
A) Concordia Attillimi
(C. V. Viae publicae V, p. 937;.
Per segnare il percorso neir agro Concordiese della via che
la benemerita Commissione di Venezia ha rintracciato da Aitino al
Livenza e controllare in certa guisa i suoi rilievi, ci parve oppor-
tuno prender le mosse dal ponte romano scopertosi presso la cinta
dell' oppido colonico neir anno 1877, il quale è appunto nella sua
direzione.
Di questo ponte ho dato làrghi ragguagli nelle Notizie degli
Scavi del 1878 a p. 27 e segg. È formato di tre archi uno solo dei
quali, T occidentale, si conserva intiero, gli altri due scrollarono o
furono distrutti restando però intatti i piloni. L' arco di mezzo ha
la corda di m. 7,46, i laterali di m. 1,80. Questi sono a sesto in-
tiero, quello a sesto scemo colla saetta di m. 2,15, come risulta
dalla inclinazione del piano d' impostazione dell' arco e dai primi
conci che da un lato stanno tuttora a posto. Il materiale della co-
struzione è una pietra cinericcia — trachite euganea — in poli-
goni squadrati con tanta esattezza che combaciano perfettamente
e si tengono insieme senza cemento. La chiave dell' arco ancor in
piedi non è tagliata a metà dal raggio che passa pel vertice, ma
sporge da un lato più che dall' altro. A settentrione giacevano due
pezzi della stessa pietra lunghi l'uno m. 1,85, l'altro m. 1,15, lar-
ghi ciascuno m. 0,65, colla faccia superiore piana, l'inferiore con-
cava ; onde si desume che abbiano servito di rivestimento al dosso
del ponte, tutto greggio, per renderne il marciapiede di più agevole
salita e per appoggiare le spallette. Quasi tutti i pezzi di queste si
rinvennero arrovesciati ai fianchi del ponte e sono atyi m. 0,98,
lunghi qual più qual meno, grossi cent. 30, smussati al di sopra, e
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tagliati al disotto per guisa da adattarsi alla salita o discesa del
ponte. In ciascuna delle spallette sta scritto il nome del generoso
liberto (Manio Acilio Eudamo), che nel suo testamento aveva or-
dinato la costruzione di quest' opera. I caratteri dell'epigrafe, alti
min. 145, sono molto regolari specialmente quelli della spalletta
settentrionale dove la scritta si distende sur una linea di m. 6,90,
quando V altra a mezzodì non raggiunge i m. 5,50. Il taglio ed il
disegno delle lettere ci inducono a riferire V erezione del ponte, o
più probabilmente il suo riatto, al tempo degli Antonini.
La strada che da occidente viene a mettervi capo e corre sul
n. 530 della Mappa di Concordia, trovasi a 70 cent, dalla super-
ficie del terreno circostante, ed ha qui la larghezza di nove metri.
A suoi lati stanno tuttora i marciapiedi (crepidines), costruiti di
mattoni e pezzi di pietra legati insieme con ottimo cemento,
larghi quasi un metro. La sezione della strada ci ha mostrato sul
fondo un letto di ghiaia (lo slatumen) alto centesimi 15, e sopra
d' esso un misto di ciottoli e spezzati di mattone (il rudus) che
doveva esser coperto dal lastrico. E vuoisi notare che sotto la
ghiaia avvi uno strato di creta di oltre 70 cent., e sotto questo un
nuovo letto di ghiaia di grosso spessore, forse il letto della strada
primitiva. Un cento metri ad occidente dal ponte e nella direzione
del suo asse si è fatto un escavo, e $d un metro di profondità
emerse la strada che proseguiva il suo cammino nello stesso indi-
rizzo, mentre un altra da ovest-ovest-nord veniva a congiungersi
ad essa. Più oltre nella località denominata Paludetto (n. 2224,
2223 e 2232 della Mappa di Levada), essendo il suolo depresso,
ella comparisce quasi a fior di terra e vi si mantiene evidente per
oltre mezzo chilometro coi ciottoli ed il pietrisco. Indi si confonde
colla nuova strada comunale che conserva tuttavia il nome di Le-
vada, e ne forma in parte la sede fino al bosco num. 1344 della
Mappa di Portogruaro, e propriamente fino a kil. 4:30 da Con-
cordia al sito detto del Morer per un vecchio gelso che vi sta
presso. Colà, piegando la nuova a sud, la strada vecchia tira diritto
verso ponente, attraversa il bosco di proprietà Zannier (n. 1458
Mappa di Portogruaro), ove, in un fosso che la taglia un po' obli-
quamente, se n'è misurata la larghezza in ra. 13, passa il prato
attiguo (d. in. n. 14G0) per internarsi nel bosco erariale dell'Acqua
negra (Mappa di Lison n. 251 e 917), oltre il quale, volge al-
quanto a mezzodì, e va a raggiungere il fiume Lison toccando il
bosco della sig. Maria Merlo-Zottì (<l. m. n. 1071,316). In tutto
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questo tratto dal Morer al Lison (kil. 4,25) è conosciuta dai pae-
sani col nome di codoìara (ciottolala). Giunti al fiume, largo quivi
da oltre sei metri, abbiamo messo ogni studio per rinvenire indizi
del ponte sul quale avrebbe dovuto passarlo; ma ogni nostra cura
a tal uopo riuscì indarno. Giova però notare che non molto lunge
a' monti il sig. Girolamo Covelli ha trovato, anni sono, un pezzo
di corno di cervo a 50 cent, sotto il letto del fiume; per cui po-
trebbe arguirsi che questo in altri tempi scorresse più ad est o
ad ovest. Ma non del tutto inutili furono le nostre ricerche, poiché
in un terreno (d. m. n. 91G e 909) vicino alla casa parrocchiale
abbiamo scoperto le fondamenta d' un edificio romano. Dal Lison
la strada continua il suo cammino verso occidente in mezzo ai fon-
di palustri segnati col n. 637 della Mappa di S. Stino, valicando i
corsi d'acqua Melon e Fosson, l'uno largo sei, l'altro 15 metri.
Anche sulle rive di questi fiumi non ci fu dato rintracciare alcun
indizio di ponti. Oltre il Fosson, che è a kil. 2,555 dal Lison, ella
va diritta alla casa dei fratelli Bevilaqua nella località le Comugne
(Mappa di S. Stino n. 811), vedendosi nettamente in quell'indirizzo
a qualche centinaio di metri dal fiume in un fondo (d. m. n. 2171)
del cav. Giusti, ove la strada delle Morane la taglia quasi ad an-
golo retto, ed ove la sua sezione è di m. 12. Dalla casa Bevilaqua
muove verso il Livenza confusa colla strada delle Comugne, detta
anche stradone dei Giri, mostrandosi su questa nei punti più ele-
vati col pietrame e cocci commisti a calce, ed in altri più depressi
colla sola ghiaia. A metà circa dello stradone se ne stacca per cor-
rer sotto ai terreni dei sig. Zulianello che lo costeggiano a mez-
zodì, ed in un fosso trasversale di essi abbiamo potuto accertare
sul fondo la presenza dello strato di ghiaia che a detta dei pro-
prietari continua a tale profondità fino alla loro abitazione (d. m.
n. "88), sotto la quale va a raggiungere le rive del Livenza di po-
chi passi distanti. Dal Fosson al Livenza si misurano kil. 2,250.
Di fronte al sito ove la strada da noi percorsa tocca il fiume,
trovasi quello che la Commissione di Venezia ha segnato come il
mio punto d' arrivo alla sponda opposta, e quindi abbiamo la con-
troprova dell' esattezza dei rilievi rispettivi.
Arrivati cosi alla meta del nostro viaggio ci siamo adoperati
a raccogliere sul sito i maggiori possibili ragguagli intorno alle
precedenti scoperle archeologiche accennate dalla lodata Commis-
sione nel suo rapporto 11 Ottobre 18S3. E ci venne riferito da
Pietro Zulianel, un uomo sulla cinquantina, nato e vissuto sempre
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colà, e dal sig. Cesare Bevilaqua, che tutta la sua vita di quasi
settant' anni passò sul sito, e ci fu confermato dall' egr. Sindaco
cav. Giuseppe Giusti, essersi nel 1818 escavati sulla riva del fiume
molti massi di pietra riquadrati, i quali, a loro avviso, formavano
la spalla sinistra del ponte che metteva la strada romana all' al-
tra sponda. Uno di questi massi si vede tuttodì in prossimità della
piazza di Annone ed è lungo m. 3,80, largo m. 0,80, grosso
m. 0,60. Alcuni anni dopo i Zulianel ne trovarono uno più corto
(m. 1,40), egualmente largo e grosso sprofondato di pochi centi-
metri sotto il suolo dietro alla propria casa nel fondo n. 576, e
più oltre in un fosso alla profondità di un metro hanno dissotter-
rato una colonna lunga m. 2,65, col diametro alla base di m. 0,30,
ed in testa di m. 0,24. 1/ uno e V altra si vedono nel loro cortile.
Da ambo i lati della strada delle Comugne si sono poi scoperte
delle tombe formate, come disse il Zulianel, di coppi pagani (te-
goli romani), che racchiudevano un vaso di vetro entro il quale
in mezzo alla poltiglia stava una moneta. Peccato che di queste
tombe non si abbia conservato alcun resto ! In seguito si è esca-
vata la fondamenta d' angolo di un grandioso edificio che con
un lato da settentrione a mezzodì si protendeva attraverso la
strada, coli' altro da occidente ad oriente tagliava il fondo dei Zu-
lianel (d. m. n. 578), ove si è pur rinvenuta altra fondamenta di
m. 17 di lato ed uno di profondità. Tutti questi resti di muratura
erano costruiti con laterizi di fabbrica romana. E forse qui presso
venne pure in luce nel 1815 la lapide riferita nel C. V, 1930,
colla nota « ad Livenzam in praediis Nanianis ». A tutta ragione
adunque la Commissione di Venezia ha ritenuto che qui vi avesse
una mutazione, che ella afferma « la prima da Concordia ad Ai-
tino, ricordata nel!' Itinerario Gerosolimitano » (p. 279). Chi però
vede in esso fra Aitino e Concordia la sola mutazione Sanos, già
dalla Commissione collocata sulle rive del Piave nei pressi di
Musile (p. 8-9), potrebbe appuntarla di contraddizione. Ma il
passo relativo in quel documento è questo :
il che vuol dire da Aitino a Concordia miglia XVIIII. Invece dal-
l' una all' altra citta sono mpm. XXXI secondo l'itinerario di An-
CIVITAS ALTINO
MUTATIO SANOS
CIVITAS CONCORDIA
mil. X
mil. Villi
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tonino, XXX secondo la tavola Peutingeriana, in fatto 29 sulla
carta dello Stato maggiore italiano. Quindi si fa evidente che il
copista del Gerosolimitano ha omesso una mutazione la quale di-
stava dall'altra X miglia ; poiché dall'argine di S. Marco dì faccia
a Musile, dove la Commissione ha segnato il X miglio da Aitino, al
passo del Livenza ove pone la prima mutazione da Concordia, si
hanno per Y appunto dieci miglia, e da di qua a Concordia nove.
Che poi nel detto Itinerario vi abbia il rilevato difetto, risulta an-
che dagli stessi suoi dati. Ed in vero, prendendo le mosse da Mi-
lano, ci conduce ad Aquileia segnando ad ogni mutazione le miglia
che ha percorso dalla precedente, e riassume in fine tutto il viag-
gio in questa guisa : «fita Mediolanum (sic) Aquileia (sic) usque
millia CCLI, mutationes XXIV, mansiones Villi ». Sommate però
le miglia paratamente esposte, sono 219 soltanto, e contate le mu-
tazioni, ritenendo nel loro novero anche i luoghi denominati civi-
tas e mansio, non risultano che 22. Mancano dunque nella parti-
zione 32 miglia e due mutazioni. Una di queste è certo la nostra
con miglia X, l'altra probabilmente trovar dovrebbe il suo posto
fra Brescia e Verona, sendochò nell' Antoniniano abbiamo fra le due
città una distanza di 13 miglia superiore alla risultante dal Gero-
solimitano ; le residue nove miglia si possono distribuire a rettifica
dei numeri di altre mutazioni, per conguagliare le minori differenze
fra i due itinerari. Ciascuna delle due mutazioni fra Aitino e Con-
cordia portava come abbiamo visto mil. X; onde anché la identità
del numero può aver contribuito alla lamentata omissione. Man-
chiamo però d' ogni dato per congetturare se ella cada sulla prima
o sulla seconda delle mutazioni da Aitino, e quindi se il nome
rimastoci, Sanos, appartenga piuttosto air una che air altra. Pos-
siamo invece affermare con sicurezza che il cippo di Crispo (C. V,
8000) doveva trovarsi al passo del Livenza, perchè qui si hanno
le XX miglia da Aitino; mentre se si vuol prender Concordia
come punto di partenza della numerazione, il cippo avrebbe do-
vuto trovarsi di là dal Piave un miglio oltre Y argine di S. Marco.
Conchiudiamo adunque che la Commissione ha rettamente segna-
lato il passo del Livenza come la prima mutazione da Concordia,
e riferito il cippo migliare di Crispo ai pressi del fiume non a
Ceggia.
Ma com'è che l'Itinerario Gerosolimitano segna due stazioni
fra Aitino e Concordia e due fra Concordia ed Aquileia, mentre
T Antoniniano e la Peutingeriana vanno direttamente dall' una al-
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T altra città collo spazio di XXXI o XXX miglia da mutazione a
mutazione?
La data dell' itinerario Antoniniano è ancor controversa. Chi
10 fa risalire ai tempi della republica, consoli J. Cesare e M. Anto-
nio, chi lo vuole invece posteriore a Costantino. L' opinione più
accetta però è quella che, cominciato nei primi tempi dell' Impero,
sia venuto aumentando e modificandosi con esso, finche M. Aur.
Antonino Caracalla lo ha pubblicato (a. di C. 211-217); subendo
dopo di lui solo poche innovazioni le quali, nei migliori codici,
non discendono al di quà di Diocleziano.
La carta Peutingeriana fu dal Mannert assegnata al regno di
Alessandro Severo, ed anzi con molta verosimiglianza all' anno di
C. 226, con tali argomenti che non ammettono dubbio. Si può
quindi considerare fino a un certo punto, l' itinerario di Antonino
come il testo, e la tavola Peutingeriana come la carta della geo-
grafia dell' Impero nei primi anni del secolo III ; ed in conseguenza
le mutazioni dateci solo dal Gerosolimitano devono essere poste-
riori a quest' epoca.
Colle distanze che anteriormente si avevano fra mutazione e
mutazione, si comprende di leggieri come il servizio del corso pub-
blico, il quale era a carico dei paesi per cui passava, tornar do-
vesse al sommo gravoso, e fornir argomento ai reclami cui le me-
daglie e gli storici dell' Impero ci assicurano che di quando in
quando fu (fato ascolto.
Ma di un provvedimento radicale pella riduzione degli spazi
fra le mutazioni, non abbiamo memoria che nella lapide onoraria
dell' imperatore Giuliano trovata nel Sepolcreto Concordiese, la
quale ci apprende che egli « ob singularem erga rempublicam
suam faborem, remota provincialibus cura, cursum fiscalem, bvc-
viaìis mutationum spitiis, fieri iussit » (C. V, 8989). A lui quindi
dovrebbe attribuirsi l'aggiunta delle quattro mutazioni nella via
da Aitino ad Aquileia. L'ipotesi però svanisce dinanzi la data che
11 pio bordigalese, autore dell'Itinerario Gerosolimitano, ha se-
gnato come quella del suo ritorno a Costantinopoli: «itero ambu-
lavimus Dalmazio et Zenofilo cons. Ili kal. jun. a Calcedonia et
reversi sumus Constantinopolim VII kal. jan. Cons. suprascript. »,
che è il consolato dell' anno di grazia 333. Chi dunque aveva ab-
breviato gli spazi delle mutazioni prima d'allora, e come la lapide
Concordile ne dà il merito a Giuliano, il quale ha imperato dal
360 al 363? — Ad altri l'ardua sentenza; noi riprendiamo senza
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più il cammino interrotto da queste divagazioni, che non ci parvero
prive d' interesse per la topografia della regione, ed in specie per
la storia della strada di cui ci occupiamo, che è pur fra le princi-
pali della Venezia romana.
B) Concordia Aquileiam
(C. V. Viae publicae II, p. 935).
E ritornando al ponte romano, da cui abbiam preso le mosse
nella descrizione del tronco occidentale di questa via, dobbiamo av-
vertire che ad oriente si è dissotterrato al piede di esso un rocchio
di colonna scanalata in pietra tufacea, del diametro di m. 1,36 nelle
sporgenze e m. 1,29 nelle rientranze, con la scanalatura larga
cent. 14 profonda sette. Questa colonna, della quale fra la fanghi-
glia ed altri ruderi si vedeva il frantume, probabilmente formava
parte d'un arco d'ornato o di chiudenda, avendosi trovate sul sito
due grosse lastre di trachite con incassi d' alto in basso i quali
potevano servire alla saracinesca. La strada non aveva V accesso
diretto alla città, ma poggiava alquanto a settentrione — da circa
cinquanta metri — per entrare dalla porta al capo occidentale del
decumano e correndo su questo riescire alla porta dal capo oppo-
sto, poco a valle dell' odierno crocevia formato dalla strada che
viene da Portogruaro con quella di S. Pietro. Al di là piega an-
cora per circa cinquanta metri a nord, poi procede diritta ad
oriente quasi sulla sede della strada attuale dell' Urlon fino al fiu-
me, nel quale, a quanto affermano gli abitatori del sito, si vedono
colle massime magre massi di pietra che si ritengono parte del pi-
lone del ponte su cui la strada lo transitava. Oltre il fiume si inter-
na nel Sepolcreto e lo attraversa in tutta la sua lunghezza taglian-
dolo in due sezioni. Non appena fuori del Sepolcreto s' innalza di
nuovo a settentrione nella direzione della località detta S. Giaco-
mo, e precisamente del Casolare spettante al beneficio parrocchiale
di S. Andrea di Portogruaro (mappali n. 4027, 4028 e 4030), at-
traversando fondi di proprietà Trevisan, Pasqualini, Fabris e Per-
sico, nei quali il suo percorso si fa evidente mercè il pietrisco e la
ghiaia che qua e colà sporge dalla superficie ed altrove dalle
sponde dei fossi. Lungo questo tratto si rinvennero il cippo di De-
sticio Philenide (C. V, 1876) e quello di Q. Decio Pothumeno (C. V,
1921). In San Giacomo poi, presso il casolare suindicato, spuntano
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dal terreno molti ruderi di fabbriche romane e vicino al cortile
havvi un pozzo la vera del quale è formata da un masso quadrato
di m. 1,20 di lato e dello spessore di cent. 32. Il foro nel centro ha il
diametro di cent. 58 e va restringendosi verso il basso. I pozzali
superiori sono rappezzi recenti, ma all'interno più sotto se ne vede
fra i muschi qualcuno che arieggia alla forma dei romani; 1* inda-
gine però non si è potuta portare fino all' accertamento. Un' altra
vera simile per forma e materia (trachite.'euganea) si trova in
Concordia sul pozzo alla Madonna di Tavella, ed una terza pure in
Concordia sul pozzo nel cortile della casa Del Prà-Siro. Da S. Gia-
como la strada prosegue verso oriente, però sempre con inclina-
zione a nord, nel fondo della sig. Zanardini-Fabris alla Cecchina
(m. n. 4075). Quivi ella si mostra sulla scarpa di due fossi uno dei
quali la attraversa alquanto diagonalmente, V altro quasi perpen-
dicolarmente, e nell'uno la sua larghezza supera i 13 metri, nel-
l'altro i in. 9; cosicché questa si potrebbe ritenere la sua lar-
ghezza costante. Vogliamo poi notare che nel primo la si vede an-
che in tutto il suo spessore come in nessun altro punto meglio. Il
fondo di pura ghiaia ha 1' altezza di 15 cent., e Io strato superiore
in ciottoli e pezzi di mattone di cent. 30. In questo terreno vennero
in luce anni sono le lapidi di M. Àufidio Grato e L. Sertorio Cina-
mo (C. V, 8678 e 8679) e quella di Silicia Viola (C. V, 8082), non-
ché un' aquila in pietra della cava romana di Nabresina. Quesf a-
quila, alta m. 0,60 sopra una base di m. 0,18, con un apertura d'ala
di m. 0,50, è un pezzo scultorio veramente notevole ; ma disgrazia-
tamente ha perduto l'ala sinistra ed il becco. Gli escavatori affer-
mano che essa posava sul vertice di un tempietto ; però non seppero
darne ragguagli di questo e non ne conservarono nessuna parte.
Dopo la Cecchina si segue sicuramente la traccia della stra-
da pei materiali sopra suolo fino a Tezza-brusada, ov' è tagliata
dalla strada nuova che mena a Portogruaro, presso le case
coloniche Persico e Sidran (n. 4083, 4090 d. m.); indi procede
fra le frazioni di Villanova e Boada, per portarsi superiormente
a Vado nel fondo n. 754 della Mappa di Fossalta. Il Zambaldi
fa menzione d' una sua braida in Stiago, — fra Tezza-Brusada e
Villanova, — « denominata le pierc per i tegoli e ruderi romani
di cui è cosparsa, ove si sono trovati alcuni condotti di piombo,
molti fascetti di chiodi legati con filo di ferro e qualche freccia »
{Mon. SL di Concordia, p. 43). Ai fondi Persico di Villanova dob-
biamo la tabella di bronzo dedicata ex viso a Jove Dolicheno da
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Valerio Massimo, centurione della legione IIII flavia, per la salute
dell'Imperatore Commodo (C. V, 1870). La presenza della tabella
votiva fa suppore pur quella del tempio ove stava appesa; ma non se
ne ha traccia, e d'altronde la tabella è cosi piccola che facilmente
può essere trasferita da un luogo ad un altro. Presso Vado, narra
lo stesso Zambaldi, il sig. ing. Bonaventura Bergamo ha scoperto
un granaio sotterraneo a venticinque piedi di profondità in una sua
possessione vicino all' antica via i cui vestigi veggonsi in un viot-
tolo di colà, e lateralmente ad essa esisteva un Sepolcreto dal
quale è. derivata la lapide di C. Clavenio Fausto (C. V, 1920), che
fu posta nei fondamenti delle mura di quella Chiesa (cf. Man. Si.
di Cono., pag. 179, 367, 368). A Vado la via da noi seguita piega
di poco a mezzodì, e poi prosegue in retta linea fino a S. Giorgio
di Latisana ove passa in prossimità del campanile per raggiungere
le rive del Tagliamento. Da Vado a S. Giorgio attraversa le risaie
del co. Alvise Francesco Mocenigo Alvisopoli (palude delle Can-
nelle, Mappa di Alvisopoli n. 192, 195, 198), nelle quali si sprofonda,
non tanto però che non si scorga sulle sponde dei fossi onde sono
frastagliate. Nel terreno sodo ad oriente delle risaie è coperta
dalle alluvioni del Tagliamento, ed anche qui si mostra alla spon-
da dei fossi normali al suo corso. A San Giorgio il suo pietri-
sco è quasi alla superficie. È poi notevole il fatto che, sebbene da
Vado a S. Giorgio non siensi potuti raccattare resti romani, nè me-
morie di scavi o scoperte d'antichità, pure tutto lungo il suo cani-
mino è viva negli abitanti la tradizione della strada da noi ricer-
cata, e la conoscenza sicura della sua traccia.
La sponda del Tagliamento è il limite del nostro compito, ma
non sappiamo resistere alla tentazione di far memoria che nei
pressi di Latisanotta, il paesello che sorge sulla riva opposta, è
stata trovata V iscrizione di Sallustia Jonide (C. V, 1801) traspor-
tata anticamente nella Chiesa di S. Giovanni in Ronchis, poi, per
ordine del corani, di Malta Gasparo Lippomano, tradotta in S. Da-
niele nella Chiesa di S. Tommaso intitolata di S. Giovanni Geroso-
limitano. Più recentemente (nel 1841) un villico ha scoperto col-
T aratro in quelle vicinanze alcune macerie e sotterranei. Peccato
che chi lo racconta (il Girardi, Si. fìsica del Friuli. S. Vito, 1841,
T. I, p. 120 e seg.) non abbia avuto cura di verificare e riferire cosa
propriamente fossero quelle macerie e sotterranei ! — Si com-
piace invece di rilevare che nella carta del Coronelli si vede segnato
un ponte sul Tagliamento nel punto di Latisanotta (T. Ili, p. 48).
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È opinione che le strade militari non passassero in mezzo alle
città, ma vi girassero intorno; onde abbiamo estese le nostre ri-
cerche anche con riguardo a tale ipotesi. E sebbene non possiamo
vantarle riuscite, pure ci fu dato di rinvenire la traccia sicura di
una strada romana sul viottolo che dalla strada nuova di Russolo
mette alla casà colonica del sig. Pietro Zambaldi (Mappa di Villa-
storta, n. 4469). Il pietrisco di essa che sul viottolo sta a fior di
terra prosegue da un lato nel terreno del beneficio parrocchiale di
Portogruaro (d. m. n. 4320) e dall'altro in quello del sig. France-
sco Cimetta (d. m. n. 4319). Di conseguenza, continuando nel suo
indirizzo, andrebbe verso occidente al fiume Leraene di fronte al
confine, donde avrebbe potuto raggiungere la via principale presso
il Paludetto per la vecchia strada di Diesime, mentre ad oriente
sarebbesi ad essa ricongiunta nelle vicinanze di Vado. Un fatto
che ne rileva l' importanza è V aversi dissotterrato anni fa nel ter-
reno del sig. Zambaldi la tomba di T. Terenziano (C. V, 1944), la
quale tuttavia si conserva nel cortile della sua casa colonica in
prossimità al pozzo, ad uso d' abbeveratoio degli animali.
Il tratto però è troppo breve per poter con certezza dedurne
la sussistenza della risvolta ricercata.
Portogruaro 20 Maggio 1884
Ing. Giovanni Del Prà
Giacomo Stringhetta
Avv. Dario Bertolini, relatore.
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INDICE.
Memorie originali.
La vita dei veneziani nel 1300. La città, la laguna (B. Cecchetti) . . pag. 5
» » Continuazione » 321
L'Adige e la sua rotta (18 Settembre 1882) ad Angiari-Legnago. No-
tizie storico-economiche comparative (F. Bocchi) [Coni, e fine). . » 55
La Storia di Venezia di A. F. GMrer ;P. Pinton)
Parte prima. I materiali dell'opera (Continuazione e fine) ....»> 75
Della origine della sede vescovile di Caorle nell'estuario veneto (Pie-
tro Pinton) »> 283
Un episodio della vita di Carlo Quinto (Bernardo Morsolin) . ...» 293
Ricerche sulle tradizioni intorno alle antiche immigrazioni nella la-
guna (Carlo Cipolla) » 338
Documenti illustrati.
Le rubriche dei Libri Misti del Senato perduti trascritte da Giu-
seppe Giorno (Continuazione e fine)
Tetita et concessa »> 91
Regalie domini ducis » 97
Rogatorum Consilium » 98
Ugna missa extra prò arduis factis » 98
Juriste et Medici » 98
Notarti Curie et ahi » 99
Ordines navigandi in generali » 99
Speciales persone que non videntur cadere sub rubricis locorum . » 99
Veneti facti privilegio » 103
Sales omnes » 374
Tractatores per nos deputati et dijinitores super aliquibus et con-
sultores » 378
Qficiales contrabannorum » 378
Catavere » 379
Armamenti qfficiales »> 380
Domini de noe te m 381
Advocatores comunis et auditor es sententiarum » 381
Super publicis et usuris »> 382
Procuratores sancii Marci » 382
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Judices palata et mulatto salariornm aliquorum iudicum et advo-
catontm pag. 382
Vicedomini tabule lombardorum • » 383
Ternane Vicedomini » 383
Maris Vicedomini » 384
Messela ria » 385
Super grofsode Eassi a . . » 385
Levantis officiales » 386
Super datio vini » 387
Super Rivoalto » 387
Supraconsules » 387
Capita sexteriorum \ . . » 388
Super imprestitis » 388
Qfficiales de super frumento » 388
Super navigantibus »> 388
Viginti de super mercationibus » 389
Canapi officiales » 389
Justiciarii teteres et novi » 389
Officia fes telarum » 389
Extraordiaarii » 390
Provi so res cornuti is »» 392
Officiales omnes in genere » 393
Credentiarum officiales » 394
Agger « 394
Sardinia » 394
Memorie venete nei monumenti di Roma ;G. Ciurlato)
in S. Paolo extra muros » 106
in S. Maria della Vittoria » 110.
in S. Marcello al Corso » 121
in S. Maria Maddalena »> 395
Giorgio Zorzi. Relazione d'Olanda e di Francia (1626-1629) trascritta
dai Codici della Biblioteca ferrarese dal prof. Giuseppe Ferraro
(R. F.) • 131
Aneddoti Storici e Letterari.
Muratoriana (G. Bìadego » 167
Un'antica farmacia Veneziana (G. Boni) ... * » 399
Un antico progetto d'acquedotto a Venezia (G. Bflhring) .... » 405
Iscrizioni medioevali in Bonaldo (F. e C. Cipolla, P. Sgulmero) . . »> 411
Raeeegna bibliografica*
Relazione sugli Archivi di Stato italiani (1874-82) (B. Cecchetti) . » 170
Annali del regno dei Franchi sotto Carlomagno (789-814) di Bernardo
Simson (G. M. Thomas) * 185
Benedetto del Bene. Giornale di Memorie 1770*96, a cura di Giuseppe
Biadego (Carlo Cipolla) » 186
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Dino Mantovani. Lagune (Antonio Fradeletto) png. 180
» » Continuazione » 425
Fedele Lampertico, Scritti Storici e Letterari (B. Morsolin) ... » 415
1 veneti salvatori di Roma di P. Maufrin (F. P.) » 423
Bullettino di bibliografìa veneta (R. Fulin) *> 218
» »> Continuazione » 438
Annunzi diversi » 442
Art-Itivi - Biblioteche - llusei.
Museo di Belluno. Le scoperte di Cosano (Fr. Pellegrini) .... » 414
Museo di Este. Iscrizioni romnne del Museo di Este » 450
Documenti che si riferiscono alla storia della Capitolare Biblioteca di
Verona <G. B. Giullari; » V>:ì
Varietà.
Un nuovo documento su Outtomberg (Francesco Berlan) » 234
Commemora k ioni.
Andrea Capparozzo (Bernardo Morsolin; .» 112
Atti della R. Deputazione Veneta eli Storia Patria.
Da Aitino al Livcnza » 2G7
Dal Livenza al Tnjrliamento » 481
Elenco deirli associati alla tredicesima annata dell'Archivio Veneto . » 491
Giovanni Bianchi, Gerente responsabile.
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